Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)
Part 23
Ben più che i delirj della fede è a temersi la indifferenza in questa, la scarsezza di cognizioni religiose, che rende possibile l’assurdo apostolato di giornali, luridi quanto ignoranti e sfacciati. Come protestantizzare gente che non crede nè conosce i proprj dogmi, nè sa in che punto divergano da quei di Lutero e Calvino, e che, se al papa negano obbedienza, tanto meno vorrebbero prestarla a un ministro? Si confessi più francamente che l’orgoglio, la meno filosofica delle passioni, dice «Come può essere la tal cosa mentre io non la intendo?» Si confessi di volere piuttosto compiere l’opera sociale della Riforma, quale fu di distruggere il carattere teocratico, dileguare la sovrumana aureola dell’autorità, sottoponendo l’uomo immediatamente alla propria coscienza; e che trovasi più acconcio alla vulgarità l’insegnare unico Dio essere l’uomo, unica potenza il numero, unica legge gl’istinti, unico intento il godere più che si può; donde una smisurata superbia, un satollarsi all’albero della scienza, un invidiare chiunque sa o può di più, riponendo il liberalismo nel prostrare quanto è più alto, non nell’elevare quanto è più basso; un invidiarsi a vicenda i godimenti, e l’oro che può comprarli; e nell’accidia e nella voluttà stordirsi e godere finchè il corpo si dissolva ne’ chimici componenti.
È da compiangere il re di Napoli d’avere dovuto colla forza e coi processi reprimere la rivoluzione, e principalmente le cospirazioni per la così detta Unità Italiana; onde grandissimo numero di fuorusciti, gente d’opera, d’ingegno, di penna, che empirono l’Europa di accuse contro di lui, le quali trovarono uno straniero (Gladstone), che le accolse e ripetè in una lingua diffusissima, e dandovi l’autorità del proprio nome e della libera sua nazione. Benchè smentita, si può credere la miserrima condizione di quelle carceri: ma quello che ancora più serra un cuore italiano, è la bassa turpitudine di non pochi di coloro, che come testimonj o delatori o agenti provocatori comparvero in que’ processi di Stato. I quali però vuolsi non dimenticare che furono pubblici, con difesa, con stampa; e che, risparmiando le vite, il re non volle togliersi la possibilità di ridonare alla società qualunque de’ condannati all’istante che ciò gli sembri o generosità non improvvida o giustizia. Carlo Poerio è come la personificazione di quei martirj e di que’ lamenti; e più volte fu promessa la grazia a lui e ad altri purchè la domandassero[144].
Nessun atto cassò la costituzione, e Ferdinando II poteva da oggi a domani convocare il Parlamento, restituire la responsabilità ai ministri. Ma coloro che, per giustificare il dissenso che v’incontrarono, piacevansi a ricantare l’immoralità di quel popolo, l’avidità delle classi medie, l’ignoranza superstiziosa delle infime, non s’accorgeano che davano ragione al re del non volere affidar la quiete e l’andamento dello Stato ai consigli e alle discussioni di così fatti. L’esercito non ebbe bisogno di venire ricomposto: l’erario continuò prospero, e quando negli altri Stati erano all’abisso, qui le iscrizioni del gran libro eccedevano in valore il pari. Non furono intermesse le opere pubbliche; estese le vie ferrate, aperta una da Napoli a Bari traverso a due montagne; uniti al mare i laghi Lucrino e Averno, così ridotti a porto. Eppure non venne meno il troppo solito corredo delle pubbliche sciagure; e a tacere il cholera, spaventosi tremuoti sconvolsero nel 1852 la Basilicata, propagandosi anche nella Romagna.
Sanguina poi la piaga della Sicilia. Le entrate di questa erano state regolate soltanto sopra donativi fino al 1810, quando si ordinò un censimento, fondato sui riveli spontanei. Per correggere questi e migliorare l’estimo si moltiplicarono disposizioni e prammatiche: i lavori furono spesso interrotti dalle scosse pubbliche, infine compiti nel 1853. La rivelata rendita dell’isola, sommante a ducati 10,872,063, fu rettificata in 16,658,634, de’ quali appartengono al Demanio 41,339, a manimorte 1,261,974, ai Comuni 213,290, a diversi 15,142,031: laonde al dieci per cento si avrebbe una contribuzione di 1,665,863 ducati, e al dodici e mezzo di circa due milioni. Tutta l’isola, uscente quell’anno, contava 2,231,000 abitanti[145].
La chiesa di Sicilia era una delle più ricche del mondo, non avendo subito le perdite cagionate dalla Rivoluzione. Lo stato d’attività e passività pubblicato dal clero nel 1852 gli attribuisce la rendita di tre milioni di ducati, che indicano estesissimi possessi in paese tanto male andato d’agricoltura e di comunicazioni. Dicemmo che la rendita imponibile delle manimorte nell’isola fu estimata ducati 1,261,974: ma ignoriamo il rapporto di essa col possesso effettivo: oltre che su queste cifre di possessi ecclesiastici v’è sempre esagerazione.
Le rivoluzioni non distruggono il potere, ma ne alterano il carattere scemandogli fermezza e maestà; non alleviano l’obbedienza, ma le tolgono il decoro; lasciano in chi sofferse scontentezza e prurito di vendetta; in chi trionfò, brama di rappresaglie inutili dopo le violenze necessarie; pochi comprendendo che prima cura dev’essere il far dimenticare, il calmare le diffidenze e i risentimenti, fondere gli uomini e gl’interessi, riconciliare il soccombuto col rialzarlo, anzichè punire colpe a cui un popolo intero ha preso parte in momenti, dove, e principi e sudditi barcollando sopra una nave in tempesta, nè questi nè quelli possono rendere conto ragionevole di quel che fecero o dissero o promisero.
Nulla è più facile nè più triviale che il sistematicamente censurare tutti questi Governi, i quali non seppero sinora far paghi i sudditi, ricondurre la pace, tranquillare gli spiriti: ma suggerire i rimedj è più arduo quando si veda disapprovare gli uni, appunto perchè fanno quello che gli altri ricusano. Deploriamo i Governi cattivi, condannati a diffidare e punire, quanto i deboli che non osano o non vagliono a resistere; i ribaldi che si appoggiano sull’immoralità; quelli che non comprendono come la libertà sia il cavallo che ci porta verso l’avvenire, ma sfrenato precipita, troppo ritenuto ricalcitra e s’impenna, procede sol quando è moderato da mano esperta; quelli sprovvisti d’iniziativa di spirito e di volontà, che lasciano unico partito l’assopirsi con dignità; quelli materiali, che riducono la scienza statistica a speculazioni e gendarmi; e quelli che non si persuadono il disordine poter essere vinto soltanto da chi lo rinnega, non da chi ad esso ricorre per reggersi momentaneamente.
La classe colta smaniava di partecipare al Governo; i Governi pretendeano intrigarsi della famiglia, dell’istruzione, della religione, dell’industrie individuali: reciproca illegittimità d’ingerenze, da cui un necessario scontento. Il popolo, che poco bada a ciò che non tocca l’individuo, la famiglia, la città, non intendeva gran fatto di coteste Costituzioni, versanti sull’esterno non sull’essenza della libertà, e capiva che anche i re possono tutelare le persone, le case, l’industria, il commercio. E davvero di tante Costituzioni nate e morte in questo mezzo secolo, quale è che abbia distinto le attribuzioni dello Stato da quelle della famiglia e dell’individuo? qual principe osò di dare utile pascolo alla smania governativa della classe media coll’abbandonarle i giudizj, l’istruzione, la sicurezza pubblica, l’ispezione domestica, riservando pel Governo la sovranità, i pubblici lavori, le finanze, l’esercito? Fra un medio ceto che non sapea bene che cosa chiedesse, un vulgo che niun vantaggio scorgeva in mutazioni che erano soltanto di persone; e principi che, vincolati da un’autorità che gli umiliava, non sapeano bene che cosa concedere, poteva egli trovarsi quella fede che ingagliardisce le opere, quella sicurezza che va diritto a un fine ben determinato?
Da alcuni anni, ma più nei due ultimi, il parossismo del rumore avea simulato l’attività della gloria, e sfogavasi colla sonora ciancia e con quel vago di concetti che rende insulsi alla pratica. Fattisi alla declamazione, costoro declamarono anche quando bisognava operare; ridondanti in parole come chi manca di idee, cominciarono litigi dove il vero vinto era il buon senso; e trascinando i migliori non a giudizio ma a supplizio, nei caffè, sui fogli, e dovunque fosse da adoperare la lingua non il braccio, volendo far qualche cosa e non valendo ad altro, faceano strepito; e in giornali, caricature, affissi, imponevano all’autorità, svilivano i magistrati, dettavano provvedimenti sconsigliati, e inventavano mozioni. L’opinione di questi parabolani si era modellata sopra i giornali di Francia, e come quelli, riponeva il liberalismo nell’opposizione sistematica; l’aveano fatta quando portava pericolo; vollero continuarla quando non era più che gazzarra, quando l’arma proibita era divenuta arma d’onore.
Amatori antichi della libertà, la accolsero con austero culto; mentre quelli che balzavano dall’idolatria dell’assolutismo all’idolatria dell’individualità, la accostavano come una meretrice; per bisogno di far dimenticare prische bassezze, affettavano altezzosa indignazione nell’insolentire contro i valenti, e in una stampa spudorata dare sul capo a tali che, mentr’essi genufletteano, ritti in piedi affrontavano i martirj della persecuzione pubblica e privata quando nulla aveano da sperare, neppure l’applauso, neppure d’essere riconosciuti dai proprj partigiani; e col titolo d’uomini di talento indicandoli per teste false e inetti alla pratica, li dichiaravano disacconci alle emergenze nuove; e a rincalzo di frasi convincevano che, gran pezza meglio degli antichi ed esperti, valeano quei neonati, che metteano la coccarda perchè altra prova di patriotismo non potevano dare alla folla, solita a scambiare l’emblema per l’idea.
Alcuni, sbigottiti dalle trascendenze, vedendo il guasto che le commozioni politiche recano nei costumi e negli intelletti, l’indifferenza de’ principj, l’assurdità degli odj e degli amori, il bruciare oggi gli idoli di jeri, il credere segno di libertà l’arroganza e la calunnia, affrettaronsi d’abjurare come errori anche le verità che soccombeano; e vergognati d’avere troppo sperato di sè, e d’essersi creduti degni della libertà, si sbracciarono in rimpedulare alla vecchia i Governi e le opinioni; o in sussulto svegliati dai sogni d’una coscienza connivente, e vedute le conseguenze inattese di principj mal posati, buttaronsi all’intolleranza persecutrice, biascicando i nomi d’ordine e di religione, la quale, dopo essersi da alcuni, come fatto individuale, adoprata qual mezzo d’indipendenza fino alla rivolta, da altri come fatto sociale, volevasi strumento di potere fino all’assolutismo.
I tentativi temerarj fanno indietreggiare gli spiriti sgomentati: ma fra i reazionarj, que’ che vantansi della forza è poi giusto che invochino la ragione? Alcuni, non ravvisando la ricomposizione se non come quiete, condannano fino le oneste libertà e le prudenti garanzie, a foggia di chi bestemmiasse le macchine a vapore pel rumore che fanno; pigliano paura della filosofia anche quando viene in appoggio al senso comune; paura della storia anche quando non giustifica i fatti, ma solo li sincera e li racconta; paura d’ogni aspirazione al meglio, vedendovi un irrompere della demagogia; paura dei sapienti, e perciò privilegiano l’istruzione a tali in cui ha fiducia il Governo, ma non la gioventù, la quale rimane svogliata dallo studio, e discrede fino alla verità perchè bandita da gente screditata; computano il crescere dei delitti, delle carceri, dei trovatelli, quasi non vi fossero ribaldi anche prima della stampa e delle Costituzioni.
Altri volsero le mani a strapparsi i capelli, anzichè ajutarsene nel naufragio per salvare almeno le convinzioni: poco migliori di quegli impotenti, che, senza l’audacia del male nè il coraggio del bene, si vantano di star neutrali nell’ora ch’è mestieri di decisioni risolute, e forbendosi s’accontentano di dire «Io l’avea predetto». Altri denunziano di codardia il non perseverare negli errori, e impossibile ogni ricomponimento, e viltà il pensarvi e l’avviarvi; simili al nocchiero che, battuto dalla procella, giurasse eroicamente di non volere più esporsi al vento finchè non l’abbia richiuso nelle otri di Eolo. Altri s’ammantano del titolo di moderati: ma la moderazione non ha merito se non palesi forza; nè quella di Pilato che lascia uccidere Cristo piuttosto che mettere sè in pericolo, vuolsi confondere con quella dei martiri che si lasciano uccidere piuttosto che offendere la propria coscienza. Altri invece non considerano quei disastri se non come effetto dell’altrui moderazione, e reclamano i procedimenti avventati e radicali, che sono sintomo d’irritazione, quanto di marasmo il non provare quel desiderio, ch’è tormento e dignità dell’uomo.
Chi tese l’orecchio alla voce di Dio, il quale, traverso alle folgori e al tuono, parla per mezzo degli eventi; chi medita sugli errori proprj e gli altrui, e scandaglia quanta virtù si trovi in fondo ai cuori, onde comprendere quanta libertà si meriti, conosce che la tempesta sconvolge il naviglio ma lo caccia avanti, purchè il piloto, deviando, orzeggiando, retrocedendo anche, s’affissi però sempre alla stella. In tempi sì turbinosi, sotto sferze sì laceranti, la libertà e la dignità naufragarono, ma poi dai marosi furono spinte s’una riva assai più avanzata, e donde non potrebbe rincacciarle se non una nuova procella. Anche in Italia i Governi si svecchiarono, la rivoluzione, operando a guisa della pietra caustica che, passando sull’ulcera, ne modifica la superficie e sollecita il granulamento e la guarigione; molte fasce furono levate, che al bambino voleansi conservare anche fatto adulto; l’industria e il benessere fisico procedettero a passi giganteschi; e sebbene gl’interessi materiali pajano prevalere, fino a voler ridurre la società ad una accomandita, l’uomo a un mulino, dove ai motori intellettuali e morali sono surrogati il calcolo e i contrappesi, noi crediamo che rimedj non ultimi sieno i materiali, e la cura di crescere la ricchezza nazionale e di ben ripartirla.
L’Italia contava ventisei milioni di abitanti, tutti cattolici, tutti quasi d’una lingua, eppure divisi in quindici Stati, di cui sette forestieri[146]. Possiede eccellenti linee geografiche militari, fortezze inespugnabili, buoni porti, canali e fiumi non mai gelati; il ferro dell’Elba, il rame d’Àgordo e della Toscana, la canapa del basso Po, le selve dell’Alpi e degli Appennini potrebbero fornire d’eccellente marina lei che siede fra due mari, e che dalle sue coste vede la Francia, l’Algeria e la Grecia. Pure, malgrado i progressi dei due regni estremi, la sua marina è insufficiente, nè da noi direttamente ricevono gli olj, le sete e le frutte i lontanissimi consumatori. Nella Lombardia aumenta l’operosità agricola e la popolazione, mentre scarseggia nelle parti meridionali, ove troverebbero asilo e lavoro que’ tanti, che dai laghi superiori e dalla vicina Svizzera migrano ad ingrate lontananze. Ora poi che il Mediterraneo recupera l’importanza antica, e che si matura il taglio dell’istmo di Suez, presto si sentì come là consisterebbe la vita o la morte dell’Italia: l’Austria favorì quest’impresa in ogni modo, presagendone un immenso incremento alla navigazione di Trieste: il Municipio di Venezia nominò una Commissione che divisasse e proponesse i modi di meglio vantaggiarne il commercio veneto, e promuoverlo con società commerciali; e l’Istituto pose a concorso un’indagine sulle probabili conseguenze che ne verranno al commercio in generale e a quel di Venezia in particolare, e come provvedere che il continente europeo diriga pel porto di questa le spedizioni: si propone d’ingrandire i porti di Genova e di Civitavechia, perchè diventino pari alla estensione che al commercio darà quella nuova via. Le Due Sicilie stanno all’antiguardo, sporgendosi quasi in atto di provvedere alle vaporiere l’acqua, il legname, i grani, e di competere nella comunicazione coi mari dell’Arabia e dell’India. Insomma vorrebbesi che l’Italia si trovasse allestita in modo di non lasciar preoccupare da altri le nuove comunicazioni, che offrirebbero un opportuno campo all’attività di essa, e un modo di conseguire que’ nobili vantaggi, che mai non saranno per gl’infingardi.
Intanto fra terra si sollecitano le vie ferrate, che non solo, superando gli Appennini, congiungeranno fra loro i disuniti fratelli d’Italia, ma traverso alle Alpi avvicinandoci ai forestieri, ci mostreranno che la nazionalità non può essere esclusiva e repellente nè come sentimento nè come istituzione.
Fra queste utili cure e le meste sollecitudini del rinascente cholera, dello scarseggiante grano, e di nuovi micidj alle viti e ai bachi da seta, parevano gli animi staccarsi dalla politica, quando un nuovo miraggio fu spiegato agli occhi dalla guerra rottasi fra i grossi Stati.
CAPITOLO CXCIV.
Aspirazioni e preparativi piemontesi.
Il Piemonte era divenuto la mira per tutti i nemici dell’Austria e de’ Governi tormentatori degli Italiani; l’appoggio dei vinti del 1848. Il Parlamento, per quanto scarmigliato, parea voce di tutta l’Italia, e a quella davasi ascolto; i ministri, che si sbalzavano a vicenda, erano considerati come rappresentanti di idee, e ne avevano, certo non tali da bastare al grande concetto nazionale. Stavano dalla destra Revel, D’Azeglio, Balbo, altri illustri per nobiltà e carattere, per posizione e precedenti, che credeano essersi fatto abbastanza per allora, e tremavano non giungessero al potere i rivoluzionarj, nati nel 48.
Dei quali oratore era Camillo conte di Cavour, variamente giudicato mentre visse, sistematicamente ammirato dopo morte. Egli stava coi conservatori, anzi coi clericali dapprima, e collaborava al giornale _Il Risorgimento_, mentre Rattazzi conduceva la sinistra, irrequieta, impaziente, che voleva un’altra riscossa. I due capi s’unirono, e formossene quel che si disse il connubio, transazione per unire le forze de’ varj partiti. Il colpo di Stato del 2 dicembre in Francia parea far prevalere la riazione; e poichè il nuovo imperatore domandava si frenassero le cospirazioni e la stampa, fu proposta una legge per regolarla (1852 2 febbrajo). Il Menabrea la sostenne con fortissimo discorso, ma con violenza gli si opposero Rattazzi e Cavour. Quest’ultimo, entrato nel ministero D’Azeglio, veduto che a nulla approdava la parte che dicevasi moderata, se ne staccò; e ito col Rattazzi a Parigi per intendersi coll’imperatore, presto ebbero abbattuto D’Azeglio. E alla politica moderata e timida sottentrava la bellicosa e aggressiva, che diceasi virile, e che dichiarava passato il tempo degli iniziatori. Ne parve manifestazione e frutto l’attentato milanese del 6 febbrajo 1853.
E cominciando dagli ordinamenti interni, furono aboliti gli stabilimenti religiosi, pochi eccettuandone; colla legge Siccardi si cassò il fôro ecclesiastico e la personalità giuridica delle corporazioni; si dichiarò distrutto il concordato del 1841 col papa; si escluse dalle scuole laiche ogni ingerenza di ecclesiastici; ai beni di manomorta s’impose una tassa particolare. Roma protestò; le popolazioni si divisero di parere, altre approvando, altre disapprovando i mutamenti introdotti. Nei sei anni del Ministero Cavour il Piemonte si ravvivò, giacchè Paleocapa spingeva le strade di ferro; Lamarmora ricomponeva l’esercito; Rattazzi riformava l’amministrazione e la legislatura; Cavour inaugurava la nazionale politica a danno dell’Austria.
Ingegno vivace e pronto; efficacia a persuadere meravigliosa, comechè infelice parlatore; colla prudenza e l’imprudenza d’un politico; fino conoscitore degli uomini, dei quali valevasi come di stromenti; destro a mescersi fra le parti più esaltate, e a scompigliarne le trame; sapendo per mille esperienze quanto le sublimi declamazioni nascondano vilissimi pensieri; persuaso intimamente che tutto si compra nelle moderne società, conoscendo la propria abilità e confidando in quella; ridendo in cuor suo delle forme e dei formalisti, guardando nei fatti e nella realtà; le dicerie al Parlamento ascoltava sempre col sogghigno sulle labbra e rispondeva coll’ironia pungente e sprezzante, ch’era tanta parte del suo talento oratorio. «I fischi (diceva alla Camera) non mi muovono; li disprezzo altamente e proseguo».
Nell’intento di sbrattare l’Italia dai principi indigeni e stranieri, sempre avea cerco appoggio dall’Inghilterra, amica dei paesi turbolenti e nemica del papa. Ma allorchè Palmerston cedette al Ministero conservatore di Derby, meno condiscendenza vi trovò Cavour, chè si accostò di più alla Francia.
Dopo che il 1848 ebbe rotte le alleanze del 1815, non si era mai riuscito a costituirne di tali, che assodassero l’equilibrio in Europa. Col pretesto di attentati della Russia, Inghilterra e Francia si allearono (1854 marzo) a sostegno della Turchia e procurarono trarre nella propria lega le altre Potenze europee. La Prussia si tenne in disparte; l’Austria, sul cui territorio sarebbesi dovuto passare per attaccare la Russia, esitò lungamente; alfine, sentendo i pericoli d’un incendio europeo, lo prevenne col chiarirsi neutra. Ne ebbe dispetto la Russia, che nel 1848 aveale dato mano a salvarsi: più n’ebbero le due alleate, che giurarono vendetta; ma fu merito di essa se così la guerra non divenne generale e se i combattenti dovettero restringere le orribili loro stragi nella penisola della Crimea.
Fu certo una delle guerre più micidiali e forse delle meno ragionevoli che la storia ricordi: ma con essa rinacquero tutte le speranze dei popoli oppressi, fidenti in una conflagrazione universale; e come la Grecia, così l’Italia ribollì.
Quando la guerra fu ridotta marittima, importava alle due alleate d’avere un appoggio in Italia, e lo ricercarono dal re di Napoli. Questi avea sempre tenuto relazioni amichevoli coll’imperatore di Russia, e avutolo anche ospite, per lo che ricusò. Vi diede ascolto Cavour. Benchè i timidi trovassero strano questo andare in sostegno del Turco, per una causa in cui non s’aveva interesse alcuno, lasciando il paese sguernito ed esposto agli Austriaci, che potrebbero valersi dell’opportunità; altri riflettè s’aprirebbe un’occasione di riparare le ultime sconfitte, di trovar posto fra le grandi Potenze, d’addestrare sulla Cernaja i soldati per poi adoprarli sul Po o sull’Adige, dopo fattesi amiche Inghilterra e Francia. Si mandarono infatti 20,000 uomini sotto il generale Lamarmora, e ben si disse che da Torino s’andò a Milano per la via della Cernaja.
Perocchè, presa Sebastopoli, si fece la pace colla Russia, e per trattarne si radunò un Congresso a Parigi (1856 30 marzo). Il Piemonte, come avea combattuto colle grandi Potenze, domandò di poter sedere con esse nel Congresso, e per quanto altri contraddicessero, e massime l’Austria, lo ottenne. I liberali speravano in quell’occasione si sarebbero levate di mezzo le differenze che esistevano coll’Austria; si torrebbero via, mediante un concordato, le irregolarità delle relazioni col papa e l’inquietudine delle coscienze timide; s’indurrebbe l’Austria a levare i sequestri de’ Lombardi, a rimpatriare i banditi, a far buoni trattati di commercio, a concedere qualcosa alle aspirazioni nazionali. Destinavasi a rappresentare il regno Massimo D’Azeglio, ma poichè la condizione sua privata l’avrebbe reso inferiore agli altri inviati, risolse d’andarvi lo stesso ministro Cavour. Non si aveva alcun programma determinato; al più cercavasi ottenere qualche compenso pel tanto denaro e pel sangue versato, ma presto furono introdotte quistioni estranee allo scopo proposto.