Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 10
Represse gli ecclesiastici che speculavano sui testamenti; cassò una tassa, concessa ai Gesuiti, su ciascuna libbra di pane; impedì s’impiantasse l’Inquisizione spagnuola sul continente. «Fece buttar un bando, sotto pena della vita ai soldati, che niuno possa cacciar fuori la spada per far briga; e di cinque anni di galera a chi quelli spartisse, non essendo soldato»; e mandò alla forca due fratelli soldati che per difendersi poser mano alle spade. In una festa si fa tumulto? ed esso invia alla galera due litiganti: passando pel mercato, ode il popolo lamentarsi d’un vinajo o d’un gabelliere? esso gli fa dare cinquanta bastonate: un forzato gli grida che il suo aguzzino lo tiene in ferri più del tempo prescritto? il vicerè fa sciogliere il galeotto, e metter al suo posto l’aguzzino. Giustizia sommaria, che Dio ce ne scampi.
Due ciarlatani spacciavano contravveleni; e l’Ossuna ordina che entrambi prendano veleni, poi i loro antidoti; uno muore, quel che sopravvive ha una collana d’oro e privilegi. Un cavadenti che gliene ruppe uno in bocca, sentenziò alla galera. Una volta ad una commedia soverchiando la calca, comanda escano tutti, pena cinque anni di galera agli ignobili e cinque di relegazione ai nobili. In un ricevimento di gran nobili s’introduce uno da meno, ed egli il fa prendere e bastonare lì lì. Chiamavasi anche in camera gl’imputati, e con parole dolci o con severe ne traeva confessioni, meglio che colla corda, dice il cronista, e sopra quelle li condannava; se non riuscisse, dall’aguzzino faceva applicar le bastonate in sua presenza. Poneva suoi creati in uffizio nelle varie città, dove rubavano a man salva. Venuti quei di Reggio a lamentarsi d’un Aledo che gli assassinava, li trattò di vigliacchi e minacciò di galera perchè sparlassero d’un suo fidato; talchè, sgomentati i popoli dal portar querele, «ad essi uffiziali restò scala franca di potere assassinare li poveri popoli, e rubavano e assassinavano impune il regno, tanto che non si può scrivere». Essendo poi esso Aledo venuto a Napoli con ottantamila ducati e di molte gioje, il duca gli disse: — Fanno di bisogno a S. M.», e spogliatolo con beffarda giustizia, lo rimandò «all’officio a far peggio»[70]. Il principe della Conca e il marchese di Campolattaro, da lui deputati a visitar i castelli del regno, smunsero per proprio conto ducentomila ducati, nè si pose mente ai reclami; anzi il Campolattaro, accusato pure d’aver procurato l’uccisione d’un frate, fu spedito generale contro i sollevati delle Fiandre. La costui moglie guadagnava ducati a migliaja coll’impetrar favori a questo e a quello.
Una volta furono côlte galee turche cariche di zuccaro, che fu venduto a un droghiere. Un turco, se lo liberassero, promise rivelare un gran segreto, e fu che in quello zuccaro erano miste assai gioje e monete, destinate al gransignore. Si arresta dunque il droghiere, per quanto protestasse non aver nulla trovato; nè di liberarsi vide egli altro modo che mandare alla Campolattaro una cedola di mille ducati. L’Ossuna citatolo, mostrógli quella cedola, qual prova di sua reità, e per quanto giurasse che i suoi aveano messo insieme quel denaro a gran fatica, il fece metter alla corda, «ligato a un funicello nuovo, che mentre stiede appeso, sempre voltò intorno; e persistendo tal tormento per un’ora e mezzo, sempre invocando il nome della beata Vergine per ajuto, nè dicendo altro alla interrogazione fattagli, fu disciolto e liberato».
Numerosi corsero allora i processi di fatucchieria, fra cui citeremo quest’uno. La baldracca d’un prete confessò a questo una malìa fatta da donna Vittoria Mendoza perchè l’Ossuna non amasse altri che lei e sua figlia e il genero; che di fatto erano saliti in grandissimo favore ed orgoglio. L’Ossuna, uditone, fu da donna Vittoria, e col pugnale la obbligò a confessare, indi riferì l’avvenuto alla propria moglie, attribuendo tale scoperta alle orazioni di lei, la quale non rifiniva di ringraziar Dio che avesse rotto cotesto fáscino. L’accusata però era figlia del duca d’Alcala, moglie del duca d’Ozeda, in parentela con grandi di Spagna; onde l’Ossuna, che del resto l’amava, non pensò a punirla, eseguendo la legge sopra le altre streghe e loro mariti (Zazzera).
Siffatte miserie erano intercalate da suntuosissime feste, perocchè altrettante Corti s’aveano a Milano, a Palermo, a Napoli, con ambasciadori, rappresentanze, fasto, protezione di lettere. A quella del conte di Lemos, fu recitato il _Don Juan_ dello spagnuolo Tirso de Molina, che tradotto in italiano, con una nostra compagnia passò a Lione, città mezzo italiana, dove lo conobbe e imitò insignemente Molière. Alla corte dell’Ossuna vivea Quevedo, specie di Voltaire tutto arguzie e buon senso, col quale temperava la foga dell’Ossuna, a cui serviva poi come ministro segreto in tutta Italia. Moltiplicavansi dunque le rappresentazioni teatrali, e cavalcate splendidissime, processioni solenni, corse sul mare, festini, mascherate, cuccagne, giostre, tutto accompagnato da rinfreschi e confortini e ricchi donativi; e spesse volte lasciavasi alla plebe e ai cavalieri da saccheggiare l’apparecchio. Or dodici carri, allestiti ciascuno coi più ghiotti manicaretti, da valere fin cinquecento ducati l’uno, son disputati fra trecento uomini, nudi in calzoni e tinti di pece, e saccomannati, «che fu quanto nuova che bella vista, e con molte grida ed allegrezza del popolo»; or novanta dame vestite da Ischiote vengono in palazzo a portar regali ciascuna, or s’imbandisce per diecimila persone, e singolarmente «per venticinque cortegiane le più famose di Napoli, servite regalissimamente; e volle S. E. andar a vedere e burlare con loro». Talvolta era la viceregina che dava un ballo tutto di signore, vestendole essa del suo; talaltra si rappresentavano in quattro distanze della città le quattro stagioni con emblemi e i frutti e le occupazioni da ciascuna. Qualora il vicerè o la viceregina intervenissero a solennità, erano presentati di molti panieri di frutte e confetture, ed essi le facevano gettar al popolo, il quale vi si avventava «gran furia, non senza gravi pugni e calci, dandosi fra di loro come cani arrabbiati, con gran riso di S. E. e delle dame»; e per ravvivare quello spasso, S. E. buttava una collana d’oro fatta a pezzi, o denaro. Tutto veniva ringalluzzito dal buffone del vicerè, che ora da lui era vestito di toga per cuculiare la magistratura, ora eletto a decidere di litigi ne’ quali alle grottesche sentenze non mancava mai di soggiungere una buona mancia per sè.
Con ciò l’Ossuna blandiva la plebe; il suo stipendio divideva tra i bisognosi, e spesso con propria borsa liberò imprigionati per debito; ben ventisette baroni mandò a morte; abolì alquanti balzelli tediosi al vulgo: colla propria spada tagliò la bilancia a un grascino, che sul mercato pesava le civaje per tassarle, dicendo, — I frutti della terra son dono di Dio e premio alle fatiche del povero». Pensate se i lazzari lo portavano in palma di mano!
Frattanto nel cuor della pace soldava Francesi e Valloni e costruiva navi; tenne ben venti galeoni grossi e altrettante galee, e sedicimila soldati, e soccorse gli Austriaci in Lombardia e in Germania. Tutto ciò senza vender nulla del patrimonio regio, ma con esazioni straordinarie; levò prestiti forzati, staggì gli averi di negozianti forestieri, alloggiò presso i privati le truppe, le quali rubavano a man salva perfino gli arredi di chiesa; e si vantò d’aver vantaggiato l’entrata di un milione e centomila ducati.
Questo, e le sterminate ricchezze, e le potenti parentele «gli fecero sorgere gran libidine di regnare, non più come ministro d’un gran re, ma come sovrano d’un gran regno» (Leti); e cercò intendersi coi potentati d’Italia, massimamente con Carlo Emanuele, irrequietissimo avversario dell’Austria, forse con Venezia, cogli Uscocchi, coi Turchi, certo con Francia. Ma questa, per quanto volonteroso di turbar il Napoletano, pare non gli abbia dato orecchio, forse perchè temeva non giocasse a due mani.
Venezia era malvista dalla Spagna, non solo come emula vicina e come repubblica, ma perchè, massimamente dopo la chiassosa sua lite col papa, rappresentava l’opposizione, cioè le idee protestanti; si mormorava desse appoggio agli Acattolici, trattasse coll’Olanda, spedisse denari e munizioni ai Riformati nella guerra dei Trent’anni[71]; onde l’ambasciadore spagnuolo concludeva: _Aut Roma, aut Carthago delenda est_.
Uscocchi, che in illirico significa fuorusciti, si chiamavano i cristiani che dalle provincie man mano invase dai Turchi, dalla Croazia, dall’Albania, dalla Dalmazia, erano rifuggiti sulle coste meno accessibili dell’Adriatico: molti aveano avuto ricetto da un Ungherese, signore di Clissa, fortezza inespugnabile sopra Spalatro sulla costa Dalmata; e di là correano addosso agli Ottomani, sinchè ne furono snidati. Segna (_Zengh_), dentro al golfo del Quarnero, tra fondi inaccessibili a navi grosse, era pretesa dagli Ungheresi e minacciata dai Turchi; onde l’imperatore per conservarsela vi lasciò stanziare gli Uscocchi. Quivi non potevano essi vivere che corseggiando, abilissimi fra quell’andirivieni di isolotti e di seccagne; e dal prendere le navi turche passarono a molestare anche le cristiane; e crescendosi con quanti Italiani od Austriaci volessero esercitar il coraggio o continuare i delitti, posero a sacco le città di Dalmazia, e si rideano de’ legni armati a loro danno.
Il papa, altri potentati d’Italia e l’imperatore da gran tempo querelavansi che Venezia avesse usurpato come proprio l’Adriatico, anzichè lasciarlo libero a tutti i costieri; ma giacchè se ne intitolava signora, lo tenesse almeno sbrattato: — Impedisca le incessanti molestie ai sudditi nostri», intimavale il Turco: i cavalieri di Malta e quei di Santo Stefano ne coglieano pretesto di predar le navi veneziane, come rappresaglia. Venezia doleasi all’imperatore Massimiliano; e questo impiccava sì qualche Uscocco, ma le costoro braverie trovava opportune a reprimere i Turchi; onde tolse a proteggerli alla scoperta, crescendo baldanza alle loro devastazioni; e in guerra atroce gareggiavasi di supplizj come quando ognuno trovasi per difesa ridotto a farsi giustizia da sè.
I Veneziani, non più sicuri nel proprio golfo, e pressati dalla Porta a tor di mezzo que’ masnadieri, entrarono nel Friuli austriaco, assediarono Gradisca (1617), demolirono varie borgate a mare, coviglio de’ pirati, e si allearono colle Provincie Unite e col duca di Monferrato nemici all’Austria. Era succeduto nel governo del Milanese don Pier di Toledo, austero, subito al comandare, fiacco al far eseguire; che tolse di carica il grancancelliere benchè nominato dal re, nulla a questo badando allorchè ordinogli di ripristinarlo. Ricco di coraggio non d’abilità, egli fu lieto d’un’occasione di guerra, ed occupa Vercelli, mentre il vicerè Ossuna spinge sue galee nell’Adriatico, e presi alquanti legni veneziani, ne mena trionfo (6 7bre), ed assume per divisa il cavallo col motto _Vittorioso in mare e in terra_. La pace di Parigi mette in cheto le cose, restituendosi le città all’Austria, che allora frenò gli Uscocchi, trasportandone la più parte nel territorio di confine. Avrebbe essa dovuto rendere anche le prese e pagare un grosso compenso, ma rimandava da oggi in domani, e versava sopra il Toledo e l’Ossuna la colpa del non voler restituire Vercelli e le galee, nè sbandare le truppe.
Infatti l’Ossuna, od Alfonso de la Cueva marchese di Bedmar ambasciadore ispano a Venezia, fecero scrivere, probabilmente dal Welser, uno _Squittinio della libertà veneta_, ingiuriosissimo a Venezia: Paolo Sarpi, richiesto dalla Signoria a rispondervi, esso sì caldo impugnatore di Roma, cagliò, onde si ricorse alle penne dell’olandese Gross Winkd e del genovese Rafael della Torre. L’Ossuna mostrava anche a Paolo V come i Veneziani non fossero da tenere per cristiani, giacchè spesso aveano fatto pace e trattati coi Turchi, cacciato i Gesuiti, avversato al papa, favoriti gli eretici di Francia e d’Olanda.
Così invelenivansi gli umori e stavasi già in sospetti, quand’ecco il consiglio dei Dieci fa arrestare ed uccidere alquanti stranieri. Che è, che non è, il popolo, nel bujo di quelle arcane processure, bucina che i presi e i morti sieno a centinaja; essersi scoperta una congiura, diretta a mandare in fiamme la città, in rovina la repubblica, e parteciparvi molta nobiltà: e perchè il marchese di Bedmar andossene quei giorni dalla città, si presunse autore dell’ordita. Congetture in aria, tanto più che colla Spagna non s’interruppero le relazioni, e che la signoria non pubblicò veruna informazione, solo ordinando ringraziamenti a Dio per la repubblica salvata.
Questo mistero pensate a quante ciancie diè luogo; gli sbizzarrimenti de’ novellieri furono adottati dagli storici; e restò la credenza che il duca d’Ossuna avesse tramato d’annichilare Venezia, mettervi il fuoco, trucidare il doge e i senatori, occupare la terraferma; intendersela a tal uopo con molti Francesi, col Toledo, col Bedmar; già tutto esser sullo scocco, quando il caso o un traditore lo sventò. I critici successivi non poterono venirne al chiaro: ma sembra che una trama fosse in fatto sul telajo, opera di alcuni mercenarj sbanditi da Francia al cessare delle guerre civili, e postisi al soldo di Venezia, e massime di un Giacomo Pierre normando, uom di mano e pratichissimo corsaro, il quale, per guadagnar compagni, prometteva ajuti dalla Spagna: ma la cosa fu sul principio scoperta e sventata colla morte di poche persone[72].
Ma la Spagna v’era implicata veramente? I Governi d’allora davano orecchio e mano a chi tentasse nuocere ai loro nemici; e sembra provato non fosse soltanto millanteria de’ congiurati l’appoggio di essa, benchè la prudenza dei Dieci il dissimulasse onde evitare una rottura. Il Bedmar passava per uno degli ingegni più aperti e istrutti della Spagna, versatissimo nella storia, di modi gentili, di larghi accorgimenti, sicchè rendevasi caro e stimato, e da Venezia fu tolto per portarlo governator della Fiandra, e poco poi cardinale. Ma l’Ossuna vedemmo come spiasse ogni via di pregiudicare Venezia, e come si divincolasse per sottrarsi alla pace; anzi si lasciava intendere di volerla fra poco diroccare; se poi con arti tali, io non l’oso asserire.
Certo egli, arrischiandosi viepiù perchè aveva sposato una figlia al figliuolo del duca di Lerma, ministro onnipotente di Filippo III, non dissimulava le ambizioni, graziava condannati a morte, abbondava in limosine e donativi, sorreggeva la plebe contro la nobiltà, blandiva Giulio Genovino eletto del popolo, fazioso uomo che avrebbe côlto volentieri il destro di fare man bassa sui nobili e ottenere al popolo parità di privilegi.
Contro l’Ossuna esclamavano dunque i preti di cui non rispettava le immunità, i nobili di cui reprimeva gli abusi, i pii che scandalezzava coi disciolti costumi e cogli scherzi irreligiosi. I principi d’Italia in gran sospetto domandavano fosse rimosso[73]: ma come averne ragione? La Corte gli mandò l’ordine di disarmare, ed esso invece ingrossò le truppe col pretesto d’una spedizione contro i Turchi; e poco dopo fidandosi delle spagnuole, le sparpagliò nelle provincie e sul littorale, e prese al soldo Francesi e Uscocchi. Udendo poi che la Corte gli mandava un successore, disse: — Lo riceverò con ventimila uomini»; e a sua moglie che gl’insinuava d’obbedire, gittò in faccia un piatto d’argento: raddoppiò intrighi col maresciallo Lesdiguières e con Carlo Emanuele; riconciliossi i nobili con cariche e doni, i Gesuiti col confessarsi da loro, la ciurma col lasciare impuniti i misfatti: alla Corte imperiale promise soccorrere con ventimila fanti, duemila cavalli e due milioni in oro se gli fosse prorogato il viceregno; a Madrid profondeva denaro e promesse, e mostrava il pericolo di rimoverlo mentre raffittivano minaccie Venezia e il Turco; avendo chiamato qui suo figlio colla sposa, li festeggiò senza misura, messe fuori le gioje reali, si pose in capo la corona, e domandò ai circostanti se ben gli stesse; ma il principe di Bisignano gli rispose: — Sta bene, ma in fronte al re»[74].
Il cardinale Borgia, destinatogli successore (1621), dovette dunque di sorpresa occupar Napoli; «nottetempo entrò in Castelnuovo; la mattina si cominciarono a sparare tutte le artiglierie piccole e grosse, e il duca si svegliò alla tempesta di tanti tiri, ed ebbe a morir di dolore». Così l’agente del duca d’Urbino, che soggiunge: — Questo è uno dei grandi matti che abbino mai governato questo regno... Si porterà seco ducentomila ducati d’oro, senza quel che ha dissipato e dato via...»[75]. Reduce a Madrid, il debole e corrotto Governo l’accolse magnificamente e quasi in trionfo: ma cambiatisi quell’anno stesso re e ministro, egli fu messo prigione[76] co’ segretarj e gli amici; in un processo di tre anni i Siciliani deposero tanto bene di lui, quanto male i Napoletani; infine s’intese ch’era cascato d’apoplessia. Suo figlio, alcuni anni dopo, venne vicerè in Sicilia.
A questi incidenti teneva occhio e aggiungeva importanza la Francia, la cui rivalità con Spagna fomentava i malumori, assicurando un appoggio a chiunque si levasse contro di questa. E principalmente nel regno di Napoli essa diede mano più volte a insurrezioni[77]; e nel 1644 il marchese Saint-Chaumont, ambasciatore pel Cristianissimo a Roma, scriveva distesamente di trame a favor di un signore italiano, che non voleva esser nominato se non al Richelieu, per tentare un colpo sopra il Reame. «Da qualunque lato si guardi, sarebbe di vantaggio a Francia, se non altro per darvi briga a’ suoi nemici, e impedire che ne cavassero uomini e denari per conservazione degli altri Stati».
E di interni tumulti occasioni troppe offrivano l’improvvido governare e l’inesplebile esigere; ma le chiassose dimostrazioni riuscivano sempre ad un fine stesso, buone parole finchè il tumulto durava, poi forca e galera. Sotto il Toledo vi fu sommossa contro il dazio sui comestibili; e il Fucillo capopopolo, salito in palazzo a presentar le domande, poco poi fu visto impiccato al balcone tra due fiaccole, e la folla dispersa a bastonate. Sotto il primo duca d’Ossuna sollevossi la plebe pel caro del pane, e incolpando l’eletto Gian Vincenzo Starace d’essere d’accordo col vicerè, l’uccisero, e cavatogli il cuore e le budella, queste e i brani del corpo sospesero per la città. Il vicerè lasciò bollire quel furore promettendo; poi, animato anche dagli esempj di papa Sisto V, fece arrestare i capipopolo, e fin trentasette tanagliare, strascinare, squartare, cinquantotto messi in galera, più di mille banditi; abbattuta la casa d’uno speziale che diceasi sommovitore, ponendovi una colonna infame, attorno alla quale entro nicchie ingraticolate le teste de’ principali. Anche nel 1584 avendo il vicerè imposto un ducato per ogni botte di vino, frà Lupo cappuccino si oppose risolutamente, eccitando il popolo, che di fatto non soffrì tale aggravio.
E lamenti e badalucchi rinnovavansi ad ogni nuova imposta, e non impedivano di stillarne sempre di nuove; e diceasi in proverbio che il popolo di Napoli si governa con Farina, Forca, Festini. Nel 1622 «il giorno dell’Epifania il cardinale vicerè era andato all’arcivescovado... e la plebaccia infame, arrecandosi dal Governo quello che gli viene da’ peccati suoi, non solamente maltrattò sua signoria illustrissima di parole, ma minacciò fatti... Vedendosi mancare il pane, prorompe in questi eccessi... Se quando si opposero a quelle gabelle l’estate passata... ne avesse impiccati una dozzina, e poichè non si trovarono i capi, zara a chi toccava, adesso non ardirebbero di perdergli il rispetto... Il popolo, per cagion della fame, si è tre volte sollevato questa settimana... sento che domani si faccia giustizia di grosso numero di quelle persone tumultuose, e particolarmente che se ne faccia morire una mano alla ruota; tormento troppo spaventoso... Oltre all’essere mangiate in erba tutte le entrate del re, e ridotto a tanta miseria il regno..., se qualche corpo di entrata ci è rimasto non intaccato, è rimasto proprio perchè alla Corte stessa non sarà bastato l’animo col suo braccio di cavarne sostanza senza metterlo in rovina»[78].
Il cardinale quassù accennato era Gaspare Borgia di Candia, famoso venditor di giustizia, ma che «si guardava bene da questa canaglia, che sopporta ogni cosa eccetto la mancanza del pane, pel quale non stima la vita»[79]. Il che, tradotto dal linguaggio diplomatico, significa che la _vil plebe_, credendo aver diritto di vivere, pretendeva a ragionevol prezzo il pane da quei che credeansi in diritto di prefiggerne il valore; e per ciò e per la alterata moneta più volte rumoreggiò. Le zannette, piccola moneta, erano ridotte dai tosatori a tale che nessuno più voleva accettarle, nè tampoco a peso. Credette il vicerè di provvedervi coll’abolirle; ma i banchi ne aveano per quattro milioni e mezzo di ducati, moltissime i particolari, perciò trovaronsi buttati in miseria, e non essendovi surrogato altro, ne rimaneva impacciato ogni commercio: nuova cagione di tumulti.
Al succeduto vicerè cardinale Zappata, mentre passeggiava fuor di città, s’accostò un povero con quattro pani in mano dicendo: — Vedete, signore, che pane brutto mangiamo!» Il cardinale gli disse: — Va con Dio, capo di popolo». L’uomo rispose arditamente che non era tale, e il vicerè comandò d’arrestarlo: ma quello a strillare; infinito popolo accorre «gridando in faccia al cardinale, — Ah zannettaro cornuto; e con le sassate che piovevano sopra gli staffieri, fecero rilasciar il prigione; e sua signoria illustrissima con la carrozza a volo se ne tornò dentro»[80]. Per tali insulti furono carcerate trecento persone, dieci condannate a morire sulla ruota, dopo tanagliate sopra carri pei pubblici luoghi; i brani de’ loro cadaveri sospesi per le mura a pascolo degli uccelli, e le teste entro gabbie di ferro sulle porte più frequentate; sedici condannati al remo, sdruscite le case, benchè vi stessero solo a pigione, tutti gli altri tormentati orribilmente, indi prosciolti.
Quell’anno tutto durò la sollevazione, che raffittì nel febbrajo seguente; e se «gli Spagnuoli non si facevano forti ai corpi di guardia, si rinnovava il vespro siciliano»: nel marzo, tre insurrezioni in una settimana: nel maggio di nuovo, e molte persone «della plebaccia» furono messe alla ruota, tagliata la mano, bruciate le case.
La guerra di Valtellina, poi quelle di Genova, di Mantova, di Catalogna, esigevano soccorsi, e i vicerè arrotavano or malfattori or paesani, de’ quali ben di rado ne tornava a casa. Il conte d’Olivares ordinò, anche in tempo di pace, si tenessero allestiti ventimila fanti e cinquemila cavalli per accorrere dovunque fosse bisogno; col che toglieva al paese di poterne dare quando il bisogno s’avverasse. Principalmente viceregnando il marchese di Monterey si cavarono dal Napoletano non solo per la Lombardia, ma per la Catalogna e la Provenza, sin a quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento cavalli, e un valore di tre milioni e mezzo di scudi, oltre il fortificare tutto il regno per paura dei Francesi, e crescere la squadra a sedici galee e ducentotto bocche di cannone.
Per bastare alle spese cumulavansi debiti; si staggivano le entrate che vi avessero i forestieri, poi anche quelle de’ nazionali sopra rendite fiscali; obbligavansi i Comuni a caricarsi di debiti; si vendeano terre fin allora regie, benchè si opponessero anche colla forza. Mandato dal vicerè Ponce de Leon per forzare i Comuni a soddisfare al dovuto, il giudice della vicaria nè tampoco trovò letto ove corcarsi; ma ad uno che gli mostrava la miseria e l’impossibilità di pagare, fu risposto: — Vendano l’onor delle mogli e delle figliuole, e paghino».