Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 25

Chapter 253,610 wordsPublic domain

In questo mezzo gravi fatti erano succeduti. Il clero francese credette minacciata la podestà pontifizia; fu dunque mestieri chetarlo con esplicitamente assicurare che non era la rivoluzione che passasse le Alpi, bensì lo stendardo di san Luigi; e l’imperatore diramò una circolare ai vescovi promettendo che «il papa sarebbe rispettato in tutti i suoi diritti di governo temporale». Ma appena gli Austriaci lasciarono Bologna, le Legazioni si sollevarono, e vi si dichiarò la dittatura di Vittorio Emanuele. Appena l’esercito francese toccò il suolo toscano, Firenze tumultuò (27 aprile); il popolo cominciò a schiamazzare perchè si accettasse la bandiera tricolore: gli aristocratici intimarono a Leopoldo che abdicasse: il quale sentendosi circumvenuto, preferì partire, mentre sonavano le grida di Viva la guerra, Viva l’indipendenza, Viva Vittorio Emanuele. Buoncompagni dal verone della legazione sarda annunziò che il granduca avea abbandonato il paese, e il suo re provvederebbe alle sorti toscane e fece nominare un Governo provvisorio, e offrire la dittatura a Vittorio Emanuele. Anche la duchessa di Parma si ritirò, lasciando una reggenza che governasse a nome di suo figlio Roberto, e andava a ricoverarsi in paese neutro, e subito i Parmigiani alzavano le insegne italiane. A Massa e Carrara levasi rumore, e le occupano le milizie italiane, subito dichiarando la dittatura di Vittorio Emanuele; il duca protesta contro tale slealtà, e il Piemonte dichiara accettarne la responsabilità e tenersi in guerra col duca. Questi, istituita una reggenza, si ritira (11 maggio). Così il moto si propaga più di quello che avessero sperato coloro che gli aveano dato l’impulso.

Ma l’Europa si adombrava dell’immensa influenza che la Francia veniva ad acquistare nella penisola. Credeasi necessario alla Confederazione Germanica che l’Austria restasse padrona della linea del Mincio; e dieci giorni dopo la battaglia di Magenta, la _Gazzetta Prussiana_ annunziò che si mobilizzavano sei dei nove corpi dell’armata prussiana. Potea dunque credersi che la Germania si movesse tutta a soccorrere l’Austria, che fino allora aveala indarno richiesta.

In Francia pure stavasi inquieti, sì perchè vedeasi dilatare la rivoluzione, sì perchè spiaceva il combattere a fianco di quel Garibaldi che tanti Francesi aveva uccisi nel 1849; e mentre a Plombières si era convenuto che la Sardegna guerreggebbe solo con truppe organizzate, esclusi i corpi franchi, or vedeasi il nome di lui ne’ bollettini a fianco a quelli di Niel, di L’Espinasse, d’altri luogotenenti d’Oudinot.

Rimostranze di vario genere arrivavano dunque al campo dell’imperatore. D’altra parte, egli era rimasto sbigottito dalla strage di Solferino: incerte essere le sorti della guerra, ed egli affrontando le fortezze, dovrebbe combattere non più colle bajonette ma coi cannoni, e sapeva che gli Austriaci aveano intero l’esercito, preparavansi a una nuova battaglia, non meno fiera e pericolosa: e in ogni modo rinserrandosi nel quadrilatero, erano certi di resistere.

Mandò dunque esibire all’imperatore d’Austria un armistizio (8 luglio), e invitatolo a sè, conchiuse con esso un accordo (12 luglio). Davasi egli la parte migliore, offrendo pace dopo la vittoria: l’imperatore d’Austria l’accettava come abbattuto dalla sventura, non privato di forze.

Le condizioni ne erano: l’Austria cedeva la Lombardia all’imperatore de’ Francesi, che la donava al re di Sardegna. L’imperatore d’Austria conserva la Venezia, la quale entra in una confederazione italiana, preseduta dal papa; non s’impedirà la ristaurazione dei principi: s’aumenteranno i possessi del granduca di Toscana.

Tutto ciò erasi combinato senza farne motto agl’Italiani, e perciò il ministro Cavour, vedendo falliti gli accordi fatti a Plombières, gittò via il portafoglio, e quindi, ritiratosi alla sua villa di Leri (12 giugno), disse col solito sogghigno: «Or ricominceremo a cospirare». E così fece, affaticandosi ad eludere la firma del suo re come avea già eluso l’Austria. Il portafoglio fu raccolto da Rattazzi, sul quale pesò dunque tutta l’impopolarità di quel trattato.

La Lombardia restava, con tutte le regole dell’antica diplomazia, acquistata al Piemonte. Il Parlamento aveva concesso i pieni poteri al Governo, valendosi dei quali, il nuovo paese venne ridotto all’assetto piemontese. Ne derivarono infiniti malcontenti; e dovendo allora confessare molti e sentire tutti che l’amministrazione in Lombardia era assai superiore, più pronto ed esatto il servizio delle casse, più regolari la finanza e i protocolli, più indipendente l’organizzazione comunale e la giudiziaria, più liberale il Codice civile, meno fiero il criminale, pareva che il Piemonte potesse imparare e adottare assai. Ma la ragion politica induceva a tutto rovesciare, sì per prevenire ogni idea di ristabilimento del dominio antico, sì per rimuovere le aspirazioni di parità e d’autonomia: e tanto più quando credevasi la conquista del Piemonte si fermerebbe a questo punto.

Gli Austriaci avevano portata con sè la corona ferrea, e conservato al paese rimasto il nome di Regno Lombardo-Veneto, benchè del Lombardo non ritenessero che parte del Mantovano. Neppure il Po restava esatto confine, giacchè serbavano parte di territorio anche sulla destra in modo da poter varcarlo a loro voglia.

Ma già il Piemonte, elevato a Regno dell’Alta Italia, grandezze maggiori agognava. La pace di Villafranca non era per anco ratificata, come fu poi a Zurigo, e già tutto era disposto a violarla. Nei Ducati e nelle Legazioni si protestò non voler più gli antichi principi. Clamorose deputazioni da tutte le parti venivano a fondersi col nuovo regno; ma poichè ne mostrava alta disapprovazione l’imperatore, il re non volle che «accogliere i loro voti», fece protestare dai giornali contro l’illegalità d’un pugno di cospiratori che esprimevansi a nome delle popolazioni; intanto però lo stemma di Savoja s’alzava dappertutto, e i dittatori dichiaravano governare in nome del re Vittorio (24 7bre). Quando vennero i deputati delle Romagne, il re accolse parimente i loro voti. Meno agevole fu il sollevarsi dell’Umbria e delle Marche; ed essendo insorta Perugia, fu presa dagli Svizzeri pontifizj.

Il Governo aveva mandato governatori Farini a Modena, Pallieri a Parma, a Bologna Azeglio, poi Lionetto Cipriano per tutte le Romagne. E subito si fecero prestiti per 33,380,000 lire, oltre le anticipazioni avute di lire 4,733,039: e 500,000 lire dal re, e 300,000 dal Ministero. Poi Farini fu acclamato dittatore a Modena e Parma, dove promulgò lo Statuto e i Codici piemontesi, e cercò far detestare i caduti col far pubblicare le loro carte, anche domestiche. Stabilita la legge militare fra i quattro Stati, ne veniva conferita la capitananza a Garibaldi, che vi sostituì il generale Fanti.

Un’Assemblea costituente accoltasi in Firenze il 10 agosto decretava decaduta la Casa di Lorena. Poca fatica durò per conservare in quiete il popolo toscano, che non aveva preso parte al tumulto; e per soddisfare ai voti di coloro che volevano si concorresse alla guerra dell’indipendenza, pregò il re di Piemonte ad assumere la dittatura militare del paese. Il napoletano Ulloa diede spinta agli ordinamenti militari, negletti in paese. I triumviri Danzini, Malenchini e Peruzzi in tredici giorni fecero più leggi e provvedimenti che altri in molti anni, poi rassegnarono i poteri in mano al Buoncompagni. Egli creò un Ministero, preseduto da Bettino Ricasoli, e tutti si diedero a riformare a pressa pressa, cercando soprattutto creare istituzioni che rimarrebbero al paese quand’anche venisse annesso al nuovo regno. Con fermezza moderarono l’interno, e repressero così coloro che volevano portar la rivolta nel Napoletano e negli Stati Pontifizj, così i fiacchi tentativi degli affezionati al prisco Governo, i quali si limitavano a guajolare, tener il broncio, far epigrammi e lanciare qualche petardo. Ma poichè realmente in mano della Toscana stava il decidere se la federazione pattuita fosse possibile, colà si diressero tutti gli sforzi e gl’intrighi.

E scopo comune era sofisticare il trattato di Villafranca, e ridurlo a parola morta, atteso che l’imperatore dei Francesi ripeteva assolutamente volerlo osservato, ma non permetterebbe mai che altri s’intromettesse nelle sorti italiane, neppure i Napoletani che pur sono italiani. Capirono il linguaggio i realisti, e solo vedeano che bisognava accelerare, prima che la riflessione sottentrasse.

Così l’idea della confederazione diveniva ognor meno possibile. Come il papa sarebbe potuto essere a capo d’un’unione che aveagli già tolto metà del dominio? Come il re di Napoli, che pur sentivasi minacciato? e come non vedere che l’Austria vi ricupererebbe quel primato, per abbattere il quale erasi versato tanto sangue? Inoltre la confederazione tende al repubblicano, mentre ora l’Europa è foggiata alla monarchia, o alle varie forme dell’assolutismo democratico, troppo avverse all’assoluta libertà. Benchè dunque ripetuta nella pace di Zurigo, conchiusa il 17 ottobre, e giurata da Francia e Piemonte, la confederazione metteasi sotto i piedi, vagheggiando l’unità geografica, il regno forte, il pesar sulla bilancia europea.

Un opuscolo parigino _Il papa e il congresso_, scritto o consentito dall’imperatore, asseriva la necessità del dominio pontifizio, ma ristretto a Roma e suo circondario; e parve un sagrificare alla nazionalità i diritti pattuiti. Cavour, che opportunamente erasi ritirato, ritornò al Ministero (1860 14 gennajo) con propositi nuovi, quali erano di tentare l’acquisto non più soltanto dell’Alta Italia, ma di tutta. Osare molto è il modo di riuscire.

L’imperatore de’ Francesi cercò ancora fermar quella valanga delle annessioni con consigli e proteste; e proponeva al regno d’Italia s’annettesse Parma e Piacenza: la Toscana tornasse nella sua autonomia politica; le Romagne avessero un’amministrazione laica col vicariato di Vittorio Emanuele in nome del pontefice. Ma queste interposizioni non si credettero mai sincere, o si pensò poterle sorpassare francamente. In fatto stabilivasi che l’Emilia e la Toscana col suffragio universale dicessero sì o no sulla formola, «Annessione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele, o dominio separato».

Compita la votazione colla inevitabile superiorità del _sì_, il Farini e il Ricasoli recavano a Torino (22 marzo) gli omaggi di quelle provincie, che restavano dichiarate parte integrante del regno italico.

Alle Potenze europee non poteva piacere questa infrazione dei trattati del 1815, che alle stipulazioni diplomatiche surrogava il suffragio popolare. «Attesi questi incrementi» Napoleone reclamò la cessione alla Francia di Nizza e della Savoja. Cavour poco esitava su questo patto, del resto già consentito a Plombières.

La facilità con cui erano riuscite l’Emilia e la Toscana, e gli applausi che vi si alzavano, doveano essere stimolo al resto d’Italia ad imitarle. In fatto l’Umbria e le Marche erano sommosse dagli impazienti, viepiù dacchè parea la Francia voler rimettere l’accordo tra il papa ed il regno. La politica romana era diretta dal cardinale Antonelli, ed era venuto ministro delle armi monsignor De Mérode, figlio di quel che fu capo e martire della rivoluzione, per cui nel 1880 il Belgio cattolico si sottrasse all’Olanda protestante. Per un drammatico accidente da soldato fattosi prete e cameriere di Sua Santità, con ingegno brillante e attività instancabile si fece campione della causa del papa, e con ardito concetto pensò dar alla santa Sede una forza propria. Chiese a ciò un generale di grand’abilità nell’organizzare, il Lamoricière, onestissimo uomo quanto prode soldato, vincitore di Costantina e di Abdel-Kader, popolarissimo per aver creato il corpo degli zuavi, poi ritiratosi malcontento dagli affari e dalle armi quando alla repubblica successe l’impero. Egli accettò, sia per devozione alla santa Sede, sia per esercitare la propria attività, e l’imperatore, cui dovea piacere questo modo di trarsi d’impaccio, gli consentì l’andata. Si fece appello a tutti i Cattolici come a nuova crociata; e vi accorsero molti della nobiltà francese e belga, non ricevendo soldo; molti giovinetti usciti dai collegj di Francia vennero a schierarvisi come un tempo alle crociate, poi alla guerra d’America; taluni accompagnati dai loro parenti. Ma il Lamoricière capiva che gente sì fatta è eccellente per colpi di mano, all’uso di Garibaldi, mentre qui si trattava di tener l’ordine interno, e seriamente imporre a un nemico che si presentasse.

Ai rivoluzionarj spiaceva questa possibilità di difesa, onde accaloravano le esclamazioni esterne e le irrequietudini interne; formavansi bande; cresceano i delitti, tantochè il Governo italiano spediva un’intimata a Roma che le bande d’avventurieri formatesi sotto un capitano straniero si licenziassero, se no, l’esercito italiano invaderebbe le provincie pontifizie.

Prima che la risposta potesse giungere, il generale Fanti invadeva la Romagna (1860 11 settemb.): Cialdini penetrava nelle Marche, Della Rocca nell’Umbria. Lamoricière, scorgendo non poter resistere, cercò guadagnare Ancona, ma raggiunto a Castelfidardo, fu disfatto (18 settemb.), e a stento potè giungere soletto ad Ancona, che per nulla preparata, dopo breve assedio cedeva. Così le Marche e l’Umbria entrarono a far parte della famiglia italica.

Non minore sentivasi l’agitazione nelle Due Sicilie, commosse dai tanti esuli, che non erano voluti rimpatriare malgrado l’amnistia. Morto Ferdinando II (1859 maggio), succedeva il giovane figlio Francesco. Col mandar via novantun cittadini sgombrò le carceri politiche. Del prender parte alla guerra dell’indipendenza sentiva il pericolo. Mancatane l’occasione per la pace di Villafranca, moltiplicaronsi le imputazioni contro il re, che aveva lasciato decidere le sorti italiane senza di lui.

In Sicilia s’indussero a sollevarsi alcuni, ed ora si gridavano decaduti i Borboni, ora si acclamava Vittorio Emanuele. Da ciò il dover adunarsi truppe a difesa dell’isola, e l’occhieggiarla tutti i rivoluzionarj come opportuno appoggio. Infatti a Genova si preparava una spedizione; tutti sapevano che il 5 maggio Garibaldi s’imbarcherebbe co’ suoi; e infatti quel giorno, occupati con finta violenza due legni della società Rubattino, costeggiavano raccogliendo da ogni proda uomini e armi. Tutta Italia si scosse all’annunzio di questo fatto e all’incertezza della destinazione.

Quei mille ardimentosi sbarcarono a Marsala, dove legni inglesi ne agevolarono la discesa, impedendo che le navi napoletane potessero bombardare i battelli se non quando furono vuoti. Garibaldi (1860 12 maggio), avuti pochi seguaci e cavalli, procedette verso Milazzo, il fascino del successo accrescendogli seguaci e applausi: egli si proclama dittatore a nome di Vittorio Emanuele (14 maggio); superata a Calatafimi una piccola resistenza, giunge a Palermo, che fu presa via per via, poco mescolandovisi i cittadini: al 6 giugno soscrivevasi la convenzione, per cui 30,000 buoni soldati cedevano a un pugno di ragunaticci, e parte arrolavansi con questi, parte salpavano pel continente.

Già il resto dell’isola erasi sollevato. A Palermo sistemavasi un Governo, ma Garibaldi non consentì l’immediata annessione al regno d’Italia, avria potuto farsi o re o capo di repubblica.

Facile è immaginarsi lo scompiglio di Napoli, ben prevedendo che la rivoluzione, ormai padrona dell’isola, si appiglierebbe al continente; per condiscendenza a chi credeva così rimuovere il pericolo si richiamò in vigore la Costituzione del 1848, mettendo a capo del Ministero lo Spinelli, in voce di liberale; si mandarono Manna e Winspeare a Torino per far lega offensiva e difensiva.

A questi temporeggiava le risposte il Cavour, col pretesto di voler rispettare il voto dei popoli e non conoscere le intenzioni di Garibaldi, al quale il re dirigeva una lettera consigliandolo a non più conturbare il regno.

Il tentennare del Governo napoletano, come succede in ogni rivoluzione, lasciava sfrenare le passioni, onde delitti e cozzi, e tumulti e rivolte contro i rappresentanti o del popolo o del Governo o delle Potenze. La flotta, che unica poteva riparare un’invasione, diveniva sempre più sospetta. E già Garibaldini sbarcavano qua e là: Garibaldi stesso scende a Reggio; le provincie insorgono; il re, veduta vana la resistenza, lascia la capitale per non esporla a un assalto, e per concentrarsi a Capua e Gaeta, dopo protestato contro quanto avveniva.

Liborio Romano, suo ministro fin a quel giorno, mandò subito invitar Garibaldi, dicendolo aspettato come un liberatore: Garibaldi entrava senza seguito come senza ostacolo: e padrone qui pure faceva atti sovrani, e consegnava la flotta al Persano ammiraglio piemontese, e la Corona a Vittorio Emanuele.

Le truppe italiane entravano nel regno per Pescara, e unitesi a Garibaldi che sul Volturno era dovuto arrestarsi, attaccavano Capua che s’arrendeva. Re Vittorio mosse alla volta del Napolitano «per rassodare l’ordine» e fermare e spegnere la rivoluzione; e alle Camere domandava il voto di approvazione alla politica fin là seguita, e di poter unire allo Stato le nuove provincie; e n’ebbe 296 voti con 6 contrarj. Proclamavasi in Napoli il plebiscito che annetteva anche quel regno (3 novembre).

Chiuso in Gaeta, il re di Napoli doveva aspettare o che il popolo si riavesse dalla sorpresa, o lo soccorressero i re, i quali comprendessero che nel trionfo dell’insurrezione trattavasi la propria loro causa, e volessero far rispettare o la dignità regia, o il diritto delle genti, o le loro promesse.

Il generale Cialdini presto raccolse quanto era duopo a un serio assedio di Gaeta, mentre l’ammiraglio Persano disponeva la flotta per mare: e l’imperatore di Francia, che aveva dichiarato non permetterebbe l’attacco da quella parte, recedendo da tal proposito, fece dalle sue navi abbandonare la rada, e così fu intimato il blocco.

La difesa fu degna di miglior sorte, e lunghissima sarebbe durata se non intervenivano o casi o arti inattese. Il 5 febbrajo scoppiava in Gaeta (non si sa bene se per accidente o per altra cagione, dice la relazione officiale) un deposito di polveri, onde moltissimi morti e feriti, e, aperta larga breccia, era impossibile di più resistere. Il 13 febbrajo si capitolò. La famiglia reale s’imbarcava per Civitavecchia, accolta dal papa coll’amorevolezza ond’egli n’era stato accolto nel suo esiglio. La cittadella di Messina, tenuta dal maresciallo Fergola con 4000 uomini, negò lungo tempo rendersi, finchè Cialdini la prese.

Da tutto ciò nacquero scontenti, e viepiù nella Sicilia, per molti mesi in mano dei prodittatori, che non essendo d’accordo sulle sorti future dell’isola, variarono d’intenti, patendone e le finanze, e la sicurezza pubblica, e la libertà.

I volontarj stavano ancora sotto la mano di Garibaldi, vogliosi di lanciarsi contro gli Stati Pontifizj, dacchè vedevano che l’imperatore dei Francesi era disposto a lasciar fare. Di ciò s’inquietavano le Potenze, che unanimemente avevano considerata l’indipendenza del pontefice come reclamata dal mondo cattolico, e non credevano opportuno restasse in tutela della sola Francia; ma l’imperatore le rassicurava: aver veduto mal volentieri la caduta del regno delle Due Sicilie, e violate le stipulazioni di Zurigo, ma i fatti compiuti non potersi non riconoscere.

Garibaldi domandava sino in Parlamento un milione di fucili, e non dava pace al Ministero, e massime al Cavour, «il cattivo genio d’Italia», quasi gli avesse guasta l’impresa di Napoli coll’introdurvi le truppe regie, e credeva poter gettarsi contro l’imbelle Roma come contro l’armato quadrilatero, e di là avventare la rivoluzione in Austria, in Boemia, in Ungheria, e rassettare tutta Europa nell’ordine nuovo.

E il re di Sardegna mutava il titolo con quello di re d’Italia (1861 27 marzo); e la Camera accettava un ordine del giorno pel quale si riconosceva l’Italia una e Roma sua capitale. Le Potenze ne protestarono e Russia e Prussia richiamarono l’ambasciatore: lo stesso imperatore dei Francesi ricusava di riconoscere il nuovo regno.

Tutto ciò rese amari gli ultimi giorni di Cavour, che spirava il 6 giugno a cinquantun anno; ogni bene che accadde da poi, si disse conseguenza del preparato da lui; ogni male, conseguenza dell’essere egli mancato. Tanto era morto a tempo.

Il succeduto Ministero Ricasoli durò nel proposito di voler Roma e Venezia, o almeno di dirlo: e se Cavour lo sperava dalla Francia, Ricasoli confidava nell’Inghilterra.

La Francia, quasi a consolazione della perdita del gran ministro, riconobbe il nuovo regno, o piuttosto il titolo di re d’Italia assunto da Vittorio Emanuele II, «declinando qualunque solidarietà in imprese atte a turbare la pace dell’Europa» (_Moniteur_ 25 giugno): frasi elastiche, malgrado le quali adoprò anche in appresso perchè altre Potenze lo riconoscessero, siccome hanno fatto.

Ma dacchè erasi costituito un Governo, doveva cessare la rivoluzione; bisognava tornare a qualche calma gli spiriti, a qualche ordine la sovvertita Italia, ricostituire l’esercito, risanguare le finanze, ridurre le nuove provincie ad abbandonare e le pretensioni e le abitudini per uniformarsi ad unità: tutto ciò fra le esorbitanze dei rivoluzionarj, e l’ebbrezza di successi che nulla lasciavano credere impossibile.

Garibaldi, creazione del pensiero popolare, acquistava le proporzioni non d’un eroe ma d’un dio. L’amor proprio gli fu solleticato dalle immense lodi profusegli da un secolo meticoloso, debole, egoista, cui parve fenomeno un uomo che non ha esitanze o riguardi, non cerca impieghi, decorazioni, stipendj. Bisognò conchiudere che l’ambizione sua era più elevata, e trovava soddisfazione nel servir la nazione, sebbene talvolta siasi messo fin sopra di essa, esclamando: «L’Italia l’ho fatta io; posso disfarla».

Sciaguratamente trovossi a lato settarj egoisti, inetti al Governo perchè formati nelle società segrete, e che davano consigli personali, gretti, irosi; cortigiani, che sono ben lungi dal suo disinteresse, talvolta gl’insinuarono ch’e’ sia l’apostolo dell’umanità, l’iniziatore di tutte le rivoluzioni da farsi, di tutte le nazionalità da costituirsi.

Cavour, maneggiatore di giornali, e abile a scassinare il credito altrui nei caffè o alla tribuna, avea saputo dargli il gambetto dopo le imprese nell’Italia meridionale, e surrogare a lui il re, ai volontarj il Parlamento; non volle lasciargli vincere neppure i più innocenti puntigli, come la medaglia di cui volea decorare i Garibaldini; concitò contro di questi le gelosie dell’esercito.

Ricasoli sottentrato, restituì a Garibaldi l’iniziativa, sebbene si trovasse costretto a dichiarazioni e concessioni intempestive. I Garibaldini erano scontenti che la conquista da essi vantata del Napolitano fosse attribuita ai regj: i Mazziniani disapprovavano l’aver consolidata la monarchia; molti tornavano verso l’unione federale. Per satollare tutti non v’era che offrir in pascolo Roma, e tutti speravano da oggi a domani vederla occupata.

Ricasoli, che l’invasione di Roma sentiva impeditagli dalla cattolicità, diresse al papa una lettera (10 settemb.) per persuaderlo ad una transazione, per cui, rinunziando al potere temporale, s’assicurerebbe ampie facoltà spirituali. Suggeriva insomma che il papa conservasse l’alto dominio sopra gli Stati toltigli, e la sovranità assoluta di Roma e del Patrimonio di san Pietro, formanti uno Stato autonomo, con governo laico: il re d’Italia pagherebbe un tributo, ma governerebbe le provincie come parte integrale del regno: le Potenze garantirebbero il trattato, e si obbligherebbero ad un sussidio al pontefice.

Col titolo di solennizzare la canonizzazione di martiri del Giappone, il papa convocava a Roma grandissimo numero di prelati da tutta la cristianità; i quali in tal occasione dichiararono che, per l’indipendenza spirituale della Sede pontifizia, credevano, ora più che mai necessaria la conservazione del potere temporale.