Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 22

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Con quei due uomini scomparve per sempre di Roma cristiana la Filosofia, la quale, giunta a sua ultima sera, aveva per loro fatto ricordare i tempi di Cicerone e di Seneca. Essa si congedava con gloria dai Romani, congiunta alla visione di un illustre Senatore, cui il destino non umiliava certamente condannandolo a morire sacrificato al fantasima del Senato, al quale era apparso per l’ultima fiata e da lungi il miraggio della virtù antica di Roma.

Anche il Pontefice romano or doveva essere abbattuto dallo spiro della collera regale. Giovanni era appellato di Roma a Ravenna, affinchè in compagnia di alcuni Vescovi e di quattro Senatori, di Teodoro, di Importunato e di due Agapiti s’imbarcasse per Bisanzio ed ivi chiedesse all’Imperatore che cessasse dalla persecuzione degli Ariani di Oriente. Quantunque a malincuore, dovette il Vescovo cattolico sobbarcarsi alla difficile ambasceria: ma il popolo di Bisanzio e l’imperatore Giustiniano usciti fuor delle mura, accolsero il primo Pontefice che ponesse piede entro la capitale del greco Impero, non già quale legato del Re goto, ma sì quale capo della Cristianità ortodossa, e con solennità di pompa lo condussero trionfalmente alla chiesa di santa Sofia dov’egli celebrò la pasqua dell’anno 525. Sembra che quanto allo scopo della sua legazione egli ottenesse da Giustino alcune concessioni di mera apparenza e che, quanto agli argomenti essenziali dei quali dovesse trattare, non ricavasse alcun utile risultamento; imperocchè altrimenti non sapremmo spiegare il motivo dell’ira con cui il Re accolse i legati reduci di Grecia. Come eglino furono ritornati a Ravenna, Teodorico furibondo fè cacciare i Senatori ed il Pontefice in un carcere. Ed ivi Giovanni I, preso da grave angoscia del suo destino, moriva addì 18 di Maggio dell’anno 526. La Chiesa con grato animo gli tributava onoranza come a martire[307].

Dopo la morte di lui, Teodorico, avendo deliberato fermamente di non concedere più alla Chiesa cattolica la libertà e l’onoranza che nei tempi anteriori le aveva tributato, volle far valere l’influenza della regale sua autorità nell’elezione del Pontefice. Per la qual cosa egli designò al Senato, al clero ed al popolo di Roma, quale candidato, Felice, figlio di Castorio e sannita di nascita. I Romani tremarono, obbedirono ed elessero Felice IV che tosto fu consecrato. Questo atto di potestà regia, che il Libro Pontificale oltrepassa in silenzio assoluto e contro il quale il cardinale Baronio scaglia parole di esecrazione chiamandolo opera di violenza iniqua, fu fecondo di conseguenze gravissime; imperocchè da quel tempo in poi i succeditori di Teodorico vantassero diritto a confermare con loro autorità l’elezione di ogni Pontefice, e indi quel diritto stesso, allo spegnersi della signoria dei Goti, trapassasse agli Imperatori di Grecia[308].

Ma Teodorico non sopravviveva alla consecrazione del suo candidato Simmaco: preso da un flusso micidiale di ventre egli moriva dopo breve malattia in Ravenna, addì 30 di Agosto dell’anno 526. Il Libro Pontificale afferma che il cielo lo abbia colpito di morte a punizione di quella ch’egli aveva recato a papa Giovanni: ed un altro Storico narra ch’egli spirasse in quel dì stesso in cui doveva eseguirsi il Decreto scritto dall’ebreo Simmaco (ch’era un giureconsulto ai servigi del Re), il quale comandava che i Cattolici fossero espulsi dalle loro chiese che dovevano essere date agli Ariani[309]. In Procopio è registrata una celebre leggenda, la quale narra che mentre un giorno il Re sedeva a banchetto nel suo palazzo di Ravenna, essendogli servita in sulla mensa una testa di pesce di grandezza smisurata e dalle fauci spalancate, lo prendesse alto spavento, sembrandogli che quella si tramutasse nel capo orribile di Simmaco che di recente era stato giustiziato: e aggiunge che colto tutt’a un tratto da febbre, pochi giorni dopo morisse lacerato dai rimorsi della uccisione dei due illustri Senatori[310]. Egli è certo che dolorosi pensieri ed acri rimordimenti dovevano rendere tormentosa la morte del grande e sciagurato Principe: il goto Giornandes ne tace, e ci presenta soltanto il maestoso quadro e bello del saggio Teodorico che muore. Allorquando, dic’egli, il Re fu giunto a sua età senile e conobbe che in breve dovrebbe partirsi del mondo, chiamò innanzi a sè i conti goti e i principi del suo popolo; ed eleggendo a loro re Atalarico, fanciullo decenne ch’era nato di Amalasunta figlia sua ed era orfano di Eutarico, loro comandò, quasi li chiamasse ad udire il suo testamento, che prestassero onore al Re, che amassero il Senato ed il popolo di Roma e che conservassero accordo di pace cogli Imperatori di Grecia[311]. Così scrivono gli Storici, ma i Santi invece narrano che l’anima di Teodorico, nuda e scalza e colle mani cariche di catene, fosse trascinata per l’etere dalle ombre irate di papa Giovanni e del patrizio Simmaco che la scagliavano entro il cratere del vulcano di Lipari: e dicono che ciò avesse veduto coi suoi propri occhi un anacoreta che aveva stanza in quell’isola. Ed il grande Gregorio non ebbe rossore di introdurre nei suoi dialoghi il racconto di quest’atto di giustizia infernale[312].

Oggidì ancora si conserva in parecchie città ricordanza del Re goto, dello straniero magnanimo che un dì tenne in sua signoria Roma e Italia. In Ravenna si mira tuttora la sua tomba di figura rotonda e dalla cupola formata di una sola pietra di smisurata grandezza: in Pavia ed in Verona i Lombardi mostrano ancora le merlate mura delle castella di Teodorico; nella meridionale Terracina le ruine di una borgata recano il nome di lui, ed un’antica iscrizione che ivi si legge ricorda ch’egli abbia restituita in buono stato la Via Appia e ch’egli abbia asciugate le paludi Pontine. E per fermo un Principe goto nei tempi del decadimento seppe acquistarsi una gloria che Cesare, impedito da morte, non ebbe potenza di ottenere[313]. Soltanto in Roma, dove gli erano state erette parecchie statue, non rimase alcun monumento che ci parli di lui, non musaico, non statua, non parola; ma la ricordanza sua è congiunta indissolubilmente alla storia della Città. E quei Romani che dimenticano gl’insulti dei quali i loro antenati nella ferrea età delle guerre civili del medio evo si resero rei contro i monumenti di Roma, ben devono ricordare al nome dei Goti, che a colui il quale per lo spazio di trentasette anni fu benefattore d’Italia li lega debito di gratitudine per le cure ch’egli prestò ai monumenti di Roma, che mercè di lui ebbero lunga vita. Il Tedesco ha argomento di orgoglio e di gioia allorchè volga il suo pensiero ad uno degli eroi più illustri della sua schiatta (imperocchè i Goti abbiano formato il midollo della nazione germanica ed abbiano posto il germe della lingua), allorchè pensi ad uno degli episodî più belli della sua storia patria svoltosi in quella Città che destino volle avvinta per molti secoli a Germania. E gli Storici italiani lasciarono agio ai Tedeschi di aggiungere ancora qualche lode alle virtù del grande Goto[314].

CAPITOLO TERZO.

§ 1.

Reggenza di Amalasunta. — Genio di lei: protezione accordata alla Scienza. — Mite dominazione di lei. — Il Vescovo romano ottiene reverenza sempre maggiore.

La prospera condizione dei Romani durò alcuni anni ancora dopo la morte di Teodorico: e precisamente finchè Amalasunta, figlia di lui, tenne la tutela del suo giovane figlio Atalarico. Procopio e Cassiodoro hanno celebrato le peregrine virtù di questa donna d’intendimenti virili, lodandone l’indole dell’animo, la saggezza della mente, la eccellenza della cultura[315]. Laddove i Romani s’erano beffati di Teodorico, il quale, imperito nell’arte della scrittura, segnava le quattro prime lettere del suo nome scorrendo collo stilo intorno al disegno tracciato sopra una lamina di metallo, or li commoveva invece a meraviglia il genio d’una femmina la quale ai Greci volgeva discorso in greca favella, coi Latini parlava nella lingua del Lazio e cogli eruditi ragionava dottamente intorno ai filosofi ed ai poeti dell’antichità. E dovevano pur confessare che i Goti meritavano lode di aver conservata la civiltà[316].

Sotto il reggimento di Amalasunta coltivavansi nella città di Roma le scienze con maggiore ardore di quello onde lo erano ai tempi di Teodorico: i professori di arti liberali, di grammatica (che onoravasi quale «maestra della lingua che è splendido ornamento all’umanità»), i maestri di eloquenza e di diritto erano remunerati con generoso onorario[317]. Roma tornava ad essere sede nobilissima degli studî e dell’eloquenza, per la qual cosa Cassiodoro poteva dire a ragione: «Altri paesi sono fecondi di vino, di aromi, di balsami, ma Roma produce il grato profumo dell’eloquenza, che scende con somma dolcezza al core»[318]. Ai Romani con saggio intendimento lasciavasi il godimento dei miti studî di pace, laddove invece i Goti nutrivano il sentimento orgoglioso della loro potenza virile nelle belliche arti. Gl’Italiani erano esclusi dall’onore della milizia, poichè già da tempo lunghissimo avevano perduto l’amore alle armi e avevano dimenticato il modo di maneggiarle: di Goti era composto il presidio delle città, all’infuori di Roma; e la loro signoria sull’Italia era quella di un imperio guerriero che si ergeva isolato e senza appoggio conservando le leggi e gl’istituti di Roma e mantenendo ancora in vita i municipî antichi per i Latini. Ma molti anche fra i Goti ivano prendendo vaghezza dei costumi romani, e l’amore degli studî rendeva loro desiderate le arti di pace, laddove per converso parecchi Romani, fosse per adulare ai loro signori stranieri, fosse per desio di novità, accoglievano fogge di Gezia; e sulle sponde del Po e su quelle del Tevere in bocca a Romani erano uditi i suoni energici della lingua di Ulfila[319].

La prima opera del governo di Amalasunta fu di conciliarsi l’animo del Senato e del popolo di Roma che dal padre di lei erano stati gravemente offesi. Alcune lettere scritte da Cassiodoro, il quale continuò nelle sue funzioni di ministro anche sotto il nepote di Teodorico, annunciavano con forma reverente il mutamento avvenuto nel soglio: ed il giovine Re, a mezzo di un suo legato, prestava al popolo ed al Senato solenne giuramento che non sarebbe mai per ledere ai diritti ed alle leggi di Roma. E per porgere coll’opera dimostrazione della ferma volontà di pace ond’era mosso l’animo suo, Amalasunta restituì tosto ai figli di Boezio e di Simmaco il retaggio paterno, del quale erano stati spogliati. Deplorando gli ultimi fatti crudeli del padre suo, volle cancellarne la ricordanza col suo reggimento, durante il quale non tolse la vita e gli averi ad alcun Romano. Come già ai tempi di Teodorico, l’assemblea dei Padri era reverita quale ornamento sacro della Città e riceveva dimostrazioni di onoranza: parecchi uomini illustri dei Goti vi erano ascritti, ed i nepoti degeneri di Mario non sentivano onta quando lor si diceva, star bene che ai discendenti di Romolo s’associassero i figli di Marte[320]. E da quelli il partito goto riceveva fortezza in Senato.

Se gli onori resi alla Curia romana erano di mera apparenza pomposa, la cosa era affatto differente per i diritti che lo Stato andava via via concedendo al romano Pontefice. La potenza di questo Vescovo (che allora era riverito anche in Oriente quale primate della Cristianità) cresceva più e più. Era un evento fortunato per lui che i Principi goti continuassero a sedere in Ravenna, e più ancora che, seguaci di Ario, eglino fossero fuori della Chiesa cattolica. Il Papa, quale capo della Religione cristiana cattolica, si elevava sopra i Re d’Italia eretici: e stando tra loro e l’Imperatore d’Oriente di fede ortodossa (il quale, per la potenza delle sue armi, era onorato dai Re goti con ossequio tradizionale quale signore supremo[321]) egli era soggetto di diffidenza ai Re: ma egli ne guadagnava influenza sempre maggiore negli affari interni della Città, i quali in varia maniera s’intrecciavano alla vita della Chiesa. Fra i Rescritti del tempo di Atalarico che leggonsi in Cassiodoro, havvene uno il quale dimostra l’altezza cui era giunto il Pontefice romano: imperocchè in quello sia dato formale riconoscimento al suo diritto di giudicare nelle controversie di diritto civile dei chierici[322]. Chi avesse una lite con un prete di Roma, doveva anzi tutto assoggettarsi alla sentenza del «beatissimo» Pontefice, e soltanto nel caso in cui il Papa non volesse udirne, il negozio poteva essere trattato innanzi al tribunale laicale: e colui che al responso del Pontefice non obbedisse, era punito con una multa di dieci libbre d’oro. Sembra essere stato Felice IV quegli che otteneva un privilegio sì utile all’accrescimento dell’influenza del Vescovo.

§ 2.

Felice IV edifica nel Foro una chiesa dedicata ai santi Cosma e Damiano. — Musaici di quella chiesa. — Ragione della venerazione tributata a que’ due Santi.

La Cronica della Città non può far menzione del breve reggimento di questo Pontefice (dall’anno 526 al 530) senza che s’indugi a parlare di una chiesa illustre, che fu la prima la quale si edificasse ai confini del Foro romano in vicinanza della Via Sacra. Vogliamo dire della chiesa dedicata ai santi Cosma e Damiano, che furono due fratelli gemelli nativi dell’Arabia e dotti nelle mediche discipline, i quali morirono fra i tormenti ai tempi dell’imperatore Diocleziano. Narra il Libro Pontificale che Felice IV ergesse a loro onoranza una basilica nella Via Sacra in prossimità del tempio sacrato alla città di Roma[323]: e poichè a questa chiesa, come è dato di vedere oggidì ancora, è annesso un edificio antico di forma rotonda, quasi a vestibolo, per il quale si penetra nella basilica formata ad una sola navata, così parecchi Archeologi affermano, che questo monumento rotondo sia quello cui il Libro dei Papi dà nome di tempio sacro alla città di Roma, oppure che fosse un delubro dedicato agli Dei penati, o a Romolo, o, con opinione più simile al vero, ai due fratelli gemelli Romolo e Remo, il quale poi sia stato dal Papa consecrato similmente a due gemelli, Cosma e Damiano. Questa loro opinione tentano di convalidare colla testimonianza tratta da alcuni versi del poeta Prudenzio, ma egli è un errore, avvegnachè quel passo si riferisca manifestamente al celebre tempio dedicato da Adriano al duplice culto di Venere e di Roma[324]. Non è possibile di determinare a quale scopo sia stato eretto quel piccolo edificio antico di figura rotonda la cui costruzione di muratura non è assai bella: egli è probabile che fosse una cappella pagana sacra ai fratelli Romolo e Remo, e di cui Felice si giovasse innalzandovi accanto la sua basilica. Ad ogni modo noi vediamo verosimilmente in questa basilica la prima chiesa di Roma la quale adoperasse un antico edificio, che era ancora in condizione perfetta, a formarsene il vestibolo, nel tempo stesso in cui nella sua parte posteriore si appoggiava ad un altro edificio antico di grandi dimensioni[325]. Oggidì pure si eccita in noi curiosità non lieve allorchè s’investighi la origine, ancora avvolta in qualche oscurità, di questa chiesa che s’alzava in vicinanza alla Via Sacra, in mezzo alle ruine del Foro, fra ruderi di cui ignoriamo la storia, e nella quale due medici d’Arabia, insigni per portenti, hanno posto sede alla loro operosità spirituale. Le colonne di porfido dell’atrio, vicino al quale s’innalzavano altre di cipollino, e le antiche porte di bronzo sono monumenti splendidissimi dell’antichità.

Felice rese adorna questa sua chiesa di musaici, i quali, quantunque sieno stati sottoposti parecchie fiate a restauro, sono annoverati, in grazia del loro stile e della loro antichità, fra i più illustri di Roma; per la qual cosa meritano che se ne dia una breve descrizione. L’arco di trionfo è ornato di disegni di bello stile antico i quali rappresentano imagini allegoriche tratte dal libro dell’Apocalisse, che diede temi fecondi ai concepimenti della pittura. Cristo in figura di agnello posa sopra uno splendido soglio, innanzi al quale sta aperto il volume coi sette suggelli. Ai lati sono i sette doppieri, dalle svelte forme, simili a quelle degli antichi candelabri, quantunque il disegno non sia il più corretto. Presso ad essi sono due Angeli alati dalla figura soave, e finalmente ad ognuna delle due estremità dell’arco sono rappresentati due Evangelisti coi loro simboli. Inferiormente a questi musaici papa Felice aveva fatto collocare le imagini dei ventiquattro Seniori in atto di porgere corone al Cristo[326].

In maniera differente sono trattati i disegni che adornano la tribuna. Le figure che poggiano sopra campo d’oro con dimensioni maggiori del vero, sono disegnate in parte con istile robusto e con bei concepimenti, e vi si pare manifestamente la tendenza al misticismo. La grande figura del Redentore, che si erge nel mezzo, è una delle più belle tra tutte le imagini del Cristo che si mirino in Roma: egli sta in atteggiamento energico e con posa da re; la testa adorna di barba e ricca di chioma che scende in lunghe anella è circondata di aureola; il suo paludamento del colore dell’oro, con bei panneggiamenti s’avvolge sul braccio; la mano sinistra tiene il ruotolo di papiri; la destra s’alza a benedire. Anticamente disegnavasi una mano che, tenendo un serto d’alloro, si protendeva sul capo del Salvatore ad esprimere la forza operosa del divin padre, il quale, anche nel tempo di cui parliamo, rappresentavasi sotto questo simbolo e non ancora nella figura visibile di uomo antico d’anni[327]. Alla destra ed alla sinistra del Redentore sono i santi Cosma e Damiano, i quali adducono alla presenza di lui san Pietro da un lato e dall’altro san Paolo che s’alzano con dimensioni maggiori ed imponenti. I due Santi, e più vivamente quello che sta a destra del Cristo, hanno lineamenti senili, i cui tratti energici e severi danno loro sembianza quasi di maghi con loro grandi occhi che splendono di uno sguardo fiero: hanno impressi nel volto segni di terrore reverente della presenza del Cristo, e nel tempo stesso vi hanno scolpito l’ardore dello amore di religione: per la qual cosa si può ben mirare in essi un simbolo dell’antica signoria della Chiesa sull’orbe. La loro posa, mentre s’appressano con passo incerto, è mirabile per la vita che ne spira; e nell’insieme bene rappresentano due indomiti campioni della Religione cristiana, imperocchè non isplendano in loro tratti che esprimano mitezza d’animo. La robustezza della loro figura è modellata sull’esemplare energico dei tempi barbarici, ond’è che rassomiglino a maghi o ad uomini di tempi epici, e che ben s’addicano all’età eroica e sanguinosa di Odoacre, di Teodorico e del bisantino Belisario. Roma non possiede alcun altro musaico condotto in istile sì energico secondo la verità storica; e quest’opera sola d’arte basta a far conoscere l’indole robusta del secolo sesto.

Presso a quelle due coppie di Santi, vedesi da un lato il canuto pontefice Felice IV, la cui figura fu quasi per intiero rinnovellata nei ritocchi, e dall’altro Teodoro il santo guerriero: ambidue tengono in mano corone. Il Papa avvolto in un paludamento del colore dell’oro che si stende sopra una tonaca azzurra è adorno di stola e solleva verso il Redentore il modello della sua chiesa, che è un edificio fornito di atrio e senza torre[328]. Nessuna di queste figure, eccetto quella del Cristo, è cinta dell’aureola, locchè dimostra che in sull’incominciamento del secolo sesto non era ancor costume di circondare la testa dei Santi dell’emblema della gloria[329].

Due palme s’innalzano dall’un lato e dall’altro dei Santi, e fanno, con mistico senso, bel contorno al quadro, chinando le loro fronde sul capo delle figure, nel tempo stesso in cui alla destra del Cristo posa sopra un ramo il favoloso uccello d’Arabia, la fenice, sulla cui testa splende una stella: gentile e mirabile emblema della vita eterna che sempre ringiovanisce, bellissimo tra i simboli che l’arte cristiana tolse a prestanza dai Pagani; imperocchè la fenice stellata si miri già sulle monete imperiali coniate al tempo di Costantino[330]. Nella parte inferiore, il contorno è formato dalla dipintura del fiume Giordano. Più in giù nell’ultimo scompartimento del quadro sono rappresentati dodici agnelli che simboleggiano gli Apostoli, i quali, uscendo di Gerusalemme da un lato e di Betelemme dall’altro, traggono al Salvatore, che, sotto forma di agnello, posa sopra uno splendido seggio colla testa cinta di aureola. Una iscrizione a grandi caratteri, e adorna di arabeschi in musaico d’oro, gira tutto intorno del quadro racchiudendolo quasi a mo’ di cornice[331].

In quella chiesa situata presso la Via Sacra avevano altari due Arabi del remoto Oriente: ed eglino avevano ottenuta un’onoranza che fino a quel tempo Roma aveva tributata a Martiri romani oppure a Santi nati nelle contrade d’Occidente. Conciossiachè il culto dei Santi nella Città fosse, come abbiamo già veduto, primamente nazionale: tuttavia ai Martiri romani altri s’aggiungevano delle province dell’Impero occidentale, finchè l’idea di universalità, che la Chiesa di Roma sosteneva, operava sì che in seguito nella Città si estendesse il culto anche a Santi orientali. Soltanto più tardi l’inimicizia e finalmente la separazione di Roma da Bisanzio valse a rendere minore la venerazione ai Santi greci. Egli è prezzo dell’opera che si dia un breve pensiero al motivo che indusse Felice IV a tributare reverenza ai due Orientali. Può essere che il Pontefice volesse avvincersi più strettamente la corte di Bisanzio per timore dei Goti: ma anche fuor di questo è mestieri considerare che i due fratelli gemelli erano allora famosi per sopranaturali portenti, e che forse Roma sarà stata desolata da qualche contagio; imperocchè l’iscrizione che leggesi nel musaico tributi onore ai due Martiri come a «medici nei quali il popolo ripone speme di salute». Si eleggeva poi di innalzare loro una chiesa in quel luogo, perchè ivi già in tempi antichi riunivansi medici, e si affermava che ivi il celebre Galeno dimorasse. Ed ai tempi di Giustiniano i due fratelli erano venerati quali Esculapii novelli in Ciro sull’Eufrate ov’erano seppelliti, ed avevano onore di chiese che loro si dedicavano in Pamfilia ed in Bisanzio. In Oriente tributavasi culto a molti Santi medici; e Ciro, Giovanni, Pantaleone, Ermolao, Sansone, Diomede, Fozio ed altri, dopo di avere ridonata la sanità a vivi ed a morti, dopo di avere prestate cure a uomini e ad animali, erano, a somiglianza di Empedocle, posti in cielo.

§ 3.

Bonifacio II è eletto Papa nell’anno 530. — Giovanni II. — Senatoconsulto in argomento di simonia. — Educazione di Atalarico: sua morte. — Teodato è fatto compartecipe al trono. — Sorte della regina Amalasunta. — Disegni e mire di Giustiniano. — Il consolato d’Occidente cessa nell’anno 535.