Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 2
«Un’opinione male accreditata e la pubblicazione di certi alfabeti antichi d’Italia guasti ed errati, fanno dire a molti che nulla s’intenda delle vecchie epigrafi degli Osci, degli Umbri e degli Etruschi; eppure ad ogni passo si offrono chiare intere locuzioni. Nelle Tavole Eugubine per esempio: PVSEI. SVBRA. SCREHTO. EST _uti supra scriptum est_; VITLV . TORV . TRIF . FETV _vitulos tauros tres facito_; SALVA . SERITV . FVTV FOS (o FONS) . PACER PASE TVA . OCRE FISI TOTE IOVINE . ERER NOMNE . ERAR NOMNE _salva servato, esto volens, propitius pace tua, colli Fisio civitati Iguvinæ, ejus_ (colli) _nomine, ejus_ (civitatis) _nomine_; — e nella tavola osca di Banzia SVAE PIS CONTRVD EXEIC FEFACVST _si quis contra hoc fecerit_: PIS CEVS BANTINS FVST _qui civis Bantinus fuerit_. Nella epigrafia etrusca un gran numero di leggende funerarie, più preziose se bilingui come questa
[Illustrazione: {Caratteri etruschi} — P . VOLVMNIVƧ A . F . VIOLENS CAFATIA NATVS,]
ci dà una serie di nomi di famiglie, che verosimilmente passarono dall’Etruria in Roma, od hanno colle romane un riscontro storico e filologico; anzi taluni di questi nomi rivelano altrettanti vocaboli dalla lingua parlata dagli abitatori della media Italia, come i gentilizj ~cantini, capras, crace, crespe, plaute, pumpu, senate, spurie, sacria, salvis, vitli~, ecc. Anche qualche etimologia, professata _ab antico_, viene raddirizzata col soccorso delle etrusche inscrizioni; per esempio la voce {Caratteri etruschi} od {Caratteri etruschi} (_usil_), che in due specchi metallici indica il Sole od Apollo, ivi rappresentato co’ suoi attributi, ci riconduce alla famiglia degli _Auseli_ (Aurelii) a sole dictam (PAUL., pag. 23, ediz. Müller) ed alla radice sanscrita ~svar~, forma primitiva di sur (_splendere_), respingendo il detto di Cicerone (_De natura Deorum_, II. 68): _Cum_ sol _dictus sit, vel quia_ solus _ex omnibus sideribus est tantus, vel quia cum est exortus, obscuratis omnibus_, solus _apparet_.
«La fratellanza dei vetusti dialetti sparsi in Italia, riconosciuta dai segni alfabetici, si dimostra meglio coi ripetuti raffronti delle voci umbre ed osche ed etrusche in tra loro e coll’idioma latino; così l’osco ~deded~, e con etruschi caratteri ~tetet~, era ~tez~ nell’Etruria e forse ~dede~ nell’Umbria, ~dedet~ e ~dede~ (_dedit_) nelle bocche del popolo romano. Con gl’idiotismi ed arcaismi che occorrono spesso nella latina epigrafia, si avranno argomenti per discorrere fondatamente intorno alla origine della lingua italiana, più remota di quel che generalmente non credesi: moltissime forme popolari verranno innanzi, raccolte dai monumenti de’ più bei tempi di Roma repubblicana e dai modesti funebri ricordi dei primi martiri della Chiesa».
§ 3º
_Origini del latino._
Le primitive lingue italiche traggono interesse quasi unicamente dalla loro connessione colla latina, la quale, per quanta sia l’importanza del greco e degli idiomi asiatici, resta la più meritevole dell’attenzione di chiunque fida negli insegnamenti della storia, come quella (dice Du Méril) che meglio parve opportuna alla tradizione delle idee altrui, e ad iniziare alla scienza del passato; sicchè costituisce quasi un ponte fra l’antico mondo e il nuovo. Lo studio filosofico del latino, risalendo alle sue fonti e accompagnandone gli svolgimenti, dovrebbe dunque essere introduzione allo studio dei suoi monumenti letterarj.
I dubbj sulla origine di esso sono cresciuti da certe metafore incoerenti di lingua madre o lingua figlia. Non volendo qui fare che da storici, ricorderemo come il carmelitano Ogerio[5] voleva dedurre il latino dall’ebraico: frà Paolino di San Bartolomeo[6] e Klaproth[7] dal sanscrito, e in generale dalle lingue orientali; nel che concordano Calmberg[8], Madvig[9], Prasch[10], Jäkel[11]. Vi fu persino chi lo tirò dallo slavo[12]; nè era a credere vi facesse fallo la scuola un tempo di moda dei Celtisti; onde il Funcke pronunciò l’avola della latina lingua essere sconosciuta, madre la celtica, maestra la greca[13]. Oltre i già citati Donaldson e Edelstand Du Méril, abbiamo molte monografie di Tedeschi, fra le quali vogliamo distinguere i saggi di Hertz intorno ai grammatici latini[14].
L’artificio dei ciurmadori consiste nell’offrire un solo aspetto; gli scolari ignoranti e i leggicchianti si lasciano convincere, perchè non sanno che le medesime ragioni appoggiano anche assunti diametralmente opposti. Fatto è che il latino appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee. Perocchè dalle falde dell’Ecla fino alle rive del Gange, una folla di popoli, disgregati gli uni dagli altri per secoli, quai civili, quai barbari, quali oscuri, quali famosi, parlarono e parlano ancora lingue estremamente diverse a prima vista, ma d’incontestabile parentela, giacchè non solo hanno comune un certo numero di radicali, ma la grammatica di ciascuna ha profonde analogie colle grammatiche di tutte le altre, anzi tutte ne formano propriamente una sola. Al sanscrito, che di essa grande famiglia sta in capo, seguono come derivati l’antico e moderno persiano, il greco, il latino con tutti gli idiomi da questo rampollati, italiano, francese, spagnuolo, ecc.; infine gli idiomi germanici, gli slavi, e sino i celtici[15].
Che il latino sia figlio del greco sostennero gli antichi, massime dacchè, coll’imitare gli autori greci, si venne a ravvicinarlo[16]. Ma il vocabolario ha le origini stesse che le tradizioni e la vita d’un popolo, e la lingua non può essergli imposta da una potenza estrania alla sua vita. Molte voci latine derivano dal sanscrito senza passare pel greco; e fin nomi che più tenacemente si conservano perchè più aderenti alla famiglia: onde _soror_ da _svasar_ che in greco è ἀδελφὴ, _frater_ da _bhràtar_: _vidua_ da _vidhavà_, che in greco è χήρη: _puer_ da _putra_: _juvenis_ da _juvan_: _vir_ da _vira_, che i Greci dicono παῖς, νεανίας, ἀνήρ.
Nella costruzione grammaticale, al latino vennero dal sanscrito senza intermedio del greco la terminazione in _bus_ del dativo plurale, e in _i_ del genitivo singolare, e quelle in _bilis, bundus, brum_, viepiù notevoli perchè il _b_ occorreva rarissimo nel latino prisco. Il latino procedendo s’avvicinò al greco, anzichè se ne scostasse: Tirone[17] dice che _veteres Romani græcas literas nesciverunt, et rudes græca lingua fuerunt_; Festo aggiunge, che nel quinto e sesto secolo storpiavano i nomi ellenici, _necdum adsueti græcæ linguæ_.
Effettivamente nel latino possono discernersi due elementi; uno originale, uno affine al greco, benchè abbastanza distinto da quello. Massimamente s’accosta al dialetto eolico, con affettazione di accento; onde Dionigi d’Alicarnasso disse che «i Romani parlano lingua nè affatto barbara, nè del tutto greca, la cui maggior parte è dall’eolico»[18]. Asserì alcuno che nel latino derivino dal greco le parole di economia domestica e rurale, non quelle attenenti a guerra e a governo. Sarebbero delle prime _bos, vitulus, ovis, aries, e arvigna, agnus, rus, caper, porcus, pullus, canis, ager, silva, aro, sero, vinum, lac, mel, sal, oleum, lana, malum, ficus, glans_; oltre _forma_ travolto da μορφή, _repo_ da ἕρπο, _specto_ da σκοπέω: mentre non hanno a fare col greco _tela, arma, currus, lorica, scutum, hasta, pilum, ensis, gladius, sagitta, jaculum, clypeus, cassis, balteus, ocrea_; nè i termini forensi _jus, lis, forum, mutuum, vas, testis_; nè _rex, populus, plebs_[19]; ἄριστος diceano i Greci l’uom migliore, da Ἄρες dio della guerra: _optimus_ lo dicono i Latini, da _opes_ ricchezza. Chi peraltro da ciò volesse, come il Niebuhr, arguire che una popolazione aborigena pacifica vi rimanesse soggiogata da una bellicosa, ricordi che in tutte le lingue indo-europee trovasi somiglianza de’ termini riferentisi alle pacifiche occupazioni, mentre sono più speciali di ciascun popolo quelli di caccia e guerra.
Inoltre l’asserzione del Müller è troppo assoluta, giacchè _vitulus_ (ἴταλος) non si trova che nel dialetto siciliano, ove molte parole italiche introdussero gli Enotri; e _vacca, mulus, juvencus, verres_ non hanno a fare col greco; _agnus_ e _aries_ sono troppo stiracchiati da ἀρνός e da κριός: _asinus_ ed _equus_ poco tengono a ὄνος e ἵππος; e πῶλος nel senso ristretto di _pullus_ è poco antico: mentre invece equus somiglia al sanscrito AÇVA, _pecus_ a PAÇV, _ovis_ ad AVI, _canis_ a ÇVAN, _anser_ a HANSA; e con parole tutt’altro che greche si esprimevano i prodotti dell’agricoltura, _ador, avena, cicer, faba, far, fœnum, hordeum, seges, triticum_. Nei pochi frammenti rimasti di Epicarmo e Sofrone siciliani s’incontrano altre voci ignote al greco e affini al latino, γέλα _gelu_, κάρκαρον _carcer_, κάτινον _catinus_, πατάνα _patina_[20].
Ma derivate da ceppo comune, le lingue italiche, col lungo errar de’ popoli, col lasso del tempo, colle mescolanze, si alterarono in modo, che differente parlarono gli Umbri, gli Osci, i Volsci, i Sabini[21]. Noi crediamo che le varie lingue dell’Italia meridionale fossero tutte dialetti d’una sola, ciascuna ritenendo però alcune parole e forme proprie, e tutte contribuirono alcun che alla formazione o trasformazione del latino. Grotefend[22] forse esagerò l’influenza che ebbero in ciò i prischi idiomi italici, massime l’osco; ma, per quanto questo restasse comune, un’altra lingua, che, almeno nella pronunzia, ne differiva assai, dovette contribuire a formare il latino, se in questo vediamo al _P_ degli Oschi e de’ Greci surrogato sì spesso il _Q_ fino in nomi proprj, come ἵππος _equus_, da ἔπω _sequor_, da ἦπαρ _jecur_, da λείπο _linquo_, da κόπυς _coquus_, da Ταρπίνιος _Tarquinius_, ecc. Schwegler[23] persiste nel considerare la lingua latina come mista di due dialetti italici, affini tra loro. Ma i linguisti più sperimentati, qualora una lingua sia presentata come una transizione fra due altre, la riguardano come uno sviluppo organico, anzichè una reale mescolanza. Certo non vi si riscontra l’elemento sabino.
Il latino conservava dalle lingue precedenti alcune flessioni, che riescono anomale nell’organismo suo: così _memini, odi, cæpi, novi_, di forma pelasgica: il _sum_ e _possum_ di forma ariana: i verbi deponenti e comuni, che forse, negli antichi parlari, precedettero il verbo attivo, non essendo naturale che si inventasse una forma passiva ad esprimere quel che già dava l’attiva. Così perdette l’aoristo, il duale, salvo nei nomi _duo, ambo, uterque_; perdette il caso locativo, salvo _humi, belli, domi, militiæ_. Della radice _es_ si perdette la vocale, restando _sum, sumus, sunt_, invece di _esum, esumus, esunt_, e la conservò in _eram, essem, esse_: e sopprimendola affatto in _fui, fuisse_.
Noi più volentieri consideriamo il latino, non come una miscela di varie lingue italiote[24], contratte, accorciate, addolcite al modo che fanno sempre le più moderne, ma come germogliato, al pari del greco, da altri polloni del tronco indo-europeo; sviluppato diversamente, come succede nelle individualità. La costituzione romana, personeggiata fin nella origine in una banda di fuorusciti di varj paesi, che si cercano mogli in un’altra gente, poi ammettono alla cittadinanza i Sabini, gli Albani, indi i Latini tutti, poi tutti gli Italiani, infine la classe eletta di tutto il mondo, rinnovava di continuo gli elementi civili, ma insieme doveva portare alterazioni nella favella (Μυρίa ὅσα οὔτε ὀμόγλοσσα, οὓτε ομοδίαιτα. Dionigi, i. 7).
Secondo Mommsen, sette alfabeti appajono nelle prische iscrizioni: il greco delle colonie, l’etrusco, il pelasgico, un antico che sta di mezzo fra l’etrusco e il pelasgico, l’umbro, il sabellico, il latino.
Sembra che il primo modo di scrivere de’ Latini fosse quello che intitolano _bustrofedon_, pel quale, giunti al termine d’una linea da sinistra a dritta, si ripiglia la seguente da dritta a sinistra, a modo del bifolco nello arare. Da ciò chiamavasi _versus_ la linea, e _arare, exarare, sulcare_ lo scrivere.
L’alfabeto latino era mal determinato da principio: si scambiavano le vocali: alcune lettere avevano espressione diversa; altre più d’un valore, come vedremo più avanti: a molte parole finite per vocale si soggiungeva _n, d, t_ (_men, allod, marit_, per _me, alto, mari_): le consonanti non si raddoppiavano, bensì talvolta le vocali per esprimere le lunghe, come _juus, feelix_: le brevi erano spesso fognate nella consonante che le precede, come _krus, cante_, per _carus, canite_; e più spesso l’_i_, come _ares, evenat_, per _aries, eveniat_; e le _m, n, s_, onde _Popeju, cosul, cesor_, per _Pompejus, consul, censor_: i dittonghi _ei_ per _i_, _ai_ per _æ_ sono frequentissimi, come _Junoneis, sei, altai_. Vuolsi che solo a mezzo il sesto secolo introducessero il _g_, non avessero il _p_ nè il _q_, e invece della _r_ usassero la _s_ o il _d_; tardi certamente furono adoprate le _k, y, x, z_ pei nomi forestieri; invece del _b_ si trova in principio di parola _dv_ e nel mezzo _p_, come _dvellum_ per _bellum, optinvit_: la _m_ finale si sopprime spesso, massime quando seguita da nome cominciante per vocale, forse perchè si pronunziava nasalmente come l’_on_ e l’_en_ nel francese e nei dialetti lombardi.
Nelle iscrizioni antiche la L somiglia alla greca, qual faceasi ne’ prischi monumenti cioè V; e che poi si mutò in Λ. Gli Eolj usavano un’aspirazione che indicavano col digamma F: questo non appare mai nell’alfabeto attico: eppure come cifra ha il sesto posto e la significazione di sei (ϛ), poi passò nell’alfabeto latino come _f_. Segno d’aspirazione era anche la H, ma scompare nei monumenti posteriori; solo rimase come lettera nel latino. Il Q, ignoto ai Greci, deriva dal {carattere fenicio} _coph_ fenicio, che come cifra numerica era pure usato nella scrittura attica.
Tacito e Quintiliano si accordano nel dire che l’imperatore Claudio aggiunse tre lettere all’alfabeto latino, delle quali sono conosciute il _digamma eolico_ e l’_antisigma_. Il primo era un F capovolto ed equivaleva a V, per esempio
[Illustrazione: digamma eolico]
L’antisigma faceva le veci dello Ψ greco (psi), e scrivevasi ƆC. La terza lettera alcuni pretendono fosse il dittongo AI, che trovasi nella maggior parte delle iscrizioni del tempo d’esso Claudio, come ANTONIAI, DIVAI, ma siam certi che era usato molto prima. Altri da un passo di Velio Longo hanno voluto inferire male a proposito, che cotesta lettera servisse solo a raddolcire il suono troppo aspro della R. Secondo altri, dev’essere stata la X; ma da Isidoro (_De origin._) impariamo che questa fu usata fin sotto Augusto. Il φ dei Greci, come osserva Quintiliano, ha un suono diverso dal _ph_ dei Latini; dal che alcuni congetturarono che Claudio inventasse una lettera corrispondente al φ greco. Ancora privato, Claudio pubblicò un libro sulla necessità di queste lettere; salito al trono, le impose per legge; ma appena morto lui se ne tralasciò l’uso, sebbene ai tempi di Svetonio e di Tacito comparissero ancora sulle tavole di rame dove si scolpivano i decreti del Senato per pubblicarli (SVETONIO, in _Claud._, IV; TACITO, _Ann._, XI. 14).
Notevole progresso dell’alfabeto latino è l’aver indicato le lettere non con denominazione speciale, ma col puro suono di ciascuna; e mentre il greco dice _alpha, beta, gamma, delta_, l’ebraico _alef, bet, ghimel, dalet_, lo slavo _as, buki, viedi, glacol, dobra_, il romano disse _a, be, ce, de_. Peccato che abbia posto senza ragione la vocale or prima or dopo dell’articolazione, dicendo _ef, el, er_, invece di _fe, le, re_; e dispostele a capriccio, anzichè secondo gli organi o la natura loro propria.
La forza delle armi e la espansione del cristianesimo resero quest’alfabeto quasi universale in Europa, adattandolo ciascun popolo all’opportunità dei nuovi idiomi; in esso fu conservato il poco che ci rimane de’ parlari celtici; Ulfila, con alcuni cambiamenti, lo adattò al gotico, donde venne il tedesco d’oggi; anche molti popoli slavi il piegarono ai suoni di lor favella, mentre altri si valsero del greco.
Del resto è noto che scriveasi colle lettere da noi chiamate majuscole, e tardi come tachigrafia s’introdusse il corsivo. Però dalle iscrizioni graffite sulle mura di Pompej appare un altro alfabeto, usitato dai Latini, che chiameremmo lineare, con lettere quasi affatto fenicie, eccetto il _g_ che è tutto latino; e formate di lineette disunite, quasi a modo dei caratteri cuneiformi. Probabilmente era consueto nei paesi de’ Vestini, de’ Rutuli, de’ Marsi, de’ Marrucini, anteriormente al latino.
Vedi GARRUCCI, _Iscrizioni graffite sui muri di Pompej_. Bruxelles 1853.
MASSMANN, _Libellus aurarius, sive tabulæ ceratæ romanæ in fodina auraria apud Abrudbangam oppidulum transylvanum nuper repertæ_. Lipsia 1840. Parla molto del corsivo latino.
§ 4º
_Latino primitivo._
«Le parole de’ prischi Latini sentivano d’aglio e cipolla», scrive Varrone. Dov’eransi accolti uomini di ogni paese, si poteva ripromettersi unità ed armonia nella lingua? Schiusa a tutte le importazioni, sottomessa a tutte le influenze successive, cambiava continuo fra tanto movimento. Al tempo di Polibio non erano più intelligibili i trattati conclusi coi Cartaginesi dopo la cacciata dei re: Τηλικαύτη γὰρ ἡ διαφορὰ γέγονε τῆς διαλέκτου, καὶ παρὰ Ῥωμαίοις, τῆς νῦν πρὸς τῆν ἀρχαῖαν, ὥστε τοὺς συνετωτάτους ἔνια μόλις ἐξ ἐπιστάσεως διευκρινεῖν (iii. 22).
Il radunare tutti i frammenti che ci rimangono della lingua latina, per accompagnarla via via sinchè si trasforma in questa nostra italiana, sarebbe necessario prodromo alla conoscenza de’ classici; noi nol faremo che quanto è mestieri al tema assunto.
Regnante Tarquinio Superbo, Sesto e Publio Papirio raccolsero le Leggi Regie romane; ma del codice Papiriano restano solo alcuni frammenti. Ulpiano tramandò questa legge di Romolo: _Sei pater filium ter venunduit, filius a patre liber esto_; e Festo quest’altra, anteriore a Servio Tullio: _Sei parentem puer verberit, ast oloe_ (ille) _plorasit, puer direis parentum sacer estod; sei nurus, sacra direis parentum estod_.
In Varrone abbiamo un frammento del carme dei Salj, così disposto dal Grotefend[25]:
_Cozoiauloidos eso: omina enimvero_ _Ad patuila’ ose’ misse Jani cusiones._ _Duonus Cerus eset, dunque Janus vevet_ _... Melius eum regum._
Che s’interpreta: _Choroiauloidos_ (re dei canti) _ero: omina enimvero ad patulas aures misere Jani curiones. Bonus Cerus_ (nome mistico di Giano) _erit, donec Janus vivet. Melior eorum regum_. Si sa che il carme Saliare è forse il monumento più antico; Varrone lo dice _prima verba poetica latina_ (lib. VI), e nomina Elio valentissimo latinista, che cercò interpretarlo, pure molte cose lasciando oscure (lib. VII).
La scoperta del canto degli Arvali nel 1778, quando non avesse altra importanza, attestò quanta mutazione la lingua subì dal tempo di Romolo, a cui forse risale, fin al tempo delle XII Tavole. I frammenti di queste ci vennero trasmessi modificati. Quintiliano[26] dubita se i Salj intendano essi stessi il loro proprio canto; _sed illa mutari vetat religio, et consecratis utendum est_; scrupolo che non cadeva sulle leggi, i cui vocaboli erano perciò svecchiati.
Oltre l’iscrizione posta a Duilio nel 494 di Roma, dopo la prima vittoria navale sopra i Cartaginesi, che vedesi in Campidoglio sotto alla colonna rostrata, nel 1780 scopertesi le tombe degli Scipioni, se ne trassero epitafj, che sono documenti, non trascritti come i predetti, ma autentici e originali. Il più antico è di Cornelio Barbato, console nel 456 di Roma, 298 av. Cristo, e dice:
_Cornelius Lucius Scipio Barbatus_ _Gnaivod_ (GNAEO) _patre prognatus fortis vir sapiensque_ _Quoius_ (CUJUS) _forma virtutei parisuma fuit_ _Consol censor aidilis quei fuit apud vos_ _Taurasia Cisauna Samnio cepit_ _Subigit omne Loucana opsidesque abdoucit._
Ove si noti l’_o_ scambiato coll’_u_[27], che confondevansi nella pronunzia; l’_ei_ per _i_ alla greca, la _m_ finale taciuta; e il _subigit_ e _abducit_, non distinguendo il presente dal passato.
Benchè posteriore di qualche anno al 500, sa più d’arcaico l’epitafio di suo figlio Lucio Scipione:
_Honc oino ploirume cosentiont R..._ _Duonoro optumo fuise viro_ _Luciom Scipione filios Barbati_ _Consol censor aidilis hec fuet a..._ _Hec cepit Corsica Aleriaque urbe_ _Dedet tempestatebus aide mereto..._
che s’interpreta: _hunc unum plurimi consentiunt Romæ bonorum optimum fuisse virum, Lucium Scipionem filium Barbati, consul, censor, ædilis hic fuit apud vos, hic cepit Corsicam, Aleriam urbem, dedit tempestatibus ædem merito_.
Nelle iscrizioni di quel tempo molte cadenze somigliano alle odierne più che alle latine: per esempio _Optenui laudem; Pomponio Virio posuit; dono dedro_, ecc. Invitiamo a vedere nella deca XXXIX, cap. 8 e 9 di Tito Livio, come da questo elegante scrittore fosse ringiovanito il senatoconsulto contro i Baccanali, dato circa il 568 di Roma. In quell’intervallo non era avvenuta irruzione di stranieri; eppure il cangiamento è ancor più notevole che non dall’età di Augusto all’età di Dante.
Del VI secolo di Roma o di poco posteriore sembra una remissione del Senato a quei di Tivoli che leggesi s’un bronzo trovato in quest’ultima città nel secolo XVI presso all’antico tempio di Ercole, e deposto nella biblioteca Barberini, donde sparve senza che più se ne abbia traccia. Portava:
_L. Cornelius Cn. f. pr(ætor) sen(atum) cons(uluit) a. d. III. nonas maias sub æde Kastorus; scr(ibendo) ad(fuerunt) A. Manlius A. f. Sex. Iulius, L. Postumius S(p)f. quod Teiburtes v(erba) fecistis, quibusque de rebus vos purgavistis, ea senatus animum advortit ita utei æquom fuit: nosque ea ita audiveramus uti vos deixsistis vobeis nontiata esse: ea nos animum nostrum non indoucebamus ita facta esse propter ea quod scibamus ea vos merito nostro facere non potuisse; neque vos dignos esse, quei ea faceretis, neque id vobeis neque rei poplicæ vostræ oitile esse facere: et postquam vostra verba senatus audivit tanto magis animum nostrum indoucimus ita utei ante arbitrabamur de eieis rebus af vobeis peccatum non esse. Quonque de eieis rebus senatuei purgati estis, credimus vosque animum vostrum indoucere oportet, item vos populo Romano purgatos fore_.
§ 5º
_Seconda età del latino._
La seconda età della lingua latina contasi dal tempo che la conquista della Magna Grecia e le spedizioni nella Grecia propria introducevano straniera coltura. Continua la bella serie degli epitafj degli Scipioni:
_L. Corneli L. E. P. N._ (figlio di Scipione Asiatico) _Scipio quaist_ _tr. mil. annos_ _gnatus XXXIII_ _mortuos pater_ _regem Antioco_ _subegit._
Tacendo altre, chiameremo l’attenzione sulla seguente, per formole tanto vicine all’italiano (_miei, optenui_).
_Cn. Cornelius Cn. F. Scipio Hispanus_ (pretore verso il 612 di Roma) _pr. aid. cur. q. tr. mil. II. xvir. sl. iudik. xvir. sacr. fac._
_Virtutes generis mieis moribus accumulavi._ _Progenie mi genui facta patris petiei_ _Maiorum optenui laudem ut sibei me esse creatum_ _Lætentur stirpem nobilitavit honor._
Del 645 è questa formola di dedica, scavata a Capua (_ap._ ORELLI, 2487):
_N. Pumidius Q. F._ _M. Rœcius Q. F._ _M. Cottius M. F._ _N. Arrius. M. F._ ecc. _heisce magistreis Venerus Ioviæ_ _murum aedificandum coiraverunt_ _ped. CCLXX et loidos fecerunt_ _Ser. Sulpicio M. Aurelio coss._
Ma già la lingua riceveva regola e affinamento mediante la greca letteratura, e qui trovano luogo i frammenti di Nevio, di Pacuvio, di Cajo Lucilio, di Ennio, il quale fece per se stesso il seguente epitafio:
_Adspicite, o ceiveis, senis Ennii imagini’ formam,_ _Heic vostrûm panxit maxuma facta patrum._ _Nemo me lacrumeis decoret, nec funera fletu_ _Facsit. Quur? volito vivo’ per ora virûm[28]._