Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Part 20

Chapter 203,534 wordsPublic domain

I fatti, e ancor meno i sentimenti si presumerebbe dedurre dai giornali, dai libercoli, dai manifesti d’allora, nè tampoco dalle dicerie alle Camere o dalle relazioni d’inviati e ministri, improntate della fisionomia personale, e sottomesse alla necessità o di attutire, o d’infervorare, o di sottrare se stessi all’insulto plebeo, o di ottenere applausi col blandire le vulgarità. Coloro che più tardi tolsero a parlarne con serietà e connessione, acquistano valore quando espongano atti, di cui furono testimonj o parte: ma poichè solo i grandi e i furfanti hanno coraggio di confessare i proprj falli, e i governanti di quel tempo non erano nè l’uno nè l’altro, i più si restrinsero ad apologie di sè, a requisitorie contro gli avversi, riboccanti di quell’individualità che rivela anima e intelligenza mediocre; e dove, non che aver appagata o assopita la propria coscienza, nè tampoco all’amor proprio soddisfecero, giacchè provocarono ricozzi fino alla calunnia, e finirono col rimpicciolirsi nell’esiglio e nella sventura che suole ingrandire.

I forestieri ci pajono la più parte ingiusti e parziali; e fino i migliori, quelli che trattano d’arte militare, cascano nell’assurdo quando toccano al civile. De’ nostri i più scrissero ostilmente, perchè chi loda ha aria di adulatore, di franco chi maligna; oppure sistematicamente vantarono un partito e incriminarono l’avverso, a persone vive e onorate imprimendo stigmate d’infamia senza processo, coll’iniquità che si rimprovera alle corti statarie, supponendo uno onesto fin a un dato istante, e ribaldo e scellerato dopo quell’istante, senz’avvertire il perchè di tale mutazione[133]. Ve n’ha che, complici o godenti, ogni disgrazia spiegano col tradimento, stile da caffè; ovvero colla superiorità della forza, che è un precipitarsi nel fatalismo e umiliarsi in eterna inferiorità; o come il vulgo, incaricano di tutti i danni i Governi, riuscendo così insulsi giudici e assurdi maestri. Ve n’ha che non immolerebbero mai i rancori personali alla verità o alla patria; lodando o biasimando per proposito, per nomi e prevenzioni, gli scrittori municipali, restringono la morale e la politica a parziali aspetti, dando valore a fatti e aneddoti che immeschiniscono i concetti: mentre lo storico, siccome l’oratore, è fuoco fatuo, che brilla non riscalda, abbaglia non guida, e produce effetti talor perniciosi, sempre effimeri, ogniqualvolta non si palesi grave, convinto, disinteressato. Alcuni vivranno malgrado la passione, o forse a causa della passione, perchè generosa e sincera. Montanelli volle onestare la propria causa colla virtù e la gentilezza, e farla amare, mentre Guerrazzi alla sua sospinge a sferzate, colla rabbia di chi soccombette e non può dire senza colpa. Farini vale nell’esporre i i Governi, le cospirazioni, la diplomazia, e coll’intrepido pronunziare e con certa dignità retorica acquista autorità. Ranalli, anch’esso di stile accademico, approfonda le tresche de’ cospiranti e il vigore delle moltitudini, attribuisce le colpe anche di queste ai governanti; ma rifacendo il proprio lavoro, ebbe la lealtà troppo rara di ricredersi d’opinioni e di fatti.

Appartengono alla polemica, quando anche assumano proporzioni di storia, i racconti di Cattaneo, Ricciardi, Anelli, La Farina, La Cecilia...: interesse di romanzo ispirano Dandolo, Ulloa, la Belgiojoso, i narratori della guerra di bande. La turba desidera situazioni e giudizj ricisi; e allettata al linguaggio delle passioni, vuole panegirici o imprecazioni sulle persone e sui fatti che o carpirono ammirazione ed amore, o attrassero odj e spregi, del pari subitanei ed esagerati, portanti il carattere violento della passione, e l’instabilità che della violenza è espiazione. Il crepuscolo avversa del pari e la notte e il sole, perchè al pari lo dissipano: laonde la limpida sposizione dei fatti, che scoprirebbe l’erroneità dei principj, è bestemmiata dalle plebi, che gridano morte a Cristo e salute a Barabba. Troppi attesero a contentarle; troppi rinnegarono quel serio e modesto pudore che riconosce e i falli proprj e i meriti degli avversarj, quella lealtà che fa preferire la sicurezza della propria coscienza al trionfo delle proprie idee, quella sana imparzialità che deriva dall’abbracciare molte cose, e che è di buona giustizia insieme e di buon gusto; trascurano di ponderare la verità e fin la probabilità degli avvenimenti, quand’anche abbiano la sincerità di palesarli. E questo mostrare retorica invece di convinzione, quest’arzigogolare di sentimentalità quando fa mestieri di fredda ragione e di riverenza ai fatti, questo pretendere col fumo delle chimere colmare l’abisso che separa la difettosa realtà delle cose dall’ideale perfezione, convincono che poco s’imparò, e che domani ricominciando inciamperemmo alle stesse pietre, avremmo le stesse ignoranze e, ch’è peggio, le stesse mezze cognizioni, che furono causa principale della mostrata inettitudine[134].

Decomporre con rispetto quella miscela di lagrime e di sangue, non a servigio d’un partito, ma per isvolgere quello spirito politico, che è l’intelligenza del ben pubblico e il coraggio di farlo prevalere, in modo da farsi udire alla posterità, non è a sperare si faccia mentre così recenti sono le impressioni personali, i rancori di parte, le permalosità di parentela, di paese, di classe; e per affrontarli vuolsi un coraggio ch’è raro, un’abnegazione ch’è eroica, perchè tocca a ciò che l’uomo ha più caro, la reputazione propria; perchè, fra tepidi amori ed ire bollenti, si è certi di spiacere a tutti i partiti, di vederci decretate le gemonie anche mentre ci benedicono le anime schiette. Chi (primo distintivo de’ pensatori) si sottragga alla tirannide di qualsiasi fazione, resista alle idee d’un’età anche lusingandole, risoluto di non mancare alle proprie convinzioni per paura d’essere mal inteso o mal giudicato; accetti le dure conseguenze de’ fatti compiuti, e, pur vedendo il meglio, contentisi del bene; avendo già fatta la propria rivoluzione, al giungere della pubblica sappia cercare temperamenti e transazioni fra le opinioni proprie e le necessità dei tempi: colla confidenza in sè che, appoggiata a forti studj, è la condizion necessaria allo schiudersi de’ grandi talenti, osi repulsare l’errore con tutta l’energia che permette la pulitezza, e per amore dell’umanità calpestar vipere che certo lo morsicheranno; si proponga di restaurare la facoltà che nelle rivoluzioni più deperisce, il buon senso; abbondi di quell’attitudine pratica che, come nelle procelle, non guarda indietro ma avanti, e senta la necessità di compatirci tutti ove tutti errammo, quello potrà divenire fisiologo, non patologo della rivoluzione.

Della quale, chi attenuò il merito de’ cominciamenti perchè favoriti da opportunissime contingenze, confessi che per grandi sfortune essa fu precipitata dappoi, e per le condizioni generali dell’Europa. Intanto era la prima volta che si trovassero a fronte i tre poteri della società; principi, plebe, popolo: quel de’ primi espresso dall’esercito, dalle ordinanze, dallo stato d’assedio; quel dei secondi dalle grida, dai giornali, dalle dimostrazioni piazzesche; quel del popolo dal pensiero, dagli interessi, dalla morale. E chi ha mai veduto tirocinj senza errori? qual meraviglia se Governi radicali, sostituiti repente a Governi petrificati, nell’incessante barcollare non mostravano nè coerenza, nè decoro? Le doti che costituiscono un buon capo non sono quelle che fanno buoni amici; nè il suffragio delle moltitudini s’acquista colla severità, l’esattezza, il sentimento della propria dignità. Quei capi governavano a sproposito, con deliberazioni lente, con partiti medj, colla debolezza che fomenta l’insubordinazione dei governati: ma perchè non furono deposti? e perchè i surrogati non apparvero migliori? e perchè l’audacia, indispensabile nelle rivoluzioni, si manifestò soltanto ne’ piazzajuoli che cogli articoli o coi fischi insultavano a principi fuggiaschi o a governanti inermi?

Era anche la prima volta che Italia affrontasse grandi Potenze con vera guerra; e i vilipendj consueti dovettero ammutolire quando, non solo eserciti disciplinati, ma gioventù inavvezza, popolazioni pacifiche, città aperte, sfidarono la morte, sia coll’impeto istantaneo, sia colla più difficile perseveranza, e fin dopo sconsolati dello sperare. Ma l’inesperienza bellica ci avea fatto credere bisognasse munire ciascuna città; quasi le piccole e particolari difese vagliano contro a grossi eserciti e al fulminar delle artiglierie; quasi da popoli civilissimi e in pingui contrade possa aspettarsi l’eroismo de’ semibarbari: nè tampoco comprendemmo che i pochi e novizj, sorti a combattere un esercito agguerrito, devono evitare gli scontri di fronte, moltiplicando invece gli urti di fianco, dove anche il coraggio inesercitato assai vale se diretto da buoni uffiziali; ma che in nessun caso possono oggi vincersi le guerre senza la grande strategia.

Appunto in vista di tali difficoltà, da trent’anni i pensatori, fedeli alla dolorosa teoria delle proteste, adoperavano per rimutare la potenza dalle spade alla ragione, e sfuggire la rivoluzione, la quale impianta la forza sopra al diritto e al dovere; ammazza le libertà coll’opprimerle quando trionfi, col farle temere quando vinta le invochi; prepara i popoli alla tirannia col meritarla, e ve li fa rassegnare per paura di peggio; scalza quanto rimane di fermo nelle coscienze, di generoso nelle convinzioni; deprime i caratteri, induce il bisogno di stordirsi, disvia dalla legale resistenza, avvezza al provvisorio, a confidare nel caso e nell’imprevisto. Il movimento cominciò pacifico, e i moderati dicevano, «Badate di non porgere pretesto a snudare le spade, perchè in quel giorno perirete»: in fatto, ogni volta che col subbuglio si provocò la forza, noi fummo percossi, trucidati, sbanditi; nel 1848 sfidammo il nemico in campo, e dovemmo soccombere, come succede ogni volta che al desiderio non corrispondono le forze o alle forze la volontà.

E la forza trionfò di nuovo; ma noi continuammo a credere che una nazione vale per quello che pensa, ancora più che non per quello che fa, e sono le grandi idee che menano alle grandi cose. Più dunque che imputare altri, noi credemmo obbligo di esaminare noi stessi; e questo ci condusse anzitutto a confessare che si procedette senza sincerità, anzi coll’aborrimento dalla verità; ed oltre che è natura delle fazioni ostentare un fine diverso dal reale, il sincerare i detti o gli atti dichiaravasi codardia e tradimento; si crearono fantocci ideali invece di persone; parole chiare e precise furono stiracchiate al senso delle passioni nostre; non uno dei mali accadutici arrivò senza essere predetto; predetto anche da voci ascoltate, ma che cessavano d’esserlo all’istante che diceano quello ch’era, non quel che si volea che fosse. Così tutti abusarono del principio, e traviarono nelle conseguenze. I politici dozzinali smarrironsi, perchè tenevano in veduta unicamente la nazione, mentre il mondo è invaso da idee, da interessi, da concetti, da fatti, che travalicano le angustie della nazionalità; e male attribuivano a persone singole quel ch’era sentimento della progrediente società, nel vortice della quale se vuolsi che non venga assorbito l’individuo è necessario accrescergli vigoria.

I mutamenti riescono durevoli allorchè i più trovinsi d’accordo sopra un punto, e a questo convergano l’attenzione e le opere. Qui invece si volle innovare il tutto d’un colpo; modo di scontentare chi perde il goduto, nè ancora coglie lo sperato. Predicavasi l’affratellamento, e ciascun popolo o città o uomo adocchiava a convenienze particolari, dando agl’interessi privati il linguaggio e la maschera di interesse pubblico. Si ricantava la libertà, e s’impediva di fare, e nè tampoco pensare altrimenti, e dichiaravasi tirannide la repressione della licenza. Si tolse per iniziatore il papa, ma bestemmiandolo appena resistè alla corrente. Dai principi chiedeasi appoggio e spinta, e non si dissimulava di volerli sbattere appena cessassero di parer necessari. Era primo proposito l’emancipazione dagli stranieri, eppure quanto e più che da quelli si aborriva il dipendere uno dall’altro. Le grida di piazza doveano riscuotere assenso e lode a Torino e a Palermo, infamia a Napoli; parer sante come il martirio a Milano fino a un dato giorno, e dopo di quello sediziose. Ai soldati imponeasi di faticare, soffrire, vincere, e intanto se ne impacciavano gli atti e calunniavano i consigli, e moveasi querela del troppo che si facea per loro. Il suffragio universale dovea valere per fondere la Lombardia col Piemonte, non per istaccare la Sicilia da Napoli. La logica è più potente che non si creda.

Ora è doloroso e istruttivo il confessare come le nazioni dalla nostra rivoluzione ritirassero le simpatie, che universali aveano concedute ai primi agitamenti. I Francesi del Governo parlavano di carpirsi la Savoja non solo, ma e il contado di Nizza; i Francesi avversi al Governo tentarono invadere e ammutinare la Savoja; mentre improperj ci erano lanciati dalle loro tribune, conforti ci venivano soltanto da pochi che voleano carezzare il vulgo fraseggiando la disapprovazione: la Dieta tedesca, attarantata di libertà, pure giudicò micidiale alla Germania lo staccare il Veneto dall’Austria: il demagogo Kossuth esibiva a questa ducentomila Ungheresi per reprimere l’Italia: a Radetkzy accorrevano studenti dalle Università austriache, crociati opposti ai nostri: da Inghilterra avemmo benevolenze, arringhe, libri; ma combattenti, prestiti, doni? Quegli stessi diplomatici che a suono di mani gridavano «Viva Italia», a noi dicevano all’orecchio, «Rassegnatevi e sottomettetevi»; e ai padroni, «Uccideteli pure, che n’avete diritto». E appena la cacciata del papa ne offrì un pretesto, sorse gara fra tutti gli stranieri nello spegnere questi incendj.

Eppure anch’essi devono convenire che, se nel moto rimasero mediocri i mediocri di prima, se nei capi apparvero inettitudine e deficienza di senno civile e di militare educazione, in nessuno si videro le colpe dell’avidità, e onoratamente tornarono i più a guadagnarsi la vita faticando. Fra i deplorabili dissensi, tra l’urto di conservatori pusillanimi e di progressisti sovversivi, la nazionalità che dapprima era memoria, divenne affetto, e ne fu sentito più comunemente il bisogno, espresso da singhiozzi prima, dall’esultanza poi, infine dalle proteste. Verrà esso soddisfatto? Sì, purchè senza violare il diritto e la morale, senza persecuzioni: sì, qualora non si confonda l’unità nazionale coll’unità amministrativa: sì, qualora agl’inni non si surroghino elegie, cioè sempre lenocinj e sentimentalità laddove occorre robustezza d’abnegazione; qualora si cerchi come operare, più che non pretesti a non operare e lo sciocco onore di non essere nulla, non mescolarsi di nulla: nè si inglorii d’eroica astinenza quel dormiveglia di chi non sa cosa fare, e da cui appena tratto tratto riscuotono i bottoni di fuoco; qualora si assuma il coraggio di confessare i proprj sbagli, e nel ravvedimento ritemprarsi; qualora l’indipendenza la cominci ciascuno da se medesimo, fidando nell’energia personale, sviluppando le proprie facoltà, non questuando dallo Stato onori e profitti a scapito della dignità, che poi credesi di ricuperare col dir male e fare un’opposizione frivola e di calcolo.

I giornalisti, la cui autorità è sempre grande in tempo e fra persone che non istudiano, e che, abdicando alla propria, si rassegnano a pensare colla testa altrui, erettisi tiranni dell’opinione, blandendo agli ignobili istinti col gettare l’oltraggio in faccia alle persone e alle cose che la nazione era abituata a venerare per scienza, per politica, per virtù, creavano abilità e virtù fittizie; inducendo a tremare di mali finti, accecavano sui veri, ch’essi non conosceano per imperizia o dissimulavano per pravità: quel baratto di lodi e strapazzi; quel farnetico ora di denigrare ora di esaltare senza nè verità nè riflessione, stillando il biasimo nelle lodi; quella baldanza di rancori servili, quella gelosia del bruto contro ogni merito che trascenda la mediocrità, quell’adulare alla ciurma illusa o vendereccia ch’essi intitolavano popolo, sbigottì i buoni, che di rado sono eroi, e ancora una volta il numero impose al merito, cioè la forza all’intelligenza; ed anche nel campo di questa restò la sovranità del vulgo, che fu il vero nemico in tutte quelle vicende.

All’ombra di costoro vegetava la fungaja delle stemperatezze; una folla impressionabile, come i solfanelli, accesa al minimo attrito, spenta al minimo soffio, che cangia convinzioni a norma della gazzetta che legge o del buffone che la fa ridere: una furia di sollevare la inesperta democrazia al posto cui richiedonsi e abilità e pratica e stima e disinteresse; un’esuberante fede nell’attitudine dei novizj; una presunzione in sè, che fa ripudiare la mano del fratello; una dicacità, che può spingere a morire, ma non riesce a dar vittoria; un preferire il trionfo de’ concetti giornalieri al trionfo della coscienza; un ricusare il bene evidente per ismania d’un bene fantastico; un repudiare il tempo, il quale annichila le opere fatte senz’esso. Così ognuno vuole pagare la propria quota d’illusioni: così, sordi agli avvisi della sperienza, si attende solo ai colpi delle catastrofi.

E s’altra volta mai apparve manifesto che, nell’individuo come nelle nazioni, il trionfo più difficile è quello sovra se stessi: giacchè molti seppero sacrificare la vita, non le passioni, che pure compromettevano il bene generale; pochi rinunziare a quella popolarità, che è l’appoggio e il pericolo delle anime fiacche; pochi mostrarono sapienza civile, robusta moderatezza, abilità riordinatrice, quel buon senso che, risolutamente volendo i beni essenziali, si rassegna agl’inconvenienti inseparabili; quella indipendente probità, che non vacilla secondo le tesi e antitesi della politica, tutte egualmente vere o false, perchè non hanno in sè la ragione dell’essere, ma sono spinte dal movimento sociale che sempre le alterna.

Da ogni paese, oltre quelli che morirono d’angoscia od impazzirono, migliaja esularono, o costretti, o per moda, o motivi vergognosi mantellando di martirio. Il Piemonte principalmente ne riboccava; e mentre gli onesti e laboriosi vi trovarono onore e guadagno negli impieghi, nell’avvocatura, nell’istruzione, nella stampa, ne’ tanti lavori pubblici, e potentemente contribuirono a inoculare al paese ciò che di meglio offriva l’esperienza degli altri, la tempesta buttò sulla riva e schiuma e immondezze; e pretendendo pane, posti, potere, influenza, senz’abilità nè onoratezza nè fatica nè merito, sotto ai portici, nelle botteghe, ne’ circoli mantenevano una postuma convulsione galvanica; continuando i fischi anche dopo lo spettacolo; nè precedenti onorevoli nè nome illibato nè carattere venerando lasciavano immune; come in un incendio di cui i campati s’accusassero a vicenda, palleggiavansi ingiurie e oltraggi, persistendo nel satanico uffizio di rinfocolare le ire fraterne, di scagionare persino i tiranni col falsarne od esagerarne le colpe. Quelli che, stando in panciolle, aveano esclamato «vincemmo alle barricate, combattemmo a Pastrengo, repulsammo i Francesi da Civitavecchia», diceano poi «Carlalberto tradì Milano; Ruggero Settimo disertò dalla Sicilia; Mazzini e Brofferio fuggirono ad ogni approssimarsi del nemico»: e la calunnia tornò (come già Foscolo se ne lagnava nel 1816) il piatto che fra loro s’imbandivano i pazienti de’ medesimi dolori, stillando bava contro il partito o l’uomo avverso, colle reciproche incriminazioni diffondendo quella disamorevolezza che profitta soltanto agli oppressori.

Insomma la rivoluzione aveva avuto per sola unità l’odio; si comprese ch’esso non basta alla riuscita, eppure sopravvisse, e da odio de’ dominanti divenne odio dei fatti. E se noi insistiamo su questi torti dei vinti, egli è perchè dilaniano il cuore più che le violenze dei vincitori; perchè le nuove speranze non possono fondarsi se non sopra le virtù che allora ci mancarono, o dai peccati d’allora saranno ruinate. Intanto da una parte ne derivava aborrimento del vero, spregio del santo, tentativi forsennati che bisognava mettere al bando militare; dall’altra a fiducie senza limite sottentrava uno scoraggiamento senza conforti, un disperare della vita morale e del progresso, dall’inettitudine de’ pochi arruffapopolo arguendo inetto il grosso della nazione; nessuno era contento della posizione propria, perchè nessuno credeasela imposta dal dovere, ma solo da un fatto che domani potrebbe cangiarsi, non essendosi che sospese le ostilità perchè v’era uno più forte; l’alleanza de’ principi co’ preti ingeriva l’idea che la religione sia maestra di servilità e complice d’oppressione; fra l’ancipite esagerare pervertivansi il senso comune e il concetto dell’onesto; il popolo, ingannato tante volte dalle idee, più a nessuna credeva, e spinto ad eccessi di cui soffriva le funeste conseguenze, rinnegava anche le massime sacrosante di cui quelli avevano usurpato il manto.

Ciò rendea ben tristi i primi momenti della ristorazione. Eransi dissipate immense riserve, esaurite le finanze, cresciuti i debiti, buttato in corso moltissima carta monetata, gravati i Comuni, reso più costoso perchè più difficile il governare. I ristabiliti, non potendo impedire che si ricordasse e sperasse, dovettero premunirsi con quartieri incastellati, campi, truppe forestiere, eserciti ingrossati, sbirraglie, e lungo stato d’assedio che escludeva dalle condizioni normali d’ogni società incivilita, alla regolare azione de’ tribunali e dell’amministrazione surrogando l’arbitrio incondizionato del militare e le corti marziali, sciolte da quelle formalità che proteggono la vita e la sicurezza del cittadino. La commissione militare istituita a Este contro bande di ladri, dilatatesi con colore politico in quel confine della Venezia col Modenese e colla Romagna, dalle rivelazioni di alcuni ebbe appiglio a sempre nuovi processi, che portarono centinaja di supplizj[135]. In tre anni furono mandate a morte nel Lombardo-Veneto quattrocentrentadue persone, mentre non più che settantuna dal 1814 al 48: il che fatto conoscere all’imperatore, inorridito egli sospese quelle procedure eccezionali, e diminuì le pene portate dal feroce codice marziale di Maria Teresa.

Con tanti fuorusciti e con tanti detenuti o vessati dalla rinascente Polizia, con tanti finiti per corda o polvere e piombo; colla fierezza inevitabile ad un potere costretto a pensare alla propria conservazione; colla tirannide o sistemata o abnorme, inducevasi ne’ popoli un erettismo convulso; la morale deteriorava peggio ancora che l’economia, giacchè le idee eccezionali presto si applicano anche in generale, per quanto assurde ed inique.

Governanti reazionarj, mancanti della voglia o dell’attitudine di riconciliare la subordinazione colla libertà, l’ordine col progresso, vituperarono quanto erasi domandato dalla rivoluzione, smentirono quanto le aveano consentito; contro la petulanza plebea parve giustificata l’esuberanza clericale e soldatesca; dal traboccare delle esigenze trassero motivo a negare fin il giusto e il promesso; non credettero giovasse condiscendere alquanto ai soccombuti per conciliarseli, esaudire a ragionevoli domande per dare il torto alle inopportune, stringere in partito compatto tutti quelli che all’anarchia preferiscono l’ordine, persuadersi che ben governa soltanto chi si associa agli interessi, alle idee, ai sentimenti del popolo; che, quando i poteri rinunziano ad ogni iniziativa, perdono la cooperazione dei ben pensanti e dei ben volenti, e resta abbandonato il progresso a un’opposizione scarsa di logica e d’efficacia.