Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)
Part 21
Francia ha bisogno che alcuno faccia i suoi affari, riservandosi sempre di disapprovarlo: e l’accentramento fa che da Parigi parta l’ordine del come pensare e sentire, non meno che il cenno delle rivoluzioni. Luigi Buonaparte, che invano erasi provato in Italia, poi due volte ne’ dipartimenti, riuscì a Parigi a salire al maggior posto, cacciare in prigione o in esiglio chi si opponeva, e costituire un impero, che, sostenuto da rara abilità e da una irremovibile fermezza, prometteva i vantaggi del primo senza le rischiose glorie, e che cercava popolarità col mostrarsi premuroso degli interessi del popolo. Gli stessi che aveano improvvisato la repubblica per poter governare, invocarono la monarchia per essere governati; e siccome su Francia suol modellarsi l’Europa, caddero in discredito i Governi parlamentari. E questi furono aboliti in Italia, dove col lasciarli ineseguiti come a Napoli, dove con espressi decreti come nei paesi austriaci, nei ducati, in Romagna[136].
Il perdono del passato si proclamò dappertutto, ma con numerose eccezioni, e colla riserva di revocarlo ad ogni nuova ombra di colpa, e gravando di sospetti e d’esclusioni chi si sottraeva dalla forca.
Forse unico nella storia fu il contegno del popolo lombardo ne’ primi tempi, a Governi senza ipocrisia ma senza raffinatezza, opponendo un’assoluta astinenza; non a teatri, non a feste, non a convegni, non badare ai soldati neppure per mitigarne la fierezza; pagare perchè costretti, e tenere sempre l’occhio fissato di fuori, come fosse uno stato precario e di mero fatto. Ma del silenzio e del non far nulla, si pretese lode come d’eroismo: quindi venerare ciecamente l’opinione vulgare, e amar ed aborrire una persona o una cosa sol perchè sgradita o benvoluta dai vincitori; vivendo cioè d’imprestito, e qui pure scomunando chi pensasse ed operasse non per moda ma per convinzione, impedendo così di formarsi un’opinione pubblica; e dimenandosi senza effetto, benchè non senza pericolo. Vigilava su tale situazione la stampa di fuori, e impediva anche atti innocenti col denunziarli, alterarli, malignarli: col qual modo al dignitoso contegno imprimevano aspetto di violenta obbligazione, attesochè al minimo declinarne infliggevano il marchio di fuoco e talora peggio. Anzi infliggevanlo a chi mai non disviò, sopra la diceria d’un frivolo, la lettera d’un malevolo; e convintisi d’avere accusato a torto, non aveano la lealtà di disdirsi; quand’anche ciò potesse valere in una società palustre, che trangugia le accuse a occhi bendati, e si nausea della più lampante discolpa.
Venne a rincalzarsene anche l’armeggio delle società secrete, che scomparse al momento dell’azione, rinacquero dopo esauste le speranze; abbracciarono anzi tutt’Europa. Mazzini, benchè a Roma si fosse dimesso dal triumvirato, l’assunse di nuovo in Isvizzera, anzi la dittatura; e a nome del popolo romano, decretava, eleggeva ad impieghi, vietava di pagare le taglie, mentre esso ne imponeva per allestire nuove rivoluzioni, e rinfiancato dalle migliaja di profughi, spediva esploratori ed emissarj per tutto, e collegavasi all’unica fazione che stesse ancora in piedi, la comunista. Di là uscirono spesse condanne di morte che venivano eseguite fin nel mezzo di Milano, di San Marino, di Roma, di Bologna, di Ancona, e principalmente la Romagna fu contaminata di assassinj: orribile postumo della rivoluzione, che da una parte rese alla nazione quella taccia onde per due secoli era stata obbrobriosa alle genti civili; dall’altra anche fra gli educati offuscò il senso morale: fu anzi teoricamente sostenuto che sia necessario fra un popolo sprovvisto d’altri mezzi a punire i traditori; così agli assassini dando per complice la coscienza di tutta la nazione, alla quale interdicevasi fin il coraggio della pietà. Anche persone frementi di sdegni nazionali riconosceano inevitabili le eccezionali repressioni contro l’irrompere delle passioni brutali; e D’Azeglio, uno dei più moderati espresse, in un discorso ai proprj elettori, che l’Europa era stata salvata dagli eserciti e dalle corti marziali.
Dalle particolari si passò anche ad uccisioni cumulative, non per iscoppio d’un popolo oltraggiato che spezza le sue catene e le pesta sul cranio degli oltraggiatori, ma sotterraneamente armando di stiletti un pugno di arrisicati o di venali, tutti delusi col mentire l’estensione della congiura e i mezzi di riuscita.
Una commissione speciale a Mantova continuò lungo tempo un processo contro persone onorevoli, professori, parroci, dottori, perchè aveano diffuso cartelle del prestito mazziniano, e predisposto ad un’insurrezione. Di tempo in tempo se ne impiccavano alcuni, fra cui l’arciprete di Revere; e il giorno di sant’Ambrogio del 1852 si strozzò, con altri, don Enrico Tazzoli, professore di storia ecclesiastica nel seminario, raccomandatissimo per probità di costume, limpidezza d’ingegno, carità di opere[137]. Ebbe esacerbato il supplizio dalla sconsacrazione, fatta piangendo dal proprio vescovo per preciso ordine da Roma; dettò lettere che rimarranno testimonio del come le tenerissime affezioni non fiaccassero la sua intrepidezza; a’ suoi compagni somministrò le uniche consolazioni da quel gran momento: e ultimo abbandonossi al capestro.
La Lombardia, che sperava cessati i supplizj dacchè quattro anni di compressione aveano rimosso i pericoli, si coperse di lutto: «Su quelle forche leggete, _Nessuna conciliazione! non più pace!_» diceano i cospiratori, e fidavano che l’indignazione si tradurrebbe in furore di rivolta al primo offrirsene il destro. Pertanto, senz’avervi predisposto il paese, quando tutt’il resto d’Europa tranquillavasi nell’obbedienza o nello spossamento, quando Milano si spensierava la domenica di carnevale (1853 6 febbrajo), ecco alcuni trafiggere a morte qualche soldato e uffiziale, sorprendere la gran guardia e qualche fucile, mentre la popolazione inconscia e aliena stordiva di quella temerità senza prendervi parte, e lasciò che la truppa agevolmente prevalesse.
Il governatore militare, stupito non men dell’inatteso attentato che del facilissimo trionfo, e un pugno di masnadieri, incitati coll’oro e coll’alcoole, discernendo da un intero popolo quieto, agiato, bisognoso di tutelare la proprietà e d’avviare i traffici, rassicurava i cittadini a tornare alle loro cure, ai divertimenti; tutto essere finito. L’assassinio desta tale raccapriccio, tanto parve assurdo e scellerato il proclama che doveva accompagnare quel fatto, che le popolazioni non furono mai propense quanto allora a riconciliarsi co’ vincitori, che li campavano da tali eccessi; allorchè quelli, credendosi meglio informati sulla natura di quell’attentato, mutarono tono, inveirono contro tutto il paese, e lo misero in rigorosissimo stato d’assedio. Chiuse le porte, impedito il circolare delle carrozze, il sonare delle campane, gli uffizj solenni, percorsa la città da ronde coll’arma pronta, frugate case e persone, interrotti i carteggi, rotti i silenzj della notte dal _chi viva_, obbligato chiunque ad arrestarsi davanti al fucile inarcato delle frequentissime sentinelle, a subire la sospettosa indagine, l’insolente invettiva, gli schiaffi, quando ogni resistenza sarebbe stata caso di morte. Alcuni furono côlti a tentone, e compendiosamente impiccavansi al cospetto della città, certa dell’innocenza d’alcuni e compatendo agli altri, persone basse e sedotte dai veri rei, ai quali erasi lasciato tempo ed agio a sottrarsi. Non v’era autorità municipale, non fermezza sacerdotale, non rappresentanza di corpi che s’interponesse fra il soldato vendicatore e la popolazione flagellata. A lungo durò quella condizione; più a lungo alcuni rigori vessatorj introdotti allora; e quel colpo esacerbò gli animi peggio che non avvenisse dopo la rivoluzione: allora potevano dire «Tentammo e fallimmo»; qui erano puniti senza nè atto nè tentativo.
Due gravissime conseguenze ne scaturirono. Nella persuasione che quel moto fosse ordito dai profughi lombardi, il Governo austriaco sequestrò i loro beni. Nell’armistizio col Piemonte erasi stipulata la libera partenza di chi volesse, talchè non poteva imputarsi il rimanere fuori; castigo speciale per questi attentati non poteva infliggersi se la colpa non risultasse da indagini e sentenze speciali; alcuni poi di que’ colpiti già erano regolarmente riconosciuti cittadini piemontesi; talchè quel Governo rimostrò a favore loro, e non ottenendo ascolto, ne crebbero le malevolenze e l’allontanamento.
Ebbe pure il Governo militare a credere che i sicarj fossero venuti dal Canton Ticino, e colà ricoverassero dappoi: onde proferì il blocco contro quel paese, e fra tre giorni partissero quanti Ticinesi stavano in dominio austriaco. Per la vicinanza e il comune linguaggio e l’operosità, que’ paesani tengono vivissime comunicazioni colla limitrofa Lombardia: vinaj, caldarrostaj, facchini, spazzacamini, calderari, imbianchini, muratori, serventi ne affluiscono alle città lombarde; molte case di commercio, molti bottegaj, oltre quelli che popolano e spesso onorano le scuole, le accademie, i seminarj nostri. Fu spettacolo di desolazione il dovere, tutti a un tratto, andarsene forse 6000 dal paese ove erano nati o accasati da anni ed anni, per portarsi in un altro dove non teneano nè conoscenze nè parenti nè mestiere, dove molti non potrebbero vivere che della carità. Il Canton Ticino ne immiserì, per quanto il resto della Svizzera, e fin paesi stranieri mandassero soccorso a gente che, colpita in monte, doveva considerarsi come innocente[138].
Si presunse che l’amministrazione austriaca volesse con ciò punire il Governo del Canton Ticino, composto da alcun tempo di trascendenti, o a dire meglio in arbitrio d’un corpo di carabinieri che impongono il loro volere ai comizj elettorali, ai giudici, agli amministratori, ai cittadini. La Costituzione unitaria, che accentrò a Berna il Governo dello Stato, minorò la potestà de’ Cantoni, e perciò l’influenza di costoro e dei capoparte da cui dipendono, ma l’esercitavano sempre negli oggetti riservati all’amministrazione paesana. I Lombardi che vi rifuggirono dopo il 1848, aggiuntisi a quelli del 21 e del 31, preponderavano nel paese, anche perchè superiori in denaro, ingegno, operosità; e spinsero ad ordinamenti conformi al loro liberalismo: tal fu l’abolire ogni frateria, espellendo anche alquanti Cappuccini lombardi; tale il volgere all’istruzione laicale e militare i seminarj d’Ascona e Poleggio, per istituzione dipendenti dall’arcivescovo di Milano; e a questo e al vescovo di Como impedire d’esercitare la loro autorità diocesana. Ne vennero nell’interno scismi e persecuzioni, dolendosi i padri di vedersi tolta la libertà di fare educare i figli da chi volessero; dolendosi i parrocchiani di vedersi imposti pastori riprovati dal superiore ecclesiastico e fino scomunicati; dolendosi il Governo austriaco dell’ingiuria fatta a quei Cappuccini suoi; dolendosi Roma della conculcata sua autorità. Intanto brigavasi per tenere in posto gli eccessivi; per isbalzarli brigavasi da altri; e ne seguirono processi, insurrezioni, violenze, assassinj. Sotto la pressione del blocco e della conseguente miseria, credeasi che il popolo abbatterebbe il Governo che n’era cagione, e surrogherebbe i moderati, e che a tale intento l’Austria lo prolungasse; quando, pochi giorni prima delle elezioni, s’udì ch’era sciolto. Chi non osava credere l’Austria complice de’ rivoluzionarj, persuadevasi che ne’ suoi consigli avessero peso quelle società secrete, alle quali taluni imputano tutti i fatti che altrimenti non si sanno spiegare, quasi immensa ne sia l’efficacia per sovvertire la società.
Ma quest’Austria, che erasi creduta perita, dalla caldaja di Medea, ov’era stata buttata a pezzi emergeva ringiovanita; la politica attiva diretta da Buol, facea migliore prova che non la conservatrice di Metternich (1773-1850); le finanze e il commercio trovarono in De Bruck un accorgimento e una pratica, che speravasi camperebbero dal naufragio; e il Ministero, composto di persone nuove, e interessate a impedire il ritorno dell’antico assetto anche per conservare se medesime, diè spinta insolita a una macchina, che erasi lasciata arrugginire. A quel rinnovamento parve sconvenire la Costituzione, promessa dal cessato, ratificata dal sottentrato imperatore; e questo annunziò ai ministri che non doveano più conto se non a lui.
Essi avranno sottinteso «ed alla propria coscienza».
L’impero più operò in tre anni che non avesse in trenta; fu dei primi a coprirsi di telegrafi elettrici, estese le strade ferrate, le tariffe daziarie via via alleggerì, strinse convenzioni doganali coi ducati vicini, sciolse la stampa dalla censura preventiva, pose in esperimento un sistema d’istruzione, nel nuovo Codice penale introdusse la pubblicità de’ processi e la difesa; ma delle riforme capitali, come il parificare le eterogenee popolazioni, l’abolire le giurisdizioni baronali, i servigi di corpo, le servitù agricole e i moltissimi vincoli alla proprietà, la formazione de’ Comuni, ed altre provvidenze con cui rigenerò le sue provincie ungheresi, slave, tedesche, non risentirono le italiane, che già n’erano al possesso. Solo nel Veneto è memorabile la cessazione del _pensionatico_, per cui le pecore poteano mandarsi a pascere sulle proprietà altrui. Nella pubblica amministrazione si tolse quell’arcano che prima la disonorava.
Poco a poco quello stato eccezionale, di cui profitta chiunque ha un diritto da conculcare o un dovere da negligere, andò cessando; si rimetteano in atto le autorità civili; ma poichè si coglieva quell’occasione onde riformarle, ne derivava una lentezza che noceva sì pel disordine che lasciava prolungarsi, sì per le speranze che quello stato d’aspettazione alimentava. La venuta dell’imperatore (1857 febbrajo), l’oblìo incondizionato delle colpe di Stato, il riparo addotto a moltissimi disordini dacchè la presenza offrì modo a conoscerli, la ricostituzione d’un Governo generale, la liberalissima norma pei passaporti, le numerose grazie concedute, i sequestri levati, l’invio d’un arciduca benevolo, il proposito ostentato di volere il bene del paese e il debito rispetto a una nazionalità permalosa e ad un paese incastonato fra la Svizzera e il Piemonte, ravviarono gli spiriti all’operosità.
Ma nè lealtà e giustizia nè intelligente proposito del meglio riparavano all’irreconciliabile rancore contro la dominazione tedesca. Fatto rilevantissimo fu il concordato che, dopo lunghissime trattative, l’Austria conchiuse colla santa Sede nel 1855. La Chiesa avea prevalso nello Stato finchè vi stette unita; lo Stato invigoritosi volle sottrarsene; ma errò nel credere di potersela ridurre dipendente. Fu il grande sbaglio de’ rivoluzionarj, e la causa di ingiustizie e di un’anarchia, che durerà finchè l’esperienza non abbia condotto l’equilibrio fra due potestà di natura differente. Nell’Austria specialmente, da Giuseppe II in poi, la Chiesa era tenuta in un assoggettamento, che le dava l’odiosità di dominante e i mali di oppressa. Parve indecoroso a Francesco Giuseppe, il quale solennemente riconobbe la supremazia papale nelle cose ecclesiastiche, e concordò (a tacere gli oggetti che poco a noi riguardano) che la Chiesa resterebbe libera in tutti i suoi atti interni, e di pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i sacramenti, la sua disciplina, i suoi possessi. Non per questo si torrebbe quell’eguaglianza de’ cittadini in faccia alla legge, ch’è considerata il migliore acquisto del secolo; pei delitti, anche l’ecclesiastico rimarrebbe passibile de’ tribunali ordinarj; se non che, nei casi d’esecuzione capitale, dovrebbe ai vescovi comunicarsi il processo. Ai vescovi pure lasciasi l’ispezione sopra le cose stampate, e libertà di proibire ciò che offenda il costume e il dogma.
Di tal modo era stabilito, non il segregamento, ma la distinzione delle due potestà, non l’antagonismo ma l’armonia: e ne derivò esultanza a quei pochi che sono capaci di ravvisare come si connettano tutte le libertà fra loro, e di conoscere quanto valutabili sieno le ecclesiastiche; ne fecero elegie ed epigrammi quei che hanno paura dei preti. E la paura parve giustificata allorchè qualche vescovo voleva che verun’opera si stampasse senza l’approvazione curiale. Questa da un secolo era disusata qui; dopo il 1850 era tolta anche la censura politica preventiva: sicchè coloro che, invece di lasciarsi ammusolare celiando, vigilano seriamente all’acquisto e alla conservazione delle giuste franchigie, donde che esse vengano, opposero la legalità a quella pretensione, la quale in fatti restò ridotta entro limiti ragionevoli e legittimi.
In Toscana rimase abolita la Costituzione e occupato per sei anni il paese da Tedeschi, che nel 1855 si restrinsero alla guarnigione in Livorno. Quanto minori v’erano i ribaldi feroci, più apparivano quelle dimostrazioni, che, se possono aver un senso preparativo, sono futili dopo il fatto. Gli anniversarj dei disastri e delle vittorie celebravansi; gli avvocati cercavano occasioni di dicerie; nessuno voleva le cariche municipali, e si bersagliavano quei che le tenessero. Vuolsi celebrare l’anniversario della battaglia di Curtatone, supponendo intrigare il Ministero col costringerlo ad opporsi. Questo nol fa, ma crede doverne avvertire il comandante austriaco, perchè non se ne tenga offeso; e questo invece risponde, onorar il valore, e andrebbe egli stesso ai funerali se non sapesse che a molti spiacerebbe; onde allora si grida che il Ministero è più tedesco dei Tedeschi. Domandavasi sempre la Costituzione, e intanto si dice impossibile l’attuarla, presenti i Tedeschi.
Il sistema comunale fu rimesso qual prima della rivoluzione, cioè all’elezione surrogando ancora l’estrazione a sorte delle borse. Il Codice penale fu modificato, crescendo i rigori; nel Codice penale militare s’introdussero la fustigazione e la bastonatura.
In un paese dove le libertà ecclesiastiche fanno paura più che le principesche tirannie, e dove gran parte del liberalismo consistette sempre nell’osteggiare la Curia romana, si temeva sempre che un concordato infirmasse le leggi leopoldine «fondamento e palladio della civiltà e della prosperità toscana», e lentasse i rigori contro il clero e le manimorte. Neppur nell’entusiasmo per Pio IX eransi voluti mitigare: ma nel 1849 fu annunziato dal ministro Mazzei che stavasi per conchiudere un concordato. I vescovi esultanti si raccolsero per consigliarne i modi; l’opinione si sgomentò a segno, che il ministro dovè cedere il portafoglio; Baldasseroni (1795-1876) assicurò che nella _convenzione_ conchiusa in fatto con Roma il 25 aprile 1851, le prerogative sovrane non sarebbero toccate, che le spiegazioni tranquillanti fatte circolare non erano un sotterfugio del Ministero, ma veramente concertate con Roma, e che le leggi del 1751 e 1769 contro i nuovi acquisti di manomorta non sarebbero toccate, nè accettata la bolla _Auctorem Fidei_. Ciò importava ai pensatori toscani. Gli spaventi rinacquero allorchè, nel 1857, Pio IX visitò Firenze: e i vescovi gli sottoposero un indirizzo perchè impetrasse l’abolizione delle restrizioni leopoldine; e di nuovo il _Monitore officiale_ dovette uscire a rassicurare i sudditi che di nulla sarebbe rallentata la tutela dello Stato sopra la persona e i beni della Chiesa[139]: paventandosi non assorbito tutto il territorio dall’_ingordigia clericale_.
Quando poi importava sopire gli scandali e le ire, e in quattro anni (1852) si erano dimenticate le ingiurie e mutato scopo agli odj, si volle condurre a termine il processo del dittatore Guerrazzi e di quarantasette correi, di cui trentuno erano fuggiaschi. Ben diceva il regio procuratore «che causa più solenne mai era stata sottoposta a’ tribunali toscani, e che offrisse maggior copia di documenti e di testimonj, d’avvenimenti strepitosi, di commozioni di popoli, di passioni anco individuali poste in azione e in contrasto, di nomi d’accusati, alcuni già noti per dottrina ed abbondanza di quel dono superiore, che, come bene adoperato dà modo di più meritare, così espone, quando s’isterilisca o si abusi, a maggior responsalità». Doveva inevitabilmente esservi implicato il principe; ragione di più ad evitare quel processo: il quale invece, tratto in lunghissimo, fu poi esposto al pubblico sia ne’ dibattimenti, sia negli atti di accusa e nelle apologie stampate, nelle difese, nelle discussioni de’ giornali; dove piena la libertà della difesa; dove molti testimonj, dopo sì lungo tempo, si riducevano, o per paura della pubblica opinione adombravano il vero; infine il Guerrazzi fu condannato ai ferri, che il principe commutò, a lui come agli altri, in esiglio. Questo famoso, che avea sminuita la propria grandezza col mostrare nella _Apologia_ come fosse zimbello de’ più audaci o delle grida plebee, nel lungo carcere condensò l’antico suo livore contro la società, della quale e dell’umanità vendicossi sputandole in faccia la _Beatrice Cenci_.
Giusta il conto reso da una Giunta al ristaurato Governo, le entrate della Toscana ammonterebbero a circa ventisette milioni: ma spendendo in proporzione di quel che fece il Ministero democratico dal 26 ottobre 1848 al 7 febbrajo seguente, in un anno si sarebbero erogati quarantatre milioni; e cinquantacinque in proporzione di quel che spese il Governo provvisorio dall’8 febbrajo all’11 aprile; ne’ quali due periodi la finanza fu deteriorata di nove milioni e mezzo.
Gravi sciagure crebbero i danni del paese. Il cholera, già micidiale nel 1835 e ne’ due anni seguenti, infierì di nuovo nel 54 e 55, colpendo sessantamila persone, uccidendone trentunmila ottocensessanta. Poi cominciò la scarsezza dei cereali: i geli del 1847 e 49 guastarono gli ulivi; la raccolta delle patate fu perduta dalla cancrena, dall’oidio l’uva, dall’atrofia i bachi da seta, benchè meno d’altrove. I tremuoti del 46 aveano già sovvertito le colline pisane e volterrane. Poi dopo nevi e pioggie stemperate, nel febbrajo del 1855 tremò il val d’Arezzo: il poggio di Belmonte si scoscese sopra Pieve Santo Stefano, arrestando il Tevere che la valle inondò fino ventitrè braccia elevandosi. Altri guaj portarono le inondazioni nel Casentino, e nel Valdarno inferiore.
In vista di tanti mali, nel 1854 il Governo perdonò un milione sull’imposta, ma le penurie dello Stato non permisero di rinnovare la largizione quando ne cresceva il bisogno. Aumentarono invece i delitti contro la proprietà e in conseguenza i carcerati, il cui numero giornaliero medio nel 1850 era di mille cinquecento, e nel 1856 di duemila settecensettantaquattro. Nel mite paese non mancarono però assassinj politici; si attentò alla vita del ministro Baldasseroni, e bisognò ristabilire la pena di morte, da infliggersi però solo quando i voti cadano unanimi. Al disagguaglio delle spese dovette sopperirsi col ripristinar tasse sul macello, sulla pastorizia, sui contratti e la successione; aggravare le dogane, a costo di diminuire con ciò l’introduzione delle merci; la lega doganale tentata coll’Austria fu avversata dalla pubblica opinione[140].