Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 11

Chapter 113,698 wordsPublic domain

San Gerolamo che nei tempi suoi primi era stato secretario del vescovo Damaso, narra di avvenimenti dei quali era stato testimonio oculare, e descrive la vita dei preti e dei laici cristiani, degli uomini e delle donne, e singolarmente delle donne che in ogni tempo sono maestre di costume. Egli dipinge l’ipocrisia della pinzocchera, l’astuzia del monaco che va a caccia di eredità, l’orgoglio delle monache, la stolta superbia dei frati, il libertinaggio dei diaconi che fanno pompa del Cristianesimo con aristocrazia romana.

Egli c’introduce nelle case di una matrona, della nipote di Decio o di Massimo. La nobile donna veste gramaglia per la morte dello sposo. Ha le guance coperte di belletto ed è sdrajata sopra un sontuoso lettuccio, tenendo in mano il libro degli Evangeli legato in porpora e carico di fregi dorati[102]. La stanza di lei è piena di parassiti adulatori, che trattengono la nobile dama con narrazioni di pettegolezzi ecclesiastici o mondani, e che le tessono la cronaca degli scandaletti del giorno di laici e di preti. Ella è superba d’intitolarsi patrona dei chierici. I quali accorrevano a visitare la nobile signora e la baciavano in volto, e nella mano largamente stesa (la alzavano senza dubbio per benedirla) ricevevano una pingue elemosina. Eglino la mettevano in saccoccia con una certa ritrosia gentile; laddove invece monaci scalzi e ravvolti in sucida tonaca, ciuffavano avidamente la offerta che loro porgevano dalla soglia i servitori. Ma gli eunuchi di varî colori s’affrettavano a spalancare le porte tostochè scorgevano da lungi il sontuoso cocchio del diacono, che, trascinato da focosi e bei cavalli, capitava a inchinare la dama, splendido sì che lo avreste creduto fratello del Re di Tracia. Il suo abito di seta olezzava di profumi, la sua chioma acconciata con bell’arte aveva costata lunga cura al parrucchiere per arricciarla coi ferri. Le sue dita cariche di gioielli sostenevano con arte di vanitoso zerbino la sua veste per mettere in mostra piedi gentili, calzati di scarpe eleganti di saffiano bianco e lucidissimo. «Chi vede quest’uomo», dice Gerolamo, «lo crede un fidanzato piuttosto che un prete». E noi aggiungiamo: chi oggi lo vedesse crederebbe ch’ei fosse uno dei profumati Don Giovanni di Roma moderna. Tutta la Città lo conosce sotto il nome di «cocchiere della Città», e i monelli gli gridano dietro le spalle: Pippizo e Geranopepa[103]. Lo incontri dappertutto e in nessun luogo: nulla accade ch’ei non sappia; nè v’ha aneddoto in Città ch’ei non iscaturisca e che non divulghi colle frange. In breve: fu scopo di sua vita essere prete per aver libera entrata presso belle donne. In breve: è tenore di sua vita alzarsi la mattina e pensare a chi farà visita, e tosto dopo mettersi in viaggio. S’egli trova in una casa qualche cosa che gli piaccia, sia un bel drappo, oppure un cuscino, o uno splendido arredo, lo loda tanto finchè la signora ne lo presenta, perchè a tutte le donne mette a paura la linguaccia atroce del «cocchiere della Città».

Se la nobile dama voleva fare qualche buona opera di cristiana carità, la compieva con pompa romorosa. A somiglianza di Fabunio o di Reburro cugino di lei (già si vede che è lo stesso esemplare dell’aristocrazia romana descritto da Ammiano e coperto soltanto di manto cristiano), ella va alla basilica di san Pietro in lettiga, seguita da un codazzo di eunuchi. Ivi per fare mostra della sua pietà, ella dispensa di propria mano offerte ai poverelli, e celebra quei banchetti d’amore detti Agapi, che essa fa annunciare publicamente per mezzo di un banditore.

Quelle due figure bastano a dare la idea precisa di ciò che fosse il loro ceto. Gli antichissimi abusi che esistevano nella Chiesa conosciamo da mille passi che leggiamo nelle opere dei Padri della Chiesa. Nella gerarchia ecclesiastica s’era ficcata l’orgogliosa boria dell’aristocrazia romana, e l’eguaglianza democratica dei preti s’era ridotta una fola. L’indole dei Romani non era mutata dall’antica, imperocchè il battesimo non trasformasse lo spirito del tempo: la società cristiana di Roma aveva comuni colla società pagana tutti gli elementi vitali della cultura, del gusto, dei bisogni publici. La moltitudine non comprese in nessun tempo gl’insegnamenti di Cristo; e se alcuni Romani, quali Pammachio, Marcella e Paola, rifuggendo dalla vita mondana corrotta abbracciavano una vita monacale virtuosa, erano d’altra banda migliaja di persone che avevano scambiato Apollo per Cristo, solo per ottenerne vantaggi esteriori, oppure per andazzo di moda, o per solletico di curiosità. Tutti i vizî s’univano nell’ordine numeroso dei preti orgogliosi; e di rincontro al voto monacale di castità trionfava il più licenzioso libertinaggio.

San Gerolamo narra di un caso di matrimonio avvenuto tra due Romani che sembra quasi incredibile, e che dipinge le condizioni morali di quell’epoca meglio che nol facciano narrazioni di grossi volumi. «Parecchi anni or sono», egli dice, «quand’io era secretario del vescovo romano Damaso, mi venne fatto di vedere nel ceto plebeo una coppia la meglio appaiata che dar si possa: l’uomo aveva già messe in sepoltura venti mogli, e la donna aveva già avuti ventidue mariti, e finalmente s’erano congiunti in quel matrimonio, ch’essi stessi credevano che sarebbe stato il loro ultimo. L’aspettazione di tutti, degli uomini e delle donne era rivolta a vedere quale dei due, dopo tanti trofei, cadrebbe il primo nel sepolcro. La vittoria fu dell’uomo, il quale, in mezzo a una immensa tratta di gente, camminava innanzi la bara di quella moglie valorosa, altiero, coronata la testa ed agitando in mano una palma, fra le grida del popolo che di tratto in tratto sclamava, meritare egli l’onore di un premio[104].» Terribile è il fatto di quella beffa publica scagliata contro il matrimonio; eppure quel connubio non era tanto pernicioso al buon costume, quanto le parentele spirituali, sotto il manto delle quali matrone cristiane stringevano turpi amicizie coi loro figli d’adozione, oppure quanto le relazioni che si formavano in quelle riunioni di spirituale fratellanza dei così detti _Agapeti_ e _Synisacti_, e il commercio serafico di frati e di monache che vivevano in comunione d’anima e di corpo, e dividevano insieme la mensa ed il letto.

Queste descrizioni della società di quel tempo ci sono fornite dagli scritti di un illustre Padre della Chiesa[105]: affinchè poi il leggitore di coscienza timorata accheti l’animo, noi lo assicuriamo che di rincontro a quelle descrizioni mestissime di turpitudini, quegli stessi Padri della Chiesa presentano alcuni quadri di onesto vivere che rallegrano l’animo.

Di somma importanza riuscirebbero notizie statistiche della popolazione di Roma al tempo in cui Alarico assediava la Città: manca però affatto ogni elemento alle nostre investigazioni. La _Notitia_ numera, in tutte le quattordici Regioni di Roma, circa 46602 _insulae_ o case, e 1797 palazzi[106]. Noi possiamo perciò determinare che Roma comprendesse verso a 45000 case, e più di 1700 palazzi. Ma la popolazione di lei, dopo la divisione dell’Impero e durante l’impoverimento sempre crescente della Città e delle province, deve essere considerevolmente diminuita, e difficilmente essa avrà superato il numero di 300,000 abitanti: forse anzi quella cifra è superiore di troppo alla effettiva popolazione di Roma in quel tempo[107].

CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Alarico prende Roma il giorno 24 di Agosto 410. — Saccheggio della Città. — Una vittoria del Cristianesimo. — Mitezza d’animo dei Goti. — Alarico dopo tre giorni lascia Roma.

I Goti cinsero la Città ponendo campo di fronte a tutte le porte, come già avevano fatto nel primo assedio. Alarico volgeva tutta la sua operosità contro porta Salara prossima a monte Pincio, dinanzi a cui, forse perchè le mura erano colà più deboli, aveva fin dall’incominciamento dell’assedio eretta la sua tenda. Non giunse fino a noi chiara ricordanza nè dei meschini mezzi di difesa usati dai Romani, nè della durata dell’assedio. Sembra però che Alarico non movesse all’assalto, ma che l’esito della sua impresa tranquillamente attendesse dall’alleanza degli Ariani e dei Pagani della Città coi quali teneva segreti accordi, e dall’alleanza più terribile della fame che desolava di nuovo la misera Roma, quantunque una grande moltitudine di schiavi fossero fuggiti ai Goti. Egli poteva finalmente penetrare di soppiatto entro le mura; e già cento anni dopo, s’era cancellata dalla memoria degli uomini la ricordanza del modo con cui egli aveva preso Roma, di maniera che lo Storico greco Procopio ne spacciava le più inverosimili fole. Egli narra che Alarico, quasi fosse stanco del lungo assedio, facesse mostra di levare il suo campo, ed ai Senatori spedisse trecento ragguardevoli giovani Goti quali donzelli, pregando che li ricevessero come pegno di quella venerazione, che in lui non verrebbe mai meno, per la loro virtù e per la loro fedeltà all’Imperatore. E racconta che a quei giovani segretamente commettesse, che nel pomeriggio d’un determinato giorno si scagliassero contro le schiere che stavano a guardia di porta Salara, e di quella s’impadronissero; e afferma che anche avvenisse[108]. Nel tempo stesso poi scrive Procopio di un’altra versione che correva intorno la presa di Roma: secondo la quale, la nobile Proba (vedova dello illustre Petronio Probo) tocca di dolore alla miseria estrema delle plebi, che la fame cominciava a tramutare in cannibali, avrebbe fatto cessare il flagello, mettendo entro le porte i Goti: ma non è che una favola la quale i Cristiani avranno forse appresa in Africa.

Neppure l’anno della presa di Roma conosciamo con esattezza, imperocchè gli Storici ondeggino tra il 409 ed il 410. La notizia ne andò perduta fra le rovine dello Impero. Da una cronica compilata in tempi meno remoti è determinato fermamente che i Goti entrassero in Roma il giorno 24 di Agosto dell’anno 410, e noi pure abbiamo argomento di accogliere con certezza quell’anno 410[109].

Era notte allorquando i Goti penetrarono per porta Salara[110]. Appena i primi drappelli s’erano messi dentro la Città, che tosto appiccavano fuoco alle case vicine alla porta. L’incendio con rapidità diffondendosi lungo quelle vie strette e immonde[111], giungeva a cogliere le prime fabbriche dei palazzi Sallustiani che in quelle vicinanze s’elevavano. Le belle case dello Storico della guerra Giugurtina e della congiura di Catilina, nelle quali nei tempi andati era morto l’imperatore Nerva, furono la prima fiaccola che illuminò il sacco di Roma. La caduta di Cartagine e di Siracusa era stata una fine degna della vita di quelle città valorose. La loro eroica virtù commuove ad ammirazione, e il dolore nell’animo s’accheta allorchè si pensi ai sentimenti generosi ed alle grandi opere la cui ricordanza sopravvive alle genti cadute. Ma Roma la grande, che cade a quel modo sotto il ferro di Alarico, eccita nell’animo un senso di disgusto al pensiero che tanta viltà allignasse in quel popolo, che altre fiate era stato il più valoroso della terra. Non ci conforta il ricordo di una resistenza generosa: Roma non vide in quel dì che fuga, strage, saccheggio, tumulto spaventevole: spettacolo che a nessun testimone oculare bastò l’animo di descrivere.

Colla celerità con cui il turbine si rovescia, i Barbari si spinsero in tutti i quartieri di Roma cacciando dinanzi di sè torme di cittadini fuggenti e imploranti mercè ad alte grida, e facendone massacro. E poi si lanciarono a dare il saccheggio all’immensa Città. Agitati da istinto di depredare, scorrevano di palazzo in palazzo, irrompevano nelle terme, nelle chiese, nei templi: tutto rovesciavano in cerca di oro, e, strappato quanto ne trovavano, ne rapivano Roma in meno che si dica, e con l’ansia del ladro, caricati di bottino cavalli e carri, lo traevano fuori della Città. L’Unno ebbro del vino bevuto nelle case saccheggiate, non era tenuto in rispetto dalla bellezza artistica che i maestri alessandrini avevano profuso nelle suppellettili e nelle minuterie che ornavano le stanze riposte delle matrone romane; nè comprendeva a che servissero tanti capolavori inestimabili che, tramandati in retaggio nelle famiglie, rimontavano forse ai tempi dello splendore di Grecia; ed ignorava il valore di tanti oggetti preziosi, che gli avi dei vinti avevano rubato con simile rabbia di depredazione nella remota Palmira, in Assiria ed in Persia. I Barbari s’impadronivano di quei tesori dopo di avere ucciso il molle Fabunio e l’imbelle Reburro tremanti di paura, o dopo di aver soffocato nei loro abbracciamenti brutali la signora del palazzo. Molti Romani avevano senza dubbio nascoste durante l’assedio le loro ricchezze: per la qual cosa nei tempi posteriori narravansi in Roma molte leggende di tesori occulti. Ma la maggior parte, o per paura della morte, o denunciati dai loro schiavi fuggiti, o sottoposti a tormenti, avevano abbandonate le loro ricchezze agli invasori[112]. In nessuna altra città del mondo l’oste barbarica avrebbe potuto raccogliere più ricco bottino. Nè alcuno, dice Olimpiodoro che viveva in quel tempo[113], può imaginare quanto grande, quanto smisurato, oltre ogni credenza, esso fosse: e quattro anni dopo il sacco di Roma, Placidia doveva tingere la fronte di rossore, allorquando cinquanta giovinetti goti vestiti di tonache di seta, le porsero sorridendo, quale presente delle nozze di lei con Ataulfo, cento coppe ricolme di minuterie d’oro e di giojelli, che tutti, senza eccezione, i Goti avevano raccolti nel saccheggio della patria di lei.

Alarico aveva conceduta ampia licenza di depredare alla sua soldatesca, ma aveva imposto che si risparmiassero le vite degli abitanti, ed aveva comandato che le chiese, e sopra tutte le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo, si rispettassero, quali asili in cui i cittadini fuggenti, di qualunque ceto e di qualunque origine, non dovevano essere molestati[114]. Obbedirono i Goti per quanto lo concedeva la loro cieca rabbia di preda. Irrompevano nelle case in cerca di oro; e i vestimenti poverili degli abitatori tremebondi ad ira li muovevano, reputandoli una maschera sotto cui si occultasse la ricchezza. San Gerolamo narra con dolore che Marcella, pia amica di lui, fu aspramente battuta: ella era nella sua casa situata sull’Aventino, allorquando una turba feroce di Barbari vi irruppe. Quella donna, che fu la prima monaca di Roma che nascesse di nobile stirpe, mostrò loro l’umile suo vestimento di penitenza, e caduta sotto le percosse di quei furibondi ne abbracciò le ginocchia supplicando che rispettassero la virtù della sua allieva Principia. Si commossero i duri petti di quei guerrieri, e rispettosi condussero a salvamento le due pie donne nell’asilo di san Paolo[115]. Ma alcuni di quei Barbari, pagani o ariani fanatici, non ebbero rispetto neppure ai chiostri di donne, chè con loro violenza feroce fecero onta alle sciagurate monache ed a stento soffrirono freno a non depredare gli arredi sacri delle chiese cattoliche. Ed anzi uno Storico ecclesiastico afferma, che se avessero avuto contezza dei tesori del san Pietro, vi avrebbero senza dubbio dato saccheggio[116]. Il vescovo Innocenzo, che allora era a Ravenna, aveva lasciato carico al Principe degli Apostoli della difesa delle sue basiliche: e ciò che era opera del nobile animo di Alarico e della venerazione di lui per la religione di Cristo, non dubitava di definire dal suo asilo remoto e sicuro, essere stato manifestamente miracolo dei Martiri.

In mezzo a quegli avvenimenti di orrore tanto più splendido appare un atto di umanità straordinaria, alla ricordanza del quale gli Storici, sia per il singolare contrasto che offre con quegli spettacoli di sangue, sia per sentimento di religione, si dilungano più che nella descrizione del saccheggio di Roma. Un Goto penetrava nella casa di una pia donzella, che sola, senza difesa, tremante, stava a guardia di un grande cumulo di magnifici arredi sacri. Già egli stava per iscagliarsi su quel ricco bottino, ma lo rattennero le parole che quella pia gli volse con maestosa calma: facesse ei pure ciò che più gli talentasse: di quei tesori il padrone era l’apostolo Pietro, ed il Santo saprebbe cogliere il profanatore. Ne fu talmente scosso il Barbaro che avrebbe voluto piuttosto porre la mano su un ardente braciere che su quegli ori: egli si ritrasse e corse a re Alarico, e narratogli quanto gli era occorso, n’ebbe comando di trasportare i tesori sacri dell’Apostolo al san Pietro, e di accompagnarvi la loro pia custode con buona guardia. Quella schiera di predoni feroci procedeva per le vie verso la basilica, trasportando con senso di devozione i calici, le patene, le lampade, le croci su cui scintillavano smeraldi e giacinti: e tutto a un tratto mutavasi in una processione solenne. Cristiani fuggenti, donne sul cui volto era il pallore della paura, traenti a mano i loro fanciulletti, vecchi imbelli, e uomini tremanti, e pagani atterriti, andavano frammisti ai Barbari dalle armi e dalle vestimenta sozze di sangue, e sulle cui oscure facce leggevasi una lotta ardente tra la passione bestiale di depredare e il sentimento religioso. Tutti muovevano insieme al san Pietro lungo le vie di Roma piene di tumulto, ed interrompevano l’orrendo strepito del saccheggio colle note lunghe, solenni, maestose di un inno sacro, presentando un quadro che all’inspirato pennello di Raffaello sarebbe stato tema più bello, che quello del suo affresco dell’incendio di Borgo[117].

Quell’avvenimento celebrarono i Padri della Chiesa quale vittoria che la Religione cristiana aveva ottenuto in Roma funestata dalle stragi; nè quello fu il solo esempio della mitezza dei Barbari. I Goti, inacerbiti contro i Romani che gli abborrivano per la loro eresia ariana, incrudivano contro la Città; e inaspriti per la ricordanza delle antiche sconfitte delle quali volevano vendicare l’onta, davano libero corso alla loro rabbia contro quel popolo miserabile che sprezzavano. Migliaja di uomini perirono in Roma e fuori delle mura sotto il loro ferro e sotto la spada degli Unni, degli Scirri, degli Alani seguaci del Paganesimo, e delle turbe sfrenate degli schiavi liberati, di maniera che santo Agostino deplorava che mancassero braccia a dar sepoltura ai cadaveri[118]. Tuttavolta i Romani erano tanto caduti di animo, che, attendendo una distruzione universale simile a quella che aveva colpito Gerusalemme e Ninive, ebbero argomento a lodare la mitezza del nemico. Ed alcuni di quegli Storici stessi che deplorano tanto sangue versato in quella strage, narrano pure con gioja che dell’ordine senatorio pochi furono gli uccisi; ed a mitigare l’orrore del quadro ricordano che la Città era stata condotta a condizione di gran lunga peggiore, allorquando cadde sotto i Galli feroci, condotti da Brenno[119].

La sorprendente brevità di tempo, che Alarico aveva conceduta al furore dei suoi, diminuì anche gli orrori di quel sacco, facendo sì che le soldatesche profittassero del termine loro conceduto unicamente a raccogliere bottino. Alarico era forse commosso da venerazione per la grandezza di quella sacra Roma, la quale, se un dì aveva scosso di tanta ammirazione l’animo del persiano Ormisda, più potente mille volte ora doveva scuotere la grande anima sua. Al mirare quella capitale del mondo che giacevagli prostesa ai piedi avvilita, al pensare che dall’alto delle sue colonne le severe figure di tanti eroi antichi, di cui conosceva in parte le geste ed i nomi, stavano guardandolo, Alarico sarà stato preso da una specie di terrore, ed avrà certamente pensato a Stilicone, vivente il quale non avrebbe mai tocco il suolo di Roma. Alarico non poteva trattenersi più a lungo nella Città donde non gli era possibile di trarre sussidî, e che non gli offriva un accampamento sicuro. L’Impero romano non era ancora ridotto a tale grado di disfacimento che gli fosse dato di farsi gridare Re d’Italia; e la presa di Roma, quantunque fosse un primo grado per giungere a quell’altezza, e benchè di quel grande avvenimento non potessero prevedersi le conseguenze, aveva soltanto le sembianze di una scorreria barbarica non avente altra mira che di porre a ruba il paese. Conoscendo giustamente che gli era impossibile di sostenersi in quella condizione, e preso quasi da terrore panico che la grandezza della sua stessa vittoria inspirava nel suo animo, Alarico dopo tre giorni abbandonò la Città saccheggiata, e mosse per la Campania traendosi dietro una grande moltitudine di prigioni, e conducendo con sè la stessa Placidia, sorella di Onorio, cui egli tributava onore conveniente all’altezza dei suoi natali[120].

§ 2.

I Goti non distrussero i monumenti della Città. — Opinioni degli Scrittori su questo argomento.

Dopochè i Goti furono partiti della Città, quantunque non esercito nemico li cacciasse, nè paura li prendesse di oste che s’avvicinasse, i Romani ebbero agio di considerare la gravezza della loro miseria. L’avvenimento terribile del saccheggio fu accompagnato da una serie di circostanze tali, che non è facile trovare il somigliante negli annali delle altre città del mondo. Quell’avvenimento non lasciava dietro di sè, nè l’occupazione militare del conquistatore, nè alcuno di quei mutamenti politici che sogliono in simili casi avvenire; ma se la Città non vedeva più la faccia del nemico entro le sue mura, vedeva però tutte le tracce spaventose del nemico; e sembrava che non gli uomini l’avessero funestata col flagello della guerra, ma che piuttosto un cataclisma tremendo di natura repentinamente l’avesse colpita e devastata. Possiamo ben di leggieri immaginare quale orrore dovesse presentare l’aspetto di Roma nel giorno in cui i Goti ne uscirono: e non vi fu Storico che abbia avuta la forza di darne la descrizione, nessuno fu che desse ragguaglio particolare delle rovine che i Goti lasciarono dietro di sè. Ma qui si presenta una ricerca sull’estensione di quel danneggiamento, ed è quesito di non lieve importanza, imperocchè la storia dei ruderi di Roma, che in parte è nostro tema, incominci veramente da quel saccheggio dell’anno 410, il quale è avvenimento che determina un’epoca, sebbene già il disfacimento abbia principiato al tempo di Costantino.

Il sentimento di odio nazionale indusse per lunga pezza gl’Italiani a cercar di vendicare sulla memoria dei Goti la caduta di Roma che l’imperatore Onorio aveva sì vilmente abbandonata in loro balia, e che i Romani con somma vergogna non avevano saputo difendere. Le loro voci scagliarono contro il nome dei Goti l’onta eterna che i più bei monumenti dell’antichità abbiano distrutti. Ma studî più profondi, e di Italiani stessi, imposero silenzio a quelle voci: che se alcuna ben rada s’innalza, è prova soltanto di crassa ignoranza. Lo Storico può oggimai risparmiarsi la briga di dimostrare che la è pur folle cosa e ridicola di pingere sempre alla propria fantasia Goti, Vandali e quali altri Germani, che con rabbia strana e come per istinto, si scagliano contro i templi e contro le statue: quasi che nel breve tempo in cui tennero Roma, invece di mettere a ruba la Città, si fossero aggirati per le vie col martello alla mano abbattendo le statue, e con leve nei teatri fossero penetrati per l’unico scopo di provare le loro forze nell’inutile fatica di spezzarne i marmi.