Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 26

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Ne fremettero gli esagerati: e costituivasi un’_Assemblea nazionale italiana_ per promuover arrolamenti di volontarj, con comitati dappertutto. Ne crescevano la baldanza dei sommovitori e le apprensioni del Governo, che prima parea secondarli; sicchè Ricasoli, soverchiato dalla sinistra, abbandonato dalla destra, dovette rassegnar i poteri il giorno appunto (2 marzo) che Garibaldi sbarcava a Genova. Rattazzi, richiamato alla presidenza del Ministero, Garibaldi mostrò aggradirlo, e s’intese con lui per portar la rivoluzione in Grecia, in Albania, nel Montenegro, poi nell’Ungheria; di là prendere alle spalle l’Austria, e strapparle la Venezia.

A Genova intanto tenevasi un’adunanza (9 marzo), diretta a collegare in un’_Associazione emancipatrice_ tutte le associazioni democratiche del regno, collo scopo di compiere il plebiscito 21 ottobre 1860; con Roma capitale; eguaglianza de’ diritti politici in tutte le classi; concorso delle armi civiche a promuovere e assicurare l’unità e la libertà della patria. Per quanto i capi temperassero i discorsi e le risoluzioni, appariva il costituirsi d’un potere estralegale, che esautorerebbe il Governo, e lo trascinerebbe ai fini, che sono rappresentati da Garibaldi e Mazzini: sol come una necessità o un atto di gratitudine accettando la monarchia, finchè i casi europei portassero ad altro principio più razionale.

Di fatto Garibaldi passa in Lombardia, e in tutte le città inaugura i tiri nazionali, con feste e con discorsi che dicevano assai, e pur lasciavano intendere di più: proclamavasi l’êra dei popoli; l’apoteosi della carabina: «Donne, sospendete al capoletto la santa carabina»; ed ogni ovazione dovea finire con un improperio a Roma, una provocazione contro i preti, scabbia d’Italia, vermi da calpestare. Per moderare la trascendenza, il Governo credette opportuno fondere coll’esercito antico il meridionale, qual erasi costituito sotto Garibaldi e con volontari. Provvedimento che disgustò e i tanti ufficiali garibaldini dimessi, e quei dell’antico esercito che si vedeano sorpassati da gente subitaria.

Si pensò pure di mandar il re a Napoli, tristissima essendo la condizione delle Due Sicilie. Moltissimi erano gl’interessi guastati in un paese che cessava d’esser autonomo, in una gran città decaduta da capitale, in un regno dove le imposte venivano più che triplicate; tolte le istituzioni più lodate, fra cui il Banco di San Giacomo che tanto era prosperato.

Per effettuare la coscrizione, il Governo doveva colà applicar le sue leggi, e poichè i natii vi repugnavano, ne nascea la trista necessità di rigori. A Licata si tolse l’acqua in punizione; si cacciarono in carcere madri e spose lattanti perchè i figli o i mariti erano contumaci; altri eccessi erano consigliati dallo zelo de’ nuovi impiegati.

Nella tornata 5 dicembre 1863 della Camera dei deputati si dovette fremere all’esposizione che amici e nemici fecero dello stato della Sicilia. Gli abitanti di Girgenti progettavano di migrar tutti insieme; Palermo fu messo in istato d’assedio, e la popolazione era unanime contro i forestieri; sessantaquattro carabinieri in un anno furono assassinati. Il ministro Pisanelli esclamava: «Se un uomo di Stato s’inchinasse verso le popolazioni napoletane come un medico sul morente per esplorarne i dolori, udrebbe: «Noi ci sentiamo feriti, ci sentiamo umiliati».

Da ciò orribile incremento del brigantaggio. Sono strani e sin feroci i modi con cui venne combattuto: si vuol mostrarsi zelanti e si diventa feroci; si sveglia lo spirito di calunnia e di denunzia; cadono sotto le stesse reti e liberali e retrivi, e la coscienza pubblica si sgomenta. Fu votata una legge, che prese il nome del deputato Pica, ove metteasi che almeno i côlti fossero sottoposti a qualche forma di giudizio, e non solo la morte, ma potesse infliggersi o la prigionia o la relegazione; pur si ricorreva fino alla taglia, come ne’ tempi più calamitosi.

Garibaldi intanto continuava la sua corsa trionfale per la Lombardia: fermatosi ai bagni di Trescorre fra Bergamo e Brescia, ivi accorreano come a santuario i suoi devoti, e i giovani che seco aveano combattuto, e quei che speravano combatter seco; e formavasi un battaglione di volontarj, a titolo di voler andare nelle provincie meridionali a sconfiggere i briganti, meglio che nol sapessero le truppe regie. Insomma voleasi per forza di popolo compire ciò chela diplomazia non permetteva agli eserciti regolari; e dal Tirolo non men che dalla Dalmazia metter fuoco al Lombardo-Veneto. Il Governo pensò impedirlo seriamente, attesochè gli Austriaci avrebbero potuto prendere il passo innanzi, e difendersi nel modo migliore, cioè attaccando. Si fa qualche arresto, ma Garibaldi protesta altamente, aver egli stesso raccolti a Sárnico quei giovani, smaniosi di servire un’altra volta la patria. Ciò impediva i tribunali dal giudicarli secondo la legge.

Diminuivasi dunque anche la giustizia, onde l’Italia potea trovarsi gettata in quelle annuali insurrezioni militari, di cui sono tormentate da sì lungo tempo la Spagna e le antiche sue colonie. Che il Governo avesse intelligenze con Garibaldi non v’è dubbio; ma mentre esso parlava di Grecia e di Albania, Garibaldi intendeva Roma, e forse credea realmente che il Gabinetto non facesse che dissimulare la meta vera. Come aveva voluto nel 1860 che fosse cassato di ministro Cavour, così ora il voleva di Rattazzi, e che si rinnegasse l’alleanza di Francia e si assalisse Roma, e non cessava di lagnarsi gli si fosse interrotto il progetto di provocar l’Austria, e costringerla a rompere ella stessa le ostilità, nelle quali infallibilmente soccomberebbe. Nel Parlamento (sbigottito dall’esposizione finanziaria che attestava pel 1862 uno squilibrio di 432 milioni) le interpellanze imbarazzavano il Ministero, mentre non sollevavano che un lembo del velo che tutto offuscava: ma parve la vittoria rimanesse al Ministero, poichè la maggioranza gli raccomandava di tener illese le prerogative della Corona e del Parlamento; e alle Potenze estere mandava attestando essere e risoluto e forte abbastanza per reprimere qualunque turbamento, senza riguardi a persona qual si fosse.

Garibaldi sbarcò a Palermo, accolto con frenetici applausi come venuto a liberarli da questi, siccome già dai Borbonici. L’entusiasmo propagavasi a tutta l’isola; attruppamenti; grida sediziose; raccoglievansi volontarj e denari; la guardia nazionale vi teneva mano; il prefetto denunciava mene del partito borbonico e de’ clericali, e scontentezza per le nuove tasse del registro e bollo.

Cresceva la persuasione che Garibaldi operasse d’accordo col Ministero, e poichè questo non avea dato nessuna istruzione ai prefetti, avea rimesso in libertà i sollevati di Sárnico, neppur impedendo partissero per la Sicilia, supponeansi intenzioni nascoste, che le autorità locali dovessero ignorare, ma non contrariare.

Garibaldi stesso (10 luglio) passando in rassegna la guardia nazionale davanti alle autorità civili e militari, svelenivasi contro Napoleone che impediva all’Italia di occupar Roma: e cinquantamila spettatori applaudivano a furia, e la stampa diffondeva per tutto il mondo ingiurie contro l’autore della emancipazione italiana, come fosse ostacolo alla italiana unità: le dimostrazioni di piazza prorompevano in altre città e notabilmente a Milano, fin a insultare la casa del console di Francia. Le autorità municipali connivevano se non eccitavano; anzi a Milano emisero esse prime il motto di _Roma o morte_, che subito, con tutta la frenesia dell’imitazione e della paura, fu scritto su tutti i cappelli, e si propagò a Genova, a Brescia, dappertutto, urlando contro la Francia, e dalle bandiere tricolori levando le strisce azzurre che soleano accompagnarle.

Il Governo più non potea starsi quieto: mandò in Sicilia il generale Cugia, con otto reggimenti di truppe e quattro battaglioni di bersaglieri; e facea fare dal re un proclama (3 agosto), ove riprovava quei «giovani inesperti e delusi, che faceano segno di guerra il nome di Roma»; si guardassero dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni; ogni appello che non fosse il suo era «ribellione e guerra civile».

Si arrivò a creder finzione anche ciò. Garibaldi leggeva a’ suoi sdegnoso il proclama reale, asserendolo opera dei ministri, mentr’egli col re aveva altre intelligenze. E diviso il suo esercito in tre colonne, una dirigeva a Messina, una verso Girgenti, una menava egli stesso per Caltanisetta, e ricevendo continui rinforzi, giungeva a Catania. Se toccasse il continente, la guerra civile era inevitabile; già erano disposti novemila uomini a Castelpucci per entrar nell’Umbria, altri verrebbero da Bologna, seimila dal mare, convergendo sopra Roma; la demagogia concentrerebbe tutti i suoi sforzi con quelli dell’eroe. Il quale, fidato nella sua stella e nell’insurrezione, su due vapori francesi imbarcava i suoi, e traverso alla flotta regia, sbarcava a Melito in Calabria. Il Governo dichiara in istato d’assedio e l’isola e la terraferma napolitana, affidando pieni poteri al generale Lamarmora, che procede risolutamente, impedisce ogni moto della Basilicata e della Calabria. Garibaldi respinto a Reggio, guadagna le alture di Aspromonte, divisando di là sparger bande alle sottoposte marine che propaghino la rivoluzione. Ma Cialdini manda il colonnello Pallavicini che lo attacca e ferisce: duemila Garibaldini sono fatti prigioni da milleduecento soldati regolari, e la campagna è terminata.

Dell’inaspettato trionfo non osò gloriarsi il Ministero: contro cui le imprecazioni tonarono dappertutto, come i vanti al percosso: e Rattazzi restò esecrato perchè aveva prevenuto la guerra civile e l’onnipotenza delle armi. Il vero vinto era la giustizia, poichè sottraevasi un cittadino al suo giudice, nessuno osando processare l’idolo del popolo.

All’azione di Garibaldi mescolavasi quella di Mazzini, che ricominciò quella sua agitazione da impotente; mandò fuori proclami; moltiplicossi sui giornali; infine chiarì guerra al Ministero, e chiese i fondi necessarj a ravvivare l’impresa; ma mentre Garibaldi domandava un milione di fucili, cioè trenta milioni in dono, Mazzini contentavasi di trecentomila lire, e raccomandava di raccoglierle anche dai più poveri, dirigersi specialmente ai centri industriali, alle manifatture! La cospirazione rinterzò le fila; si diffusero gli stili; si protestò contro il Piemonte come erasi fatto contro l’Austria; nuova bufera gittata in un paese che già navigava in mare burrascoso.

Con intenti più vasti operava la massoneria. Colle loggie italiane corrispondevano quelle di altri paesi, principalmente per congratulare del trionfo della nazionalità e unità, e delle idee massoniche. In appresso moltiplicaronsi; e quaranta funzionavano nel 1863: nel 1864 il grand’Oriente di Torino n’avea dipendenti settantasei, di cui dieci fuor d’Italia; oltre le irregolari che dipendono o da nessuno o dal grande Oriente di Palermo. A questo avea cercato Garibaldi, dopo un famoso viaggio a Londra, incardinare le loggie tutte italiane, ma non riuscì, e invece s’adunarono a Firenze il 21 maggio 1864, dove si ripristinò l’unione fra le trenta del grand’Oriente di Torino e le altrettante di quel di Palermo sotto Garibaldi, coll’unità massonica consolidando l’unità nazionale: il grand’Oriente fu composto di venti membri del rito italiano, eguale al francese, e venti dello scozzese: appena Roma sarà divenuta capitale d’Italia, verrà proclamata sede dell’Ordine, e vi si convocherà un’assemblea generale[147].

Le loggie nel 1865 erano cresciute a cenquindici, ed operarono efficacemente nelle elezioni di quell’anno. Loro principale obiettivo è Roma, centro dell’unità cattolica. Pertanto Pio IX pensò premunire coloro che si illudessero col credere la massoneria solo occupata ad ajutare i poveri e sollevare i sofferenti.

Un riso beffardo si levò perchè il papa, minacciato d’ogni parte e già prossimo a perdere il suo dominio temporale, avesse tirato fuori una predica dal cassone, e coi luoghi comuni fulminato quell’associazione di trastullo o di beneficenza. Ma i sinceri accertano, essere efficacissimi gl’intendimenti secreti della massoneria, nella quale sono venute a colare tutte le società ch’eransi formate dapprima per abbattere i principi antichi, poi riunite per usufruttare il regno nuovo.

L’opera provvidenziale di formare la nazione fra tanti disordini di popoli e inettezza di governanti, apparve singolarmente nella serie di ministeri che sbalzaronsi a vicenda, e che compromisero l’onore e l’orgoglio del paese, e lasciarono, quanto fu da loro, soffogare la coscienza pubblica, il sentimento del diritto, il discernimento del bene e del male, mediante l’indisciplina espressa da atti o violenti o avidi e da una stampa vendereccia o piazzajuola, che sovverte l’opinione arrogandosi d’esprimerla.

Costoro fomentavano il mal essere, e in parte lo creavano mettendo a nudo o anche esagerando i pubblici sofferimenti; il debito pubblico andar più sempre ingrossando; durare tuttavia i briganti: non nata l’industria: spento il commercio sotto gl’improvvidi trattati esteri e la mancanza di capitali; dimezzato il valore de’ beni fondi; nessun ostacolo alle dilapidazioni e prevaricazioni degl’impiegati; scontenti le migliaja di frati e monache, continuamente minacciati di soppressione; spinta alla manìa la voglia dei godimenti e l’intolleranza dei doveri: il Governo non sapere altro se non vendere, far debiti, mettere imposizioni: mezzo suo la corruzione: teoria il distruggere: circondarsi di nullità: comprare i piazzajuoli perchè applaudissero e ingannassero, deprimendo la probità e la capacità: invece di dare vita indipendente ai Comuni, vi si fomentava la febbre dello spendere e indebitarsi: lo sgoverno era eretto a sistema; non rivoluzione, non riordinamento: il Parlamento disonoravasi non solo coll’ignoranza, ma con bassezza di calunnie, d’ingiustizie.

Infatto i delitti crebbero a segno, che dovettero moltiplicarsi le prigioni, destinandovi principalmente i conventi, e spendendovi venti milioni l’anno, oltre i bagni: nel 1865 non meno di 60,360 arresti furono fatti dalla sola arma de’ carabinieri, mentre internamente i costumi si sbrigliavano, lettere e scienze giacevano, a dir poco, neglette, a vergogna de’ ministri che ogni tratto piantavano e spiantavano nuovi metodi di istruzione quando nè la gioventù nè i professori aveano voglia di studiare: onde non riuscivano che ad incepparla pedantescamente fra ispettori, presidi, provveditori. Mentre si minacciava continuamente al vicino esoso, non si preparavano i modi onde rapidamente trasformare le truppe dallo stato di pace a quello di guerra.

Fra ciò lo Stato teologizzava; premiava e decorava i preti meno meritevoli; si arrestarono alcuni che soscrissero un indirizzo al papa; proibivasi l’obolo di san Pietro, mentre raccomandavasi la soscrizione al giornale e all’indirizzo d’un padre Passaglia. Così, non potendo trarre Roma all’Italia, scalzavasi il principio cattolico, calpestavasi colla religione ogni sentimento d’autorità. L’emigrazione crebbe a proporzione elevatissima. Onde era uno scontento di tutti, eccetto quel milione di persone che rosica alla greppia del Governo.

Alle accuse contrapponeasi la consolazione di vedere il regno riconosciuto dalla Spagna, dalla Baviera, dalla Sassonia, dopo che l’avevano fatto e la Russia e la Prussia, sempre tutte protestando accettare il fatto, senza ledere il diritto di nessun pretendente; contrapponeasi la gloria dell’essere nazione, del sentirsi grandi. Pure confessavasi troppo pesante la dipendenza dal forestiero. Il Ministero, quasi a sua discolpa, dichiarò che «da Torino non si potea governare». Ma a tai detti pochi s’accorsero di ciò che si tramava. In fatto improvvisamente si annunziò che, il 15 settembre 1864, il Governo avea conchiuso colla Francia una convenzione, per la quale otteneva Roma all’Italia, col patto di trasferire la capitale a Firenze. La prima parte faceva tollerare la seconda; ma come si scoprì ch’era bugiarda, proruppe lo sdegno de’ Torinesi, il quale fu interpretato per ribellione, e domato con una strage, qual mai non erasi fatta in nessuna delle città ribelli, quasi a provare che si sapea reprimere ogni rivolta, fin sulla città più fedele e iniziatrice, sul popolo più soldatesco.

In quel sangue scivolò il Ministero Minghetti-Peruzzi, e al nuovo fu messo a capo il generale Lamarmora al solo scopo di dare effetto a quella convenzione. Essa portava che fra due anni i Francesi usciranno d’Italia: il regno promette rispettare il dominio papale, nè adoprare verso di esso che mezzi morali: si assumerà la parte di debito che compete alle provincie da esso occupate: la capitale sarà da Torino trasportata entro sei mesi a Firenze.

Se di alcuna cosa fosse ancora possibile meravigliarsi nella politica odierna, sarebbe la diversa interpretazione che diedero i due contraenti alla convenzione. L’ambasciadore di Francia a quel ministro degli affari esteri dichiarava: «Noi, firmando la convenzione del 15 settembre, avevamo inteso assicurare la coesistenza in Italia di due sovranità distinte: quella del papa nei limiti odierni e quella del regno d’Italia;

2º «che mezzi morali significano per noi la persuasione, lo spirito conciliante, l’influenza degl’interessi morali e materiali, l’effetto del tempo che, calmando le passioni, dee fare scomparire gli ostacoli che fino ad oggi si opposero alla riconciliazione d’una Potenza cattolica col capo della cattolicità;

3º «che finalmente, per le eventualità non prevedute dalla convenzione, la Francia si riservò formalmente la più assoluta libertà d’azione, senza qualsiasi restrizione».

In una memorabile nota 18 novembre 1865, il cardinale Antonelli, detto come fosse strano il fare una convenzione senza tampoco informarne la parte più interessata, riprova la condotta delle Potenze verso la santa Sede, lasciandola spogliare di tutti quasi i suoi possessi. Ed ora che il papa è minacciato in quel poco che gli resta da coloro che lo circondano da ogni parte, eccolo abbandonato, senz’altra garanzia che la promessa di chi ha pronunziato, sua necessaria capitale essere Roma. Rammenta poi come la libertà dell’apostolico ministero non appartenga alla sola Roma o al suo sovrano, bensì riguardi tutti gli Stati cattolici o che hanno sudditi cattolici: essere ironico parlare «dei felici cambiamenti del Governo piemontese rispetto a Roma, mentre il sacrilego voto di Roma per capitale non fu mai ritirato, anzi ogni tratto ridestasi; mentre si assicurò, volersi adoprare tutti i mezzi morali per raggiungerlo; cioè, al partire delle truppe francesi vi si susciterà la rivoluzione, e col pretesto di calmarla si occuperà il rimasto territorio».

Tristissima restava la condizione delle provincie pontifizie, minacciate tuttodì dalla cospirazione interna e dalle mene esterne. Il papa, prevedendo quel che succederà al levarsi di colui che si era assunto di essere unico a difenderlo, benedicendo gli uffiziali prossimi a partire diceva: «Se Dio ci conserverà la tranquillità lo benedirò: se mi mandi disastri, lo benedirò ancora».

Con nobile iniziativa Pio IX avea scritto al re d’Italia, invitandolo a trattare seco per provvedere alle sedi vescovili del regno, di cui ben ottanta trovavansi vacanti, sia per morte, sia per incarceramento o esiglio dei titolari. Il re spedì a Roma con carattere confidenziale il commendatore Vegezzi, che facilmente potè venire a un accordo, ma nuove pretensioni del Ministero impedirono ogni conclusione, lasciando incancrenire la piaga delle ostilità che contro le credenze della maggioranza esercitava il Governo, «spaventato da un’opinione pubblica del tutto artificiale».

Trasferita la capitale con tutto il disordine della fretta, lo crebbero e l’attuazione dei Codici improvvisati e la rinnovazione della Camera elettiva. Il Ministero era stato modificato, e il Parlamento sciolto e intimate le nuove elezioni per la fine d’ottobre, dove il Ministero, impaurito dall’apparire di tanti cattolici, che poteano impedire le soppressioni e gl’incameramenti, voluti dagl’intolleranti e dai finanzieri, pose tutto in opera per attraversarli, laonde restò il sopravvento al partito d’azione, che secondato dalla frammassoneria, potè (come fu scritto) mostrare la sua ostilità non solo per gli uomini d’ordine, ma per gl’ingegni limpidi e i caratteri fermi. Nel discorso d’apertura, al re faceasi tacere ogni rimpianto o saluto per la capitale abbandonata, ogni parola allusiva a Venezia, eppure domandare nuovi sagrifizj; applaudirsi d’avere interrotte le trattative col papa, e annunziare non solo la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento de’ beni ecclesiastici, ma la segregazione dello Stato dalla Chiesa. Erasi voluto con ciò dare un’esca al partito ormai prevalente, ma questo agognava al potere, e ben tosto il disaccordo apertissimo fra la Camera e il Ministero portò la caduta di questo.

CAPITOLO CXCV.

Acquisto di Venezia e di Roma.

Cominciava l’anno 1866 fra uno scontento maggiore, quanto più fantastiche erano state le speranze. Nel Governo sentivasi mancanza di pratica, di politica, di cognizione vera dello stato pubblico, d’un deciso programma. E come averlo quando bisognava conformarsi alla diplomazia estera? e come conoscere l’opinione vera quando questa non arriva che traverso a giornali, ligi alle passioni, alle avidità, ai partiti? E i partiti stessi non si pronunziavano deciso, aspirando soppiantare chi tiene il potere senza sapere quel che faranno succedendogli.

Delle finanze sempre maggiore si manifestava la piaga, e si asserì ufficialmente che ogni giorno si avea lo scapito di un milione. Si fecero prestiti grossissimi: dal Cavour per 720 milioni, dal Minghetti per 1000, dal Sella per 725, nè si passò pur un anno senza contrarre un nuovo debito. Riepilogando trovasi che i varj Ministeri dal 1860 al 1866, prima dell’ultima guerra, spesero 7000 milioni; de’ quali 2700 trascendono le entrate e costituiscono il disavanzo, coperto con prestiti, con alienazioni di rendita, con anticipazioni e vendite. Contro tale condizione di cose sclamava la pubblica coscienza e tramestava la politica.

Venuta la Prussia in rotta coll’Austria pel possesso dei ducati dello Schleswig e dell’Holstein, e per l’antico desiderio di quella di predominare nella Germania, cominciarono ad armarsi. L’Austria, dalle cui supposte minacce il Governo italiano avea tolto pretesto per armarsi, parve non attendere più che a difendersi entro il quadrilatero, fra Peschiera, Legnago, Mantova inespugnabile nel suo lago, Verona, munita di 500 pezzi in batteria, comunicante pel Tirolo con Vienna, e che accoglie le munizioni e le riserve; con una guarnigione di 30,000 uomini: e dappertutto forti e trincee. Chi poteva mai lusingarsi di cacciarnela, per quanto si vantasse il fornitissimo esercito e la formidabile flotta del regno? Se in ciò v’era fatuità di vanti, cosa degna di storia è l’ardore col quale, appena brillò la possibilità d’una guerra coll’Austria, la gioventù da ogni parte accorse ad arruolarsi sia nell’esercito regolare, sia nell’esercito dei volontarj. Allora riapparve uno di quei momenti solenni, in cui un popolo sente che i suoi interessi sono vivamente impegnati, che trattasi dell’onor suo, d’un gran pericolo o d’una grande speranza: sicchè ogni altro sentimento si tace, le preoccupazioni quotidiane cadono davanti al patriotismo, esaltato di dolore o di gioja, d’orgoglio o d’indignazione.

Non è qui luogo di divisare i piani preparati: tutti speravano che la guerra, lunga, difficile e di successi alternati, ritemprerebbe gli animi, farebbe prevalere i coraggiosi agli intriganti, i devoti ai gaudenti; eleverebbe qualche uomo sopra la fecciosa mediocrità; torrebbe la direzione delle cose ai pennajuoli per darla a gente d’azione. — S’ingannavano. Non era una guerra, ma un dramma diplomatico.