Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 9
Altri, rotta nimicizia colla società, si riducevano in bande, che protette da chiunque non voleva esserne straziato, taglieggiavano i viaggiatori, parteggiavano in quelle frequenti sommosse, e non che i birri, affrontavano anche i soldati. Verso il 1660 l’abate Cesare Riccardo uccise il duca di San Paolo, facea scorribande attorno a Nola, e fin in Napoli entrava e usciva sconosciuto, svaligiava i procacci bruciandone le lettere, impedì il trasporto della neve, e minacciò pur quello del grano se non gli si otteneva perdono. La costoro faccenda raddoppiavasi quando, in occasione di conclave, moveansi i prelati. Per reprimerli si nominò un commissario di campagna, che dovea provvedere con piena e sommaria autorità agli attentati in Terra di Lavoro, cioè ne’ dintorni della capitale; avventavansi gride civili e monitorj ecclesiastici, bandivansi taglie fin di trecento ducati per testa, affinavansi supplizj: ma come estirparli quand’erano protetti dai grandi che di loro si valevano? e qual giudice avrebbe osato condannare un nobile e nimicarsi tutta la parentela? I vicerè medesimi accettavano regali per tollerarli; poi o il papa o il granduca li prendeano al soldo per danneggiare i nemici. Urbano VIII gittò sul Sanese il Tagliaferro con una banda d’assassini: Ferdinando II granduca prese a servigio Cesare Squilletta, detto frà Paolo, il quale andò nel Regno a reclutare quanti banditi trovava: Giulio Pezzola ben cinquecento ne adunò, coi quali mise a ferro e fuoco sin i contorni di Roma; un Pagani ne portò un migliajo a devastare Rieti e Spoleto. Un nunzio si querelava che i monasteri fossero il più solito ricovero di costoro: i Benedettini di Montevergine ad Avellino vi teneano mano: e se la giustizia violasse gli asili, ne nasceano dissensioni fra le due autorità. Sotto il duca d’Alcala, Gian Vincenzo Dominiroberto barone di Pellascianello e capobande, essendo stato côlto in una chiesa, fu condannato a morte, per quanto il nunzio e il vescovo reclamassero la santità dell’asilo, e il vulgo mormorasse aspettandone la grazia.
Frequentissime rinascevano le quistioni giurisdizionali coi vescovi, caldeggianti le pretensioni curiali, e che non credevano necessario l’_exequatur_ regio alle bolle di Roma; donde gravi sommovimenti. Gli avvocati, al solito, favorivano al Governo; il popolo stava per le libertà; e il Giannone declama vivamente contro le pretensioni dei frati e preti, che in forza della bolla _In Cœna Domini_ resistevano all’aumento delle pubbliche gravezze; e dice che assolveano anche chi le fraudava, perchè imposte senza licenza papale[63].
Viceregnando il cardinale Granuela, un ladro fu côlto dai frati nella chiesa di San Lorenzo, i quali, ben bastonato, lo consegnarono ai bargelli dell’arcivescovo. Il sacrilegio era un caso misto, ove cioè presumeasi competesse il giudizio a chi _preveniva_: ma il Granuela, trattandosi d’un laico, chiese più volte il reo; e negandolo l’arcivescovo risolutamente, mandò a torlo per forza dalle carceri. L’arcivescovo fece dal vicario scomunicare chi avea tenuto mano a tal fatto, e il cardinale fece inchiostrare o stracciare i cedoloni della scomunica, e spicciato il processo, appiccare il reo; insieme ordinò al vicario uscisse dal regno, si arrestassero consultori, cursori, cancelliere, insomma chiunque avea avuto parte alla comunicazione della scomunica. In un caso simile a Milano, il papa avea preteso gli scomunicati andassero per l’assoluzione a Roma: Filippo II approvando l’operato del Granuela, vietò quest’umiliazione; onde il papa a lamentarsi e al fine contentarsi che ricevessero privatamente l’assoluzione.
I giureconsulti napoletani acquistarono gran nome col propugnare l’autorità regia; e il Chioccarello laboriosissimamente raccolse in diciotto volumi le scritture favorevoli alla giurisdizione principesca contro le usurpazioni clericali, e un’infinità di decisioni, massime della Rota romana e del sacro consiglio di Napoli; quistioni, controversie, consigli, allegazioni, con citazioni interminabili e conclusioni generali. Sull’orme di lui il Giannone informa de’ giureconsulti, professione moltiplicata siccome via d’onori e guadagno allorchè l’incremento degli affari e la complicazione delle leggi portò ad aumentar giudici, ruote, curiali. Le decisioni di Vincenzo De Franchis, reggente del supremo consiglio d’Italia, erano citate per tutta Europa.
Quei paesi diedero anche pensatori robusti, degni di stare fra i rinnovatori della scienza, siccome Bernardino Telesio, frà Giordano Bruno, frà Tommaso Campanella, dei quali a lungo parleremo (Cap. CLVIII). Quest’ultimo si occupò assai di politica e d’economia, favorendo la dominazione papale e la spagnuola; eppure è contato fra i martiri della libertà e dell’indipendenza nazionale. Perocchè da astrologie, dall’Apocalissi, da profezie di santa Brigida, dell’abate Gioachino, del Savonarola, di san Vincenzo Ferreri indusse che il 1600 porterebbe grandi rivolture nel regno di Napoli. Parlasse egli persuaso, o adoprasse le armi del tempo, trovò ascolto (1599), o di lui si valsero i maneschi per tentare novità in Calabria. Frà Dionigi Ponzio di Nicastro avea rotto la testa a un converso, disobbedito al superiore che lo relegava in un convento, preso le armi con banditi per vendicare l’uccisione d’uno zio: e fermato a Stilo, patria del Campanella, e udite le profezie di questo, le divulga in modo che sembra un turcimanno di lui, come altri banditi de’ quali il Campanella valeasi per combinare concordie. Fu dunque creduto cospirassero per la rinnovazione politica del paese, predicando una repubblica di cui sarebbero centro Stilo, e mezzi di riuscita la parola di trecento frati e quattro vescovi congiurati, e le armi di mille ottocento briganti; uccidendo chiunque renuisse, e nominatamente i Gesuiti. Il vulgo si persuade facilmente che un’oppressione venuta al colmo sia vicina a finire: le rivalità della Francia, che fomentava i malcontenti e gli ambiziosi, porgeano speranze; i cospiratori non isdegnarono ricorrere al bascià Cicala: ma eccoli prevenuti; arrestati quei che non poterono camparsi; condotti a Napoli sopra le galee, due furono squartati lì lì per esempio; altri arsi, impiccati, messi al remo.
Ai nostri giorni nella Vallintelvi sul lago di Como fu ordita una sollevazione da pochi preti contro Napoleone, certo men seria di questa, e i preti colti furono mandati al patibolo, quando appena meritavano l’ospedale dei pazzi. Ma allora gli ecclesiastici erano protetti dalle immunità, e i frati e il Campanella impetrarono d’essere processati dal Sant’Uffizio, anzichè da’ patrj tribunali. La cospirazione ebbe gli effetti soliti; fughe, morti, multe; il parlamento volle attestare la fedeltà del Regno col decretare al re un donativo di un milione ducentomila ducati, e di venticinquemila al vicerè che aveva campato il paese da tanto pericolo![64]
I guaj di Napoli erano comuni alla Sicilia, due cadaveri legati al medesimo patibolo. Si agitavano ancora le sorti italiane nel Cinquecento, e già quelle dell’isola erano state decise, toltale l’indipendenza, e anticipati i mali del servaggio, del quale parvero inseparabili le fami, le sollevazioni, i partiti di famiglia.
Ugo di Moncada storico, il primo che unisse il titolo di vicerè a quello di capitano generale del regno e delle isole, vide il popolo levarsegli in aperta ribellione, e lo represse atrocemente. Ettore Pignatelli mandato a scambiarlo, non potè indur pace, anzi col rigore esacerbò i tumulti a Catania, poi peggio a Palermo, ove Gian Luca Squarcialupo congiurò (1517), insorse, uccise i consiglieri, mise a tumulto e ruba tutta l’isola; nè il vicerè seppe opporvi che un’altra congiura, mediante la quale Guglielmo Ventimiglia riuscì a trucidare lo Squarcialupo e moltissimi faziosi: gli altri furono mandati al supplizio alla spicciolata.
Ne crebbero i rancori, e gli inveleniva Francesco I; Pompilio Imperatori co’ suoi fratelli, esclusi dal perdono, s’accordarono con Marcantonio Colonna per impadronirsi dell’isola, ma scoperti, diedero altre vittime ai patiboli. A Sciacca intanto fra i Luna e i Perollo ostinavasi da mezzo secolo una nimicizia, che poi proruppe in guerra aperta (1529) e ferocissime vendette, finchè i Luna dovettero rifuggire a Roma presso Clemente VII loro zio.
Nè mai l’isola s’incallì al giogo: poi rinnovavansi ogni tratto le correrie de’ pirati, le eruzioni dell’Etna, le devastazioni ora de’ masnadieri ora de’ soldati; sicchè il commercio interno era scomparso, le campagne a mare spopolate e incolte; e dopo speso a fabbricare fortezze, a munir coste, a regalare i soldati che difendeano, toccava di vedere il paese devastato nella peggior maniera.
Molto costava alla Sicilia il dominio delle isole, cioè le Gerbe, Malta, Gozo e la conquistata città di Tripoli; finchè Carlo V non cedette Malta ai cavalieri di san Giovanni, che dovevano fare ogni anno omaggio d’un falcone al vicerè di Sicilia. Questa diede denari ed uomini per fortificarvi la Valletta, e ajutare nella spedizione di Tunisi Carlo V, il quale al ritorno approdatovi, in Palermo giurò osservarle i privilegi, ed ebbe un dono di ducencinquantamila scudi. In fatto rimanevano intatti i parlamenti, col diritto di votare; e i re giuravano la costituzione, di modo che la nazione rimaneva distinta dal re.
Fin dal 1513 vi si era introdotta la santa Inquisizione, non repulsata come in terraferma, anzi creduta opportuna contro le esuberanze dei magistrati, talchè molti alla giurisdizione di quella si sottoponeano volontarj[65]. Presto cominciò ad operare, non solo indipendente ma come superiore al Governo; scomunicò perfino la gran corte e l’arcivescovo, e convenne che il governatore duca di Feria mandasse mille armati (1602) contro il palazzo ove i padri inquisitori s’erano afforzati. Non per questo si frenarono, e nel 1641 diedero il primo spettacolo d’un _auto-da-fè_ sopra un francese Verron calvinista, un moro battezzato e relapso di nome Tedesco, e un Tavolara calabrese agostiniano. Frà Diego La Matina, uomo erculeo, condannato alla galera dal Sant’uffizio, si adoperò a pervertire i compagni; messo poi in carcere, spezzò le manette, e avventatosi sull’inquisitore venuto alla visita, l’uccise: per ciò condannato al fuoco, fu arso pubblicamente il 1658. Nel 1724 è memoria del supplizio di Gertrude Maria Cordovana, pinzochera Benedettina, e frà Romualdo laico agostiniano, rei di quietismo.
Il re aveva nell’isola anche autorità pontificale, in forza della così detta monarchia; e gravi cozzi ne nasceano colla Corte romana, attesochè i vicerè spesso ne abusavano, volendo a quel tribunale trarre le cause direttamente (_per viam saltus_), e non solo per gravame (_per viam gravaminis_); vi metteano giudici secolari; non soffrivano d’appellarsene a Roma; e Pio V e Gregorio XIII n’ebbero lunghe quistioni con Filippo II.
Nel 1558 vi fu istituito il tribunale del concistoro, poi riformati internamente i giudizj, coordinando gli appelli. Caddero allora i sommi uffizj della corona; e al gran giustiziere, al gran camerlengo, ai gran cancellieri si surrogarono i presidenti della gran corte, del concistoro, del patrimonio: restavano il gran siniscalco per mera onoranza, e il protonotaro che nelle assemblee prendea la parola a nome del re.
La feudalità, che Ruggero e Federico II si erano affaticati a svellere, vi fu consolidata dagli Aragonesi, che nella lotta voleano essere sostenuti dal favore dei Grandi. Re Giacomo alla sua coronazione creò quattrocento militi; più di trecento re Federico, e assai conti; e forse tre quarti de’ Comuni legaronsi in feudi[66]. Carlo V introdusse anche duchi e principi; e la nobiltà feudale vi conservava molta potenza. Il principe di Butéra, primo titolato di Sicilia, nelle solennità pubbliche inalberava lo stendardo regio, come succeduto ai gonfalonieri di Sicilia; poteva anche armare una compagnia di cavalli con trombe, tamburi, insegne, al modo stesso delle compagnie reali. Alcuni baroni univano in sè otto, dieci, fin venti signorie differenti. Tal era «Luigi Ruggero Ventimiglia e Sanseverino dei Normanni, degli Svevi e d’Aragona, per la grazia di Dio XXII conte di Ventimiglia, marchese di Lozana, delle alpi Marittime, conte d’Ischia maggiore, Procida, Lementini, XVIII conte-marchese di Geraci, principe di Castelbuono e di Belmontino, marchese di Malta e di Montesarcio, duca di Ventimiglia, barone di San Mauro, di Pollina, Bonanotte, Rapa, Calabrò, Rovitella, Miano, Tavernola, Plocabiava e Mili, primo conte in Italia e primo signore nell’una e nell’altra Sicilia, grande di Spagna di prima classe, principe del sacro romano Impero, gentiluomo di camera di sua real maestà con esercizio». Ercole Michele Branciforti e Gravina, oltre i diciannove feudi che componeano la signoria di Butera, era principe di Pietraporzia, duca di Santa Lucia, marchese di Militello, Val di Noto e Barrafranca, conte del Mazzarino, Grassoliato, Raccuja, barone di Radali, Belmonte, Pedagaggi, Randazzini co’ suoi casali e pertinenze, signore delle terre di Niscemi, Gran Michele, del lago Biviere di Lentini, dei feudi di Braccalari, Gibilixeni, Sijuni colla torre di Falconara[67].
V’ebbe anche in Sicilia vicerè benefici, e soprattutto fastosi. Garzia Toledo a Palermo fece costruire il molo e la via principale, un arsenale a Messina, una fortezza in Malta, due castelli ad Agosta. Marcantonio Colonna crebbe il fabbricato dell’Università di Catania, abbellì di porte Palermo. Ma quando moltiplicavansi qui pure chiese sontuosissime e di mal gusto, divenivano inservibili i porti, impraticabili le strade; invano Palermo domandava un prestito per fare una gettata allo stupendo suo porto; invano ripeteasi che «per non vi esser ponti in molti fiumi, ogni anno si annegano infinite persone, dal che nasce la perdizione di tante misere anime... in disservizio di Dio ed aggravio della coscienza di sua maestà». — Il vicerè (scriveva il residente pel granduca) usa di tutti gli artifizj per cavar denari assai di questo regno, che è omai ruinato affatto... Il cattivo governo che hanno tutte le città, le conduce a termini disperati...; o per un verso o per un altro, voglion danari; cosa che atterrisce vedendo sete inestinguibile... Le fortezze sono omai state riedificate tante volte; perchè il vicerè del regno e altri ministri hanno avuto, quasi d’ordinario, per fine di far ruinare quelle che ha fatto l’altro, e di nuovo, secondo il suo parere, far riedificare. Il che non è meno d’incredibile spesa alle città del regno, che sia di comodità a’ ministri d’arricchirsi». La prosperante industria degli zuccari perì dacchè si mantenne il dazio sullo asportato, mentre ricevevasi quello d’America.
Anche il mantenere la Goletta in Africa porgea pretesto ai vicerè di rincarire e incettare il vino, gli olj, i salumi, il grano, che poi invece si spedivano tutt’altrove. Insomma vuolsi che, ne’ ducenventisette anni della dominazione vicereale, l’isola pagasse a Spagna mille centrenta milioni di ducati, cioè da cinquemila milioni di lire.
Poi tra le morìe, le fami, e le enormi esazioni sopraggiungevano irreparate le correrie dei Turchi, contro i quali indarno si mantenevano moltissime galee. Qual meraviglia se il popolo ogni tratto tumultuava? e la parola di quelle inutili sollevazioni era _pane_.
Non dimentichiamo come questi mali e questi lamenti fossero comuni ad altri paesi, al par de’ vizj che li producevano. Sotto i suoi duchi la Savoja dovette soffrire senza misura. In Francia nell’assemblea del 15 gennajo 1648 l’avvocato generale diceva: — Ecco dieci anni che la campagna è in ruina, i paesani ridotti sulla paglia dopo venduti i mobili per pagare imposte a cui non possono soddisfare; milioni d’anime sono obbligati a vivere di crusca e avena, e non isperar protezione che dalla propria impotenza. Questi sciagurati non possedono altro più che le proprie anime, perchè queste non poterono esser vendute all’asta. Gli abitanti delle città, dopo pagato la sussistenza e i quartieri d’inverno, le tappe e gl’imprestiti e il diritto reale e la conferma, hanno ancora la tassa de’ benestanti... Tutto il regno è spossato, esausto da tante imposizioni straordinarie che producono un’inanizione, i cui rimedj sono insopportabili quanto il male...». Dove agli statisti non isfuggirà come dappertutto l’arbitrio dello smungere i popoli rovinasse i paesi; mentre l’Inghilterra col solo diritto di esaminar le spese e determinare l’imposta, giunse al massimo grado di libertà civile.
CAPITOLO CLII.
Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del Bedmar. Masaniello.
Il più memorabile fra i governatori di Milano fu don Enrico de Azevedo conte di Fuentes (1601-10). Superbo e dispettoso, pubblicamente rimbrottava i magistrati; coll’immediato intervenire imbarazzava l’amministrazione e la giustizia; infliggeva bastonate e galera senza udir il senato, mentre salvava gravissimi malfattori; negl’impieghi poneva i più striscianti, ma il dar gli stipendj considerava come un favore, sicchè quei che non poteano averli coll’andargli a versi, se ne rimpattavano col lasciarsi corrompere; regali non accettava, ma valeasi a talento del denaro pubblico, e lasciava che i suoi secretarj ricevessero e malversassero; per spie tenevasi informato di ogni minuzia, ammetteva ognuno all’udienza, ma dopo le prime parole interrompeva e rinviava insoddisfatti.
Volle accattar fama col costituirsi avversario al re più rinomato del tempo, Enrico IV di Francia; dicea spesso morrebbe contento se morisse guerreggiandolo; quando l’udì assassinato ne prese tal gioja, che, ricevuto il corriere a mezzanotte, fece levar il confessore e tutti i domestici per annunziare l’evento. Enrico IV aveva dovuto sostener la guerra per condurre la pace; ed il Fuentes perpetuava la guerra senz’altro titolo che di turbar la pace. Ebbe continuamente in piedi un esercito fin di trentamila uomini, alimentati dai sudditi che doveano darvi alloggio e una lira per uomo e due per cavallo. Ciò intitolavasi prestito e anticipazione, per soddisfar al quale s’imponeva poi una tassa, ed i sudditi doveano bensì pagarla ma non ricevevano alcuna restituzione. Nel trattato di Lione colla Francia erasi posta la clausola che il Fuentes non sarebbe obbligato a licenziar le truppe che aveva in armi volendo adoprarle ad altre spedizioni: ond’egli con tale esercito teneva in isgomento i vicini, mentre ripeteva solenni proteste di pace, ingelosì il proprio re, che invano gli ordinò di mandare quell’esercito ne’ Paesi Bassi: perchè i decurioni milanesi faceano lamento delle nuove gravezze, e’ li cacciò prigioni; perchè il re lo disapprovava d’aver usurpato le attribuzioni del senato coll’applicare pene, rispose: — Voglio far a modo mio; e chi ne preferisce un altro, può venir a prendere il mio posto, e lasciarmi tornar a casa».
Fondato sull’averla l’imperator Venceslao investita a Gian Galeazzo, il Fuentes pretese togliere la Lunigiana al granduca, e spedì armi, mentre lui e i marchesi di Malaspina citava alla camera di Milano perchè rilasciassero quelle giurisdizioni. Il granduca rispose coll’armarsi, e il Fuentes desistette. Però, dacchè Francia ebbe rinunziato a Saluzzo, i politici conobbero che l’Italia rimaneva in arbitrio della Spagna[68]; e il Fuentes volle profittarne subito coll’occupare il marchesato del Finale, posto fra il Saluzzese e Genova, e che metteva la Lombardia in comunicazione col mare, sicchè potrebbe avere truppe di Spagna senza passare pei Grigioni o pei Veneziani. Già l’Albuquerque avealo invaso nel 1571 durante una sollevazione, fingendo temere non l’occupassero i Francesi; ma l’imperatore che n’era signor diretto, lo ridomandò col patto di tenervi guarnigione tedesca. Ora possedendolo l’ottagenario Alessandro Del Carretto, il Fuentes se lo prese con Monaco e Novara, per quanto i principi esclamassero, e sovra tutti il duca di Savoja che da un pezzo v’avea la gola.
All’estremità del lago di Como il Fuentes fabbricò un forte detto dal nome suo, per dominar il passo verso i Grigioni, allora padroni della Valtellina, e collegatisi colla Francia e con Venezia. Un altro ne voleva munire a Soncino per intercidere la comunicazione fra Venezia e gli Svizzeri; al tempo stesso che il vicerè di Napoli preparavasi a fabbricarne uno a Longone, che avrebbe comandato a Portoferrajo e a Livorno de’ Toscani, a Civitavecchia del papa, alla Corsica di Genova; oltre che da un forte avanzato in mare imporrebbe agli Olandesi ed Inglesi che frequentavano Livorno, ed agevolerebbe i tragitti di Spagna in Italia. Insomma il Fuentes, dice il Boccalini, «più che al governo de’ popoli, attese alla dannosa agricoltura di seminar gelosie e piantar zizzanie»; ma lo scusa l’essere stato «in Italia un portento non più veduto, officiale spagnuolo nemico del denaro»[69].
Gli fa riscontro don Pedro Tellez y Giron duca d’Ossuna, uno de’ signori della corte spagnuola più rinomati per vivacità ed ingegno. Coi frizzi suoi disgustò Filippo III, il quale lo chiamava il gran tamburo della monarchia; rimosso dalla Corte, guerreggiò in Fiandra, dove Enrico IV dilettavasi dell’ingegno di lui, e Giacomo I di disputar seco sulla lingua latina. Richiamato e colmo d’onori, persuase a riconoscere l’indipendenza dell’Olanda, si oppose alla cacciata dei Mori, ma questa tolleranza e alcune arguzie il posero in briga colla santa Inquisizione. Cansatosene, fu mandato vicerè in Sicilia (1610). Accorto, suntuoso, spirito forte, orditore d’intrighi e tessitore di novità, disposto a valersi di tutta l’autorità concessagli e più, come tutti di quel tempo, adoperava mezzi triviali a disegni giganteschi. Teneva allegra la gente, spesso aperto il teatro, oltre le maschere, il carnevale mandò fuori quattro carri di vino e di prosciutti e di camangiari, che lasciò saccheggiar alla plebe: una volta ordinò che _tutti_ gli abitanti di Palermo il giorno di carnasciale uscissero in maschera; un’altra i magistrati di Messina e tradurre in ferri a Palermo. Avendo fatto prendere e appiccare un prete delinquente ricoveratosi in chiesa, l’arcivescovo lo dichiarò incorso nelle censure, ed egli piantò la forca davanti alla porta del vescovado, minacciandola a chiunque entrasse o uscisse, e fu forza assolverlo. Represse i masnadieri e le correrie dei Turchi, rialzò le vecchie fortificazioni, ed ebbe principal parte alle spedizioni del 1613 e 14, in cui la Spagna si segnalò di vittorie: da cinquantamila Turchi fe schiavi, liberò da diciassettemila Cristiani, delle prede usando gran larghezza ai poveri.
Richiamato in Ispagna (1618), fu presto mandato vicerè a Napoli, e venutovi con dodici galee, di cui tre eran sue particolari, e con 200 persone, nella sua prima grida diceva: — Fra gli altri disordini sappiamo esser quello del disprezzo che si fa dalla nobiltà alla plebe, donde l’odio di questa verso di quella, e detrimento alla tranquillità pubblica. Particolarmente dispiace al popolo d’intendere alcuni nobili e titolati servirsi, parlando del vulgo, della parola di _canaglia_. Ciascuno stia nel suo dovere; il vulgo rispetti la nobiltà, e questa si astenga di disprezzarlo... Come in questo regno sono molti gli ecclesiastici e spesso infratellandosi e insinuandosi troppo con secolari, dimenticano l’obbligo che devono al loro carattere, e si fan lecito di parlare in pubblico con petulanza e arroganza di quelli, a’ quali devono onore e rispetto, col pretesto di aver diritto a censurare i vizj, sappiano che, essendo anch’essi sudditi al re, avremo particolar cura che siano rispettati o castigati secondo si comporteranno». Parole che fanno bel sentire ai vulghi.