Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 28

Chapter 283,596 wordsPublic domain

Così oltr’Alpi la critica si collocò in posto elevato, studiando le manifestazioni del genio ne’ varj paesi e sotto forme diverse; calcolando le influenze subite dagli autori e il carattere particolare di ciascun popolo e di ciascun secolo e i sentimenti e le passioni; dando risalto al lato morale nella letteratura. Critica siffatta richiede e ingegno e ragione docili e splendidi, e avvicina il giudice all’autore, quand’anche, come tra i Francesi, sia più storica che filosofica, non s’elevi a scienza, nè risalga ai principj delle sue decisioni, come suole fra i Tedeschi e gl’Inglesi. Ma chi guardi, per dire d’un solo, i commenti che a Shakspeare posero Schlegel, Gervinus o Guizot, deplora che da noi si scrivano tuttodì note ed appunti a Dante, al Tasso, ad altri vecchi e recenti, con una analisi di deplorevole leggerezza, cui mancano e la premessa assoluta e la conclusione necessaria, cioè l’insegnare come avrebbesi a fare.

Eppure anche in que’ paesi lo strato che giace sotto a quello del merito vero, è composto di ciarlatani, intriganti, corridori di diplomi, di congressi, d’accademie; ivi pure in teste concave ogni oggetto si dipinge esagerato e ingrossito, talchè non mentiscono, ma danno a tutto proporzioni false, forme antisimmetriche: e se i più nominati, sono i più impacciosi come fra noi, se colla flessibilità dell’arco dorsale ottengono titoli e posti e lodi, ciò non toglie che si trovi del merito vero e solido, tanto più commendevole quanto che sboccia fra la gramigna della falsa scienza e la zizzania della carpita reputazione.

Ma giacchè tanto s’imitano i Francesi, e copiansi anche quando non si traducono, almeno si facesse com’essi, che ogni vanto patrio ricantano al mondo, e presentano al pubblico applauso tutto quanto giovi alla gloria e alla potenza nazionale. Qui invece le arti sotterranee della denigrazione sormontano al rispetto e alla benevolenza; con censure alle quali non è permesso rispondere, si cerca deprimere l’ingegno finchè si può, poi il carattere, poi le intenzioni; si critica col silenzio se non si osa coll’ingiuria; si accanniscono i piccoli contro i fratelli migliori, e si fa considerare liberalità l’impacciare i passi generosi, l’istigare la plebe ricca e patrizia contro persone che il giorno di loro esequie sublimerà.

Chi salì in onoranza senza le costoro scarificazioni? a quanti feticci non diedero essi qualche anno di gloria, solo perchè servissero di nuvola al sole? Sta bene che la democrazia non soffra idoli; ma l’eguaglianza pareggiasi a ingratitudine quando d’ogni testa che sa star dritta si fa sagrifizio alla plebe, dilettantesi del sarcasmo e della depressione. Da ciò deriva che fra noi rimangano municipali le glorie, e gl’illustri di Napoli vengano vilipesi in Toscana, ignorati a Milano e viceversa; i libri letti siano diversi dai lodati, e in generale siano letti pochissimo. E mentre ad autori di trenta opere nate morte si procura una galvanica longevità con applausi semestrali al sempre nuovo volume, fu dichiarato scrittoraccio l’autore forse più letto; eretico spregevole un sommo filosofo; ipocrito e innajuolo il tipo dell’odierna letteratura[148].

Qual meraviglia se i buoni stizziscono del vedersi non solo defraudato quello che più si brama, la quiete, l’amore de’ concittadini, la compiacenza nazionale, ma impediti nel bene che desiderano, nel giovare alla nazione col fervore delle opere, colla dignità dell’opposizione, col valore d’un nome che, rispettato dagli oppressi, non potrebbe essere conculcato dagli oppressori? se irritati da questo sistematico ferire di sotto in su, persino uomini nati ed educatisi all’amore ed all’armonia finiscono col sarcasmo e col furore?

Cotesti a taluni pajono fastidj da nulla, e s’impone all’autore che, come il fanciullo spartano, si lasci rodere il ventre dalla volpe senza strillare: ma introdotti in questo campo la prepotenza e l’assurdo, si prende l’abitudine di tollerarli nella vita, nella filosofia, ne’ Governi. E noi, ai colpi esponendoci più francamente siccome abituati, credemmo dover nostro il battere, non men delle altre, questa tirannia; perchè, se alle altre si piega il collo come ineluttabili, questa è sordida, giacchè a fiaccarla basta che la nazione ripigli il buon senso, non infeudi il proprio giudizio a chi ha meno diritto di imporlo perchè manca di convinzioni, e non creda a un presuntuoso detrattore o ad un compro panegirista più che all’opera stessa, più che alle azioni, più che al proprio convincimento.

Intanto i veri libri divengono sempre più rari, cessato quel vivo anelito che trasforma in idea il fatto dell’uomo; se anche si serba qualche sentimento della melodia, mancano la passione e l’affetto; immolando la logica al rispetto umano, si associano il luogo comune e il paradosso, che pure pajono opposti; prendendo per principale l’accessorio; numerando le voci in luogo di pesarle, per modo che l’uomo costumato non conta nulla meglio che il novizio; non scrutando le cause; non salendo da sbricciolata analisi a una sintesi efficace; ciascuno tenendo per vero ciò che opina, per buono ciò che preferisce, per diritto ciò che desidera; pronto poi, al primo infierire della tempesta, a far getto delle proprie convinzioni. Uomini del dubbio! e pretendete sapere dove consiste la verità, e sentenziate al fuoco chi non crede quella che voi oggi dichiarate tale e che domani avrete rinnegata; e distrutta l’autorità, volete distruggere la libertà; abbattuta la fede, abbattere la ragione.

Il giudicare le scritture de’ vivi è sempre più difficile a chi scriva egli stesso; e quand’anche l’ignoranza di esso o la dimenticanza non fossero imputate d’invidia, insorgerebbe sempre l’amor proprio di quelli che credono avere merito assoluto o relativo. Ed ora chi non scrive? chi non può far lodare un suo scritto? Nè alla storia letteraria compete rammentare tutti i libri, bensì l’attestarne il profluvio, e la discordanza dei giudici sul merito loro e fra i lettori e i giudici, vale a dire la leggerezza della pubblica opinione. Alcuni arcigni si ergono vindici del savio gusto contro ogni novità, ignorando che, anche nel senso estetico, le rivoluzioni dipendono da tutt’altro che dalla volontà degli scrittori.

Alcuni, credendo riservate ai classici e alla sonnolenza l’unità, la deduzione, il legame, sproloquiano in uno stile che, col pretesto del volo lirico, surroga fantasia, immagini, capricci alla logica, ch’è pure bisogno del secolo; talchè riesce vago senza verità, oscuro senza profondità, di colorito brillante ma falso, di contorni senza rilievo. Da accademici sudacchianti una frase e il rancidume e la trasposizione e l’enfiamento del nulla e la laboriosità de’ luoghi comuni, ed affoganti il buon senso in un mare di parole; da misantropi ostentanti vilipendio pei presenti e sdegni a freddo e stizze d’imitazione, disposte a conchiudersi in panegirico per chi le careggi; da predicatori che pompeggino di declamazione e di arrogante eloquenza davanti alla semplice maestà dell’altare, da deputati che rinnegano la logica per avere applauso dalle tribune e dai giornalisti, quali frutti possono attendere la patria e la moralità?

L’espressione di un sentimento che non si ha, cercasi invano; e in questa ricerca si contorce lo spirito, e così lo stile. Per fuggire sino questa fatica, i più fanno getto del carattere nazionale per tradurre e copiare; scrivesi molto e infranciosato, poi si freme di non essere letti dai nostri e di non vederci tradotti nè conosciuti dai forestieri. Ma perchè avrebbero a tradurre libri, che sono pasta di loro farina? o quale Francese leggerebbe un suo nazionale che non sapesse la propria lingua?

Agli arditi che spasimano di novità, bisogna ripetere che il fondo del talento letterario non è l’immaginativa ma il buon senso, la ricca intelligenza vestita di felice espressione e temperata da logica costante; e soltanto così la letteratura può divenire stromento primario di quell’educazione che infonde le abitudini di benevolenza reciproca e di tolleranza, le quali fra i cittadini traduconsi in giustizia ed armonia, proponendosi di dar ragione dei diritti, norma ai doveri, lume alle dubbiezze, impulso alla volontà, per tradurre i nobili pensieri in nobili azioni.

Ben sono a lodare quelli che dirigevansi alle applicazioni, a migliorare le carceri, istruire ed occupare i detenuti e gli scarcerati, volere la salubrità delle case e delle officine. Molto si parlò di popolo: ed è lodevole l’attività applicata alla educazione di esso da ingegni capaci di comprendere che, per essere intesi da quello, non bisogna improvvisare nè secondare l’ispirazione del momento, ma pesare ogni parola, poichè ogni parola gettata in quelle menti può essere seme di torti giudizj e d’atti perversi. Alcuni scrittori siffatti riescono triviali per l’affettazione più disgustosa, quale è quella della naturalezza; altri sotto forme cercate mascherano concetti particolari, due qualità le più disopportune a farsi capire alla moltitudine: molti ripongono tutta l’educazione nel dare idee di macchine, di storia naturale, e nozioni statistiche, secondando già ne’ fanciulli la propensione della nostra società verso ciò ch’è sensuale, denaro, godimento: troppi credono merito il tenersi alla gretta analisi, ignorando che questa riesce facile a chi tiene la sintesi d’una scienza, mentre è faticosissimo l’elevarsi a questa dall’analisi, dalle particolarità all’insieme, e che nell’educazione giova posare quelle verità complessive, da cui l’uomo in tutta la sua vita deduca verità e intellettuali e operative. Non abbastanza ricordando che per imparare si richiede la difficoltà, e che la coltura, non la semenza, è quella che feconda il campo, si propaga un’educazione enciclopedica, per cui a quindici anni i giovani già sanno tutto, ma a quarantacinque sanno come a quindici. Fanno compassione certi giornali educativi, stesi coll’irriverente leggerezza con cui stendesi un articolo di politica o di teatro. Fanno orrore quelli che pongono da banda la religione, e vogliono fino dalla tenera età, fino nella classe più buona spargere le aridità d’una filosofia, indipendente da credenze superiori[149]. Si moltiplicarono e asili per l’infanzia, e scuole di metodo ed elementari: in generale parve progresso l’escluderne gli ecclesiastici, benchè eccellente prova e bonissimi libri dessero i Padri delle Scuole Pie e i Fratelli della Dottrina Cristiana.

Certo chi paragona le teorie del Lombardelli, del Sadoleto, dell’Antoniani con quelle del Lambruschini, della Ferrucci, del Tommaseo, e le pratiche del Soave, del Taverna, del Giudici con quelle del Parravicini, del Thouar, dell’Aporti, del Rosi, del Fava,.... deve riconoscere un notevole miglioramento, e desiderare che divenga vanto principale delle nostre scuole il dirigersi, qualunque ne siano i metodi, al libero svolgimento della ragione personale dei giovani, al rispetto del dovere, ad estendere fra il vulgo quell’istruzione, che persino alla fisionomia imprime maggior dolcezza, come la maggiore agiatezza dà più posato operare e più dolci costumanze: progressi veri che avvicinano le differenti classi sociali per arrivare a costituire una sola famiglia.

A peggior danno poi, il bello e il vero non si cercarono più indipendenti e per sè, ma si subordinarono alle passioni e all’idea politica: principalmente in libri che si presumevano popolari, ed erano vulgari, dimenticando che delle scienze bisogna servirsi per accrescere e perfezionare la pubblica ragione.

E noi, credenti all’alleanza del genio che crea col buon gusto che conserva, vorremmo che la critica tornasse un albero del bene, insegnasse a studiare il libro per mezzo dell’uomo, l’uomo per mezzo del libro, ravviasse a quell’arte antica di cui sono carattere la serenità, e scopo l’addolcire le passioni e tranquillar l’animo; diffondesse il buon gusto, che è il fiore del buon senso; non che sconfortare, spingesse all’azione, suscitasse l’entusiasmo della verità e della virtù; vorremmo si cercasse raggiungere finalmente una forma unica di stile, che sia la più precisa, la più fedele; chiara come il buon senso, poetica come la fantasia; traducendo l’idea vera in forma bella, con sintassi ferma, lingua comune, impronta individuale; e portando la semplicità ad essere un’originalità audace.

Alcuni guatansi attorno, e non vedendo insigni uomini, strepitosi fatti, stupende mutazioni, dichiarano meschino il tempo, degradata la razza. Eppure quanti fatti da confortare anche i meno pazienti! quanto progresso per chi valuti non l’individuo ma questa moltitudine che tutta ingrandì, che tutta contribuisce agli avanzamenti cui un tempo bastavano i principi; chi badi a tanti svolgimenti e applicazioni delle scienze, alle arti raffinantisi ogni giorno, alle rapide comunicazioni, ai mezzi d’istruzione molteplici e agevolati, alle comodità diffuse, al benessere crescente! L’applicare la scienza al Governo diminuisce allo Stato amministratore e centralizzante gli arbitrj di Corte e di Ministero; ai monopolj e ai privilegi sociali surroga un’economia meglio intesa; cassa i decreti umilianti e le massime inette, sia del cesaresco arbitrio, sia dei moderni sovvertitori: sebbene sia vero che troppo si restringe in valutazioni materiali, al contrario de’ nostri vecchi attribuendo la suprema importanza al corpo, una accidentale all’anima; così scambiando per grand’uomo il buon amministratore, l’applicatore d’una macchina, quel che seppe arricchirsi. Ne deriva un inebriamento dell’oggi, che acceca sul domani, un rinnegare la storia per avventarsi nelle ipotesi, un coricarsi nell’ironica indifferenza della gaudente ciurma cittadina.

Compiuta poi la unità territoriale, cioè l’esclusione del dominio straniero, tolta ogni probabilità di restaurazione dei principi antichi, ridotta quella di Roma ad una questione di famiglia, i governanti potrebbero omai procedere al riordinamento interno, all’assetto delle finanze, alla trasformazione dell’esercito, alla estinzione del brigantaggio, al rispetto dei sentimenti religiosi, all’ascoltare i bisogni del popolo, finora impediti dall’interpretazione o d’una bugiarda rappresentanza, o d’una perfidiata opinione.

Il naturale separamento delle nazioni all’esterno, e nell’interno i più larghi accordamenti politici colla libertà di famiglia, di provincia, di Comune, di religione, d’insegnamento, sono i due scopi, a raggiungere i quali ha perduto vigore la formola de’ principi d’anni fa e dei sovvertitori d’oggi, «Tutto pel popolo, niente per mezzo del popolo». Ma nell’universale appello allo spirito dei tempi, chi è che comprende la libertà e l’autorità doversi avvicinare, non per combattersi ma per ponderarsi e limitarsi: che il modo di sminuire il contrasto fra la situazione sociale e le aspirazioni della civiltà, fra le opposte esagerazioni della democrazia e del principato assoluto, di non pericolare la libertà coll’eccesso dell’eguaglianza, nè l’eguaglianza cogli sfrenamenti della libertà, si è il discernere precisamente le attribuzioni dello Stato, del Municipio, della Chiesa; il ridurre i Governi alle elevate loro attribuzioni, sbarazzandoli dall’amministrare, regolare, sindacare l’azione di tutti; e nell’impossibilità di dirigere il movimento sociale, restringersi a mantenere l’ordine materiale? Avanti la rivoluzione, lo Stato poco s’immischiava delle faccende private, nè svogliava i cittadini dal curarle coll’impacciarveli. Gli statisti, a quella libertà senz’eguaglianza volendo surrogare un’eguaglianza senza libertà, presero in veduta soltanto il modello francese, dove si bersaglia l’autorità, eppure vuolsi che a tutto ella intervenga, in nome dell’emancipazione proclamando quello che già i cortigiani più servili; smaniando di mutare la forma de’ Governi e le persone, l’essenza mantiensi sempre dispotica senz’altro limite che la ribellione, nè a questa sapendosi rimediare che col despotismo. Intanto dimenticarono l’Inghilterra, dove abbonda la libertà personale; non guardarono donde venga la possa della stirpe slava, e qual sarà l’elemento che essa rifonderà nel mondo se mai è destinata a scomporre la società romano-germanica; rinnegarono tutta la storia patria, garrendo come piaga e ostacolo quel municipalismo, che è antico quanto l’Italia e che potrebb’essere il nocciolo della nazionale rigenerazione; nè pensarono che la democrazia consiste, non nel sovvertire Governi e nel sistema unitario, bensì nel restituire all’uomo, alla famiglia, al Comune la natura propria, i proprj diritti, la libera attività.

Il popolo non giunge a comprendere che cosa importi il cambiare le persone che governano, e maggior interessamento prende al cambiare del curato. Quello di che sente bisogno è sicurezza della persona, della roba, della reputazione, dell’industria, della casa; e a ciò meglio arriva, e con migliore persuasione quel Governo che, riservando a sè la direzione suprema e il rimuovere gli ostacoli e impedire l’ingiustizia, lascia quella libertà che sola può ridurre le azioni in armonia coi fini: e alla naturale intelligenza, alla morale attività de’ cittadini lascia la cura delle faccende proprie, i giudizj, l’istruzione, l’incremento dell’industria, la tutela della tranquillità interna.

Perocchè avvi un liberalismo, che crede esistere al mondo qualch’altra cosa che la politica; repubblica e indipendenza non essere libertà, come non è ordine la monarchia; tirannide essere quella d’Ezelino come quella de’ Ciompi, quella del Passatore come quella d’una ciurma cittadina plaudente o fischiante, e l’uomo essere qualcosa più e prima che cittadino. Questo liberalismo, quando gli manchi vigore sovra i grandi centri della forza, della ricchezza, della legalità, non trovasi ridotto nè ad accidiosa impotenza, nè a subdole combriccole, nè a sofistica predicazione di teoriche ineffettibili: ma persuaso della potenza di ciascuno e dell’obbligo di adoprarla, se non può riformare lo Stato, pensa a riformare se stesso e la famiglia e la patria mediante i costumi; fida nell’energia sua personale, anzichè nei soccorsi dello Stato, sviluppando il sentimento della propria indipendenza, piuttosto che questuare dallo Stato impieghi e dignità che sono catene e abjezione; non fa della politica una casa di industria, dove accorre chi ha fame; porta soccorso al fratello coll’associamento delle forze e dell’intelligenza, anzichè col cospirare; e così insinua quello spirito che è garanzia dell’ordine e tutela della libertà, e che agevola la buona riuscita rattenendo la speranza entro i limiti del possibile; rettifica le idee, invigorisce i caratteri, sana i costumi, per essere padroni di sè quando non s’avranno altri padroni.

E già la democrazia prevale dappertutto, fino nelle azioni di coloro che la reprimono. A ripristinare l’immoralità dei privilegi e delle esclusioni o i vincoli feudali, nessuno più pensa, dacchè l’eguaglianza civile tornò giovevole a quegli stessi che più pareano scapitarne: la facilità delle comunicazioni mescolò le genti, intanto che la folla degli esuli, non rattenuti da riguardi, pareggiati dalla sventura, bisognosi delle moltitudini, connessi a quei d’ogni altro paese, diffondevano le idee democratiche: l’avidità de’ godimenti fa che tutti s’arranchino a salire: l’arrogante durezza ch’è carattere della gioventù odierna, ostenta eguaglianza col rinnegare e il merito e l’esperienza: la letteratura, sacrificando a bisogni triviali la raffinatezza dell’arte, fra una plebe di mediocri confonde i pochi ottimati.

Nè i mali che ci credemmo in dovere di svelare alla patria perchè l’amiamo, non sono mali necessarj della libertà, ma forse un inevitabile noviziato, nel quale giova che sentinelle, austere forse ma benevole, tengano desti contro i pericoli; anzichè imitare il despotismo, ove il male e il bene dormono sullo stesso capezzale. Ma l’onesta opposizione fa noja a coloro che s’impinguano ne’ pubblici disordini, e che, avvedendosi come poco frutti la pesca quando lo stagno non è turbato, urlano ancora guerra e sovversioni per obbligare così ai disastri della pace armata, delle finanze diroccate, delle arti perdute, di sterili delitti e inutili virtù. E questo intitolano amore di patria! ubriachezza di testa non poesia di cuore, che indignandosi contro ogni cosa che senta di uomo, denunzia come traditori d’Italia quei caldi e sinceri amatori di essa, che di tutti questi danni osano incolpare la mancanza di virtù.

Vero è che il nome di virtù viene inteso diversissimamente dai varj partiti. I ciarlieri lo ripongono solo nell’ingloriare il paese. I moderati, nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che assolve dalla iniquità dei mezzi: i consortieri nel reggersi l’un l’altro alla borsa, al Parlamento, alla mangiatoja: i politici nell’esclamare con Azeglio, «Facciamo punto e da capo». I veri cristiani, cioè buoni cittadini, lo ripongono nel credere e praticare i principj d’un diritto eterno, che può rassegnarsi alle incoerenze d’un diritto nuovo, ma non approvarle; ed essi pei primi, non urlano, ma esclamano, «Dio benedica l’Italia indipendente».

A tale intento sono necessarie la coscienza autonoma, la ragione non impacciata da congegni amministrativi, nè da prepotenze d’un partito, d’un giornale, d’una società secreta, bensì fidente nel popolo. Chi il vero popolo non vede in quel che tumultua sulle piazze, ciarla nei caffè, fuma sotto i portici, denigra ne’ giornali, s’ubriaca nelle bettole, non dirà mai che il nostro popolo è ateo, e che non è ancora maturo a libertà; bensì che gli arzigogoli moderni vorrebbero renderlo incapace di libertà.

La sana natura di questo popolo sente bisogni meno ignobili che l’ira e le impotenti rampogne e le vendette; non la frenesia di continui sbaragli, non il pescare al fondo d’una rivoluzione un impiego e un padrone, ma vuole la calma domestica e civile, ed amare, lavorare, migliorare da sè la propria posizione. A questo popolo date non il pane quotidiano, ma il modo di guadagnarlo con fatiche, le quali non avviliscono se condite di pace e di rassegnazione: dategli dei libri, non quali li raffazzona cotesta letteratura o speculatrice o pedantesca o sovversiva, che, portando congestione nel cervello, cagiona paralisi alle braccia; bensì quella che, se non può dire tutto, insegna a riflettere su tutto: dategli la conoscenza de’ suoi diritti, non iscompagnata dal sentimento de’ suoi doveri: dategli quella dignità, che, gradendo i freni necessarj, ripudia gli arbitrarj, da qualunque parte vengano: dategli lo spirito d’associazione, con cui, migliorando la condizione sua particolare, migliori quella di tutto il paese: dategli la passione pel vero, cercato con lealtà, professato con intrepidezza: dategli il rispetto verso quegli eroi d’una carità che il vulgo liberale non conosce tampoco, i quali soli possono assodarvi quel potere delle coscienze, che rende superfluo il potere della Polizia, e infondervi il sentimento religioso, l’unico che esso intenda perfettamente, e che può servire di temperamento agli altri, come è il migliore avviamento alla libertà.

A questo popolo insegniamo ch’è assurdo voler riformare il paese prima di riformare se stessi; nè ottenere libertà e progresso senza il mutuo rispetto, la tolleranza, l’abnegazione; che quanto meno inceppati si vogliono gli atti esterni, più vien necessaria la disciplina, la quale è insieme sapienza e verità; innamoriamolo della libertà, che consiste nel diritto limitato dal dovere; innamoriamolo dell’ordine, che è la libertà collettiva della società: insinuiamogli quella politica, franca nell’opposizione non meno che nell’assenso, che aborre le frasi, che, tra le impotenze e i dolori del secolo, assume la responsabilità de’ proprj atti e ne accetta le conseguenze, ma allo scetticismo dissolvente surroga la fede in qualche cosa, in qualche persona; sa amare, sa lodare fino i nemici, e sagrificare fin le invidie; vuole la benevolenza e la stima, ma non a prezzo delle proprie convinzioni.