Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)
Part 22
I lavori pel prosciugamento della Maremma grossetana, che dal 1829 al 1856 costarono venti milioni vennero rallentati, sicchè laghi e paludi ristagnarono ove erano poco prima fecondate le campagne. Nè meglio riuscì l’essiccamento della palude di Biéntina. Si provvide di nuovo porto Livorno, ma il disegno datone dal francese Poirel riuscì infelice, e la spesa di otto milioni, doppia della predestinata, è ben lontana dal rendere frutto degno. Si estesero le strade ferrate, ma finora servono solo alla circolazione interna non attaccandosi a quelle di veruno Stato vicino. Si cercò il prosperamento dell’agricoltura, sì da privati quali il Ridolfi, il Lambruschini, il Ricasoli, Digny, Bichi Ruspoli, Cuppari, Ginori...; sì dalla società dei Georgofili e dalla Agraria: il Governo pose scuole tecniche, e accademie di arti e manifatture; istituì un archivio generale di Stato, un uffizio di statistica generale.
Il ducato di Modena continuò nelle tradizioni patriarcali, in mano d’un giovane principe, sul quale non posavano nè tradizioni tiranniche, nè memorie di sangue, nè patti d’abjezione; e che sentivasi e talento e forza più di quelli che lo circondavano.
Il ducato di Parma, che avea patteggiato coll’Austria alleanza difensiva contro i nemici esterni ed interni, fu da questa restituita a Carlo III Borbone, la cui gioventù disonestata non apparve corretta dalla sventura e dal matrimonio colla virtuosa Luigia di Francia. Un giorno ch’egli tornava dal passeggio pomeridiano, gli si accostò uno e lo trafisse, e benchè fosse in mezzo al popolo, niuno volle conoscerlo nè arrestarlo, nè tampoco soccorrere al ferito, che poco dopo spirò (1854 26 marzo). Si trovarono trecento lire in cassa. La duchessa, come reggente del fanciullo Roberto, ai ministri impopolari surroga Lombardini, Pallavicino, Salati, Cattani, ritira l’ordine del prestito forzato, supplendovi con uno spontaneo che ella garantisce col pubblico patrimonio; l’esercito riduce da sei a duemila uomini, la lista civile da due milioni a seicentomila lire; riordina i tribunali che già erano a modo francese; affida cattedre anche a professori compromessi nella rivoluzione.
Parvero pegni di riconciliamento, eppure i momentanei applausi presto si conversero in disapprovazione; il paese non tardò a divenire teatro di turbolenze ed assassinj, al punto che la duchessa dovè chiamare capo della Polizia un suddito austriaco, e i processi furono assunti dal conte di Crenneville comandante della guarnigione tedesca, in forza dello stato d’assedio.
Per accordi derivanti fin dal trattato d’Aquisgrana, poi modificati in quel di Vienna e nel segreto del 28 novembre 1844, se si estinguesse la linea ducale quello Stato sarebbe riversibile all’Austria, ed una piccola porzione al Piemonte. Il popolo sapendo questo colla solita inesattezza, credeva il ducato dovesse ricadere legittimamente a Casa di Savoja, e aspirava ad accelerarne l’istante: l’Austria, come a sè riversibile, pretendeva esercitarvi un’alta ispezione; altrettanto pretendeva il Piemonte per la vicinanza.
Da principio i Francesi restarono arbitri di Roma, e i soldati faceano da soldati, quantunque senza ferocia; ed erano perseguitati a stiletti e contumelie al pari dei preti, e questi e quelli ripudiati dalla popolazione, mentre fra loro guardavansi in sinistro. L’ambasciatore signor di Courcelles cercava che il pontefice largisse ordini liberali, e si circondasse di buoni amministratori; ma quelli aveano fatto troppo mala prova, questi sempre fu difficile trovare in Romagna, difficilissimo allora che tanti erano resi inservibili pei fatti precedenti. Luigi Buonaparte allora diventato presidente della Repubblica francese, volendo cattivarsi gli animi od almeno i voti col mostrarsi restauratore dell’ordine, eppure amico della libertà, diresse una lettera (1850 18 agosto) al suo ajutante Ney, ove esprimeva che l’esercito repubblicano non era ito a schiacciare la libertà italiana, bensì a regolarla, preservandola dagli eccessi proprj; disapprovava i comporti della Commissione riordinatrice, e diceva di compendiare il Governo temporale del papa in questi atti, amnistia, secolarizzamento dell’amministrazione, Codice Napoleone, Governo liberale. La lettera levò gran rumore, eppure mancava di carattere uffiziale: il papa ebbe assicurazione che trattavasi d’una mera mostra, e mandò da Gaeta un motuproprio, pel quale istituiva un Consiglio di Stato e uno di finanze, prometteva riforme amministrative e giudiziali; di costituzione o di secolarizzamento non più parola: e i Francesi si affrettarono a magnificare le concessioni, le quali dicevano avere essi suggerite anzi imposte al papa, per sodare la libertà d’Italia.
Abrogati gli ordini del Governo repubblicano, rimessi i tribunali colle variatissime loro giurisdizioni, e persino il Sant’Uffizio, di nome spaventoso, ma che si limita a preparare le decisioni ecclesiastiche in fatto di matrimonj misti, digiuni, astinenze, e nelle cui carceri nel 1849 si era trovato un solo prete per falsificazione di carte private; dall’amnistia faceansi esclusioni eccessive, che guastavano in apparenza il benefizio, mentre nel fatto nessuno ne’ primi sei mesi fu arrestato o punito per atti politici; nessuno de’ tanti amnistiati, che aveano accettato incarichi rivoluzionarj, lasciando che l’autorità francese li munisse di passaporti per andarsene. Pure la Polizia molestava fino alcuni de’ liberali che più si erano opposti alle trascendenze; spiaceva il veder ripristinati abusi, della cui distruzione tutt’Europa aveva applaudito Pio IX; dacchè poi gli onesti aveano gustate le attrattive del vivere libero, del licenzioso i ribaldi, riusciva difficilissimo il rintegrare lo stato primitivo. La censura impediva ogni manifestazione franca, eppure non potea togliere la sovversiva stampa clandestina; processavasi, ma colla fiacchezza che colpisce il subalterno mentre non osa il forte e subornatore; disarmati tutti i cittadini, viepiù imbaldanzivano le orde, che infestavano principalmente i paesi settentrionali, malgrado l’inesorabile giustizia che ne faceano gli Austriaci. Gli assassinj continuanti obbligarono a severe procedure sommarie, e ventiquattro persone furono mandate al supplizio nella sola Sinigaglia. Si tessè il processo dell’assassinio di Rossi, e, cosa nuova ne’ fasti giudiziarj, il reo più aggravato non si osò indicare che col nome di _un tale, quel signore_.
Solo quando si sentì sicuro che l’indipendenza del suo potere non sarebbe menomata, Pio IX tornò a Roma fra l’ossequio dei Francesi e dei diplomatici, e il silenzio della moltitudine. I provvedimenti furono ancor meno delle promesse, e tutto rimase all’arbitrio del segretario di Stato cardinale Antonelli (1806-76), divenuto scopo all’odio comune, benchè dapprima fosse stato consigliatore degli ordini più liberali, ed ora tenesse testa agli esagerati reazionarj. I succedutisi Governi aveano cresciuto il debito pubblico a settanta milioni; le sêtte fremeano; audace il contrabbando, spudorata la corruzione, moda il cospirare, disimparato l’obbedire; rinterzata la insulsaggine di compromettenti miracoli colla stizza di ripullulanti insurrezioni e d’incessanti assassinj politici; liberalità l’avversare la religione, involgendo l’autorità spirituale nell’aborrimento della temporale: e alle piaghe gravissime trovandosi impossibili i palliativi, rendeasi necessaria la forza, la forza!
Perciò i Tedeschi continuavano ad occupare le Legazioni[141], i Francesi ad occupare Roma e Civitavecchia, intanto che si provvede ad allestire reggimenti nazionali, e crescere la marina, che oggi conta 1893 navi fra grandi e piccole, portanti 31,637 tonnellate, e su di esse 9711 persone.
Più appropriato al gran sacerdote è l’avere ravviato le opere pubbliche e la cura delle arti belle. Nel che notevole è lo sterro dell’antica Via Appia, donde quantità sempre nuova di monumenti e di anticaglie, di cui altre vengono in luce nei ripigliati scavi di Vulci e di Canino. Fu ordinata una statistica generale, che dà a conoscere i bisogni e gli spedienti; la riduzione de’ pesi e delle misure a decimali; e il censimento, pel quale i Gesuiti rimisurarono per undicimila metri la base della triangolazione fatta da Boscowich, di cui era perduto un termine. Si compì ad Aricia un viadotto di trecentundici metri, a triplice fila d’archi, elevantisi fino a sessanta metri per superare la frapposta valle. Il Tevere è percorso da vaporiere, e tutti i fiumi vigilati e provveduti[142]. A Viterbo si fabbricano il vitriolo tanto cercato, e ferri agricoli: Spoleto è ricca di pastorizie, e di mandorle e ghiande il paese alto: bellissime selve ha Frosinone, donde si trae scorza per le concerie: agrumi, fichi, pistacchi, carrubi, castagni, cristalli arricchiscono Ascoli: Fermo i cappelli e i crivelli da grano: Forlì il ricino, Fabriano le cartiere, Gubbio il bestiame, Faenza le majoliche: la pineta di Ravenna è delle migliori foreste: dal Bolognese si hanno venticinque milioni di libbre di canape, e corami, carta, aceto, acque odorose. Con ingenti opere ora si sanano le paludi d’Ostia e Ferrara. Le strade ferrate pigliarono colà pure incremento; e già si posero telegrafi elettrici, e con quelli s’istituì la corrispondenza metereologica. Il 24 ottobre 1850 fu emanata la legge comunale, abbastanza ampia e fondamento al resto del Governo, ma non si vede eseguita.
Per instaurare l’autorità, Pio IX ricorse ai mezzi che s’adoprano per abbatterla, e dai Gesuiti fece intraprendere un giornale, la _Civiltà Cattolica_, «collo scopo di proclamare la riverenza del suddito all’autorità, e del superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione alla forza della legge morale, unità di morale sotto l’insegnamento della Chiesa cattolica, unità della Chiesa sotto il Governo del vicario di Cristo». Grandiosissimo esercizio sopra punti irrefragabili: ma se il rissarsi intorno alle dispute di ciascun giorno profitti meglio che il sodare cardinali verità, da cui si sillogizzino poi le applicazioni; se l’esporre i supremi canoni della fede o dell’autorità al senso comune e ai dibattimenti dei caffè e de’ circoli; se il pronunziare nelle opinioni politiche coll’asseveranza e l’esclusività che solo è propria dei dogmi religiosi; se il moltiplicarsi avversarj col ghermire corpo a corpo scrittori e attori, e con ciò provocare ricolpi dove l’ingegno può prestare aspetto di ragione, e la violenza di difesa incolpata; se l’intolleranza de’ minimi dissensi, d’ogni minor precisione di linguaggio, delle condiscendenze forse necessarie, spesso opportune, del sussidio secolaresco nel trarre dalla pietra dell’altare la favilla che sola può ridonare la luce e il calore; se l’accettare l’ultima abjezione degli odierni giornali, le corrispondenze anonime, donde un malvagio tira a sicurtà sopra l’onest’uomo, portino al trionfo la causa del vero, ne appello alle migliaja d’associati di quel giornale, redatto con un talento, un accordo, una costanza, che nessuno degli avversi raggiunse mai.
Strepitoso rincalzo alla suprema potestà diede Pio IX, dichiarando il dogma dell’Immacolata Concezione. Più volte dibattuto ne’ secoli precedenti, era già vietato il metterlo in disputa. Esule a Gaeta, quasi le tempeste politiche neppure scotessero la nave di Pietro, Pio IX mandò un’enciclica a tutti i vescovi del mondo, interrogandoli sull’opinione di essi e delle loro Chiese intorno a quell’asserto, e se gioverebbe definirlo dogmaticamente. Nella credenza la cattolicità si trovò d’accordo; ad alcuni sembrava inopportuno il rimescolare questione antica, causa già d’interni dissidj. Pio IX convocò a Roma alquanti vescovi per pronunziarne; e poichè quelli di Francia, quasi ad espiazione delle antiche reluttanze gallicane, pei primi neppur vollero discutere sui termini, riportandosi interamente al supremo gerarca, egli definì come dogma la concezione di Maria senza peccato originale. Se ne fecero feste in tutta la cristianità; e fu un grande incremento all’autorità pontifizia quel bisogno d’una sommessione figliale al papato, che definendo da solo un dogma, veniva a stabilire l’infallibilità personale del pontefice: come fu edificante quel riconoscere universalmente la fondamentale eppure negletta fede del peccato originale.
Concordati fece colla Spagna, coll’Austria, colla Toscana, colla Costarica, col Guatemala. Così non cessò di combattere la Chiesa orientale, la russa, l’olandese, la gallicana, dalla quale un’importantissima adesione ottenne, l’abbandono dei riti particolari per adottare il romano.
Casa di Savoja precipitò i sudditi nel pericolo, ma lo divise con essi, talchè viepiù se ne consolidò il legame che a questi la unisce. Vittorio Emanuele II, re nuovo e che non s’era compromesso con lusinghe, a capo d’un esercito disgustato d’innovamenti che tanto gli erano costati, col paese occupato dagli Austriaci, con un Parlamento screditato dalla ciarla, con Ministeri che si succedeano un all’altro per attestare l’impotenza di tutti, potea facilmente cancellare le istituzioni date da suo padre, e vedersene applaudito, quanto questo nel concederle. Al contrario egli cominciò il regno (1849 3 luglio) annunziando con mesta fermezza le sventure che anticipatamente lo portavano al trono, assicurava che le franchigie del paese non correano rischio; le traversie abbattono le vulgari anime, alle generose possono tornare in profitto; gli ordini politici non li stabilisce nè li acconcia a’ veri bisogni d’un popolo il decreto che li promulga, bensì il senno che li corregge, e il tempo che li matura; e questo lavoro, unico dal quale può sorgere la vigoria e la felicità d’uno Stato, si conduce coll’azione calma e perseverante del raziocinio, non coll’urto delle passioni; si conduce procedendo a gradi per le vie del possibile, e non gettandosi a slanci inconsiderati per sentieri che da secoli l’esperienza ha dimostrato impraticabili; i popoli, maturando alle dure prove, imparano a distinguere il vero dall’illusorio, il praticabile dall’ideale, e ad usare la migliore delle pubbliche virtù, la perseveranza. Insieme rammentava la necessità della pace esterna non meno che dell’interna, e del discuterne con senno e prudenza, per procurare i tre supremi vantaggi di quiete civile, progresso d’istituzioni, risparmio delle pubbliche fortune; e così d’accordo conformando gli ordini che soli possono recare vera e durevole libertà, si avrebbe la gloria di evitare le esorbitanze e de’ licenziosi e de’ tiranneschi.
Ottenere questa temperanza era difficile tra lo sguinzagliamento de’ rifuggiti e la concitazione degli avvenimenti di Roma, con un Parlamento che mettea gloria nell’osteggiare la Corona, e dignità nel ricusare gli accordi inevitabili; tanto che, «per salvare la nazione dalla tirannia de’ partiti», il re sciolse la Camera (1849 20 9bre) e ne convocò un’altra, che senza discussione accettò il trattato coll’Austria. D’allora Vittorio Emanuele non si affannò troppo negli affari, come glielo permette la qualità di re costituzionale; mostrossi sempre rispettoso dello Statuto.
Duro uffizio quel de’ ministri a fronte di passioni sopreccitate, e de’ partiti che colà andavano non a fondersi ma a cozzarsi! Massimo D’Azeglio, un tempo disapprovato e perseguìto dagli stagnanti quale attizzatore di rivoluzioni, come avea difesa la libertà contro i vanti dell’ordine, così l’ordine sostenne dappoi contro i vanti della libertà, capitanando l’opinione moderata, poi chiamato a capo del Ministero, con integra fama, sostenuto da’ nobili fra cui era nato, da’ letterati e artisti fra cui s’illustrava, dai popolani con cui era vissuto, persuaso che nei trambusti si fa meno quanto più si ha apparenza di fare, imitò il medico che confida nelle forze riparatrici della natura, poco operando, poco discorrendo fra l’universale sproloquio, guadagnando così il tempo che è tutto, rimettendo a galla lo Stato, non esitando spiacere agli esorbitanti che si decorano col titolo di democratici. Poi venuta l’ora degli uomini d’affari, a Cavour rinunziò il potere prima di perdere la popolarità, e tornò agli studj e a ridere della commedia umana.
Il Piemonte era l’unico paese d’Italia ove sopravvivesse una rappresentanza. Dapprima non v’era stato bene che non s’aspettasse dai Governi parlamentari, i quali suppongono una convivenza da tutti acconsentita, avente per base l’eguaglianza dei diritti e dei doveri, la cooperazione di tutti al vantaggio di tutti; esonera il Governo da infinite minuzie e da tanta responsabilità; non forza nessuno, e nessuno trascura; anche in mezzo alle emozioni rapide e contagiose de’ popoli che da sè occupansi degli affari proprj, fa valere di più chi più sa e più ha, lascia libera la manifestazione de’ desiderj e delle proposte, e l’esercizio delle facoltà tutte, coll’elemento del progresso avendo in sè quello della conservazione. Ma la Francia dopochè se ne disfece, ripetè che in siffatti Governi si surroga alla morale la sentimentalità, alla fede la declamazione di oratori, simili a palloni areostatici che si elevano perchè nulla li contrasta, attirano gli sguardi di tutti ma non arrivano a nulla, e tornano alla terra dond’eransi alzati; intanto sviluppansi la superbia umana, l’infatuazione della parola, e la persuasione che la dottrina possa regolare il mondo; sicchè i talenti e i semitalenti acquistano maggiore credito che non il carattere; per l’idolatria dell’ingegno si abbandona il culto della verità; misurando la libertà dal numero de’ giornali e dalla lunghezza dei dibattimenti, rimettonsi in disputa tutti i principj; si toglie l’energia d’azione al Governo, quasi non si desideri di meglio che l’inettitudine; e così si affievolisce l’autorità qualunque sia; i ministri s’avventurano in una politica declamatoria e imprevidente, che talora vuole i mezzi senza il fine, talora il fine senza i mezzi; anzichè consolidarsi sulla giustizia e la bontà, devono ondeggiare coll’opinione, e però rinnegare se stessi, o cedere il posto ad altri, che effettuino ciò che in quel giorno è voluto dalla pluralità.
Eppure quelle discussioni, quella responsabilità dei ministri, quella pubblicità di tutti gli atti, quell’accontentamento della classe più loquace e faccendiera recavano facilmente a considerare il Piemonte qual simbolo della nazione e nucleo della futura Italia. Queste aspirazioni, nelle quali si accentrava qualsiasi desiderio di cambiamento, lo rendeano sospetto al potente vicino; e i partiti che vi si dibatteano, lo esponeano alle diatribe de’ reazionarj di fuori.
È però vanto che, mentre ogni giorno una stampa sguinzagliata diffondea sin nel villaggio e tra il popolo operoso il fomite dell’invidia e dell’insubordinazione, colà men che altrove essa prorompeva e soprattutto non si sfogava in quegli assassinj, che rimasero la più orrenda coda della nostra rivoluzione. Le sorti d’un paese non si regolano cogli epigrammi e i sarcasmi, nè la politica si attua con articoli di giornali e con dispetti e puntigli. Molti Ministeri si succedettero, ma sarebbe severità l’esigere che procedessero regolari mentre sono combattuti da contrarj venti, e costretti a vivere di ripieghi; lodevoli se non sagrificano l’utile sodo alla prurigine di popolarità, se non transigono colla dignità per conservarsi, se non riducono l’idea dello Stato e il fine della convivenza umana a mera tutela degl’interessi materiali.
Gli oppositori a due punti principalmente si appigliavano; il dissesto delle finanze, e gli affari religiosi. Mentre al rompere della rivoluzione l’erario non era gravato che di quaranta milioni, allora di oltre seicento: il bilancio delle spese annue, che nel 1847 si valutò a ottantaquattro milioni, nel 56 giunse a cenquarantatre e mezzo: tutte le imposte vennero esagerate e aggiuntene delle nuove, la cui minutezza infastidiva ancora peggio che non impoverisse[143]. Ma oltre il dover pagare i disastri di due campagne sfortunate e settantacinque milioni all’Austria, in questo mezzo si spigrì l’amministrazione, fu dotato il paese di tante istituzioni di cui mancava, e singolarmente d’una rete di strade ferrate, che tutti i punti congiunge col centro, e questo colla restante Italia e colla Francia.
Poco prima della rivoluzione, Carlalberto avea conchiuso un concordato col pontefice, il quale recedette da alcune pretensioni antiche per assodarne altre. Dato lo Statuto, nel quale la prima clausola e la più voluta dal re fu il dominio della religione cattolica, i fragorosi, che non sanno mostrare libertà se non col perseguitare, vollero si ponesse la mano sui beni clericali e si sopprimessero le fraterie, incamerandone i possessi, togliendole l’istruzione; e levò un rumore trascendente, anzi fu eternata con obelisco la proposta del Siccardi, per la quale si stabilì quel che già gli Stati vicini godeano, che anche gli ecclesiastici fossero sottoposti al fôro comune, nè tampoco i vescovi eccettuati. Ciò ledeva il contratto stabilito col papa; ma arguivasi che, cambiata la forma di governo, anche quello dovesse cessare, benchè concernesse una Potenza forestiera. Nuove commozioni cagionò dappoi la legge sul matrimonio civile.
Roma protestò di questo mancare ad accordi espressi, e assicurati dallo Statuto; le replicate proposizioni di amichevole componimento, portate anche da persone rispettabili, quali Cesare Balbo e Antonio Rosmini, non sortirono effetto: intanto la lite si inasprì; qualche vescovo, e nominatamente quel di Torino reluttarono, e furono perseguitati e spinti in bando, donde ritraggono aria di vittime essi, e di persecutore il Governo; restrizioni alla libertà ecclesiastica attirarono nuove proteste del pontefice, e infine la scomunica a chi le avesse sancite. Da qui strazj di coscienza; cercossi ipocritamente di mettere in contrasto i preti coi vescovi; le popolazioni conservavano devozione ai loro pastori benchè rimossi; sacerdoti ricusavano i sacramenti a deputati o ministri incorsi nella censura; e di qua e di là vantavansi di martirio atti che spesso erano di ostentazioni di amor proprio.
Tale deplorabile conflitto, che forse è un sagrifizio di debolezza al rombazzo della plebe letteraria, infuse baldanza a un partito, che si propone di staccare l’Italia dalla fede popolare. Come nel 1847 l’apoteosi di Pio IX avea lusingato che tutta cristianità si ridurrebbe cattolica, così, dacchè egli mancò alla causa italiana, con lui si esecrò la religione di cui è capo, e per poco il Dio di cui tien vece in terra. Fervè allora l’opera del nuovo vangelo; i liberi politici si incapricciarono di mostrarsi anticattolici; il papato si considerò di nuovo come peste d’Italia non solo, ma della fede; e a qualunque miglioramento della patria si pose per fondamento la depressione del cattolicismo. I Valdesi, che nel 1848 aveano ottenuto l’eguaglianza civile, poterono erigere un tempio a Torino; stampare secondo la loro credenza, e la _Buona Novella_ annunciava (1855 12 8bre) che «tutti i giornali del Piemonte obbediscono ad una direzione più o meno protestante, e non si stancano di proclamare che la coscienza deve essere libera, e che nessuna Potenza sulla terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze con Dio». Vanti consueti a tutte le sètte, ma che metteano i brividi ai buoni Cattolici. Intanto si divulgavano libri di quel sentimento e Bibbie tradotte, di cui ventitremila stamparonsi a Londra e diecimila Testamenti Nuovi, destinati principalmente alla Toscana e Romagna: sette dispensieri ne giravano in Piemonte, e quando l’esercito campeggiò in Crimea, ben quindicimila copie se ne diffusero tra esso. Forse qualcheduno passò alla confessione protestante: in Toscana si teneano circoli ove leggere e commentare la Bibbia, e in esecuzione delle antiche prammatiche fu punito chi lo fece, rinviandolo se forestiero, mandandolo a viaggiare se nazionale. Ma il pericolo venne esagerato, e tanto più pel Piemonte, chi veda quanto morale sia il popolo, frequentate le chiese e i confessionali, riveriti i curati.