Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 10

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Dopochè furono numerate le somme imposte per il riscatto, il Re dei Goti allentò la rigidezza dell’assedio lasciando libertà di uscita per alcune porte, concedendo tre giorni di mercato e adito alle vettovaglie per la via del fiume. Egli partiva finalmente di Roma colle sue soldatesche, e poneva suo campo nel territorio di Toscana, ove raccoglievansi ben quarantamila schiavi di origine barbarica, che pochi a pochi fuggendo di Roma, erano corsi dietro alle orme di lui. Ivi egli attendeva risposta dalla corte di Ravenna sulle proposizioni di pace che in suo nome le offerivano i legati spediti dal Senato e chiedenti che con Alarico si stringesse alleanza, resa sicura dalla tradizione di nobili ostaggi. Ma Onorio, o piuttosto Olimpio ministro di lui, respinse quelle proposte con orgoglio tanto più condannevole che l’Impero era debole e Roma sguernita, e che le richieste di Alarico erano moderate. Imperocchè egli si dichiarasse pago ad una contribuzione annua d’oro e di grano, alla cessione del Norico, della Dalmazia e delle due Venezie, ed al titolo di generale dell’esercito imperiale.

Fra i legati che Roma mandò parecchie volte all’irresoluto Imperatore, fu anche il vescovo Innocenzo: ma nè le sue esortazioni, nè le energiche istanze degli altri ambasciadori che dipinsero con foschi colori le calamità sofferte e i nuovi pericoli che minacciavano Roma, valsero a smuoverlo; ed Alarico ebbe l’onta che Giovio, novello ministro, gli desse convegno in Rimini per dichiarargli sprezzantemente che Onorio gli rifiutava il titolo di generale imperiale. Rodendosi del dispetto, il Re goto partiva di Rimini e muoveva la seconda volta contro Roma; eppure faceva cheta ancora una fiata la voce del suo Genio, sia che lo ritenesse venerazione della Città, oppure lo muovesse ragione politica. Raccolti i Vescovi di molte città d’Italia, mandavali ad Onorio, affinchè lo esortassero, che non volesse caricarsi dell’orrenda colpa di abbandonare all’avidità dei Barbari quella Città la quale da più che mille anni dominava il mondo e di darne gli splendidi monumenti in preda alle fiamme. Anzi egli recedeva dalle sue pretensioni; chè gli bastava una carica qualunque dell’Impero, il solo Norico, qual si fosse quantità di grano, un trattato di alleanza che gli permettesse di muover guerra ai nemici dell’Impero. Stupiva il mondo alla moderazione di quel Re, eppure i ministri rispondevano aver giurato pel sacro capo di Onorio, che non stringerebbero mai la pace con Alarico; ed essere lecito mancare a Dio con uno spergiuro prima che all’Imperatore[94].

Le temperate domande del Re dei Goti devono, a dir vero, sembrare misteriose, e sarebbe male avvisato chi volesse darne ragioni morali. Imperocchè un conquistatore sia rade volte rattenuto da senso di venerazione verso un santuario dell’umanità, se non siano piuttosto altri motivi di prudenza. Il valente Goto ben vedeva che, affidato al solo suo esercito privo d’alleati e mal nutrito, non avrebbe potuto tenere la Città in sua signoria per lungo tempo; laonde pensava ch’era da prescegliersi il possedimento di una provincia dell’Impero più ristretta, ma reso sicuro da un trattato publico. Giunto di nuovo innanzi all’atterrita Roma, raffrenò l’ardore guerriero delle sue soldatesche che si sarebbero altrimenti spinte alle mura, e spedito ai Romani un messaggio di brevi ma superbe minacce, continuò con mossa affrettata il suo cammino sino al porto della foce destra del Tevere. Ivi gl’Imperatori avevano eretto come per incanto opere gigantesche sulle paludi che stanno presso l’imboccatura: in questo tempo s’alzavano splendidi ancora e animati di vita quegli edificî, che oggidì invece, profondati nelle salse gore, mostrano soltanto poche ruine tra le quali s’appiattano stuoli di uccelli palustri. Giunto, superò la resistenza del presidio romano e prese il Porto. Padrone di tutte le vie onde Roma poteva trarre vettovaglie, minacciò di nuovo la Città degli orrori della fame e della peste se non fosse obbediente al suo impero e se non disdicesse ossequio all’imbelle Onorio.

Il Senato, forse astrettovi dal popolo tumultuante, cedeva, e chinavasi all’obbrobrio di ricevere dalle mani del Re goto una scimmia d’Imperatori, e d’insediarlo nel palazzo dei Cesari. Quel fantoccio fu Attalo, che Onorio aveva in tempi anteriori eletto prefetto della Città. Involto nella porpora e cinto del diadema, circondato da un corteggio di dignitarî fabbricato all’improvviso, fu condotto al _Palatium_ ove, seduto sul trono imperiale, diede ordinamenti al suo Stato che non aveva delimitazione, elesse Alarico a generale supremo degli eserciti dell’Impero, Ataulfo cognato di lui a prefetto della cavalleria, ed altri ad altre magistrature. Il giorno dopo congregò il Senato, e con un discorso ampolloso promise che renderebbe l’universo suddito a Roma.

Tuttavia i Romani erano lieti del mutamento, chè ormai li rallegrava ogni novello spettacolo che interrompesse la loro quiete letargica. E l’elezione del loro concittadino Tertullo a console faceva loro accogliere grata speranza che sarebbero restituiti i giuochi del circo e le altre gioie della vita cittadina di un tempo. La sola famiglia ricchissima degli Anicî, chiusa nelle sue case, si teneva orgogliosamente in disparte con grave dispetto del popolo. Gli Anicî erano alla testa dell’aristocrazia cristiana di Roma; e nell’istesso tempo in cui, rimembrando le geste dei loro maggiori, che avevano avuta tanta potenza nel reggimento dello Stato, sentivano profonda vergogna della Città avvilita, avevano gravi motivi di temere delle conseguenze di quell’avvenimento. Attalo era pagano, e benchè, per amicarsi l’animo dei Goti, si fosse fatto battezzare da uno dei loro Vescovi ariani, tuttavia favoriva publicamente il Paganesimo; nè soltanto dava licenza che i templi si riaprissero, ma faceva cancellare dalle monete l’imagine del Labaro col monogramma di Cristo, e, invece del segno di croce, vi faceva incidere la lancia e la figura della Vittoria romana[95].

Il nuovo Imperatore partiva di Roma con Alarico e muoveva alla volta di Ravenna per cacciare, come avevane espresso il vanto, Onorio di quella fortezza. Alla vile proposta di quest’ultimo di associarlo al trono, rispondeva: non soltanto il titolo volere strappargli, ma neppure volere lasciargli integro il sacro corpo; chè, dopo di averlo mutilato, lo condannerebbe a relegazione in qualche isola. Più di queste meschine e ridicole minacce, la codardia del ministro Giovio metteva tale paura in Onorio, che s’apprestava a fuggire a Costantinopoli, allorchè l’ingredire improvviso di sei coorti nel porto di Ravenna rialzò il suo animo. Poco tempo scorreva, ed Alarico, che si maneggiava continuamente con Onorio per la pace, toglieva il favore alla sua creatura. Irritato per gli stolti provvedimenti che Attalo aveva dati in Africa contro il conte Eracliano governatore di quella provincia, trattolo un giorno fuori delle mura di Rimini, gli fè strappare la porpora dalle spalle e il diadema regale dalla fronte; e, spedite quelle insegne ad Onorio, tenne Attalo e il figlio di lui Ampelio in condizione privata, sebbene onorevole, presso di sè, affine di avere sempre pronta un’arma con cui atterrire la corte di Ravenna quando gli talentasse.

Ma fallirono le speranze di uno scioglimento pacifico. L’arrivo di Saro, valoroso condottiero goto che nutriva sanguinosa inimicizia contro Alarico, l’attacco repentino con cui egli sorprese con trecento scelti soldati le truppe di Ataulfo, finalmente il festevole accoglimento ch’egli ebbe entro le mura di Ravenna, persuasero ad Alarico che i negoziati della corte imperiale non erano che scaltre finzioni diplomatiche; laonde, ardente di rabbia, levò il campo dalle mura di Ravenna, ed a mossa forzata spinse l’esercito contro di Roma.

Dalle alture circostanti gli Unni ed i Goti gettavano gli avidi sguardi su Roma; e alla loro impazienza febbrile il Re non poneva più freno, ma anzi stimolava. Dinanzi ad essi la Città immensa si stendeva nella triste Campagna, cui da lunge facevano splendido contorno le giogaie del Sabino e di Preneste e i bei poggi d’Alba, dai quali in antichi tempi Annibale aveva gettato il suo sguardo feroce sulla terra romana, e donde l’occhio scorreva sulla linea retta formata dalla Via Appia, fiancheggiata da sepolcri, in mezzo ai quali torreggiava sublime il mausoleo di Cecilia Metella. Nel territorio vaticano, che si stendeva ai loro piedi, quei guerrieri feroci vedevano la basilica del san Pietro, e più in su, presso la sponda del Tevere, miravano la basilica di san Paolo che sorgeva isolata. E i loro condottieri dicevano che dovessero staccare gli avidi occhi da quei santuari degli Apostoli, ricchissimi d’oro e d’argento; ma che le rimanenti ricchezze che si accoglievano entro le mura di Aureliano, sarebbero loro, tostochè avessero superati quei baluardi altissimi. Animati dal disio di rapina già sembrava loro di toccare i monti d’oro che numeravano nella fantasia. Dinanzi ai loro occhi si apriva lo spettacolo di monumenti ch’erano veri miracoli d’arte: un mondo di case antiche di secoli, al di sopra delle quali si ergevano qua e colà obelischi, e colonne coronate di statue dorate, e templi che si alzavano maestosi in lunghe serie sulle piazze, e teatri, e il circo che si lanciava al cielo con ardite curve, e terme dagli ombrosi portici e dalle ampie cupole che splendevano percosse dai raggi del sole, e giganteschi palazzi dei cittadini ragguardevoli che avevano l’aspetto di tante ricche città nel mezzo della Città, e che alla mente dei Barbari si dipingevano pieni di tesori e abitati da belle Romane, cui nessuna difesa proteggeva. E la loro imaginativa era alimentata dalle favolose narrazioni delle ricchezze della Città, che da fanciulli avevano udite dalla bocca dei loro padri sulle sponde dell’Istro o presso la palude Meotide. Ignoravano che quella fosse la città degli Scipioni, di Catone, di Cesare, di Trajano, che aveva diffuse tra gli uomini le leggi della civiltà; e, se anche lo avessero saputo, mossi da impulso bestiale non ne avrebbero ricavato alcuna idea elevata: ma ciò soltanto sapevano che Roma aveva soggiogato il mondo colla forza dell’arme, e che accoglieva in sè le ricchezze del mondo tutto, le quali nessun nemico aveva mai tocche e che loro appartenevano come preda di guerra. E tra loro erano molti i quali speravano d’impadronirsi di tanta quantità di perle e di gemme, da contarle come il grano si misura, e di trasportare a colme carra i vasi d’oro e gli arredi preziosi. Gl’irsuti Sarmati dell’esercito d’Alarico, coperti di rozze pelli di animale, armati di archi e di frecce, ed i robusti Goti coperti di corazze di rame, rozzi figli della natura e della vita nomade guerriera, non potevano avere cognizione delle lautezze del gusto e della perfezione delle arti romane, chè la loro indole selvaggia racchiudeva entro angusta cerchia i concepimenti della loro mente: sentivano soltanto oscuramente che in Roma eglino s’immergerebbero entro un bagno di voluttà e ne inebbrierebbero tutti i sensi, e già sapevano che i Romani erano spregevoli crapuloni, oppure imbelli asceti.

§ 4.

Dipintura della nobiltà e del popolo di Roma di quel tempo, secondo le testimonianze di Ammiano Marcellino e di san Gerolamo. — Pagani e Cristiani di Roma. — Statistica della popolazione della Città.

A dare la descrizione della città e del popolo di Roma, su cui già pendeva la spada dei Goti, non abbiamo altri colori da quelli che lo storico Ammiano Marcellino usava a dipingere i costumi del popolo romano del tempo suo. Il quadro offertone da lui appartiene, per vero dire, all’epoca di Costantino e di Graziano; tuttavolta rappresenta le condizioni della società romana nell’anno 410, perocchè durante il periodo di trenta o di cinquanta anni, quelle tinte non potessero impallidire, ma dovessero anzi farsi sempre più oscure[96]. Ammiano dà la dipintura del ceto patrizio e della plebe di Roma: e nel suo quadro mette in risalto con colori luminosi le condizioni sociali dell’aristocrazia, involgendo in una massa di ombre la vita delle classi inferiori. Molti tocchi del suo pennello ricordano le descrizioni dei satirici antichi: del resto la figura del patrizio romano ci appare simile a quella ch’era ai tempi di Nerone e di Domiziano, e soltanto ravvolta entro un paludamento di foggia bizantina orientale. Ammiano ci dipinge i costumi del nobile romano quale era in casa, al bagno, in cammino per la Città, oppure in viaggio per le sue possessioni della Campania. Lo vediamo in sale splendide di sculture e di preziosi musaici, sedere a mensa circondato da parassiti e da giuocatori di professione, e pompeggiare in mezzo alle loro adulazioni servili, lodando la magnificenza del palazzo e la bellezza dei suoi quadri, e facendo ammirare la mole dei fagiani, dei pesci, dei ghiri che comparivano sul desco, e del cui peso alcuni scrivani dall’aria importante tenevano nota. Ammiano lo dipinge, come il Parini descrive il gentiluomo milanese, sedente su molli cuscini di seta mentre sta leggicchiando le satire di Giovenale, che col racconto delle avventure galanti dei suoi avi ne solleticano i gusti pravi, oppure gli scritti di Mario Massimo: imperocchè le biblioteche sieno come le tombe sempre spalancate ove si depongono cadaveri l’uno appresso dell’altro, chè il filosofo è cacciato dallo scribacchino di scurrili facezie e l’oratore è messo in bando dal maestro di arti oscene. Allorchè il nobile signore, che si è imposto i nomi bizzarri di Reburro o di Tarrasio od altri simili, è sorpreso da noja, egli chiude gli occhi al sonno, cullato da melodie di flauti oppure dal canto delizioso dei suoi musici; e allorchè si risveglia, l’armonia di organi e di cetre (della grandezza di un cocchio a due ruote), rianima gli spiriti di lui. Se lo prende vaghezza di gire al teatro, sono pronte a rallegrare i suoi sensi tremila cantatrici ed altrettante ballerine che rappresentano le favole antiche, facendo mostra di tutte le grazie e delle pose più voluttuose del loro corpo. Al teatro oppure alle terme egli va colla pompa superba di un pascià facendosi trasportare in lettiga, oppure facendosi trascinare in un cocchio sontuoso. Lo precede uno stuolo di schiavi ordinati in ischiere, innanzi alle quali cammina l’ispettore che tiene la verga: poi vengono i camerieri, indi i cuochi, ed ultima una turba di schiavi e di oziosi plebei dimoranti nel quartiere ove ha stanza il patrizio: chiude finalmente il corteggio una folla di eunuchi d’ogni età, che, al colore terreo ed al contorcimento abituale del volto, mettono schifo. Così Fabunio o Reburro, eccitando la meraviglia di chi lo incontra, attraversa le vie di Roma, s’egli ha talento di girsene alle terme di Caracalla, ov’egli tragge non già perchè il bagno publico offra maggiore splendidezza di quello del suo palazzo, ma perchè il magnifico signore vuole ivi far pompa della sua ricchezza, e farsi baciare il ginocchio e la mano da coloro cui dona il suo favore. E se colà gli viene presentato qualche straniero, egli lo alza al sommo grado di felicità se degna di chiedergli ove prenda il suo bagno, di quali acque medicinali faccia uso, in quale palazzo dimori.

Allorchè poi, dice Ammiano, quegli uomini ragguardevoli di Roma se ne vanno alle loro possessioni, credono di andare a spedizioni simili a quelle di Alessandro Magno e di Cesare; e nel cammino fanno pompa di cacciagioni raccolte da altri, oppure varcano il lago di Averno per girsene a Puteoli ed a Gaeta sopra gondole variopinte, entro le quali hanno riparo dagli ardori del sole. E se una mosca entra sotto i lembi di seta delle cortine dorate, o se il più sottile raggio di sole penetra da una fessura dell’ampio baldacchino, si dolgono del destino che non gli abbia fatti nascere fra i Cimmerî.

Non c’indugiamo a dare altre dipinture della vita corrotta di quei patrizi di Roma, pagani o cristiani. Affine soltanto di dare un’idea delle immense ricchezze dei Grandi romani riferiremo alcune notizie che ne dà Olimpiodoro. A descrivere la magnificenza dei palazzi romani, quello Storico, che ne parlava di veduta, dice ch’essi potevano contenere entro le loro mura tutto ciò che una città di media estensione in sè comprende, un ippodromo, piazze, templi, fontane e terme, per la qual cosa poteva ben dirsi: «Una sola casa è una città, e innumerevoli città la Città entro di sè contiene»[97].

Molte famiglie romane, dietro sua testimonianza, cavavano dai loro possedimenti una rendita annua di quattromila libbre d’oro, senza comprendervi i prodotti in natura che formavano la terza parte di quella somma, se cambiavansi in denaro. Lo Storico narra che Probo, figlio di Alipio, per celebrare la sua elezione a pretore spese milleduecento libbre d’oro soltanto: e l’oratore Simmaco, ch’era un senatore che possedeva mediocre ricchezza, nei tempi anteriori alla caduta della Città consumò duemila libbre d’oro nelle feste date per solennizzare la elezione di suo figlio alla pretura, e Massimo vi spese l’enorme somma di quattromila libbre dando giuochi che durarono sette giorni.

I giuochi del teatro e del circo, e il piacere del bagno erano ancora di sollievo alla miseria della plebe, la quale godeva delle distribuzioni che continuavano ad esserle fatte di pane, di grasce, di olio, di vino[98]. Ammiano cita i nomi dei plebei più famosi della Città al suo tempo, come quelli di Cimessore, di Statario, di Semicupe, di Serapino, di Pordaca e di altri; e dice che loro vita passavano tra il vino ed i dadi, nei bordelli e nelle taverne, e che il Circo massimo era loro tempio, loro dimora, loro curia, luogo cui rivolgevasi ogni loro speranza ed ogni loro desio. E ce li descrive che formano capannelli nelle piazze, e a torme nei crocicchi delle strade disputanti acremente, i vegliardi giurando per loro bianchi capelli che Roma deve perire se nelle prossime corse questo o quel cavallo non guadagna il premio, se la fazione di questo o di quel colore non trionfa. Nel giorno delle corse tanto desiato, allo spuntar del sole s’accalcano con commovimento febbrile alle porte del circo. E la istessa mania li prende per ogni altro spettacolo, si rappresenti il dramma o la pantomima, oppure si dieno cacce o corse di carri. Il genio frenetico di sollazzi, già insito nell’indole dei Romani ed accresciuto nell’ozio, sembrava ora formare una parte essenziale della loro natura; e santo Agostino giungendo le mani deplora, che coloro i quali dal sacco di Roma fuggivano a Cartagine e che nella miseria estrema andavano accattando un pane, accorressero ogni giorno ai teatri per assistere agli spettacoli, e vi formassero partiti che davano origine a contese accanite[99].

Gli ultimi elementi della società pagana di Roma si trovavano in una condizione di corrompimento universale; e d’altro canto il Cristianesimo in questo periodo di decadimento operava con influenza debolissima sul popolo romano, il quale, lasso di vecchiezza e privo di vigore, non poteva accogliere nei costumi antichi di sua vita la scintilla animatrice di quella energia giovanile. La religione di Cristo, il cui codice non avevano già dettato ragioni politiche, nè l’egoismo che regge le costituzioni dell’uomo, aveva eretto a principî morali la libertà e l’eguaglianza nella società, entro il cui seno gli uomini formare dovevano comunione di amore. Queste idee, le quali minacciavano la rovina esiziale allo «Stato», cui facevano guerra come ad un istituto pagano ed aristocratico eretto dal sospetto del despotismo, non poterono però ottenere vittoria sul civismo romano. Il quale si cacciò entro la società cristiana sotto forma di una Chiesa visibile e gerarchica, la quale si eresse di fronte allo Stato pagano. Il despotismo di questo, il suo corrompimento che toglieva speranza di restituirlo in vigoria, la sua decrepitezza avida e schifosa, disgustavano gli uomini, dinanzi ai cui occhi s’alzava la figura della Chiesa, che, splendida e robusta di giovinezza, gli induceva a fuggire la vita civile ed i doveri che quest’ultima imponeva. I Romani, che anticamente avevano mostrata la più grande operosità politica e civile di cui un popolo sia capace, entravano adesso in un’epoca durante la quale dovevano immergersi in un letargo d’indifferenza assoluta per tutto ciò che spettasse alla conservazione ed allo splendore dello Stato: e questa era cagione suprema di rovina a Roma. La filosofia stoica, che un tempo era stata rifugio ai migliori contro gli orrori del despotismo imperiale, eccitava pure il cittadino all’operosità nell’adempimento dei doveri politici, laddove invece la filosofia cristiana lo induceva a rinunciare alla vita publica. Basta soltanto paragonare gl’insegnamenti pratici di Epitteto e di Marco Aurelio con quelli di san Gerolamo e di san Paolino di Nola perchè balzi all’occhio la differenza. Come esemplare della perfezione umana proponevasi l’ebbrezza mistica della vita claustrale, quantunque però anche l’ascetismo ed il monachismo fossero un progredimento grande e necessario per la civiltà interiore dell’umanità. L’uomo cui respingeva un mondo corrotto ed odioso, fuggiva dalla torbida agitazione delle cure publiche; e, chiudendosi entro la cerchia ristretta della propria personalità, cercava quella libertà morale che il Paganesimo romano aveva disconosciuta. Così sottraevasi al corrompimento universale, elevandosi a contemplazioni di natura eterna. Ma il monachismo fu d’altro lato ragione che si perdessero anche le ultime reliquie di virtù civile e politica; e l’ultima virtù di Roma, che spingeva i suoi cittadini a cingere il cilicio, fu causa del suo estremo esizio. Nobili Senatori si chiudevano nei conventi; nepoti e figli di Consoli non arrossivano più di mostrarsi fra i loro pari colla testa rasa e ravvolta entro le lane del cappuccio. «Ai tempi nostri», esclama san Gerolamo, «Roma presenta uno spettacolo non mai veduto dal mondo in tempi anteriori. Altra volta pochi cristiani si contavano tra i sapienti, tra i possenti e tra i patrizî; oggidì invece molti uomini illustri per potenza, per sapienza, per nobiltà di sangue si numerano tra i monaci»[100].

Nella Città di Roma prevaleva ormai in quel tempo con vaste proporzioni il chericato: non si creda però che gli elementi di esso, sparsi tra il popolo, fossero di natura purissima, chè anzi il Cristianesimo aveva trovato in Roma il corrompimento in brevissimo tempo: nè è da stupirne, perocchè il terreno in cui era stato gettato il seme dei suoi insegnamenti fosse guasto, e meno di qualunque altro del mondo atto a produrre buoni frutti.

In molte lettere di san Gerolamo troviamo una descrizione dei costumi di Roma cristiana che è simile ad una satira. È bel riscontro al quadro di Ammiano, nè perciò possiamo ommettere di farvi osservazione. E Ammiano stesso, il quale è scrittore non avverso ai Cristiani, già facevasi amaro censore del lusso e dell’ambizione dei Vescovi romani, in quel celebre passo in cui parla delle lotte sanguinose avvenute tra Damaso ed Ursicino che si disputavano il seggio vescovile di Roma. «Io non nego», dice Ammiano, «allorquando considero lo splendore delle cose mondane, che quegli uomini per ansioso desio di superarsi in potere dovessero combattersi con tutta la rabbia dei partiti; imperocchè, ove raggiungessero il loro scopo, sarebbero sicuri di arricchire coi doni delle matrone, di pompeggiare in cocchi splendidi, di vestire magnificamente, di tenere apparati di mense che sarebbero più sontuose dei conviti principeschi. Eppure beati potrebbero appellarsi, se, sprezzatori del lusso mondano col quale saziano i loro vizî, imitassero la semplice vita di alcuni buoni preti delle campagne. La temperanza nel cibo, la modestia nel vestimento, l’umiltà dello sguardo costringono il vero adoratore dell’eterno Iddio a venerarli quali uomini puri e santi»[101].