Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)
Part 9
Vedemmo i Siciliani non essersi voluti affratellare alla rivoluzione napoletana del 1821, così accelerandone il crollo. Le riazioni seguite ne infistolivano le piaghe; e sebbene Ferdinando II, ch’era nato in Sicilia, professasse volerle medicare, troppo erano inveterate perchè il buon volere bastasse. Egli vi destinò vicerè il conte di Siracusa suo fratello, dal che nacquero speranze volesse farlo re indipendente: ma poi Ferdinando vi surrogò lo svizzero Tschudi (1835). Se ne invelenirono gli odj, e di tutto si facea dimostrazione, dell’arrivo d’un magistrato, di una festa messinese, della morte di Bellini; lo scontento, fomentato dai nobili, dal clero, dai Gesuiti, talora prorompeva, specialmente nel 37 in occasione del cholera (t. XIII, p. 415). Compressa fieramente la sollevazione, si cassarono il ministero distinto, che erasi istituito nel 33, l’amministrazione speciale, le giurisdizioni patrimoniali, la feudalità; insieme si decretarono trentaquattro strade, nuovo catasto, lo spartimento delle terre demaniali fra i poveri: ma i decreti erano mal eseguiti; poi qualunque provvedimento venisse da Napoli era sgradito; il re, andatovi in persona nel 42, vi fu accolto mutamente; ogni umiliazione di lui tenevasi come vanto patrio[56]; gl’intacchi fatti alla fedualità nel 43 spiacquero ai baroni; al popolo le tasse. Le società segrete di colà non camminavano del passo di quelle del continente, perchè diverse d’intento, attesochè i Siciliani volgeansi al loro passato, non al comune avvenire, alla costituzione patria e storica carpita, anzichè all’idealità italiana; municipali più che nazionali, popolo e aristocrazia consideravano forestieri i Napoletani. Pure quelle società al fine aveano preso accordo colle napoletane d’avvicendare la domanda di qualche franchigia, e d’una in altra procedere fino ad ottenere per entrambe la costituzione. Ma quando i rancori fermentano, ogni favilla mette fuoco, per modo che, qualunque sieno le particolarità, la ragione va sempre divisa tra l’offensore e l’offeso.
Una di queste faville mise fuoco a Messina (1847 2 7bre), e fu repressa colle armi, ma si raccolse memoria di ciascun _martire_, singolarmente valutando il silenzio con cui furono celati i complici, malgrado le minaccie e le grosse taglie del Governo. Contemporaneamente sollevavansi Geraci e Reggio sotto Gian Domenico Romeo: represse, la testa del Romeo fu obbligato un suo nipote a portarla attorno; molti ebbero pene minori. Ma l’eco ripeteva di là dal Faro gli applausi a Pio IX e all’Italia; e ad imitazione di Napoli, le passeggiate alla villa Giulia e il teatro risonavano d’inni; e vi figuravano i colori italiani. La stampa clandestina ripeteva i diritti antichi, e finalmente eccitò a sollevarsi. Al 12 gennajo 1848, festivo pel re, Palermo insorge; Trapani, Messina, Catania, Girgenti v’acconsentono; vincitori alle barricate, istituiscono un Governo provvisorio preseduto da Ruggero Settimo, che era stato luogotenente generale nella rivoluzione del 20: accorre gente dalla campagna, si disarmano i pochi soldati, i briganti Scordato e Miceti mutansi in eroi; si allestiscono le _compagnie d’armi_, antica istituzione, che fa garante ciascun distretto dei furti commessi in campagna; e chiedesi governo separato per la Sicilia.
Il re acconsente che la giustizia sia amministrata in tutti i gradi nell’isola, e impieghi civili e dignità ecclesiastiche non sieno date che a Siciliani: non per questo gli acqueta; onde fa domandare che cosa vogliano, ed ha per risposta: — Non si poseranno le armi, se non quando la Sicilia unita in generale parlamento, acconcerà ai tempi la sua costituzione del 1812». A un Governo in tali frangenti che resta? se manchi d’armi come la Toscana o il papa, abbandonerà il paese alla anarchia: se ne abbia, sentirà ch’è primo diritto d’un ente qualunque il conservarsi, e userà la forza, almeno per chiarirsi se quella sia volontà nazionale o sommossa di pochi. Il re di Napoli mandò il conte d’Aquila suo fratello con nove battelli a vapore, che, non valendo le buone, cominciarono a bombardare Palermo (15 genn.): ma ecco i consoli stranieri interporsi, e far sospendere le ostilità, l’andazzo d’allora essendo sul dar ragione ai popoli[57].
L’Italia ruggì allora contro il _re bombardatore_: Napoli, infervorata dalla resistenza de’ Siciliani, domandava con applausi e con fischi quelle riforme, per le quali già tripudiava l’Italia: il re cominciò a dar soddisfazione congedando i due capri emissarj, il suo confessore Cocle e Del Carretto ministro della Polizia. Costui, che da diciassette anni lo serviva con quello zelo che affronta la pubblica esecrazione, trovossi improvvisamente gettato in una nave, senza tampoco l’addio domestico. Il battello che lo portava toccò a Livorno chiedendo carbone e acqua; ma la plebe a tumulto il negò, e per quanto il capitano facesse protesta contro un atto inumano che metteva a repentaglio il suo legno, e per quanto il ministro Ridolfi avesse pubblicato che «il Governo non transigerebbe mai col tumulto», fu duopo rassegnarsi, e rimettere alla vela. A Genova nuovo furore, e gran fatica si durò perchè i fischi non si risolvessero in peggio: alfine potè approdare in terra francese.
A Napoli le concessioni amministrative degli altri paesi non occorreano; già vi era la consulta di Stato, già i consigli provinciali, già la guardia civica; laonde il re non ebbe a crearli, ma solo ad estenderli. Quanto però veniva da lui doveasi prendere in sinistro; si dichiararono scarse quelle concessioni; la libertà della stampa fu giudicata un lacciuolo, l’ampia amnistia pei rei di Stato fu disgradita; chiamasi un ministero (27 genn.) di liberali, e sin di fuorusciti, ma non basta; già si grida «Viva la costituzione»; ma il popolo risponde «Viva il re»; ne nasce un’avvisaglia, ove s’impegnano le guardie civiche contro le truppe: e il re, vedendo non potrebbe reprimersi quel moto senza sangue, benchè padrone dei forti che possono distruggere Napoli, benchè le potenze nordiche il dissuadessero[58], non si limita più a riforme e allargamenti come gli altri principi, ma «avendo inteso che gli amati suoi sudditi desiderano garanzie ed istituzioni conformi all’attuale incivilimento», di propria volontà concede una costituzione, «nel nome temuto dell’onnipotente santissimo Dio uno e trino, a cui solo è dato leggere nel profondo de’ cuori, e che egli altamente invoca a giudice della purezza di sue intenzioni e della franca lealtà onde è deliberato di entrare in queste novelle vie d’ordine politico».
Subito s’istituisce un nuovo ministero (28 genn.), preseduto da Serra-Capriola, e composto di Dentice, Torrella, Garzía, Bonanni, Bozzelli e del siciliano Scovazzo, sovrapponendo alla Polizia Carlo Poerio, figlio, nipote, fratello, cugino di esuli, tre volte carcerato egli stesso. Al Bozzelli, scrittore di materie letterarie e rifuggito in Francia per diciott’anni dopo il 1821, fu dato incarico di stendere la costituzione, ch’egli modellò sulla francese, su quella cioè che in trent’anni non avea ridotto a quiete la Francia, e che anzi stava per andare sobbissata[59]. Essa (10 febb.) portava monarchia costituzionale, religione cattolica; il potere legislativo diviso fra il re e il Parlamento composto di due Camere, una di pari, eletti a vita dal re fra’ possessori di almen tremila ducati di rendita tassabile, l’altra quinquenne, d’un deputato ogni quarantamila abitanti, possessore, non impiegato amovibile, nè ecclesiastico; indipendente il poter giudiziale; l’esecutivo sta nel re e ne’ ministri responsali, che han la parola ma non voto in Parlamento; non più milizie forestiere; guardia nazionale, con uffiziali elettivi sin al capitano, e da quello in su eletti dal re; diritto di petizione; eguali i cittadini in faccia alla legge; libera la stampa, eccetto che in materie religiose; abolita ogni condanna per reati politici. Dappoi il re stesso decretava (23 febb.) che alla bandiera borbonica si annestassero i tre colori italiani.
Date le riforme a Roma, dovettero darsi pertutto; data la costituzione a Napoli, fu inevitabile anche altrove, per quella solidarietà d’interessi che alcuno s’accontenterà di qualificare per moda. Che se ne pigliarono sgomento coloro che credeano doversi il popolo educare poco a poco alla vita politica, e misurargli a miccino le libertà, gl’infervorati ne tripudiarono; nella voltabile ammirazione de’ giornalisti il nome del re bombardatore fu sublimato di sopra dei tre riformatori, sebben insieme colla _italica Palermo_, con quella Palermo che gli opponeva rifiuto e bestemmia. Gli applausi al nuovo feticcio divengono pretesto a grida violente in Livorno; si domanda la liberazione di Guerrazzi, che subito diviene capo d’un comitato; Montanelli, Ricci, Fabrizi predicano ne’ circoli; altri ubriacano nelle gazzette: il simile succede altrove, e se il «Viva Pio IX» avea sgomentato gli assolutisti, il «Viva Ferdinando» fece comprendere ai principi ch’era inevitabile l’imitarlo.
Già la pietosa maestà di Pio IX era soccombuta alla piazza, e la congiura delle ovazioni eragli riuscita più micidiale che non a’ suoi predecessori quella dei coltelli. Non per mezzo della consulta, ma di Ciciruacchio (1847 27 8bre), gli si erano fatte pervenire «domande del popolo romano», le quali esigevano libertà di stampa, remozione de’ Gesuiti, lega italiana, emancipazione degli Israeliti, scuole di economia pubblica, colonizzare l’agro romano, abolire il lotto, far pubblici gli atti della consulta, scarcerare ventiquattro detenuti politici, armarsi, frenare gli arbitrj, abolire gli appalti camerali e i fedecommessi, riformare le manimorte. Gli arruffapopolo già poteano minacciare, già impiantare il despotismo. I giornali, fra cui gittava solfanelli Pietro Sterbini, diroccavano una dopo l’altra le reputazioni delle persone che il papa metteasi attorno; vollero l’armamento, e perchè i ministri disapprovavano, fu proposto di cacciar a furia essi, i Gesuiti e gli austriacanti; il senatore dovè prometterlo, e Ciciruacchio disse: — Mi fo garante io che si daranno ministri secolari». Fra costoro rimane appena luogo a Pio IX di dire: — Non badate a questo grido ch’esce da ignote bocche a spaventar i popoli col titolo d’una guerra straniera. È inganno di chi vuole spingere col terrore a cercare la salvezza pubblica nel disordine, confondere col tumulto i consigli di chi governa, e colla confusione apparecchiar pretesti a una guerra che altrimenti non ci si potrebbe rompere. E chi l’oserebbe finchè gratitudine e fiducia congiunga le forze dei popoli colla sapienza de’ principi? Gran dono del Cielo che tre milioni di sudditi nostri abbiano ducento milioni di fratelli di ogni lingua! Questo fu sempre la salute di Roma; questo fece che non mai intera fosse la ruina di Roma; questa sarà la sua tutela finchè vi sia quest’apostolica Sede. Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele il preziosissimo dono della fede».
Parlava il pontefice, e volea sentirsi il principe, anzi il tribuno; e mutilando il concetto, quel suo _Benedite l’Italia_ fu ripetuto come un invito alla rigenerazione nazionale; gli fu chiesto «venisse a benedire, non più circondato da preti, ma da uffiziali della guardia civica»; ed egli rispose: — Siate concordi, non levate certe grida che sono di pochi non del popolo; non fate domande contrarie alla santità della Chiesa, che non posso, non devo, non voglio ammettere. A questo patto vi benedico».
Mentre Romagna e Toscana barcollavano ad ogni vento per mancanza di pubblica forza, il Piemonte ben in armi pareva sicuro dall’imperio della ciurma. Girava però tale influsso, che la forza bisognava chinasse all’opinione. I libri del Gioberti aveano popolarizzato l’odio ai Gesuiti, e l’insultarli pareva eroismo: la città di Fano cacciolli a furore: Ancona e Sinigaglia fecero altrettanto cogl’Ignorantelli che diceansi loro rampollo: le imitarono Faenza, Camerino, Ferrara: a sassi e razzi vennero presi in Sardegna, talchè dovettero imbarcarsi per Genova; ma quivi trovansi assaliti nel loro convento, e mandati a preda. Nella patria poi del Gioberti tenevansi insulti alle case loro e delle Suore del Sacro Cuore: Carlalberto assicurò nol comporterebbe mai; eppure la sera cominciò la chiassata, nè più cessò finchè esse suore e le allieve non furono disperse. Al domani avviene altrettanto de’ Gesuiti, nelle cui case esultò la tregenda, menata poi or sotto la finestra del governatore, or dell’arcivescovo, ora dei Saluzzo, or della beneficentissima matrona che dignitosamente ricoverava Silvio Pellico, il quale scotendo il capo ci diceva: — Le grandi imprese mal s’inaugurano con atti di debolezza e d’ingiustizia».
Ed ecco ventimila firme giungere da Genova per domandare la guardia civica e l’espulsione de’ Gesuiti: la deputazione non fu voluta ricevere dal re, ma i sommovitori la sorressero, a segno che il re dovette sciogliere la Compagnia di Gesù. Si gridò che bisognava ovviare a queste incondite manifestazioni coll’armare la guardia civica: il re si pose al niego, trovandola superflua in paese di tanti armati; eppur dovette consentirla, e n’ottenne applausi, dai quali però egli ancora tenevasi quasi rimpiattato, seco stesso librando le paure.
La Tour, governatore di Torino, maledetto come riazionario, cantò a Carlalberto ch’era impossibile dondolarsi fra il despotismo e il Governo costituzionale. In fatto il re non era protetto dallo schermo de’ ministri; la stampa mettevalo in compromesso coi vicini perchè sorvegliata, mentre la sorveglianza non ne impediva le trascendenze; le domande cresceano, l’opinione si infervorava, iteravansi le dimostrazioni. Alfine Pietro figlio di Santorre Santarosa persuase al municipio di domandare al re la costituzione: e Carlalberto, esitato lungamente contro gli scrupoli della propria coscienza e le promesse forse date al letto di morte del suo predecessore, in fine, sentito molti consiglieri e preti, confessatosi e comunicato, promette la costituzione (8 febb.), palliandola col nome di statuto, e professando darla di regia autorità, onde non teneasi obbligato a giurarla.
Non mi chiedete i tripudj: ma perchè qualche coccarda tricolore compariva, il re dichiarò non ne soffrirebbe altra che la intemerata e vincitrice di Savoja. Pochi giorni, e tutti i suoi soldati stessi porteranno la tricolore.
Pietro Leopoldo già avea pensato dar una costituzione alla Toscana; Ferdinando III, quando i membri del consiglio generale di Firenze se gli congratulavano del ritorno al 7 gennajo 1815, promise «andrebbe poco tempo senza che il suo popolo possedesse costituzione e rappresentanza nazionale»; quando nel 1820 udì la sommossa di Napoli, disse ai ministri: — Ehi signori, se s’avrà a dar costituzione, si ricordino non voglio essere degli ultimi». Leopoldo II seguiva dunque gli esempj domestici nel concedere la costituzione al suo popolo. Insistevasi di foggiarla sopra la consultiva di Pietro Leopoldo, modificata in modo da attribuirle pure l’iniziativa: ma i giornali e la piazza non lasciano tempo a discutere, onde s’adotta qui pure la francese, col solo divario che ogni elettore sarebbe eleggibile, ed elettori sarebbero non solo i possidenti, ma negozianti, industriali, dotti; i deputati durerebbero tre anni; e fu proclamata (17 febb.), essendo ministri Ridolfi sugli affari interni, Bartolini sugli esterni, Serristori sulla guerra, Baldasseroni sull’erario, Cempini presidente.
Fin il principe di Monaco diede la costituzione. Pio IX per la prima volta non era iniziatore de’ movimenti, aveva professato non isminuirebbe mai la ricevuta potestà, e tutti diceano la dominazione pontifizia non comportare restrizioni rappresentative. Ma il municipio, spinto dai carnevaleschi schiamazzi, gli mostrò la necessità di fare quel che gli altri; ond’egli combinò un nuovo ministero, con Recchi sugli affari interni, Sturbinetti sulla giustizia, Minghetti sui lavori pubblici, Aldobrandini sulla guerra, Pasolini sul commercio, Galletti sulla sicurezza interna, tutti secolari, e preti il Morichini sull’erario, il Mezzofanti sugli studj, l’Antonelli sulla diplomazia; consultò il concistoro principalmente sul come conciliare la libera stampa colla censura ecclesiastica, salvare le giurisdizioni del sacro Collegio, lasciar libero il principe nel seguire la politica che più complisse al bene della santa Sede, infine rattenere le assemblee legislative dai punti che si riferissero a canoni e statuti apostolici. Ma poichè i cardinali furono unanimi nella possibilità d’uno statuto (14 febb.), Pio IX professò: — Purchè salva la religione, non ci rifiuteremo a veruna innovazione necessaria».
All’intento dell’unità italica sarebbe stato a desiderare uniformi le costituzioni; ma poco differivano l’una dall’altra, ricalco della francese: due Camere; ministri responsali; d’elezione regia i senatori; elettori de’ deputati i censiti; libertà di stampa e di petizione; inamovibilità de’ giudici: solo Roma, per suggerimento del padre Ventura che pur volea qualche resto delle forme teocratiche, conservava come terza Camera il concistoro de’ cardinali, elettori del sovrano e da questo eletti a vita, che in secreto decidevano sulle risoluzioni del Parlamento; oltre che riservava a sè gli affari misti, o concernenti i canoni e la ecclesiastica disciplina. Mantenevasi la censura ecclesiastica, nè i consigli poteano proporre legge che concernesse canoni e discipline.
Lo statuto dato da Roma parea mettere la religiosa sanzione a quello degli altri paesi: onde fu un’ebrezza tra la folla; mentre quei che folla non vogliono essere discutevano di libertà, e dei fondamenti e delle forme di essa; analizzavano e paragonavano le costituzioni; esprimeano pubblicamente i desiderj fin allora repressi; chiedevano ed ottenevano ministri nuovi, non più a talento del principe, ma a fiducia de’ cittadini, e noti all’Italia per antica venerazione, ed altri pur allora richiamati da diuturni esigli; lodavansi i principi dei freni che poneano a se stessi, volendo che la legge non fosse atto di potenza ma di ragione; e quasi possa alle cancrene rimediarsi coll’acqua di rose, pindarizzavasi un beato accordo di popoli e principi, della forza e del pensiero, nell’acquisto della libertà e dell’indipendenza.
CAPITOLO CXCI.
Le insurrezioni.
A questo accordo di principi e popoli per la rigenerazione nazionale, chi penserebbe opporsi? L’Austria sola: ma questa non potrebbe spiegare le sue forze per reprimerli, fin a tanto che non si rompesse guerra; e guerra non si romperebbe, attesa la moderazione dei popoli, educati alla saviezza dalla sventura _e dai giornali_. Ma senza guerra come cacciarla oltr’Alpi? nessuno vedevane modo, eppur tutti se ne confidavano; non ragionavansi le difficoltà, si negavano; e la speranza occupava gli animi come una di quelle idee fisse che l’allucinazione traduce in realtà. Ed ecco in quel ridente orizzonte scoppiare il turbine, una nuova rivoluzione della Francia.
Da un re portatole dagli stranieri, questa accettò come umiliazione la Carta del 1815; e invece di svilupparla, la spiegazzò; poi come vide i Borboni intaccarla, li cacciò, sovvertì quanto avea rifondato in quindici anni, moltiplicò sangue e ruine, conculcò glorie; e tutto ciò per fare della Carta stessa un’edizione con varianti. Parve essa raggiungere la massima libertà ottenibile ne’ Governi rappresentativi, tutto potendo la legge, nulla il re, il quale regnava non governava; illimitata la libertà della parola, dell’associazione, dello scrivere, dell’adorare; tenue il censo richiesto per esser elettore ed eletto. Luigi Filippo, posto sul trono come una barriera contro la repubblica, riuscì a rattenerla per diciassette anni; nei quali aveva egli rattoppato gli sdrucci che ogni rivoluzione fa, non diminuiti i debiti ma cresciuto credito alle finanze, ravviato il commercio, estesa la prosperità materiale favorendo l’aristocrazia mercantile, surrogatasi alla patrizia; lettere, arti, scienze incoraggiò sin a farne una potenza nei giornali e alle Camere; insieme mantenne la pace fra pressantissime incidenze di guerra; restaurò la marina in modo, da comparire onorevolmente nei mari più distanti. Pure il suo Governo, per volger di tempo, non si consolidava, come quello che unica origine e fondamento avea la rivoluzione; chi in questa non erasi acquistato una nicchia, martellava a prepararsene un’altra; i diseredati della quale ne solleciterebbero una terza. Il Governo stesso, nelle arti con cui era costretto accaparrare le elezioni, nella condiscendenza che doveva a’ suoi creatori e sostegni, nel dover rannodare alla propria durata i grandi interessi e i minuti, poneva mente a tutt’altro che alla moralità; vacillava condiscendendo, anzichè progredire resistendo; e dopo diciott’anni si trovava in aria come al principio. L’incremento materiale, così sproporzionato al morale, portava un’ebrezza di desiderj, una bolimía d’oro, tutti volendo acquistare, tutti godere, qualunque ne fosse la via: deperito ogni carattere privato e pubblico, non più rattenuti da riflessi superni o da ricompense postume, anzi istigati da una letteratura sistematicamente depravatrice. Allora moltiplicate le frodi, e i delitti codardi e i feroci sin tra persone elevate, il cui scandalo era aumentato dalle difese pubbliche e dall’interesse che i giornali e il bel mondo prendevano per scellerati.
La moltitudine più sana, che anzitutto vuol pace e ordine; i trascuranti che imbellettano di moderazione l’accidia; gl’interessati a mantenere l’impiego, la pensione, il posto in palazzo o al Parlamento, bramavano s’assodasse quel dominio, ma il bramavano fiaccamente, mentre operosissimi lo sottominavano i partiti. Contro la vita d’un re eletto dal popolo, lealmente liberale, e modello di virtù domestiche, ripeteansi attentati, più che contro qualsiasi tiranno. Ai Legittimisti, confidenti nel diritto divino, si rannodavano gli antichi nobili e parte del clero. Repubblicane professavansi le società secrete, i giovani, gli artigiani, i Furieristi. Con miglior carta ormeggiavano i Buonapartisti; e se quanto i Mazziniani parvero ridicoli i tentativi di Luigi Napoleone, che, fallito in Italia, due volte avea presunto, col proprio nome e con un pugno d’amici, sovvoltare la Francia, ove non trovò soccorso nè simpatia, bensì carcere e perdono, l’avvenire attestò quanto quel fuoco sotterraneo operasse. Il Governo, battuto dalla stampa e dalla calunnia, liberalissime e provocanti, dai rifuggiti d’ogni favella, dai cospiratori d’ogni gradazione, non che predisporre l’avvenire, poteva a stento orzeggiare giorno per giorno. Il Parlamento, cui uffizio sarebbe stato condur il paese a riformarsi senza scosse, irritava colle declamazioni e col continuo imputare al Governo d’avvilire la Francia nelle relazioni esterne, di comprimerla nell’interno progresso; balzavasi da un ministero all’altro senza un perchè, e sempre lamentando che i surrogati divenissero peggiori de’ precedenti. Il più lungo fu quello dello storico Guizot, carattere più rigido che nol soffrissero le passioni pruriginose, più incorrotto che i suoi competitori, ostinato a voler la pace, e come mezzo a ciò, consolidare la nuova dinastia; ligio a questa, ma operando costituzionalmente e colla maggiorità delle Camere.