Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 24

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L’imperatore dei Francesi, da un lato volea vendicarsi dell’Austria, la cui neutralità armata aveva impedito una guerra che portasse un totale rimpasto dell’Europa, dall’altro avea più volte domandato al re o al ministro che cosa potesse fare a vantaggio dell’Italia. Spinse egli il Cavour a cacciare in mezzo qualche proposito, ed egli, scostandosi affatto da ciò che vi si trattava e dagli interessi delle Potenze intervenute, tolse a deplorare la condizione sregolata in cui si trovava l’Italia, e principalmente gli Stati meridionali e il Pontifizio: rimaner la penisola parte in guardia de’ Tedeschi, parte dei Francesi; da ciò un fomite di scontentezza e disordine, che rendeva impossibile qualsiasi assetto regolare: e proponeva si secolarizzasse il governo papale, surrogando al diritto canonico il Codice Napoleone, e staccando le Legazioni, che si porrebbero sotto un vicario pontifizio laico decennale, con truppa indigena: si mettesse anche un limite all’Austria, richiamandola ai trattati del 1815, mentre ora si fortificava a Piacenza, si era estesa a Parma, in Toscana, nelle Romagne, divenendo minacciosa all’indipendenza de’ varj Stati.

Alcuno dei congregati protestò contro l’oratore italiano; d’altro qui trattarsi; mancarvi i rappresentanti delle Potenze accusate: i Greci sotto la Turchia stavano ben peggio: eppure si era fatto guerra perchè la Russia avea voluto mescolarsene: or qual diritto di mescolarsi degli Stati italiani? ciò contrastare alla non intervenzione negli affari interni d’un altro paese, sancita nel 1830 qual dogma politico, e per la quale appunto erasi fatta la spedizione di Crimea. Ma Cavour, animato dall’imperatore, stende una lunga memoria sui casi d’Italia: spinge i giornali a parlare nell’egual senso: tornato a Torino, nella Camera, prorompe più violento, vantandosi che «la situazione anormale e infelice d’Italia fosse stata denunziata all’Europa non più da demagoghi e rivoluzionarj, ma dai rappresentanti delle prime Potenze europee»: agli smoderati soddisfaceva coll’assicurare che la politica della Sardegna rimaneva ostile all’Austria più che non fosse stata giammai.

Così la guerra fattasi in Crimea a favore dei Turchi, riuscì in realtà contro l’Austria: la pace di Parigi che la chiudeva, diveniva «semenza di denti di drago»; e mentre garantiva la conservazione della Turchia, preparava la distruzione dei principati tra cui era divisa l’Italia; ed il rinnovamento italiano, fino allora commesso all’iniziativa de’ particolari, diventava impresa di un Governo.

Pertanto in tutti i modi secondare gli Italiani nel riluttare contro gli invisi regnanti e massime contro l’austriaco; e cercarvi adesioni all’estero. In Inghilterra si moltiplicarono scritture, discorsi, _meeting_ contro dei Governi italiani, e massime del Pontifizio. Ma poichè non più in là che nel 1849 aveano tutti i Potentati attestato la necessità del dominio temporale, non sarebbe puerilità il voler abbatterlo adesso? pertanto le ire si addensarono piuttosto contro il Governo di Napoli.

Già nel 1854 Mazzini avea esibito a Garibaldi d’andare a conquistare la Sicilia; questi ricusò: l’accettò Giovanni Interdonati, che scoperto fuggì. Dai ripetuti tentativi restavano eccitate le speranze e fomentate le ire dei rivoluzionarj; mentre si asseriva che il movimento dovea fondarsi, non più su congiure e sollevazioni, ma sulla diplomazia, e sul proposito di costituire un regno dell’Alta Italia.

Manin, già dittatore di Venezia, che fermo nell’amore dei Governi repubblicani, non si era rifuggito in Piemonte a godere, ma in Parigi a stentare, il 19 settembre 1855 aveva emanato una lettera, consigliando una società che mirasse all’indipendenza e unificazione dell’Italia, fosse monarchica o federativa; poi riponendo affatto la sua bandiera, il 6 gennajo 1856, pubblicò un indirizzo, dove eccitava a concorrere colle forze popolari a sostenere il Governo sardo, e vi poneva in testa:

Partito nazionale italiano.

_Indipendenza. Unificazione._

«Convinto che, anzitutto, bisogna _fare l’Italia_, che questa è la quistione precedente e prevalente, io dico alla Casa di Savoja: «Fate l’Italia e sono con voi; se no, no». Dico ai costituzionali: «Pensate a fare l’Italia e non ad ingrandire il Piemonte; siate Italiani e non municipali, e sono con voi; se no, no». Dico infine ai repubblicani: «Sparisca ogni denominazione di partiti accanniti a concordanza e discrepanza, piuttosto sopra quistioni secondarie e subalterne che non sopra la quistione principale e vitale: fate voi per primi nuovo atto d’abnegazione e sacrifizj alla causa nazionale. La vera distinzione è in due campi. Il campo dell’opinione nazionale vivificatrice, e il campo dell’opinione municipale separatista. Io repubblicano pianto pel primo il vessillo vivificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l’Italia sia, e l’Italia sarà».

Altro nemico a combattere diceva essere la teoria dell’assassinio politico; mentre la morale in atti e in teorica costituisce la forza viva e vera. «È vergognoso l’udire ogni giorno raccontare accoltellamenti atroci in Italia. Le nostre mani debbono essere nette; il pugnale lasciamolo ai Sanfedisti».

Erano dottrine vaghe; parole prolisse e condite colla solita prurigine d’insulti a chi diversamente pensasse: ma gli avversarj del Mazzini andarono superbi di opporgli un nome illustre, e così, a fronte della _Giovane Italia_, restò la _Società Nazionale_.

Nella nuova via si posero molti anche repubblicani, e Torino divenne il centro dell’azione italiana, e fattore principale Giuseppe La Farina, profugo siciliano, di pronto ingegno e di forte volere, che da repubblicano risoluto volgeasi allora a sostenere la monarchia, personificata nel re di Sardegna.

Mentre Manin da Parigi proclamava _Agitatevi ed agitate_, Mazzini da Londra ripeteva: «Non libri ci vogliono, ma cartuccie». Ordironsi dunque nuove cospirazioni. Un pugno d’uomini, partito da Sarzana, invase le terre di Massa (1856 agosto), ma non vi trovò rispondenza. Un altro pugno sollevossi a Cefalù e Girgenti in Sicilia; nel tempo stesso che a Napoli scoppiavano la polveriera e una fregata: e un Milano, soldato, in una festiva rivista al Campo di Marte, avventava un colpo di bajonetta al re. Costui fu mandato a morte, e così il barone Bentivegna, capo di sollevati siciliani; e furono celebrati in versi e in prosa come eroi e martiri e «i migliori de’ figli d’Italia». Anche Pisacane salpava da Genova per isbarcare nel regno, ma sbarcato fu ucciso, e sequestrato il legno. Cavour ne levò rumore come di violato diritto delle genti, e l’Europa lo sostenne: l’Inghilterra mandò in quelle acque una flotta; si minacciò richiamare gli ambasciadori: e il re, malgrado la sua fermezza, dovette restituire il vascello portatore di guerra.

Dalle Legazioni fu mandata al Cavour una medaglia col motto «Che fan qui tante peregrine spade?» e un’altra come al «Solo che la difese a viso aperto», e una spada al Lamarmora col motto «L’antico valore negli italici cor non è ancor morto»: si aprì una soscrizione per munire Alessandria con cento cannoni, un’altra per dare diecimila fucili a quel qualunque paese d’Italia che primo insorgesse.

Ad ogni sobbuglio tentato contro gli altri paesi rinfacciavasi la sicurezza che godeva il Piemonte, senza reazioni, senza corti marziali, senza violazione dello Statuto; garantito unicamente dalle libertà costituzionali e dalla fiducia nel proprio re. Ma ecco appunto in quei giorni scoprirsi in Genova un complotto. La notte 30 giugno 1857 si tenta occupare i forti, incendiare le caserme, uccidere i capi; al tempo stesso che sollevavasi Livorno, e che una nave portava l’insurrezione in Calabria. Il tentativo fu represso colla forza su tutti i punti; ma le indagini d’allora, e più i vanti di poi, rivelarono come una mina fosse preparata sotto tutti i Governi della penisola, non eccettuato quello che stava all’ombra del vessillo tricolore.

Felice Orsini, uno dei più zelanti atteggiatori delle idee mazziniane, nel maggio del 1854 avea tentato una spedizione alle foci della Magra. Entrato poi al servizio dell’Austria, forse per corrompere le truppe, era stato carcerato a Mantova, donde fuggito passò in Inghilterra, e quivi preparò, con altri Italiani, una macchina infernale (1858 gennajo), che lanciò a Parigi sotto la carrozza dell’imperatore mentre andava al teatro. Molte persone innocenti ne restarono uccise o ferite; l’imperatore ne andò illeso: Orsini preso e processato, professò avere operato per amore dell’Italia, che credeva tradita da Napoleone, e morendo la raccomandava a questo, come fosse del dover suo il redimerla.

Vuolsi che questo fatto operasse sull’animo dell’imperatore, il quale viepiù si fissò nel concetto di fare qualcosa per l’Italia, oppure di sostituirvi all’influenza austriaca l’influenza francese. Chiamato Cavour alle acque di Plombières, vi concertò che la Francia ajuterebbe il Piemonte a sbrattare dagli Austriaci il regno Lombardo-Veneto; questo, coi piccoli ducati e l’Istria e il Trentino verrebbe annesso alla Corona sarda, che in compenso cederebbe alla Francia Savoja e Nizza. Dicono si convenisse pure che il Reame toccherebbe a Murat, la Sicilia a un secondogenito di Savoja, a un Buonaparte la Toscana, cresciuta colle Legazioni; tutti legati in federazione, avente a capo il pontefice, il quale modificherebbe il suo Governo sul modello francese.

Tutto stava nel trovare un’occasione, un pretesto di romper guerra all’Austria, e d’allora tutte le mire furono volte a ciò. S’incalorì quindi la stampa, furibonda in Italia, in Francia alternantesi fra ingiurie violente e ipocrite disdette. Quivi, sotto il nome di Lagueronnière, uscì un opuscolo ove, commiserate le condizioni d’Italia, proponevasi un rimpasto di essa in federazione: nessuno degli Stati presenti verrebbe alterato, salvo dare un incremento alla Toscana, che diverrebbe quasi il punto d’appoggio al bilanciarsi dei due maggiori Stati della settentrionale e della meridionale Italia: il papa capo della federazione italica, gran cancelliere di essa, come della germanica era un tempo l’arcivescovo di Colonia.

Di ciò tutto, più o meno apertamente discutevasi nei giornali, che a centinaja erano pullulati in Italia. Il La Farina cominciò a pubblicare il _Piccolo Corriere d’Italia_, in fogli sottilissimi, che spedito in lettere negli altri paesi d’Italia, ajutatane la diffusione dai tanti comitati, v’era accolto come un oracolo perchè proibito, e le notizie e i sentimenti n’erano ricevuti senza disputa nè critica, e servivano di materia e di testo agli altri giornali tutti. Ebbe quindi un’influenza estesissima, divisa pure colla _Corrispondenza litografata_, per cui lo Stefani, profugo veneto, mandava le notizie da ripetere a tutti i giornali d’Italia; mezzi onde far echeggiare da mille organi la verità o menzogna qualunque che si volesse. Cavour se ne servì a oltranza; se ne servirono i cospiratori di ciascun paese per mandarvi informazioni, le quali, fossero pure false e assurde, acquistavano fede dall’essere ripetute. Se ne servirono tutte le ignobili passioni per isfogarsi in lodi o in calunnie, che esaltavano mediocri e ribaldi, deprimevano e minacciavano i meglio onorati e pensanti, e destinavano i posti e incombenti futuri, secondo un’idoneità convenzionale.

Di tal passo i migrati divennero i veri padroni dei paesi; nessuno poteva operare se non secondo le loro prescrizioni, sotto pena di essere denigrato: un libro, uno scritto era levato a cielo con lodi, o sepolto col silenzio: davasi la parola d’ordine, fuori della quale non v’era che oscurantisti, austriacanti, spie: nessuno fu più se non quello che il giornale lo faceva: chi avrebbe osato contraddirvi per l’amore infruttifero e pericoloso della verità e della giustizia?

Se n’agitava viepiù il Lombardo-Veneto. Quando vi venne l’imperatore, erasi preparato il terreno in modo, che guai a chi non solo l’avesse festeggiato, ma pur lasciato di mostrargli avversione. Il giorno che questi entrava in Milano, a Torino s’inaugurava con gran solennità e davanti al palazzo del Senato un monumento, che i Lombardi facevano erigere in glorificazione dei vinti del 1848. Ogni atto, ogni passo dell’imperatore era accompagnato di beffe, caricature, minaccie.

Questa scherma fu seguitata contro l’arciduca Massimiliano, destinato governatore del Lombardo-Veneto, e che cercava tutti i modi di farsi perdonare l’essere straniero. Acquistò così una popolarità che dava ombra, come un ostacolo alla meditata annessione: e perciò fu scalzata in tutte le maniere. Fra le quali scaltrissimo fu il divulgare che alcuni ordissero di farlo re del Lombardo-Veneto; arma a due tagli che lo faceva sospetto alla Corte viennese, e insieme bestemmiare dagl’Italiani come un impedimento all’emancipazione.

Tutto ciò aveva accumulato materie incendiarie, quando, al ricevimento del Capodanno 1859, l’imperatore de’ Francesi, invece de’ soliti complimenti, disse all’Hübner, ambasciatore austriaco: «Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non sieno più così buone».

Conturbossi l’Europa a quel motto, scaddero le azioni pubbliche: ne trasalirono di gioja gl’italiani, come ad intimazione di guerra: guerra fu il grido generale; l’Austria credette doversi munire movendo in qua il terzo corpo d’armata: il Piemonte raddoppiò i preparativi, e sollecitò la fuga dei coscritti e la migrazione de’ giovani lombardi; lo che divenne una moda, alla quale il sottrarsi costava insulti e peggio: il generale Garibaldi preparavasi, e domandò denari per procacciare un milione di fucili.

Il re di Piemonte, nell’aprire le Camere a Torino, professava di «non essere insensibile alle grida di dolore che da tante parti d’Italia si levavano verso di esso», col che costituivasi centro de’ lamenti e oggetto delle speranze.

Vi si aggiunse il matrimonio del principe Napoleone, cugino dell’imperatore, colla figlia del re di Sardegna, celebrato nel gennajo.

Il Governo fece dal Parlamento autorizzare un prestito di 50 milioni per resistere alle minaccie dell’Austria, e dirigeva una Nota alle Potenze (4 marzo), assicurandole che tutti i provvedimenti non erano che difensivi. L’Austria anch’essa diramò Note (5 e 29 marzo) mostrando com’essa non desiderasse di meglio che di essere lasciata tranquilla negli Stati garantitile dai trattati, e di poter effettuarvi miglioramenti, i quali però erano stati cento volte promessi, e cento volte falliti. E le Potenze rispondeano assicurazioni di pace e la conservazione delle _cose esistenti_; i liberali sinceri temeano questa guerra, persuasi che dal conflitto di principi con principi non può uscire se non il despotismo. Russel disapprovando il contegno del Piemonte, assicurava che all’Italia niuna cosa gioverebbe meglio che le trattative diplomatiche. Una nuova Nota del Cavour (7 marzo) alle intimazioni del Governo inglese rispondeva, i suoi provvedimenti non essere che difensivi, nè farebbe se non «una propaganda pacifica onde viemeglio illuminare l’opinione italiana, e preparare gli elementi ad una soluzione, sì tosto l’Austria disarmando rientrasse nei limiti assegnatile da formali accordi.»

Lord Malmesbury alle Camere inglesi protestava (28 marzo) che nè l’Austria al Piemonte, nè il Piemonte all’Austria avrebbe mosso attacco. E pareva aver ragione, poichè l’Austria mostravasi disposta anche a ritirare le sue guarnigioni dai luoghi occupati, e il papa, con Nota espressa, domandò che sì la Francia, sì l’Austria revocassero le truppe che teneano a Roma e a Bologna, volendo egli «affidarsi alla Provvidenza, che certo non l’avrebbe abbandonato».

La Società Nazionale invece pubblicò un programma ove organizzava il paese per la guerra.

Garibaldi, rappresentante le forze vive della nazione, parea non volesse adoprarsi dal Governo; pure il saperlo venuto più volte a Torino bastò perchè molti giovani dalla Toscana, e più dal Lombardo-Veneto accorressero a prendere servizio in Piemonte, ove si formò a Ivrea un’Accademia militare per formare uffiziali. Questo concorso, più che i parziali conflitti prorompenti qua e là, agitava gli spiriti, poichè non poteva omai sottrarsene alcun giovane che non volesse insulti dagli uomini, sprezzo dalle donne. Il carnevale riesce chiassoso a Torino quanto cupo a Milano: ogni fatto è occasione di dimostrazioni: i giornali attizzano, e non solo divulgano qualunque errore dell’Austria, ma ne inventano; il Governo piemontese chiama sotto le armi tutti i contingenti, e manda fuori un _Memorandum_, in cui si dicevano all’Austria le più severe parole che mai in diplomazia si fossero formulate, pur confessando che il possesso di essa in Italia era conforme ai trattati e legale.

E l’Austria, stanca della situazione, irritata dalle provocazioni, prevedendo che alle parole minacciose terrebbero dietro i fatti, risolse uscire dal sistema d’aspettazione, pel quale era sempre stata famosa, e mandò un _Ultimatum_ (26 aprile), domandando che la Sardegna sciogliesse i corpi franchi, come condizione preliminare all’accettare il proposto congresso. Era tardi. Se avesse voluto invadere il Piemonte, dovea averlo fatto nel gennajo: ora aveagli lasciato quattro mesi per prepararsi, e alla Francia per ingrossare verso le Alpi: tre giorni dava ancora per rispondere all’intimazione: due altri fece perdere l’Inghilterra per rappiccare accordi; intanto Cavour fa decretare tra immensi applausi la dittatura; e proclama che scopo della guerra dev’essere l’indipendenza d’Italia.

Tirata l’Austria _nella rete tesale_, l’esercito passò il Ticino l’ultimo d’aprile 1859, capitanato dal generale Giulay, che non godeva la fiducia nè dell’esercito nè del paese. Perchè mai non si procedette colla maggiore rapidità, in modo da trovarsi sopra Torino e sotto Alessandria nel minor tempo possibile? Ben gl’Italiani avevano munito la sponda del Po con opere improvvisate, ma che valeano solo contro chi non le affrontasse; aveano rotte strade, allagate campagne; ma ciò intercettava alcuni, non tutti i passi.

Appena dichiarata guerra, il Piemonte alzò il grido d’allarme, e tosto l’imperatore dei Francesi dichiarò muovere in soccorso di re Vittorio, suo parente, aggredito dall’Austria. Ma l’esercito non era pronto; le strade del Moncenisio in quella stagione ancora ingombre di neve, e quasi inaccessibili alla cavalleria: il trasporto per mare lungo e faticoso. Il Piemonte potea disporre di non più di 64,000 soldati, 9400 cavalli e 120 cannoni; talchè, se grave era il pericolo, maggiore apparve il coraggio.

Ma gli Austriaci stettero accampati fra il Ticino e il Po, coi disgusti e i danni che reca inevitabilmente un esercito, massime di nemici, e nessuna importante fazione fu tentata.

Alcuni Francesi erano giunti a Genova sino dal 26 aprile; il 10 maggio si mosse da Parigi l’imperatore, il 12 sbarcò a Genova, in persona volendo per la prima volta capitanare una guerra, nella quale spiegò tutti i mezzi che danno le nuove invenzioni.

Qual tripudio fu a Torino allorchè v’arrivò l’esercito francese! era non solo la salvezza, ma la vittoria: e uniti procedettero verso il Ticino. Ognun capisce come la Lombardia stesse in febbrile ansietà, mentre combattevansi le sue sorti così davvicino; sebbene però se ne fossero ritirate tutte le truppe, non fece verun movimento. Ma il generale Garibaldi, a capo di un corpo franco, cominciò a volteggiare sulle rive del Ticino e del Lago Maggiore, lasciate scoperte dai Tedeschi, e varcatolo prese il forte di Laveno e s’avanzò verso Varese e Como (23-26 maggio), donde contava pel Lario spingersi a Bergamo e Brescia, e sollevando dappertutto le popolazioni, tagliare la ritirata agli Austriaci. L’esercito, continuando in avanti e fatta una stupenda conversione, presentò battaglia al nemico (3 giugno); il quale già era in ritirata per ripararsi alla sua linea militare, il Mincio e l’Adige. Il ponte di Boffalora minato, non saltò quanto bastasse per sospendere la marcia degli alleati, i quali, non misurando i sacrifizj d’uomini, potettero passare, e dare la battaglia di Magenta (4 giugno), ove restarono feriti o morti cinque generali tedeschi, 276 ufficiali, 5432 soldati; e dei Francesi perirono i generali Espinasse e Cler, feriti 246 ufficiali, 4598 soldati.

I Milanesi, come videro gli Austriaci difilare, in ordine sì ma in ritirata, vuotando il castello e la città, proruppero in esultanze e in quei disordini a cui gettasi una città abbandonata. Presto v’arrivarono commissarj regj; il Municipio proclamò re Vittorio Emanuele; i più destri s’accalcarono attorno a chi poteva largire posti, speranze, vendette, mentre i chiassoni facevano alzare barricate quando niun bisogno ve n’era, e i buoni studiavano ad allestire ospedali ove ricoverare le migliaja di feriti che giungeano dal campo. Da Magenta l’imperatore scrisse un memorabile proclama, ove diceva l’onore e gl’interessi della Francia avergli imposto di soccorrere l’assalito Piemonte; cercare egli gloria non da conquiste materiali, ma nel far libera una sì bella parte d’Europa: il suo esercito non avrebbe atteso che a combattere il nemico e mantenere l’ordine interno, senza porre ostacoli alla libera manifestazione dei voti legittimi, e concludeva esortando a volare sotto la bandiera di Vittorio Emanuele e non essere «oggi che soldati, per domani trovarsi liberi cittadini d’un gran paese».

Era un evidente appello alla insurrezione generale, ad armarsi tutti per l’acquisto dell’indipendenza dall’Alpi all’Adriatico.

L’esercito austriaco, nel cui comando a Giulay era succeduto Schlick, ritiravasi con tutti i suoi armamenti verso il Mincio, e l’aveva anche passato. Nel tempo stesso che l’esercito francese scendeva pel Cenisio, un altro corpo, sotto la direzione del principe Napoleone, era stato spedito per mare a Livorno, che (tacendo per ora l’intento politico) dovea per la Toscana risalire verso il Po, prendendo così di fianco gli Austriaci, stanziati a Bologna, a Ferrara, a Piacenza. Questi, forse nell’intento di serbarsi grossi per le battaglie decisive, abbandonarono quei posti, distruggendo i forti; talchè il principe Napoleone, senza ferir colpo, potè congiungersi all’imperatore sul Mincio. Il generale Canrobert era stato spedito verso Mantova. Il re di Sardegna col suo esercito formava l’ala sinistra, mirando alla fortezza di Peschiera: il centro era tenuto in linea estesa dai Francesi. In tali condizioni avvenne la battaglia di Solferino (24 giugno), ove si combattè l’intera giornata al sole bruciante; sul tardo, un’orrida procella parve crescere lo sgomento d’una delle maggiori stragi che la storia delle più accannite battaglie ricordi.

L’imperatore d’Austria si credette vinto, e ordinò la ritirata, abbandonando non più che una ventina di cannoni al nemico, e ripiegossi ancora dietro al Mincio. Gli alleati ben tosto passarono quel fiume (26 giugno), colla baldanza della vittoria e colla fiducia di nuove.