Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 12
Modificando alla monarchia lo statuto, il corpo dei consultori fu convertito in senato consulente, che dovea votare sopra gli statuti, le leggi, l’operare de’ ministri, i bisogni della nazione, gli abusi della libertà civile: e in esso raccoglieansi gli uomini insigni, a pompa non a temperamento, nè tampoco a consiglio, giacchè nessuna libera sentenza v’era ascoltata. Il corpo legislativo di giuniori ed anziani dovea votare alla muta; ed una volta essendosi avventurato a qualche appunto sopra la nuova legge del registro, Napoleone si stizzì contro questi poltroni[81], e al Taverna presidente scrisse da Boulogne l’agosto del 1805: — Le assicurazioni devote del corpo legislativo viepiù gradisco, quanto la sua condotta mi mostrò che non camminava nella mia direzione. Io mi servo delle cognizioni de’ corpi intermediarj, ogniqualvolta tendano dov’io; qualora nelle deliberazioni porteranno spirito di fazione o turbolenza, o intenti contrarj a’ miei, non coglieranno che vergogna, perchè loro malgrado io compirò quello che mi parrà necessario all’andamento del mio Governo, e alla grande idea di ricostituire e illustrare il regno d’Italia». Pure il corpo legislativo potea porre qualche limite all’arbitrio dei ministri; onde fu abolito non per decreto, ma unicamente col depennare nel bilancio le spese che lo concerneano: e gl’Italiani poterono chiarirsi che erano meri nomi la costituzione, il tribunato e i censori di quella[82]; tutto riduceasi ai decreti di Napoleone e del vicerè.
Il consiglio di Stato discuteva le leggi, il culto, gli affari interni, le finanze, la guerra, la marina. Dai ministri restavano indipendenti le direzioni dell’insegnamento, delle pubbliche costruzioni, dell’amministrazione comunale e la Polizia. L’amministrazione era affidata a prefetti e viceprefetti, con esteso arbitrio. Ai Comuni maggiori presedevano un podestà triennale, e sei o quattro savj: ai minori un sindaco annuo e due decani. Due volte l’anno s’accoglievano i consigli comunali pel conto da discutere o da approvare. Il re poteva convocare il consiglio dipartimentale di trenta o quaranta membri: uno di undici possessori per ogni distretto determinava ciascun anno la sovrimposta. In ciascun dipartimento i collegi elettorali di possidenti, dotti, negozianti proponeano al Governo i membri del consiglio generale e i giudici di pace, i quali risolveano le controversie d’azione personale, o di cose mobili, o di polizia giudiziaria. I giudizj erano resi da una corte civile e criminale con dibattimenti pubblici, da cinque corti d’appello, oltre la cassazione che vegliava l’esatta applicazione delle leggi, non decidendo sui fatti particolari ma sulle sentenze dei tribunali. Nel Monte Napoleone fu consolidato il debito pubblico: l’unità di pesi e misure fu almeno decretata.
Quando l’Europa ammutoliva davanti al Massimo, che in tre giorni aveva abbattuto a Jena il regno di Prussia, e ad Eylau sconfitto il russo ed obbligatolo alla pace di Tilsitt, anche l’Italia mandò il patriarca di Venezia a ringraziare Napoleone della pace e della felicità procurata, e supplicarlo di beare di sua visita l’Italia, per lui viva, per lui diva. Venne in fatti (1807 7bre), e viaggiando interrogava, ma voleva risposte pronte come l’obbedienza; vere o no, poco importava: e quegli sguardi fulminei, e quell’affollamento soverchiatore di domande confondevano chi volesse riflettere prima di rispondere: in ogni provincia e città informavasi dei bisogni, e dava ordini e decreti, poco brigandosi poi dell’esecuzione. Ora ad una gran dama chiedeva se fosse la moglie di quell’appaltatore arricchito; or a un’altra se quel che l’accompagnava era il marito o l’amico di casa; ora quanti figli maschi avesse, quasi nelle viscere materne cercasse soldati.
Raccolti i collegi elettorali, si congratulò dei progressi che in tre anni si erano fatti, molto però rimanere per cancellare le colpe degli avi, le cui intestine divisioni e il miserabile egoismo di città affrettarono la perdita dei diritti; considerassero i Francesi come fratelli maggiori, e vedessero la sorgente e l’assicurazione della loro prosperità nell’unione della corona di ferro coll’imperiale. Queste lezioni ci dava. Insieme aspreggiò il Taverna presidente al consiglio legislativo, perchè gli si presentò in piccolo uniforme; domandò al ministro Spanocchi quanto si spendesse nella giustizia, e uditolo, esclamò, — Troppo»; e avendo quegli soggiunto, — Spende ben più il ministro della guerra, — Imbecille!» proruppe Napoleone, voltandogli le spalle, e nominò a succedergli il Luosi.
Consultati Romagnosi a Piacenza, Renazzi a Roma, Paolini a Pistoja, Cremani a Pisa, fu compilato un codice penale, e sottoposto all’esame delle varie corti di giustizia; ma dopo lunghi lavori, Napoleone che non sapeva aspettare, e che aveva mandato il senatore Abrial per organizzare la giustizia in due mesi, ordinò si attuasse qui pure il Francese, ove fa sentirsi la fierezza d’un Governo che esce da sanguinosa rivoluzione. Anche il codice di commercio fu traduzione del francese. Romagnosi «con altri giureconsulti pieni di dottrina e d’amore pel bene degli uomini e per la gloria del Governo italico[83], fu chiamato a compilare un codice di procedura che il francese mitigava con opportune cautele; e benchè non si avessero i giurati, la difesa pubblica fin per delitti di Stato temperava l’atrocità di quello, e formò prolissi parlatori anzichè oratori, se giudichiamo dalle arringhe messe a stampa.
Era dunque il regno un’edizione dell’impero, non governato da Italiani, sibbene per mezzo d’Italiani: ma quella operosità allettava o sbalordiva i popoli, che soffrivano di sentirsi dire tralignati perchè egli prometteva di restaurare le prische virtù; vedeano alle speranze e alle ambizioni aperto un campo; credevano men duro l’obbedire a colui che vinceva al Nilo come alla Vistola, al Tago come al Reno.
Al pari d’Augusto voleva egli favorire il sapere, purchè gli stesse ligio. Abolite le fraterie eccetto le suore della Visitazione, e ridotto l’insegnamento a libri e a lezioni uniformi, ne’ collegi e nei licei la gioventù nostra era allevata per farne soldati. Napoleone, che sapeva quanto importi recarsi tutta in mano l’educazione, raccolse a Parigi circa settecento giovani di ragguardevoli famiglie, di cui cenventisei erano dei dipartimenti italiani; semenzajo d’uffiziali e d’impiegati, e insieme ostaggi: altri vi chiamò per istruirli nelle arti meccaniche. Secondo il decreto della repubblica italiana si mantenevano a Roma dodici allievi a studiare belle arti; le favorivano le accademie di Milano, Bologna, Venezia, che colle spoglie de’ monasteri formavano gallerie. Un Istituto nazionale aveva attribuzioni effettive, invece di starsi a sbadigliare dissertazioni o mandare diplomi alle accorte mediocrità. Intanto operavasi ad abbellire le città: a Verona si sgombrarono l’Arena e l’arco de’ Gavj e de’ Borsari; a Milano si finì la facciata del Duomo, assegnandovi cinque milioni sulle proprietà di quello vendute; si spianò il Foro Buonaparte, ideando trasportarvi tutti gli stabilimenti pubblici e dicasteri, il che avrebbe sostituito una nuova alla città storica; e Antolini n’avea preparato il disegno tutto classico, ma non si fece che l’Arena, e si cominciò il magnifico arco del Sempione, che dovea poi portare il nome e i fasti de’ suoi nemici. Il Foppone vi era destinato ai cenotafj degli uomini illustri: si aprì la strada di circonvallazione; si fecero le porte Nuova e Marengo; s’istituì una scuola di musaici per eternare la deperente Cena di Leonardo, ch’erasi fatta copiare da Giuseppe Bossi; si commise a Fidanza di ritrarre tutti i porti del regno, ad Andrea Appiani di dipingere il palazzo reale e trentamila franchi per far incidere i suoi disegni della campagna d’Italia: si allogarono a Canova il Teseo per ornare la piazza reale e una statua dell’imperatore[84].
Nel palazzo di Venezia, Moro, Borsaio, Bertolani, Demin, Giani, Hayez ingegnavansi di emulare i grandi che aveano decorato le sale della repubblica: dal Beltrami di Cremona Napoleone faceva intagliare in un’agata il proprio ritratto, e Giuseppina in sedici corniole bionde la storia di Psiche, altri lavori Eugenio, e per imitazione i cortigiani; a Thorwaldsen fu commesso un gran bassorilievo del trionfo d’Alessandro pel palazzo Quirinale; ad Amici di lavorare nelle fonderie di Pavia uno specchio riflettore di cinque piedi di diametro. Napoleone assegnò ottomila lire ad Oriani, tremila a Volta, il quale volle andasse ad esporre la sua grande scoperta all’Istituto di Francia: nelle Università collocava uomini illustri, istituiva anche cattedre speciali, come a Milano quelle di letteratura per Salti, d’ostetricia pel Giani, di chimica pel Porati, d’alta legislazione pel Romagnosi, ove dare cognizioni di fatto e di ragione per norma alla legislatura e all’amministrazione pubblica: nel senato annicchiava i più rinomati, e ne ornava il petto colla corona di ferro e la stella d’onore. Il reggiano Luigi Lamberti grecista e bibliomano riceveva dodicimila lire per la magnifica edizione bodoniana di Omero; Strático, autore d’un dizionario di marina, sopraintendeva alle acque e strade; il repubblicano Compagnoni redigeva i protocolli del consiglio di Stato; quelli del senato Luigi Mabil parigino, divenuto diligente scrittore italiano; all’Accademia di belle arti era segretario lo Zanoja, all’Istituto Luigi Bossi; Gherardini compilava la gazzetta; Onofrio Taglioni di Bagnocavallo pubblicava il _Codice Napoleone col confronto delle leggi romane_; Melchior Gioja presso il ministero dell’interno ammassava la statistica di ciascun dipartimento; il fiorentino matematico Brunacci, lavorava al naviglio di Pavia, e meglio l’ingegnere Parea; Giovanni Rasori, negli ospedali militari e come protomedico, diffondea la dottrina del controstimolo; il Testa di Ferrara, autore dell’opera _Sulle malattie del cuore_, fu direttore generale degli ospedali; Marzari intraprendeva la descrizione geologica del Vicentino, del Bergamasco e de’ colli Euganei; Breislak, amministratore delle polveri, quella del Milanese; Brocchi sopraintendeva alle miniere, Gautieri ai boschi, Mengotti alle finanze e Cossali alle acque e strade del Veneto: Oriani misurava l’arco meridiano fra Rimini e Roma; nelle scuole militari insegnavano Collalto e Caccianini[85], in quella dei paggi Urbano Lampredi ellenista; Longhi incideva Napoleone ad Arcole e il ritratto del vicerè con mirabili piume; una compagnia drammatica reale, diretta da Fabrichesi, atteggiava le migliori commedie e tragedie; Bonifazio Asioli da Correggio dirigeva il conservatorio di musica; Salvatore Viganò facea stupire cogli epici suoi balli, come Rossini colle strepitose armonie.
Era ministro della giustizia Luosi, destro modenese, di molta sapienza legale e sostenitore dello stretto diritto; segretario di Stato Aldini, che come professore a Bologna aveva acquistato nome di valente giurista; Moscati, esperto chimico, presedeva all’istruzione pubblica; alle acque e strade Paradisi reggiano[86], figlio di Agostino poeta, e scrittore felice egli stesso, che avventatosi de’ primi nella rivoluzione, si costituì mecenate degli scrittori liberali, favorì Buonaparte a diventare re, e ne fu fatto conte e gran dignitario; e adempiva la raccomandazione ch’e’ solea fare a ministri e ambasciatori — Tenete buona tavola e mostratevi garbati colle donne». In fatto alle sue cene adunavasi quanto v’avea d’eletto nel regno, e vi si tesseano gli intrighi letterarj a favore delle mediocrità e a depressione di chi osasse tenersi indipendente.
Vi primeggiava Vincenzo Monti da Fusignano, poeta de’ migliori fra l’antica scuola, finchè gli avvenimenti nol tolsero dai soggetti arcadici per lanciarlo nell’attualità, donde trasse e gloria e disonore, perchè, invece di signoreggiare gli eventi col carattere, vi si abbandonò. Sul trucidato Bassville fece un poema, ove conducea l’ombra di questo a vedere i _mali e gl’infiniti guaj_ di Francia, bestemmiando i capi di quella, già solcati dal fulmine di Dio. Francia invece trionfa, improvvisa repubbliche nell’alta Italia, donde violenti sarcasmi sono avventati al cantore della tirannide; ed egli, più insofferente degli emuli nel proprio paese che pauroso de’ nemici nell’altrui, viene nella Cisalpina, e di sua conversione dà prova in articoli e canzoni, spiranti esagerazione feroce. Un’ode, ove impreca al «sangue del vile Capeto, succhiato alle vene dei figli di Francia che il crudo tradì», rimarrà immortale quanto il poema in cui lo deplora come il «re più grande, il re più mite».
Dalla morte del matematico Mascheroni deduce un altro poema a strazio dei Bruti e dei Licurghi della repubblica Cisalpina, allorchè questa perisce, va esule e trae nuovi spettri a bestemmiare quel Direttorio che non soccorre la diroccante Italia; inneggia la vittoria di Marengo, assicurando che il giardino di natura non è pei Barbari, e che dove è Buonaparte son vittoria e libertà. Questo Buonaparte ch’egli salutava «rivale di Giove perchè rivali in terra non poteva avere», numera le vittorie coi giorni, e il Monti le canta, invocando che Giove lo assuma tardi ai meritati onori dell’Olimpo: appena si accorge che Buonaparte aspira alla corona, glielo fa consigliare da Dante, benchè sapesse che tutt’altro era il voto della nazione[87]; e ne ebbe una tabacchiera d’oro, cinquemila franchi, la croce di cavaliere e titolo e pensione di storiografo. In tale qualità applaudiva ad ogni avvenimento di quella Corte, colla _Jerogamia di Creta_ alle nozze di Napoleone, colle _Api Panacridi_ al figlio che ne nacque, colla _Spada di Federico_ e col _Bardo della selva nera_ alle vittorie, ammantando l’adulazione con isfolgorante mitologia, interrotta da comparse di ombre, e avventando all’Inghilterra imprecazioni ch’erano parte necessaria dell’adulazione.
E l’adulazione era profusa da una letteratura obbligata a fare l’esercizio e presentare l’arme; sicchè nè feste sacre, nè gioje private, nè discorsi d’accademia o di scuola poteano passare senza incensi al regnante e ai ministri. Quirico Viviani preparava canzoni, con cui i coscritti dovessero esalare un entusiasmo che non provavano; applaudivano all’eroe il dilombato poeta Luigi Cerretti reggiano, e il didascalico Arici, e Perticari, e Carlo Porta, e Angelo Mazza, e l’improvvisatore Gagliuffi, e Bettinelli, e Paolo Costa; Gianni era improvvisatore imperiale con seimila lire l’anno; Sgricci facea stupire coll’improvvisare tragedie, ajutato da bella voce e mirabile pronunzia[88]. Bottazzi traduceva in latino le adulazioni del Monti, e sino il Codice fu voltato in esametri: Stefano Petroni napoletano fece la _Napoleonide_, con cento medaglie emblematiche, illustrate da altrettante odi: e l’adulazione non parea avere bastanti formole a lodarlo, neppure chiamandolo Dio[89]. Scriveva il _Giornale italiano_ un Guillon lionese, che avendo parlato contro Fouché, fu messo prigione, poi relegato in Italia, ove gl’Italiani dichiarava inetti alla filosofia, alla tattica, alla poesia, alla musica, e li esortava a scrivere piuttosto in francese; laonde si credette o si finse di credere fosse incaricato dall’alto di preparare ad introdurre quella lingua negli atti. V’avea commedia francese stipendiata; in francese usavasi la conversazione, perchè così alla Corte: riconosceansi come invenzione o introduzione francese istituti, franchigie, garanzie che da un pezzo erano in vigore fra noi, con nome e forme nazionali.
Non sempre le adulazioni erano viltà, giacchè l’uomo si compiace d’ingrandire quello cui è sottomesso, quasi a scusa del suo obbedirgli; ma guaj a chi osasse non incensare e conservare il silenzio! Un giornalista Lattanzio, che non lasciò contro al Paradisi, avventò i _Costumi della rivoluzione_, avendo presagito le ambizioni napoleoniche, fu posto nei pazzarelli. Ebbe gli arresti Giambattista Giovio, perchè si credette peggiorativo il termine di _fetuccia_ da lui dato alla decorazione della corona ferrea. Alcuni versi di Ugo Foscolo nell’_Ajace_, ove deplorava l’avere tratto tanta gioventù a «giacersi in esule tomba e vivere devota a morte», fecero proibire quella tragedia, punire il censore, e relegare l’autore in Toscana[90]. Avendo il Lampredi criticato un elogio funebre del Compagnoni, gli si intimò non censurasse opere d’impiegati regj. Il capitano Ceroni per avere poetato sull’indipendenza italiana, fu messo agli arresti[91]; involto nella disgrazia sua il generale di brigata Tullié, credutone complice. Chi non volesse lasciarsi schiacciare dalla forza, era schiacciato dall’opinione, atteggiata nei circoli de’ ministri, nei caffè, nei ridotti, nelle loggie massoniche, nelle consorterie letterarie.
Per verità, distrutto tutto il passato, a chi non volesse accettare la rivoluzione, non restava che di rimpiangere e isolarsi: trista figura in una società gaudente, nella quale invece esultavano abbondanzieri impinguati sulle forniture militari, ricchi improvvisati colle spoglie di luoghi pii, bagasce pompeggianti. Le loggie dei Franchimuratori erano divenute stromento di Governo, e basti dire che Giuseppe Buonaparte era granmaestro dell’ordine; granmaestro aggiunto Murat; Beauharnais venerabile nella loggia di Sant’Eugenio, poi granmaestro in quella di Milano, e sovrano commendatore del supremo consiglio del trentesimosecondo grado; i ministri e primarj impiegati del regno v’erano ascritti; e impieghi e onori si distribuivano a suggestione della società.
Insomma adopravasi ogn’arte per illudere l’opinione; e per verità non tutto era illusione. Ingegneri francesi lavoravano la via del Moncenisio, e con italiani quella del Sempione, sulla cui galleria fu scolpito _Al re italico_, si cominciò la via della Cornice tra Genova e Nizza; Carlo Mallet gittò un ponte sul Po a Torino; si apersero due strade dal Veneto al Tirolo; altre nell’Alpi e negli Appennini, oltre le comunicazioni interne. Il canale di Bologna accorciò di venti miglia il corso del Reno, e dopo Cento lo immetteva nel Po; quel di Pavia congiunse il lago di Como e il Maggiore coll’Adriatico; se ne progettò uno dal lago d’Iseo a Canneto che metterebbe in comunicazione la valle Camonica col mare; quello del Mincio univa i laghi di Garda e di Mantova; e un più grandioso fu divisato dal conte di Chabrol fra Alessandria e Savona, valendosi del Tánaro e della Bormida per congiungere l’Adriatico al Mediterraneo. Prony e Sganzin ebbero ad esaminare i porti di Venezia, di Ancona, di Pola, di Ragusi; uno ne fu costruito a Genova; il golfo della Spezia dovea divenire un porto immenso, spendendosi venti milioni pei lavori di difesa, cinque per fare la nuova città, uno pe’ sei cantieri. Insomma dal 1805 al 14 in opere nuove e manutenzione il ministero dell’interno erogò settantacinque milioni[92].
Tutto poi che faceasi in Francia s’imitava qui pure, onde avemmo gabinetto numismatico e conservatorio di musica; educandati femminili a Milano, Verona, Bologna; scuola di veterinaria, d’acque e strade, di genio militare, d’equitazione, di sordimuti; un’Accademia agraria e un liceo in ciascun dipartimento, ove alla futile letteratura[93] surrogavansi cattedre di storia e d’istituzioni civili, con solennità d’esami e pubblicità di premj, il cui più ambito effetto era l’esenzione dalla coscrizione: le Università di Padova, Pavia, Bologna fiorivano. Una stamperia reale fu eretta a Milano. Un magistrato presedeva alla salute pubblica, e si provvide alle tumulazioni intempestive o insalubri, all’innesto del vaccino, alle quarantene. Noi diligenze e messaggerie, noi telegrafi, noi case d’industria pei poveri, noi case di correzione e prigioni migliorate, noi pompieri, noi annue esposizioni e premj d’arti belle e d’industria. All’agricoltura si dava pensiero fondando scuole, sistemando la custodia delle selve, ordinando la vendita de’ beni comunali, ponendo a Monza un piantonajo. Gautieri scrisse sui boschi, Re sull’agricoltura, Dandolo sui vini e sui bachi da seta, Mabil sui giardini e su altri punti agricoli; incoraggiavasi la coltura del colsa, della patata, del lino, delle api, e chi cavasse zuccaro dall’uva o dalla barbabietola, coltivasse il cotone, o facesse macchine per filare questo o il lino o la canapa. Il toscano Morosi, dopo mandato a vedere i migliori opificj stranieri, piantò la prima filatura di cotone, regolò la manifattura de’ tabacchi, la polveriera a Lambrate, la fabbrica di falci a Castro, e principalmente le zecche di Venezia, Milano, Bologna, ove si coniava con macchine sue e di Gengembre. Si munirono Genova, le lagune venete, e Ancona; Alessandria dovea congiungersi con Milano, Tortona, Torino, formando una base alle operazioni militari, e un ricovero all’esercito e alle provvigioni, in caso che dovessero aspettarsi rinforzi da Francia. Tutto questo ed altro faceasi in tempo d’agitazione, fra concatenate guerre, fra insaziabile smania di nuovi acquisti.
La rivoluzione, quantunque fra noi trapiantata, non isviluppatasi nè maturata da lunghe lotte e da passi successivi e spontanei come in Francia, avea tuttavia diffuso molto di vero, di giusto, di generoso, di conforme ai tempi; dal cicisbeismo e dalle frascherie gl’ingegni furono richiamati ad occupazioni serie, agl’impieghi, al militare, al genio; nei consigli di Stato, nelle pubbliche arringhe rinnovavasi l’eloquenza politica: e una Corte fastosa, ministri magnifici, ambasciadori, istituto nazionale, scuole speciali, pompe frequenti, fabbriche grandiose orgogliarono Milano d’una prosperità di parata.
Ma troppo sentivasi come e popoli e principi non fossero che stromenti di Napoleone[94]. Egli erasi riservato sul regno d’Italia la somma di venticinque, poi trenta milioni per l’esercito; sei milioni erano dotazione della Corona, oltre i dominj particolari e pubblici; un milione pel vicerè, al quale pure destinava il ducato di Francoforte; le provincie di Dalmazia, Istria, Friuli, Cadore, Belluno, Conegliano, Treviso, Feltre, Bassano, Vicenza, Padova, Rovigo rimaneano feudi dell’impero francese, e col titolo di ducati l’imperatore le assegnò a suoi generali col quindicesimo della rendita di esse; oltre che l’imperatore vi si riservava quaranta altri milioni di fondi nazionali per l’uso stesso. Era un ritorno ai tempi del più servile feudalismo, alla brutale investitura della spada, alla differenza delle terre, e sviliva il suolo della nostra patria, facendola vassalla de’ Francesi. Fino i maggioraschi furono rimessi in vigore, e il titolo di barone; nuove lusinghe agli ambiziosi e mangiapane, scandalo ai liberali, che vedeano rinascere quelle aristocrazie che le nostre repubbliche aveano distrutte, e l’oppressione essere conseguenza della uniformità alla parigina. Titolati, ciambellani, consiglieri di Stato, ministri e loro attaccati predicavano la beatitudine del tempo[95]: ma tutto era un’imitazione o contraffazione della Francia la cui tirannica e instabile uniformità trovavasi imposta a tanti paesi di vita e carattere proprio; tutto sentiva della prepotenza soldatesca; quella suddivisione in tanti dipartimenti[96] cagionava una profusione d’impiegati e di spese; i prefetti erano piccoli sovrani: del che Napoleone non sa giustificarsi se non collo stato di guerra che sempre durò. Continuavasi anche ad asportare capi d’arte: e Venezia, a cui gli Austriaci nel 1805, emulando Napoleone, aveano tolto alcuni manoscritti, fra’ quali i Diarj del Sanuto, libri e quadri dovette dare al museo Napoleone[97]; altri le gallerie di Milano e Bologna. Nè dopo la consulta di Lione si trattò più politicamente dell’Italia, ma solo degl’interessi della dinastia; e Napoleone scriveva al vicerè: «I miei popoli d’Italia mi conoscono abbastanza per non dimenticare che il mio dito mignolo ne sa più che tutte le loro teste»[98].