Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 1
STORIA DEGLI ITALIANI
PER CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO XV.
TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1877
APPENDICE I.
DEI PARLARI D’ITALIA
(Vol. I, pag. 83).
_Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt._ VIRGILIO.
§ 1º
_Proposizione._
Senza toccare le origini del parlare, che è il problema capitale nello studio dell’uomo, avvertiremo solo come nel linguaggio trovasi una convenzione tacita per designare le cose stesse colle stesse parole, esprimere gli stessi giudizj colle stesse forme grammaticali; onde bisogna supporvi condizioni fisiologiche, val a dire un organo per produrre i suoni elementari, vocali o consonanti; un organo di udito per raccoglierli dalla bocca altrui e dalla propria; e condizioni soprorganiche, cioè un’attività volontaria per mettere in moto gli organi fonici, e ripetere con intenzione i suoni semplici o complessi che ciascuna lingua ammette; inoltre un’intelligenza capace di idee generali e di una coordinazione per istituire delle radicali, per recarle ad associazioni o derivazioni, per istabilire regole di sintassi.
V’è dunque alcuna cosa nell’uomo che lo fa, non solo superiore, ma essenzialmente diverso dal bruto; nè, speriamo, si dirà inopportuno il cominciare da tale protesta.
Dalla quale raccogliendoci allo scopo del presente lavoro, diremo come tre opinioni diverse corrono sull’origine dell’italiano. L’una che, per l’irruzione de’ Barbari, la lingua latina sia stata mutata e lessicamente e grammaticalmente, fino ad originarne una nuova, questo vulgare nostro; è il sistema di Castelvetro, Muratori, Raynouard, Max Müller[1]. L’altra, che sia il latino, svolto sotto gl’influssi degli idiomi indigeni nei paesi ove quello fu portato dalla conquista; sistema del Fauriel. La terza, che questo nostro vulgare sia il latino anticamente parlato, non cangiato di essenza e di natura, ma soltanto modificato dal tempo e dagli accidenti.
Noi intendiamo provare che l’italiano non è se non l’alterazione naturale della lingua che usava il Lazio antico: sicchè la legge di continuità, dal Leibniz stabilita nella fisica, e quella dell’evoluzione, oggi in moda, avveraronsi anche nell’idioma nostro; non sovvertimenti improvvisi, ma successivi svolgimenti, conformi ai metodi con cui lo spirito umano crea, usa, trasforma la parola, e perciò somiglianti a quelli d’altri linguaggi. Tale è la nostra opinione, e cercheremo dimostrarla storicamente, seguendo l’alterazione passo passo dall’età arcaica e traverso al medioevo, sin quando, verso il 1200, anche nelle scritture si adoperò la nuova forma che si costituiva, insieme coll’antica che si sfaceva. E al modo che l’Ausonia, l’Enotria, l’Esperia si chiamò Italia senza per questo mutarsi, così la lingua latina cangiò il nome in italiana. Venuta a mano degli scrittori, i più insigni tra questi, per un sapiente caso, furono toscani, e adoperarono francamente la propria favella, mentre a questa cercarono accostarsi coloro che parlavano altri dialetti; onde ebbero assicurato al toscano il vanto di lingua nazionale tipica.
Meramente scolastico non crederà questo studio chi sappia che la storia della parola è storia dello spirito umano e talora segna le epoche. Questo solo noi vogliamo, senza ardire di inoltrarci in quella nuova filologia[2], che studia il linguaggio nelle sue relazioni collo spirito umano, negli elementi costitutivi delle favelle, nell’interna loro struttura; nell’attenzione ai dialetti, nell’indagine paleontologica, che tanto innanzi portò la prova della evoluzione delle lingue, e insieme tanto profittò all’etnografia, all’archeologia, alla conoscenza delle religioni. Noi ci limitiamo ad uffizio di storici.
§ 2º
_Lingue de’ prischi Italioti._
Allorchè, sul terminare del medioevo, si rintegrò lo studio dell’antichità, poteasi rivolgere l’attenzione alle prische lingue, mentre tanta ne costava il purgare la latina? Ma dopochè la filologia fu ajutata da ricca messe di nuovi documenti, parve vergogna il porre all’indiano o all’egizio maggior cura che non ai parlari italiani antichi, e i dotti vi applicarono quell’assiduità che merita tutto ciò che avvicina alla cuna d’una lingua com’è la latina, studiata da tutt’Europa perchè ha monumenti in ogni paese, dal lembo dei deserti africani sino ai perpetui geli polari.
Però l’interpretare iscrizioni in favelle che non si conoscono e con caratteri per lo meno incerti, richiede circospezione insieme ed ardimento, quali non sempre accoppiarono i moltissimi che, ai dì nostri, assunsero questo tema[3]. Le conchiusioni, a cui arrivano questi e gli altri laboriosi cercatori, differentissime, eppur dimostrate tutte con altrettanta certezza, attestano che non fu raggiunto ancora un vero assoluto, e neppure scientifico. È pur doloroso che, mentre s’avanzò tanto la cognizione e dei caratteri e delle lingue egiziana e babilonese e persepolitana, restiamo così indietro quanto alla etrusca, fino a non accertare a qual gruppo essa appartenga.
Guglielmo Corssen (_Ueber die Sprache der Etrusker_, Lipsia 1874) espone i lavori dei precedenti investigatori, cominciando dal favoleggiatore Annio di Viterbo, fino al Risi (_Dei tentativi fatti per spiegare le antiche lingue italiane e specialmente la etrusca_, Milano 1863); e riprovando lo Janelli, il Tarquini, lo Stickel... che l’etrusco reputano semitico, e peggio quei che lo danno per armeno, o finnico, o celto, o slavo; loda i nostri che, fino al Conestabile e al Fabretti, adoprarono la comparazione per attestarlo affine al latino, come egli pure lo crede. Valendosi dei tanti monumenti scoperti ed esaminati ultimamente, e argomentando sull’epigrafia, l’archeologia, la onomatologia, la fonologia, lo crede idioma flessivo, di stipite indo-europeo, di famiglia italica, poco differente dall’osco, dall’umbro, dal latino, ma più duro, con inasprimento, e molte consonanti, con caratteri affini agli altri idiomi italici. Alla sua opinione contrasta l’autorità di Dionigi di Alicarnasso, che, al tempo d’Augusto e mentre vivea Varrone, cercando in Roma le antichità italiche, asseriva che gli Etruschi nel vivere come nel parlare erano dissimili dalle altre genti. In fatti egli troppo asserisce senza provare le deduzioni ardite, e noi, dolendoci che non ce ne restino se non iscrizioni di tombe e qualche specchio, eserciteremo l’_ars nesciendi_.
Aufrecht, professore di Edimburgo, che col Kirchhoff esponendo le Tavole Eugubine, vi riconobbe il linguaggio degli Umbri, testè alla Società filologica di Londra indicò il suo parere sull’indole della lingua etrusca: ed enumerava il poco che se ne conosce. Ciò sono i primi sei numerali e loro composti: _avils_ età; _ril_ anni; _clan_ figlio; _hinðial_ spettro; _fleres_ statua; il suffisso _al_ è affine al latino _ali_; i suffissi _asa, esa, isa, usa_ indicano i cognomi di donne: p. es. _pumpuasa, lecnesa_, moglie di Pomponio, di Licinio: e conchiude che l’etrusco differisce da tutti gli altri linguaggi europei. In precisa opposizione al Corssen è anche W. Deecke (_Corssen und die Sprache der Etrusker_, Stuttgard 1875); ribatte tutte le prove di questo, e crede col Mommsen gli Etruschi un popolo estraneo agli altri d’Italia[4].
Nella lingua sanscrita, che è la classica e sacerdotale degli antichi Indiani, AVI significa _vivere_, e RIS _tagliare_, da cui il greco ῥαίω, ῥέσσω, il latino _rodo_ e _rado_, il tedesco _reissen_, il russo _riezu_; RI esprime anche _movere, trascorrere_, da cui il greco ῥέω, il latino _ruo_, il francese _rue_, l’inglese _ride_. Il RIL etrusco potrebbe derivare dall’uno o dall’altro, considerando l’anno come uno _scorrimento_ di tempo, o come una _divisione_.
Altre parole etrusche di non ben sicuro significato sono _antar_ aquila, _usil_ il sole, _tutas_ il verbo _tutari_, _lar_ signore, _nepos_ lussurioso, _clan_ figliuolo, _see_ figlia. I filologi dalla somiglianza di queste voci con altre d’idiomi viventi si fanno forti per aggregare l’etrusca alle lingue indo-europee, anzichè alle semitiche.
Della lingua umbra il monumento principale sono le Tavole Eugubine di bronzo, scoperte il 1444; cinque scritte con caratteri etruschi; le due più grandi (che sono il maggiore monumento di liturgia pagana) con lettere latine, come pure undici linee d’una terza, che alcuni non credono appartenere alla serie delle altre; tutte poi di ortografia, scrittura e linguaggio differenti fra loro in modo, da farle credere di età diversa; ma non si sa di quale: nè veruna ragione fa piede alla congettura di Lepsius, che quelle scritte con caratteri latini sieno posteriori a quelle d’alfabeto etrusco, e queste appartengano al sesto, quelle al quarto secolo di Roma. Perfino il chiamare umbra la lingua in cui sono scritte è convenzione, non fondata su d’altro che sul paese dove furono trovate; anzi la bizzarria delle forme potrebbe trarre a vedervi un esempio delle scritture arcane, usitate fra i sacerdoti nell’antichità.
Bizzarrissime interpretazioni se ne diedero, seguendo il capriccio, anzichè canoni di filologia comparata; Gori, Lami, Bardetti pretesero leggervi i lamenti de’ Pelasgi per le sciagure sofferte, e tutti vi fanno le più arbitrarie rimutazioni. Per esempio, in una d’esse Tavole si legge:
CVESTRE TIE VSAIESVESVVVEBISTITISTE TEIES.
Dividono
_cuestre tie usaies vesv vvebis titiste teies,_
per interpretare
_cuestor tie οσας vesum vuebis τιθεστε deies_
cioè
_Questor dicit: quascumque vobis visum est, constituite dies._
Opinione nuova mise fuori, poco fa, Guglielmo Bentham nell’Accademia reale irlandese; l’antico etrusco essere identico colla lingua iberno-celtica e coll’irlandese, quale oggi si parla in quelle isole; e conforme a ciò diede la versione della quinta e settima delle Tavole Eugubine, prescelte come di materia più importante. Secondo lui, vi è esposta la scoperta delle isole Britanniche, fatta dagli antichi Etruschi, e l’uso dell’ago calamitato nella navigazione. La sesta comincia con invitare a scompartirsi o prendere a fitto le terre occidentali, ove sono tre isole di suolo ubertoso, con bovi e montoni assai, e damme negre, oltre miniere e belle acque. La settima finisce col rammentare che le isole scoperte possono dare incremento al commercio, protette dal mare contro i nemici, e che offrirebbero asilo qualvolta il loro paese restasse invaso da questi. L’iscrizione fu fatta _trecento anni dopo il gran fragore sotterraneo!_ Dopo il Baldo, il Van Scrieck, il Dempster, il Maffei, l’Abati Olivieri, il Passeri, il Gori, il Borgnet, il Lami, venne il Lanzi interpretando qualche passo: Otfried Müller confermò che non erano in etrusco ma in umbro: Lepsius, celebre egittologo, e Lassen eminente indianista, Grotefend persianista, vi applicarono la nuova linguistica comparativa. Dalla sesta leviamo un brano d’una specie di litania, la quale mostra un parallelismo ed il ritorno di certi vocaboli, qual costumava fra gli Ebrei:
_Tejo dei Grabove._
_Dei Grabovi ocreper fisiv tota per iiovina erer nomneper erar nomneper fossei pacersei ocrefisei._
_Di Grabovie tio esu bue peracrei pihaclu, ocreper fisiu totaper iiovina erer nomneper erar nomneper._
_Di Grabovie orer ose persei ocrem fisiem pir ortom est toteme iovinem arsmor dersecor subator sent pusei neip hereitu._
_Di Grabovie persei tuer prescler vasetom est pesetom est peretom est prosetom est daetom est tuer perscler viresto avirseto vas est._
_Di Grabovie persei mersei esu bue perderei pihaclu pihafei._
_Di Grabovie pihatu ocrer fisier totar iiovinar nome nerf arsmo veiro pequo castruo fri pihatu futu fons pacer pase tua ocre fisi tote iiovine erer nomne erar nomne._
_Di Grabovie salvom seritu ocrem fisier totar iiovinar nome nerf arsmo veiro pequo castruo frif salva seritu futu fons paver pace tua ocre fisi tote iiovine erer nomne erar nomne._
_Di Grabovie tiom esu bue peracri pihiaclu ocreper fisiu tota per iiovine erer nomneper erar nomneper..._ ecc.
Esibiamo la seguente interpretazione come delle meno improbabili:
_Jovi Grabovi subvoco._
_Jovem Grabovem invoco in sacrificio pro tota jovina_ (gente), _eorum nomine, earum nomine, uti tu volens sis, propitius sis sacrificio._
_Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio pro tota jovina, eorum nomine, earum nomine._
_Jupiter Grabovi, hujus rei ergo quoniam ad sacrificium ignis ortus est toti jovinæ, armi desecti subactique sint tamquam sacrificio uno._
_Jupiter Grabovi, prout pesclos mactare factum est, positum est, dictum est, mactare pesclos fas jusque esto._
_Jupiter Grabovi, disecto eximio bove, piaculo piatus esto._
_Jupiter Grabovi, piamine sacrificiorum totius jovinæ nominibus, agrûm, virûm, pecus, oppido expiato, fiasque volens propitius pace tua sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum nomine._
_Jupiter Grabovi, salvo satu sacrificiorum totius jovinæ nominibus arvûm, virûm, pecudum, oppido satum sospita, fiasque volens propitius sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum nomine._
_Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio, pro tota jovina gente, eorum nomine, earum nomine._
Si scosta in varie parti e nella lettura del testo e nella versione il Grotefend, il cui lungo e pazientissimo studio fu ben lungi dal condurre a risultamenti decisivi: e che così legge e interpreta un brano:
_Teio subocav suboco Dei Grabovi, Fisovi Sansi, Tefra Jovi! ocriper Fisiu, tota per Iiovina, erer nomneper, erar nomneper: fos sei, pacer sei ocre Fisei, tote Iiovine, erer nomne, erar nomne. Arsie! tio subocav suboco. Dei Grabove. Asier fritte tio subocav suboco, Dei Grabove!_ ecc.
_Te bonas preces precor, Jovem Grabovem! Fisovem Sansium! Tefram Joviam! pro monte Fisio, pro lota Iguvina, pro illius nomine, pro hujus nomine, uti sis volens propitius monti Fisio, toti Iguvinæ, illius nomini, hujus nomini. Benevole! te bonas preces precor, Jovem Grabovem! Benevoli Fidicia, te bonas precor, Jovem Grabovem!_
Meglio Aufrecht e Kirchhoff, con sapienza e tatto ravvicinando i passi simili, tennero i veri modi di tentare quella interpretazione, invano conturbata da Huschke, e spinta innanzi dai più recenti filologi.
Sono gli atti della _fratrecate_ dei _frater atijediur_, cioè fratelli attidiani, della città di Attidio, forse il moderno Attigio, che dirigono preci a varj Dei, alcuni simili, altri differenti dai romani; se ne prescrivono i riti, e pajono appartenere al VI o VII secolo di Roma. Hanno qualche relazione cogli atti de’ Fratelli Arvali, che furono quasi completati da recenti scavi; riferendosi entrambi a un culto di divinità campestri dell’Italia antica, sopravvissuto alla invasione di Roma.
Chi si sgomenta de’ libri, può vedere la serie delle ricerche e delle scoperte in un articolo della _Revue des Deux Mondes_, 1 novembre 1875. L’opera più recente che conosciamo è BRÉAL, _Les Tables Eugubines, texte, traduction et commentaire, avec une grammaire et une introduction historique_, Parigi 1875.
La lingua più diffusa nell’Italia meridionale era l’osca, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e fin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale, secondo A. Gellio (XVII. 17), _tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret_. Dalle iscrizioni vi appajono elementi del latino estranei al greco, sotto forme che nel latino perdettero e sillabe e terminazioni, e con flessioni inusitate a quello. Il _p_ si sostituisce spesso al _q_, come _pid_ per _quid_, e forse _opici_ per _equi_; l’_ei_ all’_i_; l’_ou_ all’_u_; aggiungesi il _d_ a molte voci cadenti in _o_. Gli Oschi dicevano _akera, anter, phaisnum, tesaur, famel, solum_, quel che i Latini dissero _acerra, inter, fanum, thesaurus, famulus, solus_..... Questa favella, se crediamo a Klenze, non ebbe fondamentale differenza dalla latina, talchè se avessimo libri scritti in essa, potremmo, se non tutte le parole, intenderne però il senso. A Roma si poneano iscrizioni in quella lingua; Plinio dice che scriveasi sulle case _arse verse_, cioè _arsionem averte_; e si continuò a rappresentare burlette in osco, delle quali il popolo si spassava grandemente. Strabone ancora al tempo di Tiberio scriveva, nel V della _Geografia_: — Benchè sia perita la gente degli Oschi, la loro favella resta fra i Romani, talchè si recano sulla scena certi canti e commedie in una gara che si celebra per antica consuetudine». E forse l’osco era il parlare fondamentale dell’Italia, cioè del vulgo; e sempre visse fra questo anche quando le persone colte e gli scrittori adopravano il latino, per poi prevalere allorchè le sventure scemarono la coltura e allontanarono la Corte: talchè sarebbe esso il vero padre del nostro vulgare.
Marsi, Sabini, Marrucini, Piceni parlavano il sabellico, che forse era identico col volsco, ma differiva dal sannita, il quale era osco, giacchè Tito Livio (X. 20) dice che, per esplorare l’esercito sannita, furono mandati uomini, _gnari oscæ linguæ_. Varrone invece farebbe solo affini le due favelle, dicendo che _sabina usque radices in oscam linguam egit_ (_De lingua lat._, VI. 3). Anche i Volsci dovevano differirne in qualche cosa, poichè Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, in un passo riferito da Festo alla voce _Oscum_, scrive che i popoli abitanti intorno a Capua, Terracina e Velletri _obsce et volsce fabulantur, nam latine nesciunt_. I Bruzj parlavano osco e greco, onde dicevansi _bilingues Brutiates_ (FESTO). Citano la voce _hirpus_, lupo, come comune ai Falisci ed ai Sanniti (_Dionigi d’Alicarnasso, i_. 21). Servio attribuisce ai Sabini la parola _hernæ_, rupi, e Varrone la voce _multa_ (_multæ vocabulum non latinum sed sabinum est; idque ad meam memoriam mansit in lingua Samnitium, qui sunt a Sabinis nati_; lib. XIX); e informa che, invece di _farena_, diceano _hasena_ (VELIO LONGO grammatico), e _tebas_ i colli; dall’_embratur_ de’ Sabini deriva l’_imperator_ de’ Romani. Infine, secondo Livio, i Cumani chiesero _ut publico loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset_ (XL. 42): il che prova che fin a quell’ora aveano usato lingua propria. I Marsi adottavano i caratteri romani e la lingua latina: i Sabini conservarono sempre l’osca.
Del dialetto volsco quest’iscrizione fu trovata a Velletri, sul cui significato fu molto discusso fra Lanzi, Orioli, Guarini, Janelli ed altri:
_Deve Declune statom sepis atahus_ _Pis velestrom fak esaristrom se_ _Bim asif vesclis vinu arpalitu sepis — _ _ — toticum covehriu_ _sepu ferom pihom estu ec se cosrties ma — _ _ — ca tafanies_ _medix sistiatiens._
Più facile a dicifrarsi parve questa osca, da Avella portata nel seminario di Nola, e illustrata dal Passeri, _Simbole Goriane_, tom. I:
_Ekkuma... tribalac... liimit.... herekleis — _ _Ecce tribus limites herculis_ _ — fissnu mefa ist entrar_ _fanum demensa est intra_ _einuss pu amf derl viam pusstis pui — _ _fines post circum per viam posticam per_ _ipisi pustin slaci senateis inim ink tri — _ _ipsius ibi loci senatus unum jugum tria_ _ — barakinf_ _brachia_ _aufret puccahf sekss puranter teremss irik_ _aufert pauca sex puriter termini hircus_ ecc.
Sul pendaglio d’una bella statua di bronzo, dissepolta presso Todi nel 1835, si trovarono parole, le quali (a lasciar via le fantasie e le arguzie) furono diversissimamente interpretate dai dotti. Il bibliotecario Cicconi, ricorrendo al greco, tradusse: _Io lungamente tempestato in mare, offersi_; il Campanari spiegò dapprima _Ahala legato in onor di Marte offriva_, dappoi: _Ahala figlio di Trottedio il Marte Fonione dedicò_; il padre Secchi divinò: _Aveial Quirinus Vibii f. nomine_ Vibius; il Lanzi coll’ebraico intese: _Acco da Todi e Tito effigiarono il simulacro della Vittoria_; il Vermiglioli: _Aeia L. Trutinus punu mi vere, cioè Aeia figlia di Trutino pongo sono vero_; il De Minicis, _Trutino Fono figlio di Aeia fece_. Tanto vacilla ancora la paleografia italiota.
Nella guerra Sociale, ultima riazione degl’Italiani contro il predominio di Roma, i popoli collegati assunsero per pubblico decreto il linguaggio natìo, e l’adoprarono nelle monete (LANZI, _Disc. proem. alla Galleria_). Tardi poi visse l’etrusco: e che differisse molto dal latino lo prova quel passo di A. Gellio, ove si narra che, avendo uno detto _apluda e floces_, voci antiquate, gli astanti, _quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt_ (XI. 7). Quintiliano (_Inst. orat._, I. 9), trattando delle parole non di lingua, scrive: _Taceo de Tuscis, Sabinis et Prænestinis quoque; nam ut eo sermone utentem Vectium Lucilius insectatur, quemadmodum Pollio deprehendit in Livio patavinitatem_. Chi potrà ora determinare quelle differenze di dialetti? Tanto più che gli antichi non avevano raggiunto il sentimento della natura delle lingue, e dell’illustrazione che da esse deriva all’indole dei popoli, sicchè vi scorgessero un interesse filosofico; laonde, non si fermando sui caratteri essenziali di somiglianza, faceano dell’idioma di ciascuna città indipendente una lingua a parte, designata col nome degli abitanti.
Ariodante Fabretti, davanti al _Glossarium italicum, in quo omnia vocabula continentur ex umbricis, sabinis, oscis, volscis, etruscis, ceterisque monumentis quæ supersunt collecta_ (Torino 1857) dice: «In una materia così difficile sarebbe strano desiderare un lexicon alla foggia delle lingue conosciute, antiche o moderne; conciossiachè accanto alle voci di sicura spiegazione avvene molte che resistono alla critica, e non permettono che congetture. Non tutte le voci sono chiarissime nel significato al pari delle umbre: ~karne~ _carne_, ~vinu~ _vino_, ~purka~ _porca_, ~sif~ _sues_, ~vitlu~ _vitulo_, ~est~ _est_, ~fetu~ _facito_, ~seritu~ _servato_, ~peturpursus~ _quadrupedibus_, ~alfir~ _albis_, ~rofa~ _rufa_, ~salvom~ _salvum_, ~karu~ _coram_, ~prufe~ _probe_, ~nomneper~ _pro nomine_, ~pupluper o popluper~ _pro populo_ ecc.; — delle osche: ~aasas~ _aras_, ~dolud~ _dolo_, ~ligud~ _lege_, ~genetaí~ _genitrici_, ~kvaísstur~ _quæstor_, ~regaturei~ _rectori_, ~aíkdafed~ _ædificavit_, ~deicum~ _dicere_, ~fefacust~ _fecerit_, ~herest~ _volet_, ~prúfatted~ _probavit_, ~set~ _sit_, ~alttram~ _alteram_, ~pús~ _qui_, ~amiricatud~ _immercato_, ~ malud~ _malo_, ~anter~ _inter_, ~contrud~ _contra_, ~inim~ _enim_, ~nep~ _neque ecc.; — e delle etrusche: ~etera~ _altera_, ~clan~ _natus_, ~phuius~ _filius_, ~avils~ _ætatis_, ~turce donum_, ~tece~ _posuit_, ecc. Un gran numero di vocaboli, ripetuti o modificati, varrà, se non altro, a fermare certe leggi eufoniche che governano gli antichi idiomi italici; ed alcuni nomi, che è bene conoscere, dovranno entrare quando che sia nei dizionarj della latina favella, come quelli delle tuscaniche divinità ~ _Tina~ _Juppiter_, ~Thalna~ _Diana_, ~Turan~ _Venus_, ~Menrva~ _Minerva_, ~Sethlans~ _Vulcanus_; o passati di Grecia in Etruria, come ~Aplu~ _Apollo_ ~Turms~ Ἑρμῆς, ~Thethis~ _Thetis_, oltre una folla di greci eroi, quali ~Hercle~ _Hercules_, ~Achle~ _Achilles_, ~Achmemrun~ _Agamemnon_, ~Clutumita~ _Clytemnestra_, ~Menle~ _Menelaus_, ~Neptlane~ _Neoptolemus_, ~Pentasila~ _Penthesilea_, ~Urusthe~ _Orestes_ ecc.