Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 9
Dopo il trionfo di Diocleziano e di Massimiano dell’anno 303, la Città non era mai stata animata da tanta gioja di feste. In quel tempo antico, Roma, orgogliosa di sua signoria universale, aveva festeggiato le vittorie riportate sui popoli di regioni remote, di Persia, d’Africa, di Bretagna e di Germania: ora invece, con minore alterezza ma con gioja più grande, celebrava la sua liberazione dal pericolo sovrastante della invasione nemica. Il poeta Claudiano ha una bella descrizione del viaggio di Onorio, della sua entrata in città e delle festività che furono date a sua onoranza[82]. La cadente Roma aveva l’apparenza di una fidanzata che si abbiglia per correre incontro allo sposo cui attende da gran tempo: ma la fidanzata era antica d’anni e lo sposo era un uomo imbelle.
Passava Onorio dal ponte Milvio e muoveva lentamente sotto gli archi di trionfo eretti per la sua venuta. Sedeva sul carro trionfale, ed aveva al suo fianco Stilicone suocero suo, ch’era ad un tempo ministro ed eroico guerriero. Il popolo effeminato applaudiva a un capitano che ben meritava l’alto onore di entrare trionfante in quella Città che Mario, Cesare e Trajano avevano ornata delle spoglie di tanti popoli vinti. Tutto il territorio che si stende dal ponte Milvio sino al Campidoglio ed al Palatino era gremito di popolo. Persino sui tetti delle case affollavasi gente d’ogni sesso e di ogni età, la quale con gioja fervidissima mirava il corteo ed acclamava ora al giovine Augusto ed ora al pro’ guerriero, e con plauso infantile accennava alle schiere che seguivano l’Imperatore. La milizia era per la maggior parte formata di Barbari; ed i vessilli che s’agitavano al vento, gli arnesi guerreschi di acciaio, i cimieri scintillanti e ornati di penne di pavone, i manti su cui erano profusi ricami d’oro, ed i cavalli coperti di ferrea maglia eccitavano la meraviglia della moltitudine. Le corporazioni della Città s’erano raccolte per ricevere l’Imperatore, il quale non permise che il Senato precedesse a piedi il suo carro in atto servile, come era consuetudine. Non pochi Senatori erano ancora ostinati seguaci del Paganesimo; e ben di leggieri possiamo imaginare con quanta tristezza rimembrassero il tempo passato in cui gl’Imperatori muovevano al Campidoglio lungo la via trionfale, e con quale rabbia mirassero il clero che, col vescovo Innocenzo alla testa, s’era recato al ponte Milvio ad incontrarvi l’Imperatore.
Onorio mosse al palazzo dei Cesari, ove pose dimora; e gli stuoli degli eunuchi di vario colore e le turbe di officiali della casa imperiale empirono nuovamente di moto le marmoree sale del Palazzo già rimaste deserte e mute. Imperocchè da cento anni il Palazzo fosse abbandonato, e due sole volte durante questo periodo avesse servito di albergo agl’Imperatori, venuti della loro sede a visitare Roma. Costantino il grande avevalo rapito dei suoi ornamenti preziosi ch’egli aveva trasportato a Bisanzio, laonde quell’immenso Palazzo sembrava una magione signorile, di cui, morti gli abitatori, comincia a decadere lo splendore. «Ma ora,» diceva con esagerata adulazione il poeta Claudiano, «il patrio palazzo dei Cesari riacquistò sua pompa antica; il monte Palatino sali ancora nell’onore d’un tempo; e, lieto che il Nume vi abbia posto novellamente sua dimora, ai popoli che imploravano prostrati, rese oracoli più sapienti di quelli che un giorno parlava la divinità di Delfo; e intorno alle statue rinverdirono i lauri rinnovellati di fronde novelle».
Durante il suo soggiorno in Roma nell’anno 404, Onorio diede al popolo romano nel Circo massimo splendidi spettacoli di corse di carri, di cacce di animali, di danze pirriche, che Claudiano descrisse con suoi versi.
I Pagani però furono delusi nella loro aspettazione di vedere restituiti i giuochi secolari nella loro forma antica: ed anzi ebbero il dolore di veder soppressi i combattimenti di gladiatori. Questi antichissimi e brutali spettacoli di sangue aveva già condannato Costantino con suo Editto dell’anno 325, ma non aveva potuto che imporre alcuni limiti a quella costumanza; imperocchè sotto i succeditori di lui fossero sempre dati di quei ludi cruenti[83]. Secondo la testimonianza d’un antico Padre della Chiesa, riuscì soltanto ad un monaco di ottenere col sacrificio di sè stesso che, se pure non se ne togliesse il barbaro gusto dall’animo dei Romani, quei giuochi fossero almeno aboliti per sempre. Fu un Telemaco il quale lanciossi nell’arena dell’anfiteatro in mezzo dei gladiatori che ferocemente stringevansi nel bollor della lotta: animato da nobile fanatismo tentò di separarli e di impedire la pugna, ma pagò la pena del suo tentativo colla vita, chè i Romani irritati a colpi di pietra uccisero lo sciagurato. Ma il pio Onorio pacificò l’anima di quel defunto, ordinando che si venerasse tra i santi Martiri, e vietando per sempre i giuochi di gladiatori. La leggenda è bella e meriterebbe di essere vera, imperocchè, di tutti i giuochi antichi ai quali il Cristianesimo impose un fine, nessuno sia la cui abolizione torni a maggior onore della umanità. Mancano tuttavolta notizie certe del tempo in cui cessarono del tutto quei giuochi; ciò solo sappiamo, che la lotta e i combattimenti d’uomini contro le belve continuavano ancora ai tempi di Teodorico re dei Goti, il quale, benchè gli avesse ad orrore, non fu potente ad abolirli: per la qual cosa ancora a quei tempi deve aver suonato gradevolmente all’orecchio dei meschini Romani il ruggito dei leoni e l’urlo delle tigri nell’anfiteatro di Tito[84].
Ma il soggiorno di Roma ad Onorio non riusciva gradito. La muta pompa della Città gli era di noja; la grandezza dei monumenti di lei opprimeva la sua anima gretta e meschina, e gli pesava l’influenza che esercitava il Vescovo di Roma troppo vicino. E già, verso la fine dell’anno 404, il terrore che lo prese alla notizia dell’appressarsi di una nuova orda di Barbari, lo costrinse a partirsi e a ricoverarsi a Ravenna, che sorge tra paludi, bello e forte arnese di guerra. Grave corruccio si impossessava dell’animo dei Romani alla sua partita, e bentosto, com’ebbero saputo del nemico irrompente, si mutava in terrore febbrile e ancor più grande di quello che in essi si fosse destato all’avvicinarsi del terribile Alarico. In sull’incominciamento dell’anno 405 un torrente di Barbari si riversava dalle Alpi, ed erano orde di Celti e di Germani in numero maggiore di 200,000 condotte da Radagaiso che le traeva dietro ai suoi passi colla speranza del ricco bottino dei palazzi dorati di Roma. Mentre que’ Barbari desolavano i fiorenti paesi d’Italia superiore, Onorio tremante si nascondeva in Ravenna, ed i patrizî romani intimoriti all’annunzio che i Barbari erano già sopra Firenze, s’apparecchiavano alla fuga. Ma Stilicone ivi sorprendeva il nemico, e lo sconfiggeva completamente e in tempo tanto breve, da potersene fare il paragone con uno sciame di locuste, che un turbine improvviso travolge e caccia nel mare.
Per la seconda volta Stilicone salvava l’Impero occidentale; e i Romani riconoscenti gli erigevano appiè del Campidoglio una statua di bronzo e di argento; nè mai alcun capitano aveva avuto maggior diritto a un tale onore. Agl’imperatori Arcadio, Onorio e Teodosio alzavano un arco trionfale di brutta forma, l’ultimo che Roma vedesse sorgere[85]. E quella statua era l’estrema dimostrazione di onoranza cui Stilicone doveva ricevere nel corso di sua vita gloriosa; chè già nell’Agosto del 408 egli cadeva vittima degli intrighi di corte e dei suoi propri maneggi con Alarico re dei Visigoti, intorno alla natura dei quali la Storia non ci dà che cenni dubbiosi. Alarico, sceso di illustre lignaggio, era stato acclamato re dall’irrequieto suo popolo poco prima della morte di Teodosio. Egli si spingeva poco a poco in tutte le province orientali dell’Impero al di sotto del Danubio, portandovi guasto e distruzione; e penetrava fino nell’Ellade e nel Peloponneso; e la bella e sventurata Grecia tramutava in deserto squallido. Sorpreso da Stilicone negli angusti passi d’Arcadia, poco mancò che non vi fosse distrutto, ma il suo genio militare lo trasse del pericolo. Poco dopo, la cabala dei nemici di Stilicone, potenti alla corte di Bisanzio, fecero che questa lo richiedesse di alleanza e lo creasse generale delle province d’Illiria. Finalmente egli guidava il suo popolo contro Italia, ma, disfatto negli anni 402 e 403 presso Pollenza e presso Verona, era ricacciato sulle sponde del Danubio. Stilicone con secreti maneggi e con promesse aveva saputo staccarlo dalla alleanza coll’Impero orientale e indurlo a entrare negli stipendî di Roma. Il trattato era già stato conchiuso; e mentre sembrava intento a preparativi di guerra in Illiria, che Stilicone voleva togliere all’impero d’Oriente, egli entrò di repente in Italia. E fermatosi in Emona, richiese alteramente Onorio che gli desse una remunerazione, e che lo indennizzasse di quanto aveva perduto desistendo dalla guerra d’Epiro. L’Imperatore era allora tornato a Roma, e Stilicone vi accorse in fretta di Ravenna, per poter interporsi colla propria influenza in quel difficile negozio. Il Senato, ch’egli aveva restituito ancora in qualche autorità[86], forse per farne un valido sostegno a sè ed ai suoi disegni, fu congregato nel Palazzo. Ad esso il generale fece aperte le pretese del nemico, ed espose ragioni per cui egli reputava che si dovessero accogliere: però soltanto dopo molti sforzi egli potè ottenere che i venerandi Padri dessero ad Alarico la somma di quattromila libbre d’oro. Ma Lampadio, l’uomo più illustre di quelli che sedevano in senato, s’alzò; ed in nome delle anime dei Grandi di Roma antica, che avrebbero velata la fronte per vergogna udendo quella deliberazione, esclamò con ira generosa: «Non è pace questa, bensì pattuizione di servitù!»[87] Appena ebbe detto, che, sbigottito del suo ardire, corse nella chiesa cristiana più vicina a cercarvi asilo. Fu scintilla che infiammava il sentimento patrio dei Romani; ed i nemici di Stilicone ne trassero giovamento ai loro mali pensieri. Si alzarono alte grida di tradimento; al debole Imperatore si fè credere che Stilicone congiurasse con Alarico, suo alleato secreto, per gettarlo del trono, e che meditasse di disfarsi di lui per cingere la corona egli stesso o per darla al proprio suo figlio. La perdita del grand’uomo fu giurata. Gli avvenimenti succeduti durante il viaggio di Onorio al campo di Pavia, e che presentano uno spettacolo simile alle condizioni dei paesi di Persia o d’India, oltrepassiamo qui in silenzio, e solo arrestiamo con cordoglio lo sguardo nostro sull’ultimo eroe di Roma, il quale, fuggendo in cerca d’un asilo, abbraccia l’altare di una chiesa di Ravenna donde è fellonescamente strappato, e che, calmo ed altiero, offre il suo collo alla scure del carnefice.
Ritorniamo alla città di Roma. Nello stesso anno 408, dopo la uccisione di Stilicone, funestolla un terremoto di sette giorni[88]. La notizia della morte dell’eroe fu accolta da alcuni coll’attonitaggine dello stupore, da altri con letizia. I Pagani odiavano in lui il Cristiano che aveva fatto ardere i libri sibillini, ed i Cristiani scagliavano contro di lui e contro del figlio suo Eucherio la accusa di propensione all’idolatria[89]. Le statue di Stilicone furono abbattute, e mentre i Romani miravano il teschio sanguinoso del giovane Eucherio, loro mostrato dagli eunuchi, scuoteva i loro petti un senso di angoscia ch’era presagio di loro tristi destini.
§ 2.
Alarico s’avanza contro Roma nell’anno 408. — Suo demone. — Presentimento della caduta di Roma. — Primo assedio. — Ambasceria dei Romani. — Paganesimo tusco in Roma. — I Romani ricomprano la loro liberazione dall’assedio.
Alla notizia della fine ignominiosa del suo antico emulo ch’egli sperava amicarsi per dividere seco lui l’impero del mondo, Alarico fu commosso di nobile dolore nel tempo stesso in cui s’allietava di un avvenimento che, mettendo in aperto la debole mente di Onorio e la viltà dei consiglieri di lui, poneva Roma in sua balìa. Ed egli scese a vendetta e a conquista. Di quell’uomo straordinario narrasi che la voce di un Genio incessantemente gli parlasse all’orecchio comando di muovere su Roma. E raccontasi di un monaco che, angosciato delle sorti della Città, si presentasse ad Alarico e lo scongiurasse a desistere dall’impresa orrenda, a cui il Re rispondesse: non è mia volontà che mi guida, ma havvi alcuno, che sempre mi cruccia, e mi caccia, e mi grida: «Innanzi! innanzi! distruggi Roma!»[90] San Gerolamo, santo Agostino ed il cardinale Baronio spiegano la natura del Genio di Alarico per un impulso della Divinità, la quale voleva colpire di sua vendetta Roma degenere, nella pienezza delle sue colpe. E già può vedersi che l’animo del Re goto era dominato da una di quelle tendenze irresistibili e quasi fatali, che spingono l’uomo a cercare impresa infinita. Imperocchè il pensiero di vincere Roma apparisse alla mente umana come qualche cosa d’infinito e quasi trascendente le forze dell’uomo, e l’idea orgogliosa di porre il giogo alla capitale del mondo, dovesse esercitare un’attrattiva irresistibile sullo spirito di un Barbaro. Ed Alarico dalla conquista di Roma poteva sperare solo di porre in maggior disordine le condizioni politiche d’Italia, non già di potersi mantenere nella sua signoria; perocchè egli, il potente dell’oggi, fosse senza alleati, nè lo favorissero quelle opportunità politiche che altra volta erano state di giovamento ad Annibale ed a Pirro.
E già da cento anni s’addensavano su Roma quelle oscure nubi ch’erano nuncio di sua rovina. La Città era il monumento di ogni cultura, di ogni civiltà, il palladio della umanità. Quantunque poco a poco con guerre ardite di cui non ha altri esempî la Storia, avesse reso soggette le nazioni di mezzo mondo, e ne avesse distrutta l’independenza, Roma non ne aveva eccitato l’odio; chè anzi era venerata quale centro sacro della terra. I soli Cristiani potevano avere Roma in abborrimento, come quella ch’era stata sede al culto degl’idoli; e già quei libri sibillini ch’erano stati composti in Alessandria al tempo degli Antonini, avevano predetto che la Città sarebbe distrutta dopo la venuta dell’Anticristo, ch’era da attendersi fra non molto tempo, e che dipingevasi nella figura del matricida Nerone il quale farebbe ritorno dallo estremo confine della terra. Le orde di popoli sarmati e germanici, che nel secolo quarto s’avvicinavano alle frontiere dello Impero, sembravano confermare quelle predizioni; e un terribile sbigottimento si spargeva tra il popolo la cui mente paurosa già scorgeva l’antica Città caduta sotto il ferro dei Barbari. E tra i Cristiani s’era sparsa la credenza che i popoli conquistatori metterebbero Roma a ferro e a fuoco, non lasciandone pietra, come anticamente era avvenuto di Ninive e di Gerusalemme. Non è da stupire se già ai tempi di Costantino s’elevasse una voce che, simile a quella che s’alzava dipoi nel secolo ottavo ai tempi del monaco Beda, dichiarava che la caduta di Roma sarebbe indizio e cagione della fine del mondo. «Allorchè questa dominatrice della terra», diceva l’oratore Lattanzio, «sarà stata atterrata ed il fuoco l’avrà distrutta, non c’è niuno il quale dubiti, che ogni cosa deva perire, e che del mondo sia venuta la fine; imperocchè questa Città sia ancora sostegno del mondo. Perlocchè fervide preci innalziamo al Dio del cielo, affinchè, se il compimento dei suoi decreti possa essere differito, egli voglia ritardare il tempo in cui apparirà l’abborrito tiranno che funesterà la terra dell’empie sue opere, e che spegnerà quella luce al cui estinguersi il mondo tutto cadrà nel nulla»[91].
Quelle ombre di terrore ricevettero una sostanza ed un ragionevole motivo allo scendere dei primi Goti in Italia. E già i poemi di Claudiano della guerra gotica, sono improntati di quel senso di tristezza profonda, che il presentimento della caduta inevitabile del colosso romano induceva nel cuore dell’uomo. «Alzati», sclama il Poeta, «o madre venerabile: scuoti da te la tema vergognosa della vecchiezza, o città coeva del mondo. Imperocchè la Parca porrà sopra di te la ferrea mano allora soltanto che le acque del Don irrigheranno Egitto, e allora che il Nilo si getterà nella palude Meotide». Ma sotto queste apostrofi ardite si nascondevano gemiti di paura repressa. E alla notizia che Alarico s’avanzava, un terrore febbrile s’impadroniva dell’animo dei Romani, che lo stesso Claudiano ci descrive con tanta evidenza di stile. Nell’anno 402 il Re dei Goti guadava il Po, e già agli imbelli Romani pareva di udire il nitrito dei corridori dei Barbari. E molti s’apprestavano alla fuga in Corsica, in Sardegna e nelle isole di Grecia: e s’accresceva lo sbigottimento universale con racconti della luna che s’era oscurata, e di apparizioni di tetre comete, e di fantasimi vagolanti, e di portenti spaventosi: e spargevasi tra il popolo la credenza che i dodici avoltoi apparsi in antico a Romolo fossero presagio che la Città dovesse durare dodici secoli e che ora si compiesse[92]. Altra volta Roma era salva da Stilicone, ma ora egli non era più; ed i generali Turpilio, Varane e Vigilanzio, ch’erano chiamati a surrogarlo, non ne avevano ereditato il genio, nè potevano mettere riparo alla cecità profonda della corte di Ravenna, la quale con caparbietà fanciullesca aveva rigettata la pace offerta da Alarico e le sue requisizioni moderatissime.
Sprezzatore dei suoi nemici il Re goto non sostò lungo tempo: guadato il Po presso Cremona, mettendo a ruba tutto il paese, e lasciando dietro le sue orme incendio e strage, in breve era sopra Bologna e Rimini; e, accelerando il suo cammino lungo la via Flaminia, giungeva d’improvviso alle mura di Roma ch’egli faceva circondare dai densi stuoli dei suoi agili cavalieri, che abbeveravano i loro corridori nelle onde dell’Anio e del Tevere, e dalla moltitudine dei suoi pedoni, che, avanzandosi fin sotto le mura gettando grida selvagge, percuotevano colle loro lance le porte d’Aureliano.
Alarico non diede alcun assalto; egli cinse la Città ordinando le sue soldatesche dinanzi le porte, e intercettando ogni via di terra e del fiume alle vettovaglie, e attese la riuscita infallibile dei suoi provvedimenti. Roma era immobile, quasi immersa in letargo; e, tremanti dietro il riparo delle loro mura fortificate, i Romani cercavano di atterrire il nemico collo spettacolo sanguinoso della testa recisa della illustre Serena. Quell’altera e sciagurata sposa di Stilicone viveva entro il suo palazzo di Roma immersa in amaro cordoglio, divenuto ancor più grave allorchè gli eunuchi le ebbero condotta la figlia Termanzia, che Onorio aveva cacciato del suo talamo; imperocchè, morta la sorella di lei, Maria, l’Imperatore la avesse disposata in secondo maritaggio, giovinetta ancora, appena uscita di puerizia. Il Senato aveva accolto sospetto che Serena, per trarre vendetta, avesse chiamati i Goti su Roma, e che con loro tenesse segreti accordi; laonde precipitava al vile consiglio di darla in mano al carnefice. La principessa Placidia, giovine di ventun anno, sorella di Onorio e cugina di Serena per via di Teodosio, non ebbe ribrezzo di acconsentire a quell’assassinio vituperevole. Ella aveva stanza allora nel _Palatium_; ed in quel tempo passavano in Roma gli anni di loro vedovanza altre donne regali: Leta, già moglie dello imperatore Graziano, e la vecchia madre di lei, Pissamena. Ma il Senato s’ingannò nella credenza che i Goti, perduta la speranza di penetrare in Roma per tradimento, dopo la morte di Serena cedessero e ne partissero: chè invece mossero il campo soltanto per istringere più vicino l’assedio. Allora la Città incominciò ad affamare; e la carestia ed un feroce morbo coprivano le vie di cadaveri: nè molto giovava che quelle nobili donne tramutassero i loro monili in iscarso pane per alleviare i bisogni del popolo.
Ridotti finalmente agli estremi, i Romani diedero incarico allo spagnuolo Basilio, ed a Giovanni tribuno dei notai imperiali, d’un’ambascieria, perchè trattassero della pace. E durante l’assedio, avevano sì poco mirato in faccia il nemico, che accoglievano quasi speranza che non il temuto Alarico, ma bensì un altro condottiero avesse posto campo dinanzi alle loro mura. Condotti i legati innanzi al Re, assunsero la dignitosa baldanza di cittadini romani, e parlarono quei sensi arditi di cui il Senato gli aveva fatti messaggieri: dissero, il popolo, destro nelle armi, approntarsi alla pugna se il Re volesse spingerlo agli estremi colla durezza delle sue esigenze. Ai quai detti il Re rispondeva con ischernevole sprezzo: «Il falciatore sega le erbe del prato tanto più facilmente quanto più sono fitte», e con alto riso applaudivano tutti quelli che lo circondavano. Poi chiedeva colla baldanza del vincitore a prezzo della sua partita che gli si consegnasse tutto quanto la Città possedeva di oggetti preziosi in oro ed in arredi, e che gli si dessero tutti gli schiavi di origine barbarica. E avendo domandato uno degli ambasciatori atterriti, che pensasse di lasciare a Roma: «le vite!», rispondeva. E accomiatatili, i legati tornavano al Senato.
Mentre la Città stava in tanta trepidanza, un avvenimento strano succedeva entro le sue mura. Uomini venuti di Toscana e dotti negli antichi misteri degli auguri (arti coltivate nella loro patria), che forse il pagano Pompejano, prefetto della Città, vi aveva chiamati, promettevano di liberare Roma dal nemico incalzante con loro incanti, se il Senato volesse offrire sacrificî solenni alle Divinità della Religione antica. Zosimo storico pagano, che narra quest’avvenimento, afferma che lo stesso vescovo Innocenzo, avrebbe permesso di operare agli auguri, quantunque non approvasse. Egli è duopo però confessare che il Paganesimo fosse affatto spento in Roma, imperocchè nessuno volesse sacrificare. I Toscani furono cacciati e si pensò a mezzi più efficaci per liberare da Alarico la Città[93].
Dopo una seconda ambasceria, più pressante della prima, il Re si dichiarò soddisfatto ad una taglia di cinquemila libbre d’oro, e di trentamila libbre d’argento. Egli voleva inoltre tremila pelli colorate in porpora, quattromila tessuti di seta, tremila libbre di pepe, e questa requisizione dimostra la raffinatezza del gusto e dei bisogni dei Barbari al paro dei Romani. Per raccogliere la somma di denaro contante del riscatto, non bastò un’imposizione forzata su tutti i cittadini agiati; chè si dovette ricorrere agli ornamenti dei templi chiusi, e si fusero statue d’oro e d’argento: e questa è dimostrazione che in Roma ancora s’ergevano in piedi simulacri preziosi degli Dei antichi. E fra quelle statue che perdettero le loro forme squisite entro il crogiuolo, Zosimo deplora con isdegno la perdita del simulacro nazionale della dea Virtù, col quale, dic’egli, perì in Roma anche l’ultimo avanzo di valore e di virtù.
§ 3.
Alarico s’allontana da Roma. — Onorio rifiuta la pace. — Alarico ritorna una seconda volta su Roma, prende il Porto nell’anno 409 e acclama imperatore Attalo. — Questi muove contro Ravenna con Alarico. — È deposto. — Alarico pone campo la terza volta contro Roma.