Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 7

Chapter 73,482 wordsPublic domain

Erasi ripetuto a sazietà che il papato era avverso per essenza ad ogni innovamento e alle istituzioni liberali, e necessario alleato dell’Austria e dell’assolutismo. Or ecco Pio IX secondare i voti dei buoni, i quali si presumeva non potessero volere se non l’indipendenza italiana. Spiritavasi dunque d’applausi, che si propagarono dalle Romagne al resto d’Italia, e di là al mondo; Europei come Americani, Protestanti come Cattolici ripeteano «Viva Pio IX»; in ogni casa il suo busto; sue medaglie, battute a migliaja di migliaja in ogni metallo, fregiavano ogni petto; sui fazzoletti, sui mobili, sui giocattoli il ritratto e i colori suoi; il nome su tutte le pareti, in tutte le bocche, in tutte le favelle; tutti voleano aver veduto l’uomo del secolo; tutti almeno parlarne, lodarlo; il Turco stesso mandò offrendogli omaggi, amicizia, promessa di ben trattare i Cristiani; i figli di Voltaire riconciliavansi a un papa che sarebbe piaciuto al loro patriarca; i liberali incarnavano in esso quanto di meglio potessero chiedere i popoli o fare i principi; Mazzini stesso gli dirigeva mistiche esortazioni a farsi capo della grande impresa: oh, la generazione che la vide, non potrà più dimenticare quelle dimostrazioni.

Un Angelo Brunetti, per soprannome Ciciruacchio, bello, robusto, di facile loquela, d’esultanti canzoni, ardito e generoso come que’ popolani, tutta cosa di bettolieri, mercatini, vetturali, vinaj, a’ quali mediava contratti, prestava servigi e, occorrendo denari e braccio, si fece il rappresentante della plebe presso Pio IX; egli sistemare le feste, egli disporre i baccani o i silenzj, egli buttar nelle piazze la parola imboccatagli d’encomio o disapprovazione, che ripetuta da ventimila lingue, sembrava parola di popolo. E Ciciruacchio da quell’ora divise i trionfi e la celebrità con Pio IX, e col principe di Canino l’appalto delle dimostrazioni.

Chi si ricordava d’aver visto anni fa la serva di Royer-Collard portata in trionfo dalle ortolane di Parigi, sorrideva e compassionava. Chi conosce che la popolarità vuole schiavi coloro che sceglie per idoli, si sgomentava d’incensi sotto cui fiutava il sito rivoluzionario; e non potendo parlare in quei momenti in cui non è consentita che l’ammirazione, diede indietro, lasciando soletto il papa, e compiangendolo d’aver preso le vertigini. Adunque egli si trovò solo (1847), e obbligato a valersi degli esuli richiamati o di inesperti, contro cui strepitavano coloro i quali non osavano adoprarsi, e pur si dolevano di non vedersi adoprati. Il siciliano padre Ventura, buon filosofo, e che dagli Scolastici avea dedotto il concetto della riverenza all’autorità e dei diritti del popolo, lo incoraggiava a procedimenti, da cui credea dipendere il bene della religione; ma mancava d’esperienza. Agli infervorati parea che il papa avanzasse più lento dei desiderj; sicchè per rinfocolarlo buccinarono d’una _gran congiura_ (16 luglio), dove al popolo radunato a festa correrebbesi addosso, indistintamente trucidandolo con pugnali impressi del _Viva Pio IX_, si troncherebbero le redini de’ cavalli, si getterebbe fuoco nei fenili, i soldati uscirebbero fingendo di calmare la sedizione e invece aizzandola, e fra le stragi e le fiamme si costringerebbe Pio a fuggire e abdicare, mentre gli Austriaci sopraggiunti col pretesto di mettere ordine ripristinerebbero la tirannide. Indicavansi i luoghi, le persone, i mezzi; e in tutto ciò non eravi di vero se non che voleasi farlo credere, e valersene per domandare l’armamento di tutto il popolo a difesa del suo Pio, quasi questo avesse nemici. Era riproduzione d’un noto incidente della rivoluzione di Francia, e il buon papa mise fuori un ordine per dissipare quegli artefatti terrori: ma dopo l’emozione de’ tripudj voleasi l’emozione della paura; e Italia ed Europa credettero alla gran congiura, all’orribile attentato della lega austro-gesuitica.

Tutti i paesi d’Italia scotevansi alle scosse di Roma, neppure s’accorgendo che cominciasse qualcosa più che una festa; da tutto prendeasi occasione di dimostrazioni: l’anniversario dell’uccisione dei Bandiera, della cacciata dei Tedeschi da Genova, della battaglia di Gavinana, dell’assunzione del papa, la morte di O’ Connel a Genova, quella di Federico Confalonieri a Milano, la sconfitta del _Sunderbund_ a Lucerna, offrivano titolo a parate, a canti, soprattutto a pranzi, la esternazione allora più usitata del giubilo. Ricardo Cobden, industriale di Manchester, aveva proposto il libero commercio dei grani in Inghilterra, e sostenutolo con tutti gli artifizj legali che offre il suo paese, tanto che lo vide trionfare, a dispetto de’ possidenti, i quali per prosperare le proprie terre, aveano durato enormi spese nella fiducia di rifarsene coll’alto prezzo delle derrate. La quistione era affatto estrania all’Italia, ma il qui comparire di lui fu un trionfo; a Torino, a Genova, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Milano, ebbe festeggiamenti nelle accademie, a cui davano aria di adunanze parlamentari i calorosi discorsi che la stampa divulgava; e celebravasi la libertà universale di commercio come necessario fondamento della scienza economica, come santa alleanza de’ popoli.

L’importanza stava non in quel che si diceva, bensì nel potere e nel voler dirlo; giacchè da una parte si imparava che noi pure abbiamo il dono della favella, dall’altra cominciava ad atteggiarsi qualche dicitore, qualche capobanchetto. Al vulgo de’ caffè intanto davasi a credere che Cobden fosse inviato dall’Inghilterra a tastar il polso del nostro paese e riferirne: altrettanto si disse di Cormenin, capitato pure di Francia in quei giorni, e che poi pubblicò un libretto ove mostravasi ignaro non solo di quel che si pensava, ma fin di quello che si diceva. Non imputiamolo troppo, giacchè nella scialacquata eloquenza di quei giorni noi pure mostravamo una deplorabile ignoranza di principj e legali e politici; la colposa trascuranza de’ fatti positivi e dei mali veri suggeriva rimedj o folli o insulsi, e rivelava esorbitanti dissensi fra quelli che sin allora eransi creduti in perfetto accordo perchè d’accordo nel fremere o piangere; che eransi creduti amatori della libertà perchè unanimi in un odio.

Nella placida Toscana, il vecchio Fossombroni continuò a dar la parola al sostituitogli don Neri Corsini: morto questo, fu messo a capo del ministero Francesco Cempini, e consigliere intimo il Baldasseroni, sgradito al popolo siccome sogliono essere i finanzieri. Il primo dissenso tra il popolo e il principe si manifestò quando il Renzi, ribelle papale (pag. 77), fuggendo da Rimini, fu lasciato passare per la Toscana, con promessa che non più vi tornerebbe. Ma egli di Francia vi ricomparve, e arrestato (1846 gennajo) come violatore della parola, fu consegnato al suo principe. Sembrò un rinunziare alla propria indipendenza; si sublimò come un eroe il Renzi, il quale poi nelle carceri romane mostrossi ben altro.

Nuova debolezza parve il mandar via Massimo d’Azeglio, a cui tale persecuzione, accompagnata da ovazioni, attribuì inaspettata importanza politica. La opposizione allora s’ingagliardì; e poichè il Gioberti avea messo di moda l’odio de’ Gesuiti, essendosi voluto porre a Pisa una casa di Suore del Sacro Cuore, si fece una dimostrazione chiassosa (febbrajo), e una supplica firmata dai professori e da quei tanti che non vogliono mancar di figurare in una lista.

L’elezione di Pio IX e le sue riforme aggiunsero stimoli e coraggio. Bettino Ricasoli in una petizione esponeva lo scontento del paese, accagionandone l’immoralità del clero, l’istruzione non incoraggita, l’inettitudine degl’impiegati, la mancanza di buoni ordini nel comunitativo e nell’economico, la censura che confondeva il parere dell’uom savio colla suggestione del turbolento; e chiedeasi una buona costituzione. Servì di rincalzo un discorso del Salvagnoli, poi altri ed altri come quando entra la moda: gli stessi capi liberali non cadevano però d’accordo; il che è ovvio quando molteplici oggetti vengono abbracciati; ma i remoranti ne traevano una potente objezione.

Su que’ primordj s’andava poco più innanzi che nel secolo passato, insistendo perchè si ridonasse lena alle istituzioni municipali: ma i buoni vollero applicare un motore, presto abbrancato dai diversi, la stampa clandestina[43]. Giravano alla macchia informazioni, conforti, ed una petizione di radicali trascendenze, che rifiuta le migliorie parziali per chiedere il bene di tutta Italia, e che sia unita in nazione. Cominciarono di qui le consuete satire e declamazioni, che toglieano credito ai buoni pensamenti, e ne elidevano l’efficacia; gli uni esclamavano contro i settarj, gli altri contro gli stipendiati dall’Austria; parole di partito su cui fabbricano i loro libri gli scrittori che li compongono come i giornali.

Anche l’arcadica Toscana covava dunque i suoi vulcani. Leoli e Bici nel 1846 aveano fondata a Livorno la società segreta de’ Progressisti italiani, coll’aspetto di migliorare l’educazione, ma coll’intento di cacciare gli Austriaci e unire Italia sotto Carlalberto; e fecero proseliti nelle infime classi. Scoperti, processati, il granduca li compatì come traviati di buona intenzione. A Modigliana pure si tumultuò contro la forza, e il granduca perdonò ai cinquanta imputati: si tumultuò a Pescia, a Pistoja, con danno d’oneste persone, e con rapine a titolo di carestia, e il duca perdonava. Più che altre riottava la plebe livornese, mista d’ogni nazione; animosi giovani la istigavano, e il Guerrazzi, che ripetendo sempre concordia e fraternità, causava l’opposto.

Udite le riforme di Pio IX, Leopoldo (1847 maggio) le concede anch’esso, e una Consulta di Stato, e gran larghezza di stampa, dove è notabile che n’erano eccettuate le pastorali dei vescovi. Gli studenti di Pisa le solennizzarono processionalmente, gridando «Viva Leopoldo e la stampa»; ma dalla folla usci un «Viva la grascia, viva il pane a buon mercato»; e il grido popolare fu secondato, e ne derivò rissa e capiglia. Anche a Siena i carabinieri urtansi coi giovani, e ne uccidono uno; il popolo pretende siano chiusi in quartiere i soldati, e il Governo consente.

Nell’Università di Pisa insinuavasi quell’indisciplina che non tollera superiori, impedivasi di castigare i cattivi, i professori austeri venivano presi a fischi: uno tra le baruffe restò ferito, uno scolaro ucciso, e, fosse Rinaldo o Martano, ebbe esequie spettacolose ripetute in ogni parte, fra imprecazioni ai carabinieri, dianzi portati a cielo perchè sottentrati alla sbirraglia, ora accusati d’aver fatto affilare le sciabole per dare addosso agli studenti.

Comandava le poche forze toscane il Laugier, militare napoleonico, fin allora vantato per la sua _Storia militare degli Italiani_, e proponeva di reprimere quei tumulti colla forza; ma negatogli dal Governo, dovette scendere a parlamentare col Lilla, ch’era il Ciciruacchio di Livorno; e da quel punto restò bersaglio all’odio e alle imprecazioni de’ liberali, mentre gli smodati sentironsi sicuri dell’impunità. Anzi alcuni Fiorentini mandarono una spada di fino magistero a Giuseppe Garibaldi nizzardo, che profugo nel 1834, condottosi in America, invece di struggere la vita a ribramare la patria, si era messo soldato di ventura; a capo d’una banda d’Italiani servì ai cittadini di Montevideo contro Oribe; scarso d’intelligenza, semplice anzi rozzo di modi, disinteressato, assoluto, abbondante del valore di cui era tanta scarsezza; onde i Mazziniani lo inneggiarono, come possibile spada dell’insurrezione italica.

E già il fremito di questa era espresso ne’ giornali, che, appena trovata qualche larghezza, trascesero di numero e di modi: la _Patria_ proclamava l’accordo dei principi colla libertà; l’_Italia_ sperava il risorgimento dal papa, al quale avversava l’_Alba_, missionando l’unità nazionale e repubblicana. Mentre l’alzarsi della marea mette a galla le persone abili e credute dal popolo, gli inetti smaniosi sentono di non poterlo se non cambiandola in burrasca, dando sul capo di chi si eleva, guastando le previdenze, corrompendo i consigli, proponendo cose che farebbero se fossero in potere; e inefficaci di operare nello Stato e nelle città, s’arrabattano nei caffè e sui giornali, i due perni di questa rivoluzione; e sorretti dalla turba che ascolta sempre a chi più grida e in frasi più rimbombanti, acquistano apparenza di partito, mentre erano pochi egoisti immolanti la causa pubblica all’ambizione personale. Le concessioni del granduca pareano o tarde o inevitabili, onde, invece di riconoscenza, gli si sporgeano domande sempre nuove; flagellavasi l’autorità quando più pareva disposta ad emendarsi; diffondeansi insinuazioni maligne, crudi sospetti, coll’arte di Giuda stillando il biasimo nella lode, e ciò mentre non si parlava che di fratellanza. Altri invece ostentavano liberalità col proporre collette onde erigere monumenti a Pio IX e Leopoldo, al Ferruccio e al Savonarola, e convegni, gite, mascherate, conviti solennizzavano gli eventi giornalieri o le ricorrenze.

E memorabile fu l’anniversario (10 8bre) della morte del Ferruccio, quando innumera gente raccolta a Gavinana, udì un discorso del Guerrazzi, ritraente a colori biblici la possa d’un popoletto che potè resistere a Carlo V padrone di due mondi; e mostrando come le discordie fraterne avessero tutto mandato a ruina, invitava a giurare eterna concordia. E concordia, risorgimento, Italia, èra nuova, ripeteansi dappertutto; quasi le stesse persone dappertutto ricomparivano; abbondando e declamazioni e tutto ciò che in politica è inutile, nulla di ciò ch’è necessario ad una ricostruzione.

Appena a Roma fu concessa la guardia civica, i Toscani la domandarono anch’essi, parendo, in quella tal fratellanza, male assicurata la quiete e la proprietà da poche truppe e frolle. Il granduca asserì non la darebbe mai, e presto dovette darla: nell’editto rammemorava che «tutti gl’interessi sono impegnati nell’ordine e nell’osservanza delle leggi; che le agitazioni anzichè portare al progresso civile, cagionano discordie, ristagno dell’industria e del commercio, perturbazione degl’interessi particolari e generali, inducendo diffidenza e timore». Parole al vento: più di ventimila persone andarono a ringraziare il principe fra canti e viva chiassosissimi; dappertutto processioni, _Tedeum_, allocuzioni, bandiere biancherosse, corone ai simulacri d’illustri antichi, ovazioni al Niccolini pel suo _Arnaldo da Brescia_; i pezzi della catena rapita a Porto Pisano e sospesa in trionfo a Firenze, sono staccati e rimessi a Pisa.

In questa città si rinnova e maggiore il frastuono: Mayer economista, Montanelli poeta, Centofanti filosofo fanno iscrizioni, arringhe, canti; tra gli accorsi della provincia si ricambiano le bandiere, e preti e frati a benedirle. A Livorno molto di più; donne vestite d’amazzoni palleggiano le spade, vecchi gravi discorrono da collegiali, e fra i mille cinquecento vessilli che quel giorno (8 7bre) sventolarono sopra cinquantamila accorsi, grandeggiò il tricolore.

Ed ecco (giacchè ogni frivolezza era appiccagnolo) al domani comparire due dei più vivi nelle dimostrazioni romane, il principe di Canino e il suo segretario Masi improvvisatore, vestiti da guardia nazionale romana; accolti spettacolosamente e tra infiammati applausi del Guerrazzi al nipote di Napoleone, essi snudano e incrociano le spade, invitando tutti a giurare la santa causa italiana. Voleasi costringervi a fischi anche il Laugier, che sovrappose in fatti la sua spada gridando «Viva Leopoldo II».

A Pisa ebbero nuovi trionfi, e la loro carrozza fu tirata da una schiera di preti (12 7bre). Più misurati a Firenze: ma quivi si rinnovò la festa, venendovi deputati da tutti i Comuni, e ventiquattromila guardie civiche, e cinquanta bande musicali, e senza numero bandiere, sciorinanti i _Viva_ di moda. Sei milioni costò allo Stato il montare la guardia civica, oltre lo speso dai particolari, che si pavoneggiavano in quella, ed esercitavansi a cantar gl’inni, imparare la marcia e la carica in dodici tempi; mentre nessuno arrolavasi alla milizia, per quanto il Ministero vi esortasse; non che mantenere quiete, in ogni villaggio istituivansi botteghe ove leggere giornali e spoliticare; i tumulti cresceano, gli sgomenti ingrandivano, i capitali si ritiravano dalla cassa di risparmio, ch’ebbe bisogno di sussidj del granduca; la feccia montava su; la proprietà non era rispettata, nè la sicurezza delle persone; «dall’umile castello di Castagneto nella maremma pisana ascendendo a gradi fin alla capitale, non scorreva quasi giornata senza nuovi tumulti» (ZOBI); il commercio livornese deperiva, perchè quella agitazione toglieva ai forestieri la sicurezza; del che lamentandosi, i negozianti chiesero una commissione di Polizia; e questa fu riguardata come vessatoria. La plebe cittadina, erettasi sovrana, arrestava e insultava col titolo di traditore e di spia; l’autorità violentata ne’ suoi strumenti, alternava parole amorevolissime con provvedimenti rigorosi che lasciava senza effetto; ogni concessione si considerava puro dovere, ogni freno una tirannia, ogni indugio tradimento o vigliaccheria.

Il granduca nominò una consulta, e spiacque perchè tutta di persone già in alti uffizj, e non rappresentava nè le ricchezze nè gl’ingegni delle provincie. Si riforma la legislazione municipale, si nominano commissarj per compilare il Codice civile e criminale: ma dacchè il duca riconobbe che le leggi e gli ordinamenti sono viziosi, nessuno più vuole osservarli; qualunque legge venga fuori è denigrata da quelli che non furono convocati a discuterla; gl’impiegati dal far poco mettonsi al far nulla, in attesa delle riforme. Del resto che forza poteano questi avere quando tutto era sul mutarsi? e la circolare ministeriale del 30 novembre 1847 poneva «i buoni impiegati e la libertà nell’esercizio di loro attribuzioni sotto la salvaguardia dell’onore e della forza de’ magistrati municipali, della guardia civica e de’ buoni e savj cittadini che la componevano». Dolorosa confessione d’impotenza!

Sentendo il disordine rigonfiare sotto la congiura degli applausi, chi ne imputava i Mazziniani, chi i Buonaparte, chi la lega austro-gesuitica, e nessuno le basse passioni e i codardi interessi. E noi, testimonj e parte di que’ fatti, or che li ricorriamo, a fatica sappiamo persuaderci come allora non si avvertissero o si scagionassero, volendo soltanto scorgere gioja, fratellanza, tripudj, fiducia d’italica rigenerazione, e guaj a chi credesse altrimenti.

Le maggiori speranze fabbricavansi su Carlalberto. Cominciò egli a guastarsi coll’Austria quand’essa sui vini, ricchezza del Piemonte, pose un dazio così gravoso, che equivaleva ad escluderli. Egli a vicenda concesse alla Svizzera di trarre da Genova il sale che l’Austria aveva il privilegio di somministrarle. Ne cominciarono dissensi diplomatici; e poichè la patria, come la religione, non conosce colpe inespiabili, bastò che Carlalberto mostrasse all’Austria non il pugno ma il broncio, perchè venisse anch’egli idealizzato come spada d’Italia, di cui Pio era la testa. I Piemontesi se ne esaltano, con tono insolito si discute di dogane, si propone una società per lo spaccio dei vini, si brinda ai conviti, si dilata la smania di far qualche cosa, d’esser qualche cosa, di mostrarsi capaci per quando i tempi verrebbero. A tale intento un’Associazione agraria ne’ suoi comizj riproduceva in piccolo i congressi scientifici; le elezioni e la presidenza davano origine a partiti, già caratterizzandosi gli eccedenti e i moderati, i repubblicanti e i costituzionali: ma il re troncò le quistioni col rendere carica di Stato la presidenza, e affidarla al conte di Collobiano. Carlalberto, col solito intradue, lasciava scrivere ma non favoriva gli scriventi; fa coniare una bellissima medaglia, ove tra le effigie di grandi Italiani compare il leone di Savoja straziante l’aquila, col motto _J’attends mon astre_, ma la regala quasi di nascosto; lascia festeggiare Cobden, ma non istampare i recitati discorsi; nè vuole si stampino quelli de’ comizj agrarj a Casale; eppur colà manda al Castagneto una lettera ove dice: — Che bel giorno quello in cui si griderà guerra per l’indipendenza d’Italia! Io monterò a cavallo co’ miei figliuoli, e mi porrò alla testa del mio esercito».

Fu la favilla in un pagliajo; gli s’inviò un indirizzo, e — Comandate, o sire; non vi rattenga alcun riguardo pe’ vostri popoli: vita, averi daremo per voi». Il bollore rigonfia, eppure Carlalberto nulla risolve; ed egli comincia a temere che anche il suo popolo s’invogli dei tumulti, il popolo a sospettare che il suo re lo meni per le buone parole: raddoppia dunque gl’inni a Pio IX, ma mentre li canta a piena gola sul passeggio degli spaldi, ecco a un tratto «da opposte parti sboccare soldati, gendarmi, agenti di Polizia, con nude sciabole e pistole inarcate, maltrattando, percotendo, insultando senza riguardo uomini, donne, vecchi, fanciulli»[44] (30 8bre). Ultima velleità di resistenza; poichè Carlalberto si trovò subito condotto a concedere riforme amministrative; un tribunale di cassazione; pubblici dibattimenti nelle cause criminali; allargata la stampa; la Polizia passata dai governatori militari agl’intendenti; garantita la sicurezza individuale; i municipj eletti a tempo non in vita; ripristinato il ministero dell’interno; sostituito il merito all’anzianità e alla nobiltà nelle promozioni militari.

Quasi avesse commesso un delitto, Carlalberto rinnova il decreto contro gli assembramenti, e da Torino corre a Genova: ma vi è ricevuto con un’esultanza chiassosissima; sventolava innanzi al popolo la bandiera tolta il 1746 agli Austriaci, innanzi ai preti la bandiera di Gioberti, e «Viva Gioberti» ripeteasi violentemente presso al collegio de’ Gesuiti; e fu chi gridò amnistia, e tutti l’echeggiarono; e fu chi gridò al re — Passa il Ticino e tutti ti seguiremo»; e Carlalberto ai minacciosi omaggi impallidiva e taceva.

Ma più che a svolgere le riforme si pensava a incorniciarle d’applausi: i giornali della media Italia intonavano ch’essi valevano quanto un intero esercito; negli inesauribili pranzi faceano tirocinio d’eloquenza i futuri oratori[45]; per le strade al pari che ne’ gabinetti cantavasi che l’aquila d’Austria avea perduto le penne, che l’Italia s’è desta, che ogni squilla sonò i vespri; a Genova nella festività de’ bicchieri mescolavansi patrizj e popolani per cantare inni; per un pranzo esibito ai Torinesi, per una visita a Origina, smetteansi negozj e affari; tutti voleano ragionacchiare di politica, tale credendo soltanto quella del giorno e la energumena[46], tutti sbattere acqua e sapone per farne bolle, tutti satollarsi d’applausi col secondare le vulgarità, e discorrere e cantare della battaglia di Legnano, dell’assedio di Parma, dell’insurrezione di Genova, del Procida, del Balilla, d’Alessandro III; e vantare la potenza d’Italia, lo sfasciamento de’ nemici, l’entusiasmo che la causa nostra ispirava a lutti i popoli; e gonfiar panegirici, a cui capo metteasi sempre una calunnia; e con errori calcolati e reticenze, dondolare ogni nome tra le ovazioni e le sassate.