Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 8

Chapter 83,447 wordsPublic domain

Le quistioni vitali offuscavansi in una quantità di giornali, fra cui primeggiavano la _Concordia_ di Valerio, il _Risorgimento_ di Cavour e Balbo, il _Messaggiere_ di Brofferio, il _Corriere mercantile_ del Papi. Una commissione di censura pareva garantire e dalle trascendenze e dagli arbitrj d’un giudice solo, ma a qual censore sarebbe bastato il coraggio di levare una sillaba, quando sapeva che al domani sarebbe messo alla gogna da tutti i giornali, forse fischiato per la via? Prendeasi dunque spirito ad ogni eccesso: folliculari, nodriti di rancori, servili e fatti audaci dalla paura, intimidivano i savj: di patriotismo mascheravansi lo spionaggio e la manìa del far ridere prima, poi far tremare: facile tema a tutti restava poi il bestemmiare l’Austria, quasi non sia leggerezza insultare un nemico prima di vincerlo, come ingenerosità il dileggiarlo vinto; tutto ciò senza mettere la mano sui nemici e sui mali sentiti.

E poichè ciascuno volea rumoreggiare più dell’altro, avventandosi a quel declamare tribunizio che più scalda quanto meno ha modestia e riserbo, dalle riforme politiche si passava alle sociali, proclamavansi dottrine comuniste, spiegavasi l’infelice coraggio della provocazione. Oh Foscolo che, trent’anni prima, deploravi che i letterati fossero ruina d’Italia! possano gl’Italiani aver imparato a sì caro prezzo se con schiamazzi e giornali si rigenera una nazione.

Di quei che pensavano o se ne davano l’aria, alcuni metteano importanza nell’ottenere qualcosa: ragionevole o no, buona o meno, sarebbe scala ad altro, per via via elevarsi a quell’altezza che non si osava confessare. Machiavellica, nella quale impigliaronsi presto anche i principi, concedendo qualcosa colla fiducia di fermarsi a quel poco, e disposti ad eluderlo. Altri però, meditando il passato, cercavano trovarsi disposti alle grandi eventualità; e vedeano che, in forme liberissime si può essere schiavo; che libertà non regge se non con ragione, libero essendo l’uomo di cui si prevede quel che opererà domani, non quello che bizzarramente cangia pensieri ed atti; che il divario delle costituzioni consiste nell’essenza non nel loro esterno; nè una sola può attagliarsi a tutti, dovendo elle dedursi da ciò che un popolo è e fu, e da ciò che sono quelli che lo circondano; trarsi insomma dalla natura, non dalla fantasia. Quei che a costoro non poteano negare forza di ragione, li tacciavano di timidità di cuore, perchè, vedendo il bene, asserivano che bisognasse aspettarlo.

E d’aspettarlo aveasi grand’argomento quando tutti i principi italiani si mostravano convinti dell’obbligo di migliorare la condizione de’ sudditi, se non col farli partecipi al potere, almeno nobilitandone l’obbedienza; e consolidando il principato col fare da esso emanare i miglioramenti, prima che il popolo li strappasse a forza. Ma mentre moltiplicavansi apoteosi a Cobden, si applicava la dottrina opposta di List, il quale aveva indotto gli Stati germanici a una lega doganale, per natura sua esclusiva de’ popoli non consociati. Si parlò di una lega italiana per togliere le infinite barriere doganali: era un atto rilevantissimo, sì pel vantaggio economico della penisola sminuzzata, sì per divergere l’attenzione sovra altro che mera politica, e convincere i popoli che si pensava al loro meglio positivo.

«Persuasi che la vera e sostanziale base di un’unione italiana sia la fusione degl’interessi materiali delle popolazioni che formano i loro Stati», il papa, il re di Sardegna e il duca di Toscana fecero una specie di preliminare: il duca di Modena non v’aderì, pure prometteva libero passo pe’ suoi Stati interposti: il re di Napoli amò sempre far casa da sè. Anche quest’opera potendo effettuarsi soltanto dai principi, agli schiamazzanti non restava che arzigogolare articoli e brindisi, e diceano: — L’Austria o non v’assente, ed eccola riconoscersi straniera all’Italia; o vi annette l’unico suo Stato italiano, ed ecco questo separato dagli altri dominj ereditarj».

Le nazioni, quanto più sono civili, maggior varietà di principj contengono, la cui lotta costituisce la storia. Ma l’utopista o il passionato suppongono un principio solo, quel che è conforme alle inclinazioni proprie, gli altri dimentica, e vorrebbe dimenticati da tutti; il vulgare non vede che un uomo, che un libro, che un giornale; a quello sacrifica le proprie convinzioni, e spingesi agli estremi, mentre i contrapposti domandano continue limitazioni per arrivare ad accordi.

Pure bello e degno di studio fu quel momento. Neppure gli avventati pensavano a impeto di atti, quando anche fossero impetuosissimi di parole; violenza non era usata da nessuno, neppure dall’Austria, per quanto accusatane e provocata; anzi neppur dalla piazza; e pareva l’Italia venir incamminata al bene da’ principi in armonia co’ popoli, dalle audacie giovanili accordate col senno de’ vecchi. In sì cara illusione trasaliva essa di tripudj e banchetti; dimostrazioni e trionfi a chiunque volesse buscarseli coi paroloni simpatici; le difficoltà o non si vedeano, o pigliavansi a gabbo. Ma gl’inni di fratellanza, pregni di collera e d’orgoglio, abbagliavano le menti, quando saria stato bisogno e dovere di rischiararle: a Parma, nel festeggiare l’anniversario dell’elevazione di Pio IX nacquero conflitti con percosse e ferite di cittadini, sin d’una fanciulla di dieci anni, donde una fiera indignazione: così a Piacenza, così a Modena, così a Milano, così a Ferrara, dove fu trucidato il barone Barattelli; sicchè i giorni di prestabilito applauso soleano riuscire a inaspettato compianto. Tutto ciò mettea sull’avviso l’Austria, l’odio contro la quale era per avventura l’unico sentimento comune della lirica italianità.

A gloria de’ principi italiani ricadevano anche le nuove sventure dell’Austria; chè noi deploreremo sempre come sventuratissimo un Governo costretto a ristabilire l’ordine colla fierezza. Da qualche tempo le teoriche liberali erano trascese in socialismo. Mentre i Liberali dicevano, — L’uomo è buono, cattivo è il Governo, bisogna riformarlo»; i Socialisti dicevano, — Cattiva è la società, bisogna rifonderla; quanto finora si tenne per bene fu male, e il male bene; le passioni sono naturali e perciò buone, onde il reprimerle non è virtù; dunque ogni Governo è tirannia, ogni soggezione è schiavitù, paradiso unico è la terra; libertà, eguaglianza, fraternità non possono combinarsi colla superstizione cristiana; onde bisogna rimuoverla, e ripudiare l’esperienza di tanti secoli per improvvisare qualcosa di meglio».

Gli elementi della società si tengono talmente connessi, che non si può eliminarne uno senza scomporre tutto; negata l’antitesi del bene e del male, vien dietro l’unità, vale a dire il panteismo nella fede, il despotismo ne’ Governi; posta l’eguaglianza di tutti gli uomini sia nel comandare sia nell’obbedire, più non rimangono nè nazionalità nè monarchia, niun limite deve porsi alle passioni, niuno all’esercizio dell’attività, niuna distinzione di tuo e di mio, e la proprietà sarà furto. Da qui la forma sua più popolare, il comunismo, il quale rinnega e la famiglia e i possessi, volendo che tutti abbiano diritto a tutto, chi non lavora possa partecipare ai guadagni di chi lavora.

L’inestinguibile ira del povero contro il ricco s’incalorì di queste teoriche, predicate colla storditaggine giornalistica; e mentre in Francia scavavano ridendo un gorgo dove ben tosto s’inabisserebbe l’ordine sociale, ne’ paesi slavi incitò le popolazioni servili contro i signori. La Gallizia nell’iniquo sbrano della Polonia era toccata all’Austria, la quale cercò emanciparvi i possessi, abolire il servaggio, eguagliare ogn’uomo in faccia alla legge: di ciò l’odiavano i signori, quasi ella attentasse ai privilegi loro; mentre il vulgo la considerava tutrice delle sue giustizie. Quando ogni assurdo credeasi, si credette che il Governo austriaco, per umiliare i ricchi, aizzasse i poveri.

Il fatto è che i villani sollevatisi saccheggiarono, scannarono, vituperarono i ricchi. La forza armata, corti marziali, esecuzioni feroci repressero una feroce insurrezione; gli orrori di cui erasi contaminato il manto matronale di Maria Teresa, offuscarono il titolo di buono che Ferdinando aveva meritato. In Gallizia governò Massimiliano d’Este arciduca, buon soldato e intollerante, che si fece detestare più per despotismo che per animo ribaldo; tutta Europa ne fremette contro quegli strazj, che parvero mettere l’Austria al bando delle nazioni civili.

Ne trasse profitto la Russia, da un pezzo affaccendata a propagare il panslavismo, cioè la nazionalità di tutti gli Slavi, proponendo di toglierli alla Prussia, all’Austria, alla Turchia, per farne sotto il suo scettro un popolo di ottanta milioni, che avrebbe signoreggiata tutta Europa. E fu dalla Russia appunto che venne lanciata primamente questa parola di nazionalità, che accettata per imitazione, doveva essere favilla di tanti incendj[47].

Risonò essa anche in Germania. Un aggregato di genti diversissime d’origine e di civiltà non potea che essere spinto all’abisso dalla proclamazione della nazionalità; e il ministro Metternich, il quale erasi ostinato a non toccar nessuna pietra per tema di sconnettere l’intero edifizio, e fin allora le difficoltà avea superate all’esterno colla prevalenza dell’esercito e dentro coi sopratieni, sentivasi impotente ai nuovi urti, e vacillava ne’ proprj consigli. «Abbiamo attraversati (scriveva a Radetzky) giorni difficili, richiesero grandi sforzi, eppure non furono tristi quanto gli odierni. Lottare contro i corpi sappiamo noi, ma contro larve che vale? e larve appunto abbiamo di fronte: era nei fati che al mondo comparisse perfin un papa liberaleggiante»[48].

L’umiliazione della gran nemica rimoveva dai principi italiani la paura di esser impediti nelle riforme, ma vedeano la necessità di non porgerle pretesti a prender l’offensiva[49]; cingerla bensì di paesi ben organati, dopo una regolare trasformazione del diritto interno, che speravasi condotta per la via della conciliazione.

L’applauso ai principi riformatori s’ingrossava delle imprecazioni lanciate allo straniero, che ben avea ragione di sgomentarsi: e pertanto la posizione dell’Italia diventava soggetto anche di trattati e dispute fra gli stranieri. Francia limitavasi a dar coraggio ai principi, fiducia ai popoli; ma a questi e a quelli facea dire non uscissero dalle vie pacifiche, non isperassero rimpasto territoriale[50]. In Inghilterra il ministro Palmerston sorrideva al risorgimento italiano, lanciando frasi a guisa di cavaliero che dà di sprone al cavallo, ma intanto ne serra il freno. Ma Metternich vi ravvisava la radicale sovversione della società, una frenesia rivoluzionaria, un passo alla repubblica federativa. E alle Corti amiche trasmise (agosto) un _memorandum_, ove esprimeva «l’Italia essere un nome geografico; de’ suoi Stati sovrani e indipendenti, l’esistenza e la circoscrizione fondasi su principj di diritto pubblico generale, corroborati da accordi politici incontestabili; l’imperatore è deciso a rispettarli, nè cerca di là di quanto possiede, e lo saprà difendere»: chiedea che le Potenze glielo garantissero di nuovo, e dessero mano a soffogare un incendio, che presto diverrebbe irrefrenabile. I Gabinetti, consentendo nel primo punto, voleano però che ogni Stato potesse riformarsi nell’interno, senza che altri se ne brigasse[51].

E cercò trar la quistione sul campo dov’era certamente superiore, la forza, ed occupò Ferrara come necessaria alla sua sicurezza: ma la dignitosa protesta del papa, efficace come ogni parola ferma appoggiata sul diritto, lo costrinse a ritirarsi, e comprendere che non era tempo di violenze.

Ma se non aveasi a temere la forza armata del nemico, ve n’ha un’altra del pari tirannesca, quella dei vulghi dotti e ignoranti; e già la si sentiva pigliare il sopravvento in iscritti violenti d’ira o nauseabondi di lodi, ove gente avvezza sin allora a giudicar di ballerine e di cantanti, sentenziava di politica e moveva le chiassate di piccola turba cittadina, usurpante il sacro nome di popolo. E poichè i siffatti han bisogno d’attaccarsi a grandi reputazioni per roderle o per carezzarle, agli applausi di moda innestarono la moda di esecrazioni, e non più contro il comune nemico, ma contro nostri; non si esaltavano Pio IX, Carlalberto, Leopoldo riformatori, e Gioberti ed altri _italianissimi_, che non s’imprecasse al re di Napoli sanguinario e ai Gesuiti; e gesuita era l’emulo, l’avversario, il rivale, l’invidiato, il benefattore; e Metternich guatava e diceva: — Gli Italiani fortunati s’invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre o vincitori o vinti».

Il riformare è una delle opere più difficili ad uomo di Stato, quanto pare leggiero ad uomo di partito, il quale movendo da un’idea assoluta, arriva necessariamente a cambiamento radicale. Se v’è paese dove questo passaggio sia inevitabile, vuol dire che inevitabile v’era la rivoluzione: e tale appariva in Italia. Pio IX, quantunque gioisse di quella popolarità senza pari, si impauriva dell’accelerantesi movimento, che mal dissimulava di separare il gran sacerdote dal principe riformatore[52]. Già nell’istituire un patriarca a Gerusalemme, egli protestò contro l’abusarsi del nome suo come opposizione alle autorità; encomiava la Compagnia di Gesù come sopra tutt’altre benemerita della religione; aprendo poi la consulta di Stato (4 8bre), dichiarò avere fatto e voler fare quel che credea vero bene, ma non mettere a repentaglio la sovranità della santa Sede con istituzioni incompatibili con questa.

Coloro che delle benedizioni di Pio IX voleano fare carica da cannoni, non si smarrivano a tali dichiarazioni, e le diceano tributi alle esigenze straniere. Sopraggiungevano poi casi che complicavano sempre più la situazione. Francesco IV di Modena era morto (1846 1 genn.), e suo figlio avea secondato l’opinione nel liberare i detenuti politici; limitò a venti giorni al più le pene correzionali, congedò il Riccini odiato ministro di Polizia, e moderò le esorbitanze.

A Lucca l’infante continuava a gravarsi di debiti, sicchè il granduca, destinato a succedergli, dichiarò non li riconoscerebbe più, e volle come sicurtà la rendita delle dogane e delle regalie. Anche in quella città erano avvenute le scene stesse che in Toscana; tra le canzoni si assalirono i carabinieri, e perchè si difesero, furono imputati di assassini (1847 luglio). Il duca alzò la voce contro, queste «frasi di letterati ed esaltamenti di scolari», e assicurava voler mantenere la sua monarchia quale l’avea ricevuta, piccola sì ma assoluta.

A dire propriamente, egli l’avea ricevuta costituzionale dagli spartipopoli del congresso di Vienna; e Luigi Fornaciari, tutto dedito a studj di filologia e di beneficenza, gli scrisse per rammentarglielo, e per mostrare quanto complirebbe al popolo e al principe l’avere uno statuto. In risposta fu destituito da consigliere di Stato e preside della rota criminale, e se n’andò in trionfale esiglio. I rumori crescono, e quei plausi che sgomentavano i principi come poco poi le campane a martello; si arrestano alquanti giovani, ma bisogna rilasciarli; finchè il duca, tediato de’ complicantisi casi, abdica (8bre), anticipando così l’accessione di quel ducato alla Toscana.

Lucca diventava città secondaria in quella Toscana, di cui ai tempi Longobardi era stata capo: atteso però gli applausi allora di moda verso il granduca, il sagrifizio fu accettato con ilarità. Ma secondo le stipulazioni viennesi, il Pontremoli dovea unirsi al Parmigiano; mentre i distretti lunesi di Fivizzano, Pietrasanta e Barga erano destinati al duca di Modena. Adunque nella strepitosissima festa allora combinata, ecco apparire lo stendardo bruno dei Lunigiani che ricusano cadere sotto al duca di Modena. I calorosi di Firenze e di Lucca gridano di non volere staccarsi da que’ loro fratelli, non foss’altro per far onta all’Austria; ma il duca di Modena manda soldati ad occuparli.

I Lunesi si difendono, e nella collisione (4 9bre) perdesi qualche vita; si protesta, s’invoca la mediazione del papa e di Carlalberto; pure il duca di Modena conserva il suo possesso, sol per accordo amichevole (17 xbre) lasciando al granduca il Pontremoli finchè non muoja Maria Luigia. Ed ecco appunto Maria Luigia muore; Carlo Lodovico di Borbone diviene duca di Parma e di Piacenza; ed anche Pontremoli cessa d’appartenere alla famiglia toscana, mentre questa aggiungeva allora cendiciotto miglia di terreno alle sue ottomila e ventiquattro. A Lucca, tolta l’autonomia, fu conceduta una corte d’appello: ma Pisa pretende sia messa sotto la sua giurisdizione, onde zizzanie, proteste, tumulti; perchè in que’ giorni ogni incidente prendeva l’importanza d’un gran fatto, e diveniva occasione d’affratellamenti o accozzaglie, ire od applausi; arti colle quali si credea conquistare la libertà e l’indipendenza, e intanto il vero vinto era l’autorità pubblica e la pubblica quiete; e gli amici sodi d’Italia sentivano un cupo rombo ruggire sotto agli applausi[53].

In fatti al cominciare del 1848 Livorno era in effervescenza, perchè tardasse a giungere il decreto per la guardia civica, come necessaria a difendersi dai Tedeschi; l’autorità è costretta ogni tratto a parlamentare colla turba, e non avendo soldati a reprimerla, dee scendere a patti coi tumultuanti, e così perde ogni valor morale. Un proclama diceva: — Toscani! Davanti alla vostra coscienza, alla faccia del mondo, alla storia, voi spontanei offriste vite e sostanze per sostenere i fratelli vostri di Fivizzano e di Pontremoli: eppure Fivizzano fu abbandonato, Pontremoli s’abbandona. Spergiuri, perchè avete giurato? millantatori, perchè vi siete vantati? codardi, perchè vi mostraste generosi? Eh via queruli schiavi, imparate a dormire tranquilli nel letto della vostra viltà... O ministri, voi siete traditori: lo siate per perversità o per inettezza, la conseguenza torna sempre la stessa. Sgombrate, traditori e codardi; sgombrate arcadi, sofisti, dottrinarj! I destini d’un popolo sono troppo peso per le vostre mani da eunuchi e da omicciattoli. La patria è in pericolo! Ora sapete come si fa a salvarla, o Toscani? si chiamano uomini che non temano morire, e si pongono volenti o repugnanti al timone dello Stato d’accordo col principe; si dichiara la patria in pericolo. Così si salva la patria, e se non si vince, si muore onorati e si lascia celebrità di nome, legato di vendetta ai figliuoli, esempio di gloria ad imitare ai popoli! Toscani, la patria è in pericolo! Questo grido, se sarà soffocato dai traditori, serva almeno per far conoscere che non tutti fra i Toscani furono vili, ignoranti ed inetti, e la infamia ricada a cui tocca».

Questo cartello incendiario buttato fra popolo sì mite, quest’inoculazione di rabbie civili fatta per retorica amplificazione, furono il trabocchetto delle nostre sorti. Si credette vedere in fiamme il paese, e l’autorità e la gente d’ordine presero sbigottimento: le comunità spedirono indirizzi al principe offrendo denaro e sangue contro la ruggente ribellione, ed esacerbando il male coll’imputare i Livornesi e singole persone. I giornalisti al solito incancrenivano la ferita. E il popolo prorompe (6 genn.), nè v’ha modo a calmarlo, per quanto Leopoldo assicuri non esservi pericoli; vi fossero, e’ gli affronterebbe e vincerebbe, risoluto com’era a compire le riforme, le quali però non si poteano senza la pace: e raccomandava la tranquillità di Firenze, di Lucca, di Pisa alla guardia civica. Ma una deputazione Livornese che chiedeva armi, armi, si fa deliberante e accusa il Governo; fin gli apostoli della Giovane Italia, i quali assicuravano che «il sangue de’ martiri di questa era stato non meno prezioso de’ nostri inchiostri»[54], si affrettavano a disapprovare que’ moti e separare la causa loro dalla setta livornese. Ripreso il sopravvento, Guerrazzi e alcuni altri son condotti a Portoferraio tra i fischi della plebe, che jeri ne facea l’apoteosi.

Qui nuovi accidenti mutano carattere al movimento italiano. Sponemmo già le condizioni del Napoletano, paese di così splendido avvenire e di presente così tenebroso. L’aspirazione nazionale per cui febbricitava la restante Italia, non erasi comunicata ai Siciliani, ricordevoli dei Normanni, degli Svevi, dell’antico loro Parlamento e della prosperità che alcun tempo vi produsse la ingerenza inglese; prosperità derivata da condizioni eccezionali, com’era il trovarsi ivi solo pace fra le guerre napoleoniche, ivi fra il blocco continentale uno scalo al contrabbando britannico, che vi mandava per cencinquanta milioni annui. La costituzione del 1812, data sotto gli auspizj inglesi, lasciò intatte la feudalità, le moltissime manimorte, le primogeniture, gli altri mali su cui una rivoluzione può passare la spugna inzuppata di sangue, mentre un Governo regolare, comechè ben ispirato, non le abolisce che passo passo.

L’Inghilterra si era fatta garante di quella costituzione; ma Ferdinando I non vi badò; crebbe l’imposta, che prima era fissata in annue onze 1,287,687, nè più convocò il Parlamento. Di qui odio mortale contro la Casa regnante; e guardare i Napoletani come stranieri e oppressori; e non badare all’Italia, bensì a recuperare la costituzione del 1812. Il principe di Castelnuovo legò ventimila onze all’uomo di Stato che indurrebbe il re a riconoscerla; il principe di Villafranca vecchione non cessava di protestare in questo senso; in questo andavano molti libri. Il Lanza, nelle _Considerazioni_ sulla storia del Botta, repugna deciso all’unione col Napoletano, preferisce al regno di Carlo III quel di Vittorio Amedeo perchè lontano, e lascia «ad altri la perniciosa chimera dell’italica unione, nella quale, per maggiore danno dell’Italia medesima, sono caduti gl’inesperti e i mal accorti, presi dalle grida di novatori» (pag. 421). Michele Amari, descrivendo la guerra del Vespro Siciliano, sentenzia di stranieri Giovanni da Procida e Ruggero di Loría, spogliandoli dell’aureola tradizionale per cingerla al popolo siciliano[55]. Palmieri storiò la costituzione siciliana in senso dell’aristocrazia e con allusioni mordenti.

L’isola realmente non avea più Corte nè ministeri come all’età normanna, pure era trattata con favori eccezionali; non bollo di carta, non privativa di tabacchi, non coscrizione; ma anche pochissime istituzioni, cattive strade e gli sconcj d’un Governo lontano. Chi vedesse quell’isola, già granajo d’Italia, ora stremata di popolazione, sparsa di ruine, con immense campagne incolte e impaludite, ed altre non pascolate che da meschini branchi di pecore; chi vi paragoni la spigliatezza degli ingegni, il loro amor di patria, la risoluta volontà del meglio augurava il momento ch’ella tornasse centro al commercio del Mediterraneo, e provveditrice alle navi dirette all’estremo Oriente. Ma l’imputare tutti i mali al Governo era giusto?