Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 27

Chapter 273,567 wordsPublic domain

Veduto a segni troppo evidenti che governare la Venezia le era impossibile, l’Austria era disposta o rassegnata a farne il sagrifizio, e tanto più quando, venuta in rotta coi Prussiani pel primato nella Germania, sentì che avrebbe sempre alle spalle nemica l’Italia. Per mezzo dunque di Napoleone fece proporre al regno una alleanza o almeno la neutralità, cui compenso sarebbe la cessione di quel che ancora chiamavasi regno Lombardo-Veneto. Ma il Ministero italiano aveva già concordato altri patti colla Prussia, e il 10 aprile del 1866 stipulato che l’Italia farebbe contro l’Austria tutti gli sforzi suoi, in modo da pigliarla fra due fuochi, e assicurare così la prevalenza dei Prussiani, i quali dal canto loro non verrebbero a pace se non assicurando al regno d’Italia il Veneto.

Così, pace o guerra, inazione o sacrifizj, il Veneto era accertato. L’Europa sentì che accendeasi una guerra che divamperebbe dappertutto, sicchè cercò interporsi mediante una conferenza, a cui invitò i Potentati. L’Italia vi aderì, asserendo ch’erasi armata unicamente per difendersi e protestando non comincerebbe essa le ostilità contro l’Austria, ma che non sarebbe quieta finchè non possedesse la Venezia. L’Austria accettò pure il convegno, ma con queste riserve: 1º che nessuna delle Potenze intervenienti dovesse chiedere aumento di territorio; 2º che per trattare di cose italiane dovesse essere invitato anche un rappresentante del papa, giacchè Roma vi era interessata non men che Firenze; 3º che per punto di partenza delle trattative dovesse prendersi il trattato di Zurigo.

Ciò fu preso come un deciso rifiuto, nè l’Austria poteva più fare una cessione che cessava di parere spontanea, se prima non avesse salvato l’onore delle armi, come, nel linguaggio diplomatico, si chiama l’assassinio di migliaja di vite, e lo sperpero delle fortune d’un paese.

Un manifesto reale del 20 giugno dichiarò che le «provocazioni guerresche dell’Austria sui nostri confini e le ingiuste e improvvise minaccie d’aggressione» costringevano il regno ad armare per «compiere il programma nazionale, stato interrotto dalla pace di Villafranca, e liberarsi da una Potenza che, col suo contegno ostile e minaccioso, impediva di costituirsi all’interno, e costringeva agli incompatibili sacrifizj d’una pace armata». Dell’alleanza colla Prussia nessun atto ufficiale fe motto, per parte nè nostra nè di quella, come neppure di 150 milioni di denaro effettivo che dicesi essa mandasse all’Italia.

Allora i giornali più non seppero che gridare alle armi; l’Italia, che non avea ravvisato salvezza alle finanze se non nel ridurre l’esercito suo, lo crebbe sterminatamente, e vi aggiunse 40,000 volontarj che opererebbero sotto Garibaldi; si accelerò la confisca dei beni ecclesiastici, sorpassando a tutte le forme parlamentari; si diedero al Ministero estesissimi poteri, dei quali si valse per ordinare il corso forzoso della carta e per gettare un prestito forzato di 400 milioni.

In aggiunta si lanciò la legge dei sospetti, nominata dal Crispi, principalmente diretta contro del clero, di cui moltissimi e rispettabili membri furono imprigionati o deportati; e si istituì in ogni paese una giunta che denunziasse i sospetti.

I discorsi erano che, non essendo possibile prendere con assalto diretto il formidabile quadrilatero, si farebbe lo sforzo maggiore per mare, dove la formidabile nostra flotta era immensamente superiore all’austriaca: questa certo si ritirerebbe nel porto di Pola, ove le nostre bombe la incendierebbero; allora si porterebbe un grosso sbarco di volontarj sulle coste della Dalmazia, mentre la flotta prenderebbe Venezia, donde si assalirebbero a rovescio le fortezze; l’esercito, di oltre 400,000 uomini, superiore non solo di numero ma di abilità all’austriaco, coll’ala destra entrerebbe nel Veneto pel Basso Po e fino alle alpi di Bassano, mentre i volontarj per le alpi del Bresciano e della Valtellina invaderebbero il Tirolo, congiungendosi coll’ala destra per dare mano ai Prussiani in Baviera, e occupare Vienna, ove dettare la pace all’Austria.

Questa d’altro lato riposava sulle inespugnabili fortezze del Mincio e dell’Adige: ed era creduta superiore alla Prussia, marciando prontamente contro della quale, occuperebbe la Slesia, anticamente da essa toltale, e proporrebbe di tenersi questa conquista in compenso della Venezia che cederebbe.

Tutto andò al rovescio. La Prussia, non aborrendo dalla guerra civile, e con una strategia qual nessuno sospettava, assalse i piccoli Stati germanici, incapaci di resisterle, poi prevenuto l’esercito austriaco, sgomentato dai rapidissimi movimenti, coltolo in posizioni sfavorevoli, e ajutata dalle nuove manovre de’ fucili a spillo, lo ruppe principalmente nella battaglia di Sadowa, una delle più micidiali del nostro secolo micidiale. Occupata anche la Boemia, la Prussia si trovò alle porte di Vienna, e ottenuti i suoi intenti, propose la pace, purchè si sciogliesse la Confederazione Germanica, e si riformasse sotto la sua primazia, escludendone l’Austria, che resterebbe ancora intatta, eccetto il Veneto.

All’Italia i gridi dei giornali non avevano lasciato aspettare questi eventi. L’esercito spiegato sul Mincio, lo passò il 24 giugno, e i giornali che ve l’avevano spinto prima, non ebbero parole sufficienti per vituperare i generali che non riuscirono a vincere. Sebbene la giornata di Custoza fosse nelle alte sfere considerata come decisivo disastro, e annunziata a Garibaldi come disfatta irreparabile, fin a sospendere le mosse delle due ale, e ritirarsi a difesa dietro l’Oglio, presto si vide che, come mal concertato erasi l’attacco, così esagerato o artifiziale era lo spavento. Ma l’Austria, salvato l’onore delle armi, mandò a cedere il Veneto all’imperatore dei Francesi, come nel 1859 aveagli ceduto la Lombardia. Ciò accettato, avrebbe potuto trasportare il suo esercito a difendere Vienna, e forse prendere la rivincita sui Prussiani.

La Francia tripudiò di quest’atto, che dava ad essa tutti i frutti d’una guerra dov’erasi tenuta neutrale, ma in Italia i giornali misero un urlo concorde contro di esso. Rassegnandosi al qual grido, il Ministero, con dispendj e pericoli nuovi, fece dall’ala destra passare il Po: la quale, senza più incontrare nemici, occupò tutto il Veneto fuor delle fortezze. I volontarj, che a tante migliaja, e male armati e peggio pasciuti, eransi accumulati in gole, dove pochi e subitarj bastavano, a viva forza occuparono alcuni paesi del Tirolo italiano, e già Trento era vicina ad esser presa in mezzo dalle nostre forze.

I giornali, che creano gli idoli ad immagine propria, non rifinivano di gridare contro la flotta perchè non isgominasse l’austriaca, e non occupasse Trieste e l’Istria. Si dovette dunque dare lo spettacolo d’una battaglia navale, e il 20 luglio a Lissa toccò un altro disinganno alle nostre immaginazioni. Quei che avevano provocata la battaglia si sfogarono allora, tacciando di tradimento o d’inettitudine l’ammiraglio, come faceano di parecchi generali di terra e di quanti, invece di stare a scrivere e a ragionacchiare, si erano messi alla prova della fortuna.

Come si devano intitolare questi massacri, fatti per casi di cui era prestabilita la risoluzione, lo pronunzierà la coscienza pubblica. Intanto la Prussia avea combinata la pace, per cui Italia accettò un armistizio, in forza del quale i volontarj dovettero uscire dal Tirolo, l’esercito abbandonare le sue posizioni del Tagliamento e dell’Alpone.

Non è a dire lo scontento che ne sorse, perocchè una guerra motivata unicamente dal bisogno di difendersi, ora si voleva che acquistasse al regno, non solo tutto il Lombardo-Veneto, ma il Tirolo italiano, Trieste, l’Istria, la Dalmazia, escludendo così affatto la Germania dal Mediterraneo, e prendendo per nostri confini _naturali_ le Alpi Retiche e le Carniche. Non bastavano però esclamazioni di giornali o fremiti di volontarj a spingere i ministri a una nuova guerra, ove ci saremmo trovati soli rimpetto a 350,000 soldati dell’Austria, padrona delle fortezze, e non solo sciolta dal suo nemico, ma forse ajutata da questo. Bisognò accettare la pace di Vienna, per la quale l’Austria cede alla Francia e la Francia al regno d’Italia tutto il Lombardo-Veneto.

Questa mostra di guerra costò al regno 555 milioni. L’Austria restava così esclusa affatto dall’Italia e compita l’indipendenza: ma doleva l’aver dovuto riconoscere l’inferiorità dell’esercito e della flotta nostra: l’accettare la Venezia come un dono dalla Francia, la quale anzi volle la superflua formalità del plebiscito: il non essersi giovati di tale acquisto per correggere molti difetti dell’amministrazione, e per sistemare meglio la quistione religiosa. Questa anzi venne esacerbata, e mentre gli Austriaci aveano sempre considerato il clero come ostile alla loro dominazione, contro di esso si sfogavano i nuovi padroni: ed oltre l’invasione di predicanti e di chiese protestanti e valdesi nel Veneto, il Ministero si valse de’ pieni poteri per effettuare la soppressione delle corporazioni religiose e la confisca de’ beni ecclesiastici.

Volle credersi conseguenza di ciò la sollevazione di Palermo (17 settemb. 1866), ove lo scontento proruppe alla prima occasione, tanto da veder minacciata la perdita della Sicilia, quando si acquistava la Venezia. In un tratto la sollevazione si trovò padrona della città, ma forti truppe la sedarono. Ne seguirono carcerazioni e bandi, e la subita distruzione degli antichissimi conventi. Intanto, per la legge Crispi, in ogni provincia si erano istituite giunte per indicare le persone sospette da mandare a domicilio coatto, e ne venne una persecuzione, degna dei peggiori tempi rivoluzionarj: applicata a 4171, la più parte parrochi e monsignori.

L’eccesso portò a pensare qualche conciliazione fra la Chiesa e lo Stato: si spedì a trattare col papa per la nomina degli 80 vescovi, che mancavano alle diocesi, ma contemporaneamente si spingeva alla confisca di tutti i beni ecclesiastici e alla abolizione di tutti gli enti morali.

Restava poi sempre il proposito di occupare Roma, e mentre i ministri lo dissimulavano, gli avventati pensarono effettuarlo, appena ne partisse il presidio francese. Una Giunta nazionale, diretta da Garibaldi, d’intesa col Comitato romano, mandò fuori un proclama (24 luglio) eccitando alla sollevazione; e Garibaldi moveva per invadere, quando fu arrestato a Sinalunga e portato in fortezza, ma subito rilasciato fra trionfi. Ben presto egli è di nuovo a capo de’ suoi, e profittando della caduta del ministro Rattazzi, creduto connivente a questi tentativi, moltiplica comitati, processioni, _meeting_, eccita tumulti nelle varie città. Tutta Italia n’era sossopra, commossa la Francia che manda truppe da Tolone a Roma; a Mentana Pontifizj e Francesi sconfiggono i Garibaldini; e il Ministero italiano dà l’amnistia ai sollevati, pur protestando che Roma dev’essere «la sede più sicura del pontefice, e che l’Italia saprà difenderlo e circondarlo di tutta la venerazione che gli è dovuta, e farne rispettare l’indipendenza e la libertà».

Ma il Comitato romano preparava attivamente l’insurrezione, e una banda si spinse pel Tevere fin a Monte Rotondo, mentre in Roma faceasi saltare in aria la caserma de’ zuavi pontifizj; ma ancora i Pontifizj riuscirono a respingere gli aggressori (1867 23 ottobre).

Questi avvenimenti aveano obbligato i Francesi a non ritirarsi da Roma. Il malcontento del paese era grande, mentre le finanze andavano in deplorabile deperimento. Nell’Italia meridionale e nella centrale, nel Veneto era fermento contro le sempre crescenti imposte, e la ridestata del macinato.

Di fuori la Francia s’agitava verso una nuova rivoluzione; domandava che l’imperatore coronasse l’edifizio, cioè desse forme costituzionali, ed egli si vide costretto ad eleggere un Ministero responsabile, dal quale fu spinto a muovere guerra alla Prussia. Vi si accingeva con mezzi imperfettissimi, mentre la Prussia vi si era preparata con finissima arte e lungo proposito, in modo che essa ebbe ben presto invasa la Francia, sconfitti gli eserciti, fatto prigione l’imperatore, assediato Parigi, e imposte le condizioni più gravose e più umilianti.

Francia erasi lusingata d’esser soccorsa dall’Italia, per la quale avea tanto fatto e tanto lasciato fare; ma nel pericolo che la piccola guarnigione che ancora teneva a Civitavecchia fosse fatta prigioniera dal nemico, la richiamò. Restava così di nuovo lo Stato Pontifizio senza difesa, e l’esercito italiano lo invase, e presa Roma ridusse il papa entro il palazzo vaticano. Ben presto da Firenze si trasportò il Governo a Roma, compiendo così, sotto al doppio impulso della rivoluzione e della volontà imperiale, l’assunto del Mazzini, assunto che non tutti credono il più conducente nè alla gloria nè al ben essere della patria comune.

Di fatto nel marzo 1876, sconfitto il Ministero Minghetti, saliva al potere la sinistra, ed era un concerto quasi unanime di disapprovazione per quanto erasi fatto nei 16 anni da che il regno esisteva, condannando e atti e persone, peggio che mai non avessero fatto i nemici e i detrattori. Se quel noviziato fu veramente infelice, possano i nuovi amare sinceramente la patria, riconoscere che i mali suoi vengono da scarsezza di virtù, la quale non consiste nell’ostentare patriotismo intollerante, o nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che discolpa i mezzi; o nell’alleare il sentimento religioso ad un partito od a un nome; bensì nell’anteporre il bene pubblico all’individuale, e sapersi rendere superiore alle lusinghe dell’oro e degli onori e alla paura dei giornali.

A raddrizzare il buon senso, la facoltà che peggio deteriora nelle rivoluzioni, molto varrebbero gli scrittori, ma neppure essi vi prestarono grand’opera: e mentre dopo il 1830 erasi tanto fidato nell’efficacia dei libri sul popolo, oggi si riducono sempre più a schermaglia letteraria o arraffamento d’associati; mai non si sono edite tante scritture buffe, pubblicati tanti giornali da ridere; che se anche non fossero un insulto alle pubbliche sciagure, nel ghigno perpetuo e sistematico vi ha qualcosa di scimmiesco e di stupido che cagiona disgusto e ribrezzo; com’è assassinio della patria il risolvere col riso le grandi quistioni.

Continuò la sensibilità pei paroloni, che ci deriva dall’abitudine retorica e teatrale; confondendo la parola ch’è comune a tutti, coll’arte del bene usarla che è di sì pochi, ogni pusillo vi si credette capace, aggravando la mediocrità col non volere istruirsi, quasi il lavoro s’addica solo a chi manca d’ingegno: povero ingegno che serve di velo all’inerzia, e consiste solo in un poco d’immaginazione senza sicurezza di giudizio, in una concezione subitanea che non si consiglia colla riflessione, in una facilità d’esprimersi, caroleggiante sopra qualunque primo pensiero, senza quel secondo che lo matura e perfeziona.

Compilazioni, dizionarj, manuali, enciclopedie, con poco tempo e poco denaro portano a minuto la dottrina e in digrosso la presunzione, e quel falso sapere ch’è peggio dell’ignoranza, dispensando dal lungo e forte tirocinio intellettuale, alla memoria attribuendo tutta la parte della riflessione, con replezione di cibi superflui impedendo la digestione de’ necessarj; e mentre importerebbe tesorizzare cognizioni assolute, verificarle, operare su di esse, ricomporle, discernere, concludere, si va allucinati alle immagini, al movimento, alle impressioni, ricevute colla passività di specchi. Il galante e la signora, che conciliarono il sonno con libri siffatti, cianciugliano di tutto, e trattano da pedante chi parla seriamente di ciò che faticosamente apprese; sempre più diminuendo quella classe di lettori assennati e indipendenti, i cui giudizj costituirebbero un’opinione pubblica, e mentre una volta i pensatori credeano poter creare l’opinione, ora si piegano a subirla; mentre chiedeasi che ne direbbero coloro che si stimavano, oggi si ha paura di quello che diranno la piazza e i folliculari che si disprezzano.

Di qua il bello spirito surrogato allo spirito buono, e quella leggerezza vivace ch’è ormai l’unico vanto della coltura nostra, a micidio della forza e della profondità: di qui il preferire i moti convulsivi alle forze regolari, i giornali ai libri.

I quali giornali, frivoli, venderecci, di consorteria (colle debite eccezioni), quasi perenne insulto alla morale, al retto sentire, a chi nel meglio confida, si ostinarono a proscrivere ogni indipendenza morale, a calunniare le persone e le cose che menomamente sovrastino alla loro bassezza, e tolgansi dall’oscurità a cui essi sono condannati. Una critica, come prima, negativa, stizzosa, oppositrice, deleterica, sconobbe che la situazione nuova imponeva altri doveri; neppure la seria, colla calma nelle dispute mostrò fiducia nell’esito, ma rassegnossi a blandire gl’ignobili istinti dell’invidia e della denigrazione, svogliando della generosità col calunniarla, e immaginando che bisogna avvilire gli uomini per attaccarseli.

Garzoncelli appena usciti di collegio strascinano al loro predellino i veterani, e credono muovere e dilettare il mondo con un articolo che inseriscano in una gazzetta; sprovvisti di canoni sintetici e di nozioni positive, disprezzano i classici per dispensarsi dal conoscerli, i filosofi per non faticarsi a comprenderli. Introdotti il genio meccanico e la soffice sapienza, poco s’ascolta, nè si giudica pure quel poco; più scrive chi ha men cose a dire, non mettendo intervallo fra l’ideare un articolo e stenderlo e pubblicarlo; moltiplicando opuscoli senza riflessione per lettori senza calma. E per verità, qual bisogno di sperdere cure per libri che devono morire nell’anno o gazzette nel giorno? per convinzioni che anche prima dell’anno l’autore avrà cambiate? Audacia e basta. Ma chi si briga di discutere il pro e il contro, discernere, conchiudere? chi sa scovare un sofisma? chi trovare il vizio d’un’argomentazione? Così il paradosso viene tollerato non meno che una dimostrazione, anzi invade il dominio della ragione, la quale non è più individuale, ma appiccicata; e si reputa franchezza il mettere eguaglianza fra l’errore e la verità.

Tra questo fragore di mulini, destinati a triturare anche quando più non si produce grano, deperisce la vera letteratura, e pochi autori camminano scrupolosi dove altri ballonzano presuntuosi; pochi credono al buono e al bello rimanere luogo anche fra il vortice delle passioni. A questi toccherebbe combattere il dubbio, l’illusione, la bassezza mascherata d’eroismo; non lasciarsi togliere la mano dai pregiudizj vulgari, ma disporre alle grandi riforme col creare una opinione pubblica, risultante di sentimenti e d’interessi, ma che si fondi su compita e accertata cognizione della morale pubblica e privata in chi comanda, su giusto sentimento dei proprj diritti in chi obbedisce. Il mondo li bestemmierà, ma gli avrà uditi; e di mille semi che il vento sparpaglia, ve n’è pure qualcuno che germoglia e prospera a vantaggio delle generazioni future.

Di questa o scarsa o infelice fecondità ci si allegava per causa il non avere unico centro: ma forse l’ebbero i Greci o le età di Dante e dell’Ariosto? e i concetti della divinità, della morale, della natura, della nazione, non sorvolano alle combinazioni politiche? La mancanza di regj favori salva la dignità e l’indipendenza, nè questa è la pietra ove da noi più s’inciampi. Ben è scarsezza di patriotismo quest’adottare qualunque cosa venga di fuori, e più che altro i giudizj sugli uomini e le cose; privandoci così d’originalità, e contristando i pensatori sinceri col continuo raffaccio delle opinioni di forestieri, o a meglio dire di Francesi, voltabili secondo la moda, eppure imposte con sordida intolleranza, fino a turbare la borsa, l’onore, la vita di chi non le accetta. Persone che sanno chi sia, cosa abbia fatto, cosa prepari qualunque mediocre oltramontano, ignoreranno, affetteranno d’ignorare le produzioni d’insigni compatrioti, o le conosceranno solo a detta. Di rimpatto viene vergogna quando vediamo qui intitolare scienziati e geologi e chimici e antiquarj e orientalisti persone che appena reggerebbero il confronto d’un laureando di altri paesi.

E appunto la mancanza di cultura generale fa che all’esercizio della propria facoltà di sentire e giudicare si rinunzii per chiedere le sentenze già belle e fatte dai giornalisti; titolo davanti il quale l’arte cede il campo al mestiero. Ristrettissimi nel secolo precedente, scarsi e inconcludenti nell’êra napoleonica, dappoi sembrarono una protesta contro l’inazione, desiderata se non prescritta; e poco a poco estendendosi, massime dopo il 1825, gli scrupoli dell’arte e le abitudini serie e di gusto, proprie d’un pubblico ristretto, immolarono alle basse pratiche dello scrivere senza cancellature, senza pentimenti, senza riflessione. Miopi per proposito, svaporando in particolarità come incapaci di sintesi, petulanti a vicenda e servili, la franchezza separando dalla dignità, prendendo quale segno di superiorità la sicurezza fragorosa e scortese; risoluti a vivere colla penna, la intingono a vicenda nel vero e nel falso, nel generoso e nel vigliacco, secondo il vento che in quella giornata muove il mulino; perciò adulatori nella lode come nel vitupero. Nè dico dell’adulazione che ravvisa tutte le virtù nei gaudenti e denigra la generosità de’ soffrenti, compito d’un servidorame brigante, che sarebbe sacrilegio chiamare letterato; bensì dell’adulare l’opinione che quel giorno impongono i circoli, i caffè, i chiaccheroni; adulare la turba che, col ricevere i giudizj belli e fatti, vuole dispensarsi dal pensare e ragionare; adulare la patria affinchè non senta il dolore e la vergogna rigeneratrice; adulare la forza per istordire il pensiero; adulare la mediocrità perchè aduggi il genio; adulare i primaticci perchè non s’ostinino a migliorarsi; adulare il sofisma acciocchè soffoghi il vero; adulare la libertà acciocchè s’infami coll’eccesso; adulare, se niun altro li vuole, i pregiudizj e gl’istinti ingenerosi.

Fu a Milano che primamente si vide un folliculare giudicare di otto, dieci opere in ciascun numero di gazzetta; poi la gramigna si propagò al Piemonte, indi al resto d’Italia. Il vedere schiaffeggiati autori o cattivi o mediocri, che fino allora aveano soprusato ai novizj, piacque; e le fischiate a quelli parvero applausi ai loro giustizieri, che presto si eressero proscrittori, a norma della paura e dell’invidia: quell’invidia che trapela meno nella brutalità del vitupero che nella parsimonia delle lodi, o nel profonderle a mediocri, le cui idee non eccedono le vulgari, il cui spirito non urti nessuno.

Nè questo era un male necessario, ma piuttosto un abuso del bene, giacchè una critica dignitosa, che tolleri l’impavida manifestazione, che rispetti la libertà della scienza e l’autorità della ragione, che temperi gli applausi con appunti assennati e il biasimo col riconoscere i meriti, si farebbe stromento primario d’educazione, affratellando ragionamento e simpatia, poesia e dottrina. Alcuni in fatti pensarono dirigerla a vantaggio delle lettere e della nazione, e qualche giornale rimase in buona nominanza: ma i migliori ne disperarono, e si ascrissero a gloria il non avervi mai collaborato; a differenza de’ forestieri, di cui non v’è illustre che non vi cooperi, e dove forse è altrettanta la petulanza de’ saputi, ma i critici recano, se non maggiore lealtà, maggiori cognizioni e rispetto del pubblico.