Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 13
Quasi presentendo la breve durata, ogni cosa faceasi a precipizio e coll’aspetto di rivoluzione, il che portava a mille arbitrj. Più disgustavano le enormi imposte e i modi d’esazione spesso aspri, talora assurdi; i salnitraj entravano in qualunque casa a raccogliere il nitro; si moltiplicarono le estrazioni del lotto; il registro colpiva le proprietà ad ogni trapasso. La taglia prediale, per la sola parte dell’erario importò denari settantuno e mezzo per scudo nel 1799, novantadue nel 1800, quarantotto nel 1802, quarantanove ne’ successivi, sessantuno nel 1805 e 6: inoltre più che duplicate le imposte comunali, per modo che nel 1811 la fondiaria gittò all’erario 51,581,130 lire, oltre 4,561,024 di parte dipartimentale, e 10,036,968 di comunale. Il dazio consumo nel 1805 fruttava lire 8,116,117; nel 1811 quindici milioni pei Comuni murati, e sette milioni per gli aperti: e non bastando al crescente preventivo, che negli ultimi anni sommò a cenquarantaquattro milioni, si ricorse al tristo spediente delle anticipazioni[99].
Ciascun ministro smaniava di presentare floridissimo il suo dipartimento, e collo spendere faceansi ammirare, mentre gl’imbarazzi e l’esecrazione ricadeano su quel di finanza. Giuseppe Prina avvocato di Novara, al re di Piemonte soprattutto inculcava l’alienazione dei beni ecclesiastici; poi venuta la rivoluzione e posto nel Governo piemontese, avea suggerito a Napoleone di staccarne il Novarese: questi, conosciutolo secondo il suo cuore, lo costituì ministro delle finanze. Tutto spedienti per soddisfare le crescenti esigenze dell’imperatore, non badava a reclami di popoli e di magistrati: scarso d’inventiva, non faceva quasi che tradurre in italiano le ordinanze francesi, e nel consiglio di Stato le sostenea coll’unica ragione che venivano di Francia: insensibile a ogni cosa fuorchè ai premj del sovrano, al quale non offriva mai i lamenti de’ popoli, ma gli applausi degl’impiegati, sapeva disporre i conti discussi con tal arte, da mostrare un non credibile fiore[100].
Napoleone, inebriato dagl’incensi di tutta l’Europa che stavagli a’ piedi, più s’indignava che l’Inghilterra osasse resistergli, ed esercitasse sul mare quella potenza ch’egli per terra. Risolse dunque imporre a tutta Europa (1807 xbre) che non ricevesse più nave nè merce d’Inghilterra, sicchè, non trovando più spacci alle sue manifatture e ai prodotti delle sue colonie, questa morisse di fame. Da Berlino prima, poi più estesamente da Milano emana quel decreto terribile; sia prigione di guerra ogni Inglese; di buona presa qualunque nave, merce, proprietà, magazzino di essi che venga côlto in paesi occupati; respinto ogni bastimento proveniente da porti britannici; non rispettato il vascello neutro che avesse subìto la visita inglese, il che impedendo le navigazioni dei neutri, diede l’ultimo colpo al commercio.
Gli uomini dovranno dunque condannarsi a privazioni insopportabili, i re spiegare un’assolutezza che non tutti hanno nè tutti vogliono usare; roghi accendonsi per ardere le derrate delle colonie, e le manifatture della _perfida_ Albione: poi si vuol trarne guadagno col permettere alcuna parziale introduzione a chi paghi il cinquanta per cento al demanio imperiale; o si danno licenze particolari che mantellano il contrabbando, sicchè l’onesto negoziante va in ruina, mentre sterminate fortune fanno gli audaci. Allora si comminano dieci anni di lavori forzati e la berlina e il marchio ai frodatori; e l’enormità della pena fa che i giudici studiino di non trovare il delitto, benchè i delatori di professione crescessero e lucrassero fino quindicimila lire l’anno. Saccheggio, confisca, spionaggio ne conseguono in tutta Europa; violati magazzini e lettere; spente le città trafficanti; reso necessario un despotismo, qual neppure negl’impeti del Terrore; necessarie nuove guerre per avere in dominio o in dipendenza tutte le coste dall’Olanda alle Jonie.
Di qui lamenti e resistenze dappertutto; chiunque sente bisogno di caffè, di zuccaro, di china, di cotone maledice all’imperatore: le arti mancano di molti ingredienti e materie prime; il circondario confinante era sottoposto a interminabili vessazioni; la coltivazione del nostro canape restò per sempre rovinata, cercandolo altrove gl’Inglesi e gli Olandesi; il commercio, che ha bisogno della stabilità, barcollava fra sempre cambiati regolamenti; era un lusso la biancheria di tela cotone, il prendere il caffè o la cioccolata, e i gelati che sono una necessità ne’ meridionali; e intanto sulle piazze vedeansi bruciare balle di merci inglesi, impinguare contrabbandieri. Con questo errore economico Napoleone si pregiudicò più che con qualunque errore politico; giacchè tale violenza mettevalo in contraddizione con tutta la civiltà, pretendendo ridurre a traffico locale il commercio che già abbracciava l’intero mondo. Da quell’istante restò data una formola alla politica di Napoleone e a quella dell’Inghilterra; egli l’inceppamento, essa la libertà del commercio; e su questo titolo si chiarirono le guerre successive, non più di re ma di popoli, e perciò più difficili a vincersi.
Aggiungasi che la nostra industria era sagrificata alla francese; i trattati di commercio coll’impero tornavano a solo utile di questo, come avviene in tutti quelli tra il forte e il debole; inceppavansi le nostre manifatture perchè non mancasse sfogo alle francesi; i ferri e gli acciaj del regno si trovarono esclusi dal Parmigiano, dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Romagna dacchè appartennero all’impero; le saje, i pannilani, le berrette, i tessuti di seta, d’oro, d’argento, i velluti, i damaschi che Venezia spediva in Levante, cessarono per la concorrenza de’ francesi.
Napoleone avrebbe ambito la potenza sul mare, ma non ne toccava che mortificazioni. Allestiva una fregata in Venezia? Appena lanciavasi in acqua, ecco gl’Inglesi bruciargliela. Pellew scorreva i due mari italiani, sempre minaccioso; coglieva le squadre di carico; presso Lissa nel 1811 sbaragliò la flotta francese prendendo le fregate la _Corona_, e la _Bellona_, mandando a male la _Favorita_, e salvandosi la _Flora_.
Questi mali faceano allora sconoscere il bene, come poi del solo bene si volle menar vanto. Che se nell’antica Lombardia l’amministrazione procedeva regolare, non così ne’ paesi nuovi abituati a lasso governo e a tenuissime taglie. Nei paesi a mare riusciva insopportabile la privativa del sale, condimento che la natura profuse, e che doveasi lasciare intatto per comprarlo caro dalla gabella, punito chi appena attingesse acqua dal mare. Nelle Legazioni fremeasi delle insolite gravezze, ed Eugenio proclamava: — Vi lagnate che ogni decreto pubblicato ne’ vostri dipartimenti è una nuova gravezza. Che? Non sapete voi leggere? vedreste al contrario come non v’ha un solo di questi decreti che non sia per voi un benefizio»[101].
La trapotenza de’ prefetti e il despotismo soldatesco disagiavano quel bell’ordine amministrativo; nella giustizia faceva orrore la fucilazione, inflitta a chi tenesse coltelli aguzzi, foss’anche per uso di tavola; la berlina e il marchio pareano voler togliere fin la possibilità di ravvedersi e rigenerarsi; il Bellani procuratore regio e il Luini presidente d’appello mandarono tanti al supplizio, che qualche giudice rinunziò all’impiego. Vi si aggiungano le corti speciali e la legge marziale. Eppure sempre durarono masnade, ingrossate da quelli che sotterfuggivano alla coscrizione. Nel 1805 la terra di Crespino nel basso Po, avendo tumultuato, fu messa al bando, e lasciata alla mercede d’un brigadiere di gendarmeria, finchè l’imperatore s’accontentò di perdonare se gli consegnassero quattro capi, di uno dei quali prese l’ultimo supplizio[102].
Nel Veneto molti piccoli possessori abbandonarono i fondi anzichè pagarne le taglie; i terreni abbandonati metteansi all’asta, e non trovandosi chi li comprasse, forza era restituirli da amministrare al possessore primitivo. Si affrettò dunque l’operazione del censo, che ridusse d’un quarto l’estimo, e si perdonò un milione e mezzo del debito. Nel 1809 s’introdusse un dazio sulla mácina, che con vessatorie cautele esponeva a violazioni e a tirannide. Fu un grido universale d’indignazione: alcuni lo repulsarono coll’armi, onde si dovette ritrattarlo; ma nei dipartimenti del Reno, del Panáro, del basso Po si piantarono tribunali, che fecero da trecento vittime. Altre sollevazioni avvennero nell’antico Friuli pei censiti ingiustamente (1806). Bartolomeo Passerini, curato della Vallintelvi sul lago di Como, credette che, dove Napoleone avea promesso l’indipendenza poi mentito, bastasse una voce per sollevare i popoli alla riscossa de’ loro diritti; e con pochi preti e villani e qualche fucile rugginoso e pali abbronzati, proclamò l’indipendenza. Un pugno di gendarmi bastò a sperdere quell’adunata, ma i capi furono guasti dal boja, benchè e giudici e avvocati li trattassero da romanzeschi e da pazzi.
Ma bisognava spaventare, diceano: e per verità, mentre Napoleone prodigava sangue, l’Inghilterra prodigava oro per suscitargli nemici dappertutto. Le Bocche di Cataro avrebbero dovuto, secondo i trattati, venire all’Italia; ma il marchese Ghislieri di Bologna, che le custodiva a nome dell’Austria, le consegnò ai Russi. Napoleone si pose al duro di non voler rendere Branau sull’Inn, tantochè l’Austria ebbe a pregare i Russi di cedere esse Bocche, le quali con la repubblica di Ragusi, occupata anch’essa col solito pretesto di preservarla dagl’insorgenti, furono aggregate al regno d’Italia. Ma realmente non stettero mai sottomesse: il generale Marmont, spedito a frenare i Croati e Montenegrini che incessantemente le rincorrevano, moltissimi ne uccise, ed essi uccisero e presero moltissimi soldati di Francia.
Altri nemici erano eccitati in Olanda, in Germania, nel Tirolo; le Calabrie rigurgitavano di briganti e di Carbonari; i re aveano imparato a valersi dell’armi popolari, e secondati dalle bande insurrezionali si accingeano a un nuovo duello (1809): l’Austria stessa, fatta assalitrice per la libertà dell’Europa, sollecitava i popoli di Germania e d’Italia a difendere la nazionalità. L’arciduca Giovanni, che campeggiava nel sollevato Tirolo, diresse a noi un proclama dicendo: — Italiani, voi siete schiavi della Francia; voi prodigate per essa oro e sangue; chimera è il regno d’Italia; realtà la coscrizione, i carichi, le oppressioni d’ogni genere, la nullità di vostra esistenza. Se Dio seconda l’imperatore Francesco, Italia tornerà felice e rispettata in Europa. Una costituzione fondata sulla natura e sulla vera politica, renderà il suolo italiano fortunato e inaccessibile a qualsiasi forza straniera. Europa sa che la parola di Francesco è sacra, immutabile, pura. Svegliatevi, Italiani, rammentatevi l’antica vostra esistenza! basti volerlo, e sarete gloriosi al par de’ vostri maggiori»[103].
Gli diedero ascolto alcuni in Valtellina, paese a cui la povertà rendeva insopportabili le imposizioni, massime del sale e del testatico; emissarj austriaci un Juvalta e un Parravicini vennero a sommuoverla; le autorità fuggirono (maggio); si tempellarono le campane; si volle polenta e vino e sale; ma dodici soldati di deposito sbrancarono quel tumulto; i due sommovitori andavano ad ottenere premj a Vienna e Pietroburgo; dei sedotti si colpirono molti coll’estremo supplizio.
Il tirolese Hoffer, ricco tavernajo, spertissimo cacciatore, di statura atletica, insieme con Speckbacher e col cappuccino Haspinger si era posto a capo dell’insurrezione del suo paese, a nome della Madonna e dell’imperatore d’Austria menando terribilmente quella guerra di bande cui gl’Italiani non seppero mai affidare la loro indipendenza; sconfisse più volte i nemici; fin due reggimenti obbligò a deporre le armi innanzi alle carabine de’ suoi intrepidi briganti, i quali, cacciati i Bavaresi dal Tirolo, proseguirono le vittorie, finchè non vennero interrotte dall’armistizio Znaym. Hoffer non sa credere che l’Austria abbia fatto la pace, solleva di nuovo il Wintschgau e l’Oberinnthal, onde i Francesi lo dichiarano fuori della legge (1809); sicchè quando, fidato all’amnistia, scese dai monti, fu preso e processato a Mantova. Benediva agli altri prigionieri, e — il Tirolo tornerà sotto Francesco»; non volle gli si bendassero gli occhi nè inginocchiarsi quando fu fucilato.
Per secondare le evoluzioni di Germania, Marmont bezzicava gli Austriaci dalla Dalmazia, dall’Italia Beauharnais, glorioso di trovarsi alfine alla testa d’un esercito. Ma non avendo ancor raccolta tutta la truppa sull’Isonzo, si ritirò sulla Livenza: onde gli Austriaci occuparono Udine, passarono il Tagliamento, vinsero a Pordenone e a Sacile (16 aprile) nella prateria di Camollo, sulle sponde del Collicel, dopo un’azzuffata di sei ore e di copiosissimo sangue[104]. Il regno fu in desolazione, tutti pensando a fuggire, nessuno a difenderlo; l’arciduca Giovanni occupò Padova e Vicenza, assalse il forte di Malghera; e poteva facilmente spingersi fin alla capitale, se non l’arrestavano le nuove di Germania, per le quali si ritirò onde soccorrere Vienna. L’esercito d’Italia rincorato, e avuti rinforzi dal Tirolo e dalla Toscana, lo incalza con brave battaglie fino al Raab, dove, essendosi congiunto coll’esercito di Macdonald, misero a sbaraglio l’arciduca (6 luglio), redimendo così la sconfitta di Sacile.
Bizzarro travolgimento! L’Austria si trovava a capo de’ popoli, senza alleanze di re, e persuasa della possa delle moltitudini; mentre Napoleone trascinava un corredo di re alleati, ma aveva contrario lo spirito popolare, e dava colpa ai nemici del ricorrere all’insurrezione, cioè alla voce del popolo. Al pericolo oppone tutto il suo genio, e per ferire con colpo decisivo, marcia grosso e impetuoso sopra Vienna, e dopo pochi giorni la prende; passa il Danubio e lo ripassa, e nel piano di Wagram (6 luglio) riporta una vittoria sanguinosissima.
L’Austria era in situazione tutt’altro che disperata, eppure nella pace (14 8bre) si rassegnava a sfasciare le mura di Vienna, perdere duemila miglia quadrate con tre milioni e mezzo d’uomini, le ricche miniere di Salisburgo, e ottantacinque milioni di fiorini, e aderire al sistema continentale: umiliata dunque non distrutta, e perciò attenta alla riscossa. Alle provincie da essa cedute sulla destra della Sava vennero unite Ragusi e la Dalmazia col nome di Provincie Illiriche. Nel tempo che queste erano appartenute al regno d’Italia, si era dovuto usar riguardi a una civiltà sì differente, ma si procurava migliorarle, disseccavansi molte paludi, si restauravano strade; Vincenzo Dandolo, farmacista veneziano, divenuto senatore, fatto provveditor generale di que’ paesi v’incoraggiò la pastorizia, l’agricoltura, i mercati, le saline, le vetriere; s’istituirono un vescovado e un seminario greco, un liceo; si abolirono i fedecommessi; domandando però il solito tributo di sangue, un contingente di tremila ottocento uomini. Essendo di spesa più ch’altro, la perdita di quel paese non rincrebbe al regno d’Italia, se non per cotesto disporne ad arbitrio.
Napoleone, disgustati i popoli, sente bisogno d’appoggiarsi ad alleanze di re, e dalla propria _officialità_ diocesana fa cassare il suo matrimonio con quella Giuseppina a cui tanto doveva; e al costei figlio Eugenio vicerè d’Italia dà incarico (1807 marzo) d’annunziarle ch’essa non è più sua moglie, e d’andare a cercargliene una in quella Casa d’Austria dond’era Maria Antonietta. I buoni Viennesi gemevano su Maria Luigia, vittima offerta a placare un nemico, e null’altro che ostaggio in mano della Francia, e fabbricatrice d’un erede (1811 marzo). Nato il quale, e intitolato re di Roma, parve consolidasse la dinastia napoleonica, e un impero che allora toccò all’apogeo.
CAPITOLO CLXXX.
I Napoleonidi a Napoli.
Le vittorie aveano tolto a Napoleone il senso delle convenienze: sicchè, afferrato lo scettro a guisa di spada, più non badava agli interessi della sua o delle altre nazioni, ma alla propria volontà; offesi tutti, credesi da tutti odiato: laonde rinnega le tradizioni, vuol sovvertire l’Europa o rimpastarla a sua obbedienza, perciò collocare sui troni i parenti suoi. E comincia con Napoli.
Ferdinando Borbone vi era stato applaudito al suo ritorno come simbolo di pace, ma non seppe perdonare; anche cessati i pericoli, continuò processi d’opinione. I soldati detti della Santa Fede a grosse masnade negli Abruzzi rapinavano. L’erario esausto rifornivasi con infelici ripieghi: intanto che l’inesorabile Carolina non requiava dagli intrighi. Dei quali accusandola, Napoleone avea spedito trentamila Francesi ad occupare Terra di Otranto acciocchè non vi sbarcassero gl’Inglesi. Acton proclamò che la nazione si armerebbe come un uomo solo, per seguire il suo re alla difesa dell’indipendenza; ma nessuno si mosse, e il generale Gouvion Saint-Cyr dispose quelle truppe ne’ posti opportuni. I Reali, col pretesto di respingere una flottiglia tunisina, distribuirono armi ai Calabresi, fecero reclute, negoziarono un prestito in Olanda, lasciavano che gl’Inglesi levassero soldati, e inseguissero i bastimenti francesi fin sotto i forti.
Se n’indispettiva Napoleone, e viepiù dacchè Carolina ricusò dare sposa sua figlia Amalia al Beauharnais (1805), figlio adottivo di lui e non ancora principe. Quando, per la coronazione, essa gli mandò ambasciadore a Milano il principe di Cardíto, e’ volle riceverlo in giorno di concorso e sfarzo straordinario onde far più pungenti le invettive che lanciò contro la regina, fin a chiamarla Gezabele. Esigette ch’ella congedasse Acton; e Carolina per quanto pregasse, fremesse, si ostinasse, dovè dargli successore il duca di Luzzi. Essa avrebbe potuto assodarsi in capo la corona soggiogandosi all’imperiosa volontà di Napoleone, che inclinava più a riconciliarsi le vecchie dinastie che a prostrarle; e tanto più questa, che diverrebbe un rinfianco al regno d’Italia: ma invelenita dall’ultimo affronto, non mettea misura alle parole, tenea carteggio con Nelson e con Elliot, inglesi, richiamò in Corte il cardinal Ruffo, valeasi delle cognizioni amministrative del conte di Damas generale francese migrato, tentava sedurre l’ambasciatore francese Alquier; il quale, mosso da passioni men che virili, incapricciavasi a mortificarla, e la trattava come niun suole una regina, nè una donna.
Tutt’a un tratto Napoleone intima sia mandato via Damas; guai se truppe straniere sbarcassero; la Corte faccia un trattato di neutralità, nel qual caso l’esercito d’occupazione se n’andrà dal regno, se no drizzerebbe sopra la capitale. Il re firmò, ed esibì sei milioni l’anno sin al fine della guerra; e le truppe partirono per giovar l’impresa di Massena nell’alta Italia.
Allora subitaneamente Inglesi da Malta, Russi da Corfù, Montenegrini da Cataro spingonsi nel golfo di Napoli; e Carolina, violentata senza rincrescimento, inalbera la bandiera della coalizione, mette le sue truppe sotto il comando del russo Lascy; talchè sessantamila uomini poteano, forzando la Romagna, giungere sul Po, assalire alle spalle Massena, e dar mano agli Austriaci appostati dietro l’Adige. Il principe Eugenio mosse ad affrontarli verso Bologna: ma intanto le sorti italiche decideansi in Germania e nella battaglia d’Austerlitz, dopo la quale la Corte napoletana si trovò abbandonata dagl’Inglesi per consiglio, dai Russi per patto. E Napoleone dichiara che i Borboni hanno cessato di regnarvi, e sfoga l’insolente verbosità contro «la moderna Atalia, quella donna scellerata, che tante volte e con tanta sfacciataggine avea violato quanto gli uomini han di più sacro; via costei dal regno; vada a Londra a crescere il numero degl’intriganti; non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza ragione; il più bel paese del mondo non porti più oltre il giogo de’ più perfidi fra gli uomini».
A Giuseppe, prediletto tra’ suoi fratelli, Napoleone confidava le sue passioni giovanili, i primi accessi di sua ambizione, i momentanei scoraggiamenti; poi venuto al potere l’adoprò, massimamente nella diplomazia. Da lui furono condotte le paci di Lunéville e d’Amiens, da lui sottoscritto il concordato; e col suo buon senso e coll’osservazione dei fatti moderava gl’impeti del fratello, se non altro temperava colle buone maniere i colpi che alla cieca avventava la irremovibile assolutezza di quello. Napoleone avealo destinato re dell’alta Italia; ma egli ricusò, o considerasse come precario un regno su cui l’Austria conservava le pretensioni, o non volesse, coll’accettare uno scettro straniero, infirmare il plebiscito che lo designava eventuale successore all’impero (1806 31 genn.). A lui scrisse allora Napoleone: — Intenzione mia è d’impadronirmi del regno di Napoli, e mettervi un principe di mia casa. Massena e Saint-Cyr vi marciano con due corpi; te ho nominato generale in capo, e re se vorrai; se no, un altro. Quarant’ore dopo ricevuta questa lettera, parti per Roma, e il tuo primo spaccio m’informi che sei entrato in Napoli e ne hai snidato una Corte perfida, e messo questa parte d’Italia sotto le nostre leggi».
Napoleone vuol dunque un re colà, non per nazionalità o per altre idee, ma perchè gli è necessario. All’avanzarsi de’ Francesi, Ferdinando fugge a Palermo, lasciando ordine alla reggenza di non cedere per nessun patto le fortezze. Comandava l’eroismo fuggendo! Carolina determinata a ceder solo alla violenza, raccozza le masnade, richiama alle armi frà Diavolo, Nunziante, Rodío, Sciarra, terribili ad amici e a nemici; ma le provincie non rispondono al suo impeto; arma i lazzaroni, ma ne deriva tal minaccioso disordine, che i cittadini assumono essi medesimi la difesa, e trovandosi l’armi in mano, chiamano i Napoleonidi come liberatori.
Cinquantamila di questi procedono senza ostacolo, prendendo le fortezze, salvo Gaeta che fu difesa dal principe di Assia Filippstadt, e Capri occupata dagl’Inglesi: ed entrano a Napoli (13 febb.) nel punto che n’esce la regina. Quel Vanni ch’era stato stromento alle vendette di lei, non potè farsi raccogliere con essa, onde si ammazzò e la sua fine serva d’esempio a’ pari suoi. Lo Speciale era già morto pazzo in Sicilia. Una colonna, condotta da Regnier e Gouvion Saint-Cyr, andò a sottomettere le Calabrie, ove si sosteneva Damas col principe reale, ben presto costretto egli pure tragittare in Sicilia.
I Francesi erano accolti con favore dai borghesi, e con isdegno dalla plebe; e Giuseppe, qual luogotenente del fratello a Napoli, protegge la sicurezza, disarma il vulgo, ricompone l’esercito, ravvia i tribunali, pianta un Governo provvisorio, promettendo migliorare senza sovvertire. Egli visitava Scigliano al fondo della Calabria ulteriore, quando ricevette un decreto che lo dichiarava re delle Due Sicilie (1806 31 marzo), «cadute in potere di Napoleone per diritto di conquista e come formanti parte del grand’impero»: da questo voleva tenerlo dipendente col crearlo grand’elettore.