Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 21

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La sinagoga antichissima di Roma era situata nel quartiere degl’Israeliti ch’era divenuto assai popoloso posteriormente al tempo di Augusto, nel misero Transtevere, dove gli Israeliti all’età di Marziale e di Stazio correvano le vie con loro botteghe ambulanti di zolfanelli e strillando annunciavano la vendita delle loro bagatelle, come oggidì vanno gridando _stracci ferracci!_ Durante tutto il Medio Evo dimorarono colà, ed i Transteverini seppero mostrare a chi scrive questa Cronica, nel piccolo _Vicolo delle palme_, il luogo ove la sinagoga antichissima dev’essersi alzata. Non è probabile che il quartiere ove eglino abitavano si stendesse di qui fino alla Regione Vaticana, quantunque il nome che il ponte di Adriano portava durante il Medio Evo sembri confermarlo; imperocchè il _Pons Aelius_ nel secolo decimoterzo sia dai _Mirabilia_ appellato _Pons Judaeorum_. Noi reputiamo piuttosto che quel ponte ne ricevesse nome perchè gli Ebrei di Roma solevano uscire col Pentateuco ed attendere ivi il Papa novellamente eletto affine di rendergli omaggio, allorchè, passando dal ponte di Adriano, egli si recava in processione solenne a prender possesso della basilica Lateranense[290]. Nella loro sinagoga, che fu edificata ad opera di schiavi ebrei resi liberi dopo il tempo di Pompeo e che avevano nome di libertini, i figli d’Israello, a triste monumento di loro venerazione antica, avevano voluto restaurare l’imagine del tempio di Salomone che Tito aveva distrutto: e qui si radunavano nei giorni di sabbato e nelle loro festività al lume di un doppiere dalle sette braccia foggiato ad imitazione dell’antico grande candelabro, nel tempo stesso che questo, insieme agli arredi sacri d’Israello, era custodito nel tempio della Pace, e verso del quale, come a reliquia sacra onde erano stati rapiti, volgevano con cordoglio il loro pensiero. Quel loro oratorio era di trecent’anni più antico del san Pietro e della basilica Lateranense; e già Romani pagani, al tempo di Orazio e dell’amico suo Fusco Aristio ed al tempo di Giovenale, s’introducevano a render paga la loro curiosità della vista dei misteri della Religione di Mosè, alla stessa guisa che talvolta alle festività pasquali assistono oggidì ancora alcuni Romani con sorriso ischernevole sulle labbra. Egli è certo che l’antico tempio giudaico situato nel Transtevere era più bello assai della sinagoga del Ghetto odierno. Era un tempio che poggiava sopra colonne, splendido di tappeti preziosi e di begli ornati d’oreficeria nei quali brillavano fiori di melagrano. Ma parecchie fiate il popolo di Roma irrompendo nella sinagoga la aveva devastata, e negli ultimi tempi, sotto Teodosio, la aveva messa in fiamme, e finalmente Goti e Vandali la avevano nei loro saccheggi rapita di tutti i suoi arredi preziosi. Sotto la mite dominazione di Teodorico gli Ebrei ebbero agio di rialzarsi dai mali sofferti, finchè il fanatismo che di tratto in tratto trascinava i Cristiani ad opere di violenza fu cagione che nell’anno 521 ricominciassero le persecuzioni contro di essi. Un giorno il popolo commosso a furore appiccò il fuoco alla sinagoga; e da una supplica che gli Ebrei presentarono ad Aligero, ch’era legato di Teodorico in Roma, si pare che alcuni Cristiani che appartenevano alla famiglia di ricchi Israeliti avessero ucciso i loro padroni, e che avendo i rei scontata la pena del loro delitto, il popolo ne togliesse vendetta abbruciando la sinagoga. In occasione di quel tumulto, Teodorico indirizzò un Rescritto severo al Senato, a cui imponeva che con ogni sollecitudine desse provvedimenti che valessero a impedire quegli eccessi[291].

§ 5.

Nuovo scisma nella Chiesa. — Sinodo Palmare. — Fazioni entro la Città. — Simmaco abbellisce la chiesa di san Pietro. — Edifica la cappella rotonda di santo Andrea, la basilica di san Martino e la chiesa di san Pancrazio. — Ormisda è eletto Pontefice nell’anno 514. — Giovanni I papa. — Teodorico entra in lotta contro la Chiesa cattolica.

Alcuni avvenimenti assai più deplorevoli delle brevi sollevazioni popolari e delle lotte tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri, ebbero a turbare Roma per parecchi anni. Abbiamo veduto che Roma era stata già agitata da un primo scisma avvenuto in occasione della elezione di papa Simmaco. Dopochè Teodorico ebbe confermata l’elezione di quest’uomo di energica mente, egli riuscì a restituire la calma e a metter freno ai partiti durante quei sei mesi nei quali dimorò in Roma. Ma nell’anno 503 la lotta scoppiò di nuovo e con maggiore acerbezza[292]. Simmaco dopo di aver ottenuto il riconoscimento della validità della sua elezione, allontanato l’antipapa Lorenzo, gl’indisse a confino il vescovato di Nocera di cui era stato investito: ma, quattro anni dopo, sacerdoti e senatori ch’erano alla testa della fazione favorevole a costui (e fra essi erano Festo e Probino), introdussero Lorenzo secretamente in Roma, e, dando origine ad un secondo scisma assai più terribile del primo, accusarono il Papa con un libello e con rimostranze indiritte a Teodorico, e operarono di guisa che il Re spediva Pietro vescovo di Altino a Roma quale visitatore. Il Pontefice premuto da tante difficoltà, si oppose con resistenza al sindacato che contro la legge canonica voleva operare il legato regale, imperocchè un anno prima nel suo terzo sinodo egli avesse dichiarata invalida la legge di Odoacre, il quale per mezzo del suo prefetto Basilio aveva comandato che l’elezione del Pontefice dovesse essere confermata dal Re d’Italia[293]. I Vescovi di Roma si giovarono destramente del fatto che i Re d’Italia di origine germanica, professando la credenza ariana, erano fuori della Chiesa, per acquistare la propria independenza dallo Stato: ma ci occorrà in seguito di vedere che ciò non riuscì loro pienamente neppure nel corso di parecchi secoli, ma che anzi eglino, ad onta dell’alta onoranza che loro tributava il capo dello Stato, dovettero continuare a ricevere da lui, quali sudditi suoi, l’investitura, ed ebbero a tollerare l’intervento suo nei negozî ecclesiastici generali ed importanti.

Teodorico non poteva immischiarsi di troppo negli affari ecclesiastici, se non voleva rendere ancora più difficile la condizione sua già di per sè circondata da gravi difficoltà. Egli comandò che si raccogliesse in Roma un Concilio, raccomandando ai Vescovi congregati di restituire la pace alla Città ed alla Cristianità cattolica[294]. Questo Sinodo composto di centoquindici Vescovi, dal nome del portico del san Pietro ove tenne le sue prime tornate, fu appellato _Palmare_. I Padri si raccolsero dipoi nella basilica di Giulio; ma un tumulto scoppiato di repente li costrinse a partirsene e a scegliere per le loro adunate la basilica sessoriana di santa Croce in Gerusalemme. Ma il clero, mentre era in cammino per recarvisi, fu assalito dalla fazione di Lorenzo che furibonda aveva dato piglio alle armi: parecchi degli aderenti del Pontefice furono trucidati, ed egli potè a stento sottrarsi a morte fuggendo sotto una grandine di pietre. Il Concilio però riusciva a dichiarare Simmaco innocente delle accuse scagliate contro di lui; e per solennizzare la condanna di Lorenzo, che veniva cacciato in bando, il Pontefice colla ceremonia consueta fu condotto nuovamente in san Pietro e vi fu con pompa insediato. Ma non per questo era restituita la pace, chè la divisione e la lotta non cessarono; e per lo spazio di tre o quattro anni le vie di Roma furono bruttate giorno e notte del sangue delle genti uccise. I Senatori che appartenevano ai partiti nemici combattevano per le strade, e probabilmente gli Storici dimenticarono di far menzione che i Verdi e gli Azzurri venissero fra loro a zuffa a cagione di queste miserande discordie. Gli aderenti di Simmaco erano tagliati a pezzi, parecchi preti e diaconi erano uccisi a colpi di mazza davanti alle chiese, e persino le monache assalite nei loro chiostri erano denudate e flagellate con verghe, e nel tempo stesso alle crudeltà associavansi la depredazione ed il saccheggio[295]. La Città cominciò a riacquistare piena ed intiera quiete nell’anno 514, sotto il consolato del Senatore (con questo titolo d’onore era designato Aurelio Cassiodoro). Ed infatti l’illustre Ministro scrive con aperta gioia nella sua Cronica: «Allorquando io fui console (egli scriveva a Teodorico), dopo che furono congregati insieme il clero ed il popolo, la Chiesa romana, a gloria della vostra epoca, riebbe la pace da molti anni lacrimata».

Negl’intervalli di queste aspre lotte e ad onta della discordia che s’agitava fra lui e l’Imperatore greco Anastasio, nel quale noi crediamo a ragione di vedere l’anima della fazione di Lorenzo, papa Simmaco trovò agio di abbellire Roma con alcune opere artistiche. Egli diede ai Romani il consueto spettacolo delle pire erette innanzi alle porte del Laterano, sulle quali abbruciavansi volumi di opere scritte in favore del Manicheismo; ma ancor più lieta egli rese Roma collo splendore di parecchi monumenti e di chiese edificate. Le agitazioni ond’era stato commosso il suo Pontificato, i pericoli che avevano minacciata la sua vita, inspirarono a quel prete d’animo energico, e che d’altronde non era forse affatto incolpevole, uno zelo ardente d’operosità; laonde, a dimostrare la gratitudine del suo animo ai Santi suoi proteggitori, ne abbellì le chiese, di novelle anche edificando. Il numero degli edificî da lui eretti e la copia dei suoi doni votivi non sono scarsi.

Sopra d’ogni altra cosa diede provvedimenti ad abbellire la basilica di san Pietro. Egli fè lastricare l’atrio con lamine di marmo, ed ornò il _Cantharus_ e le pareti del portico quadrangolare di musaici che rappresentavano imagini di agnelli, di croci e di palme. Fornì la piazza publica, che s’apre dinanzi alla basilica, di un pozzo che servisse alle necessità del popolo: e quello fu il primo e modesto precursore delle due magnifiche fontane, le quali sorgono oggidì a rendere vieppiù splendida quella piazza che è bellissima del mondo, animandone i silenzi col mormorio delle acque, i cui gettiti percossi dai raggi del sole sfavillano dei colori dell’iride. Papa Simmaco ampliò le scalee del primo cortile della basilica, e a quello aggiunse due portici laterali a destra ed a sinistra. Sarebbe cosa importante conoscere se i primi edificî aggiunti al palazzo Vaticano sieno stati innalzati da quel Pontefice: si potrebbe crederlo, imperocchè il Libro Pontificale dica ch’egli costruisse, a destra ed a sinistra delle gradinate, edificî detti _Episcopia_ ossia case destinate a dimora del Vescovo[296]. Finalmente egli eresse parecchi oratorî e parecchie cappelle nel san Pietro: accanto alla cappella del battistero una ne dedicò alla santa Croce deponendovi una croce d’oro sparsa di gemme, e due oratorî consecrò a san Giovanni evangelista ed al Battista. In prossimità del san Pietro fondò una basilica ad onoranza dell’apostolo Andrea, fratello di san Pietro, al quale i Greci davano nome di _Protocletos_, che significa primo appellato, e che era tenuto in tutto il mondo cristiano in somma onoranza, prima ancora che in Roma sotto il pontificato di papa Simplicio gli fosse eretto un tempio. Simmaco consecrò dunque in venerazione di lui una seconda chiesa, di forma rotonda e adorna di un cortile d’ingresso, donde ascendevasi alla chiesa per una scalea e dentro il quale era il pozzo. Questo tempio era allora il più grande edificio di Roma dopo il san Pietro, e lo rimase fino al secolo ottavo in cui Stefano II e Paolo I innalzarono ad onore di santa Petronilla figlia di san Pietro una cappella rotonda di forma simigliante, ma più magnifica di gran lunga e da cui quel tempio fu gettato nell’ombra. La cappella di santo Andrea si ergeva in vicinanza dell’obelisco. La sua forma rotonda indusse alcuni nell’erronea opinione che fosse anticamente il _Vestiarium_ di Nerone, ossia l’edificio ove questo Imperatore tenesse il tesoro e la guardaroba. In tempi posteriori ricevette da un’imagine della Vergine il nome di _santa Maria Febrifuga_, e finalmente nel secolo sestodecimo fu convertita ad uso di sacristia del san Pietro[297].

Verso la fine del secolo sesto dunque intorno alla basilica Vaticana sorgevano parecchi edificî accessorî, parecchie cappelle, alcuni mausolei, ed uno o due conventi, imperocchè non conosciamo con precisione se non che esisteva in quel tempo il chiostro dei santi Giovanni e Paolo, già eretto da papa Leone I. Simmaco fondava ospitali per poverelli e per pellegrini in vicinanza del san Pietro, del san Paolo, ed in prossimità della chiesa di san Lorenzo fuor delle mura. E nella città di Porto erigeva un Xenodochio, ossia casa di ricovero per pellegrini, locchè dimostra che la frequenza di viaggiatori che venivano dalla via di mare era già grande.

Non c’indugiamo a parlare delle ristorazioni del san Paolo alle quali lo stesso Pontefice diede opera: diciamo soltanto ch’egli edificò due novelle chiese, una basilica dedicata ad onore di san Martino di Tours, di cui abbiamo già fatto menzione, situata entro la città in prossimità delle terme di Trajano, e la chiesa bellissima di san Pancrazio eretta fuor delle mura, sul Gianicolo presso la Via Aurelia. Benchè mutata nella forma dall’antica, essa sta oggidì ancora sopra le catacombe di Callepodio martire romano.

Dopochè Simmaco ebbe innalzato questi edificî, monumenti del suo pontificato turbato da agitazioni sì grandi, morte il colse addì 19 di Luglio dell’anno 514: e alla cattedra di san Pietro salì senza contrasto Ormisda, ch’era nativo di Frusino nella Campania. Nessun torbido funestò il reggimento di questo Pontefice; ed anzi, morto repentinamente nell’anno 518 l’imperatore Anastasio, gli fu concessa la gioia di poter comporre col succeditore di quello le discordie e la lotta che s’agitava a cagione dell’eresia di Acacio vescovo di Costantinopoli che aveva sposata la causa degli Eutichiani.

Ma sotto il succeditore di lui, Giovanni I (che resse il pontificato dall’anno 523 al 526), mutarono le relazioni di Teodorico verso la Chiesa cattolica, chè anzi il buon accordo il quale s’era fin qui conservato si turbò in modo che si giunse ad una rottura completa. E fu nell’anno 523, allorquando l’imperatore Giustino con fanatico intendimento promulgò un Editto contro gli Ariani nel quale comandava che tutte le loro chiese fossero restituite al culto cattolico. Egli sembra che questo provvedimento improvviso avesse sua ragione nel disegno politico di avvincere Teodorico in gravi difficoltà prodotte dall’antagonismo delle credenze religiose: e forse Giustiniano nipote al rustico Imperatore, e ch’era eletto succeditore al trono, e già onnipossente, Giustiniano forse allora meditava la cacciata degli stranieri Goti dell’Italia, ed intendeva alla restaurazione della signoria greca in Occidente[298]. Nel Senato e tra il Clero di Roma si agitava manifestamente un partito devoto ai Greci; e Teodorico incominciò a sospettare che la Città ricambiasse ai beneficî suoi con ingratitudine e con fellonia. Il dispetto che eccitò in lui l’Editto di Giustino, fè che egli dimenticasse i sentimenti dell’umanità e dell’ampia tolleranza ch’egli aveva usata verso i Cattolici. Nel furore e nel duolo ond’era commosso l’animo suo, egli protestò ch’egli avrebbe tratta vendetta delle persecuzioni ond’erano fatti segno in Oriente gli Ariani, colla rappresaglia dell’interdizione del culto cattolico in Italia. A dimostrazione della sua collera, o ad esempio della severità che userebbe, oppure a pena meritata di qualche fatto avvenuto ad opera del fanatismo di Roma, egli fè atterrare in Verona un oratorio dedicato a santo Stefano: e nel tempo stesso tolse l’arme a tutti gl’Italiani, non concedendo loro che l’uso del coltello[299]. Lo sventurato Re fu costretto a ricorrere ai gretti provvedimenti che suggerisce paura, e che in tutti i tempi sono inseparabili dall’odiata signoria degli estrani. Dopo un reggimento di quasi trentatre anni, durante i quali egli aveva ricolme di beneficî Italia e Roma ch’egli aveva sollevate dal decadimento, egli di repente trovavasi novellamente balzato in condizione di straniero in mezzo a stranieri.

§ 6.

Inquisizione e supplizio di Boezio e di Simmaco. — Papa Giovanni ha il carico di un’ambasceria a Bisanzio: muore in Ravenna. — Teodorico impone l’elezione di Felice IV. — Il Re muore nell’anno 526. — Leggende.

Egli è con grave dolore che or dobbiamo tenere discorso della triste fine di due illustri Senatori romani, di Boezio e di Simmaco, i cui spettri sanguinosi si erigono innanzi al tribunale della Storia ad accusare il Re goto e ad oscurarne la splendida gloria. Nè ci basta l’animo di tentar di mitigare la bruttura di quell’avvenimento, a discolpa adducendo di quegli argomenti ai quali si dà nome di ragione di Stato, come ha fatto un celebre Istorico di Napoli[300]. Un uomo quale Boezio che si presenta tenendo in mano l’aureo libro «della Consolazione della Filosofia» è un accusatore tremendo troppo; e il modo in cui ebbe morte riesce ad obbrobrio dell’età sua, fosse pure stata immersa nella caligine più oscura della barbarie[301].

Ambedue quegli uomini (Boezio fu giustiziato nell’anno 524, Simmaco nell’anno posteriore) caddero vittime della diffidenza e del rancore, che Teodorico con ragionevole fondamento nutriva contro il Senato. Nè eglino erano per fermo incolpevoli innanzi gli occhi del loro Principe, ma ben di sovente ciò che il tribunale dei Re punisce come delitto, è dal giudizio dei Popoli celebrato quale virtù. Lieve gloria tribuiremmo a Boezio senatore, nulla aggiungeremmo alla gloria di Boezio filosofo ove anche potessimo dimostrare con evidenza storica ch’egli fosse veramente autore di quella sconsigliata sedizione politica. Anicio Manlio Torquato Severino Boezio riuniva in sè i nomi delle schiatte più illustri di Roma. Quantunque non s’elevasse alla potenza del genio, era fornito d’ingegno sì eletto e di cultura sì estesa, che gli riusciva di far risplendere su Roma un crepuscolo di filosofia fra la densa tenebra di quell’età in cui la Diva celeste (che allo sguardo di un Romano si presentava per l’ultima volta sotto maestoso ammanto di foggia greca) aveva spiccato suo volo dalla terra, mossa a fastidio delle aride dispute che s’agitavano a ricercare se fosse eguaglianza di essenza o somiglianza fra il Padre ed il Figlio, e se fosse avvenuta confusione delle nature[302]. La lunga dimora che Boezio, dando opera ai suoi studî, aveva fatta in Atene, in quella città che si elevava allora tra Roma e Bisanzio splendida della tradizione della filosofia antica, gl’insegnamenti ricavati dalle opere di Platone e di Aristotele le cui dottrine avevano temprate a moderanza le sue idee religiose, avevano elevato il suo animo congiungendolo alla cultura dei tempi antichi, all’istessa guisa che l’origine di sua famiglia all’antichità annodava il suo nome. Gli onori ch’egli aveva ottenuto nella vita publica, la sua elezione a console nell’anno 510, il consolato che avevano tenuto nel 522 i figli di lui Simmaco e Boezio ancora in giovinetta età, erano cagione che l’animo suo ardente si riempiesse di dispetto dell’età sua e si accendesse di fervidissimo desiderio della grandezza antica. Ed egli stesso fa che la sua consolatrice Diva gli porga lo specchio delle ricordanze, ed in quello egli gode di contemplare l’imagine degli onori onde un tempo era stato ricolmo: ei vi mira il solenne incedere dei Senatori e del popolo che accompagnano i suoi due figli dal palazzo degli Anicî alla Curia dove eglino sono addotti alla sedia curule, nel tempo stesso in cui egli volge al Re, com’era costumanza, discorso di lode, cui interrompono voci di plauso. E lo allieta la rimembranza del giorno più bello di sua vita in cui egli sedeva nel Circo in mezzo ai due consoli suoi figli, e distribuiva al popolo i doni trionfali[303]. Amor di patria vivissimo si accoglieva nel petto del Senatore come in tutta la parte della nazione che l’invasione dei Goti reputava obbrobrio di Roma, e che abborriva il giogo straniero. Ma Boezio filosofo non possedeva energia che valesse a porlo alla testa dei cittadini di nobili spiriti e a condurre l’impresa del risorgimento. Non è dubbio ch’egli in cuor suo non avesse ad odio gli stranieri dominatori, anche s’egli ammirasse la energia e la sapienza del Re. Egli usa a disprezzo del nome di «Barbaro», là dove narra alla Filosofia ciò che egli fece in servigio della patria, e dove ricorda i nomi di quei Romani che egli liberò dalla violenza dei «cani di Palazzo» e dall’impunita avidità dei «Barbari»[304]. Il suo orgoglio lo indusse a disconoscere i grandi benefizî di Teodorico il quale nella sua saggezza levava Roma in onoranza; e lo sprezzo ch’egli nutriva contro calunniatori codardi lo trasse ad opere sconsigliate.

Allorchè il Re generoso nutrì sospetto che il Senato stesso, il quale era stato da lui riposto in onore, tenesse colla corte di Bisanzio accordi secreti per tradirlo, accolse desiderio che il sospetto divenisse certezza per avere diritto a infliggere punizione. Non mancarono delatori vituperevoli quali un Opilio, un Gaudenzio, un Basilio, uomini, che il patrimonio distrutto induceva a bassezza d’animo. Il Re udiva con amaro compiacimento che il Senato congiurasse, e per lo meno egli voleva tenere colpevole di alto tradimento tutta intiera la Curia perchè Albino, uomo consolare che in essa sedeva, era stato accusato di avere indiritte certe lettere a Giustino imperatore. Boezio, presidente del Senato, andava, senza che timore lo rattenesse, a Verona, e quivi nel tempo stesso in cui difendeva dinanzi al Re la causa di Albino ed in cui sosteneva l’innocenza del Senato, ebbe accusa egli stesso di avere scritto lettere in cui parlava della «speranza» che Roma risorgesse a libertà[305]. Nello sdegno ond’era commosso, parlò con sensi animosi al Re, dicendo: «l’accusa di Cipriano è una menzogna: se Albino operò quello di cui è accusato, io pure lo feci e tutto il Senato con lui di animo concorde». Queste parole suonarono aspramente all’orecchio del Re già inacerbito. Accusato di alto tradimento, Boezio, la cui religione ortodossa lo rendeva già odioso al Re ariano, fu cacciato in un carcere di Pavia, dov’egli non deplorava se non che d’essere lontano della stanza del suo palazzo, ornata di avorio e di variopinti cristalli dove sedeva fra i libri, cari maestri dei suoi studî diletti. In quel carcere egli scrisse la sua apologia, che andò perduta, e l’opera sua illustre «della Consolazione della Filosofia». L’inquisizione dev’essere stata accompagnata da tumulto oppure dev’essere stata condotta senza l’osservanza delle forme legali, imperocchè all’accusato non si concedesse facoltà di difendersi, ma venisse tosto giudicato dal Re e dall’atterrito Senato e condannato a barbara morte. Quest’azione despotica impresse una macchia sanguinosa su Teodorico, cui nulla vale a cancellare[306]. Poco tempo dopo, il vecchio Simmaco, l’uomo più illustre fra tutti i Senatori, divideva la sorte del genero suo, e periva per mano del carnefice nel palazzo di Ravenna non gemendo tanto sul proprio fato quanto sulla sorte di Boezio. La sentenza di tutti gli scrittori antichi è concorde nell’affermare che le incolpazioni e le testimonianze che s’aggravarono contro Boezio fossero false, e che Teodorico coprisse sè stesso dell’obbrobrio di una violenza infame. Mancano gli atti dei procedimento, ed intorno a questo argomento non ci è dato di trovare in Cassiodoro neppure un Rescritto. Ma i sentimenti ond’era animato il Senato contro di Teodorico si pajono nello scritto di Boezio, il quale pone in aperto che tra i Senatori del partito romano antico s’agitava ardente desio di scuotere il giogo della dominazione straniera. Nè la natura delle cose contraddice alla supposizione che già da quel tempo si stringessero realmente accordi secreti colla corte di Bisanzio.