Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 11
A tali storpi era la più bella parte d’Italia. Invano si deputavano preti e frati perchè in nome del Signore del cielo mitigassero quei della terra; una risposta unica s’ottenea, le necessità della guerra. Il duca d’Alba (1622) nel suo viceregno provò pesti, tremuoti, guerra; pur «non mancò col suo valore andar incontro a’ Fati» (Giannone), e «dimostrò l’animo suo magnanimo e generoso nelle feste per la natività d’una figlia del re e per tosoni d’oro compartiti». Il surrogatogli duca d’Alcala (1629) dovette impegnare i proprj argenti perchè la Spagna tardò ad inviar le galee che il trasportassero; poi incalzato per sempre nuove truppe all’infausta guerra di Lombardia, vendette le giurisdizioni che ancor rimanevano, e che si opposero violentemente. Il duca di Medina, che lasciò il suo nome a una porta, a una fontana e ad un magnifico palazzo a Posilipo, smunse dal regno (1637) trenta milioni di ducati, e quando fu chiamato a renderne conto, sostenne che un vicerè non v’era obbligato, e vantavasi aver lasciato il paese in guisa, che non vi avea quattro famiglie capaci di imbandire buon pasto. Il prode Almirante di Castiglia, succedutogli (1644), trovando vuote le casse ed esigente il Governo, dichiarò non reggergli il cuore di veder un sì prezioso cristallo spezzarglisi nelle mani, ma alle sue rimostranze fu risposto, andasse a regolare un chiostro di frati: e cedette il posto a don Rodrigo Ponce de Leon duca d’Arcos (1646).
Intanto i Turchi infestavano le coste, i banditi le terre, i gentiluomini la città con quotidiani duelli, e abbaruffate simili a battaglie vere, don Ippolito di Costanzo e don Giuseppe Caraffa sfidatisi uscirono alla campagna con oltre cinquecento seguaci ciascuno. Si aggiungevano mali naturali; e il 1631 comete strane e fuochi per l’aria, e un mostruoso parto, e sangue gemuto dagli altari parvero preludere alle spaventose eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri furono spinte fin di là dell’Adriatico, e ai tremuoti della Calabria, da cui rimasero distrutte molte terre e la città di Nicastro, colla morte di diecimila persone. «Tutto ciò è un nulla (cominciò a predicare il medico Sassonio) a petto di quanto sovrasta; e il regno e il mondo tutto ne andrà a sobisso, il mare uscirà dal letto, pioveranno sassi, i monti vomiteranno fiamme»; e talmente sbigottì, che molti abbandonarono la patria.
Regnando Filippo IV, un legno carico di merci e di Cristiani riscattati da Barberia, infettò di peste la Sicilia. Filiberto di Savoja ch’erane vicerè, Giannettino Doria arcivescovo, la magistratura municipale, diedero inutile opera a mitigarla; cresceva di peggio in peggio, finchè qualche pio in una grotta del monte Pellegrino scoprì il corpo della romita Rosalia. Parve miracolo, e a folla i cittadini arrampicavansi su per quella deliziosissima pendice; la terra, l’acque, le pietruzze della grotta divenivano reliquie; l’immagine della santa era affissa per le case e le botteghe tutte; e mentre temeasi che la fatica e il contatto esacerbassero la morìa, il conforto venutone certo la alleggerì, forse la abbreviò.
Così si giunse fin al 1647, quando ogni cosa era sossopra; la Germania sanguinava per la guerra dei Trent’anni; la Francia ergeva barricate contro il suo re; l’Inghilterra un patibolo pel suo; in Levante rincalorivano le ostilità dei Turchi contro Candia; in Ispagna il conte duca d’Olivares fece assumere il titolo di Grande al suo povero re Filippo IV, e voleva meritarglielo coll’acquistare nuovi paesi, al qual uopo doveva ai popoli mozzar la libertà per ismungerli senza contrasti: col che infellonì i Catalani che insorsero a rivendicare il diritto di disporre di se stessi; perdette il Portogallo, acquistato sotto Filippo II; de’ Paesi Bassi dovè riconoscere l’indipendenza.
Le rivoluzioni sono contagiose; e ricorrendo allora in Sicilia una delle solite fami, se ne incolpava il vicerè Los Velez. Messina grida pane, e il vicerè accorsovi (1647), colle forche insegna a basire tacendo. Più seriamente a Palermo il popoletto attruppatosi, assalì la casa del pretore (20 maggio), minacciandovi il fuoco: nulla profittarono Teatini e Gesuiti, buttatisi fra’ tumultuanti fin col santissimo e colla promessa del pane buonmercato e non più gabelle; stracciati i registri; insultato agli esattori; sprigionati i debitori, i masnadieri e i Turchi, si diede il sacco. Capo del tumulto un Antonio Pilosa, ardito ad ammutinare, e insieme accorto a frenare e dirigersi a un fine. I nobili usciti a cavallo sparnazzando buone parole, indussero il vicerè ad abolir le gabelle sul vino, sulla farina, sull’olio, sulla carne, sul formaggio; ma il popolo non fidandosi, prese Francesco Ventimiglia, discendente dagli antichi Normanni, e il proclamò re. Declinando il pericoloso onore, egli si offre conciliatore fra il governo e la plebe, ma si prorompe alle armi; le corporazioni degli artigiani, minacciati di saccheggio, mettonsi coi nobili e cogli ecclesiastici, che tutti prendono le armi, reprimono gli ammutinati. Le forche fecero il resto: ma più settimane durò il subuglio; e Giuseppe Alesi battiloro, eletto capitano generale del popolo, tolti all’armeria reale fucili e cannoni, assalta il palazzo, proponendosi di cacciar gli Spagnuoli e mettere lo Stato a popolo. Il vicerè campò sulle galee; i nobili, perchè immuni da molte gravezze, perchè attaccati alla Corte da impieghi e da onori, perchè temevano disaumento ne’ fondi che tenevano sulle pubbliche banche, si attestarono per comprimere i ribelli; l’Alesi li chetò con promesse, talchè essi ed i magistrati lo elessero sindaco perpetuo con duemila scudi annui. Egli se ne gonfiò, procedeva fastoso in cocchio dorato, seguito da armigeri; onde perdette l’opinione del vulgo che lo gridava corrotto, o intento solo al vantaggio proprio, e ne motteggiava il lusso: sicchè i meglio stanti ripigliano il sopravvento; Alesi, abbandonato da tutti, è trovato in una fogna; e la sua con tredici altre teste sono portate in trionfo per la città.
Sossopravano contemporaneamente altri paesi della Sicilia: ad Agrigento il vescovo non si salvò che col dare ogni aver suo: a Messina trascendevasi in onoranze agli Spagnuoli, per fare l’opposto dell’emula Palermo, ma si domandava di levar le gabelle; pure i baroni riuscirono a reprimere, e il vicerè tornato sicuro fece spianare le case de’ rivoltosi, e colla forca credette restituir vigore alla giustizia; insieme mandava fuori una perdonanza generale, e promessa di abolire le gabelle e stendere migliori regolamenti; ma da Spagna fu trovato troppo morbido, ed egli sofferse tanti dispiaceri, che di crepacuore morì.
Il cardinale Teodoro Trivulzio, che, con coraggio e prudenza avea già governato il Milanese, vennegli sostituito (17 9bre), e non che ricoverare in castello, sbarcò in mezzo alla folla, che lusingata di tal confidenza e dell’avere un vicerè italiano, lo accompagnò festiva, gridando, — Pace e libro nuovo». Ed egli colle promesse e coll’affabilità cattivò gli animi, mentre inesorabilmente puniva chi ancora rialzasse il capo.
Di maggiori conseguenze tumulto si levò in Napoli. Il cardinale Mazarino, allora ministro di Francia, ed erede dell’odio del Richelieu contro Casa d’Austria, avea più volte tentato il regno delle Due Sicilie, e nominatamente nel 1640 sperò sorprendere Napoli mediante intelligenza col marchese d’Acaja; ma questo scoperto, fu dato al carnefice. I Francesi s’accostarono sbravando fin alla spiaggia di Ghiaja, ma furono respinti. Sei anni appresso, in occasione della contesa col papa pei Barberini, il Mazarino preparò nuovo armamento a Tolone, meditando fare una diversione dal Piemonte allora guerreggiato, col procacciarsi qualche possesso nelle maremme di Siena, e fors’anche ciuffare il regno di Napoli; ma per isminuire l’invidia di tanto acquisto, ne designava re Tommaso di Savoja, che vi teneva partigiani, e che prese il comando supremo della flotta (1646). Approdati con dieci galee, trentacinque navi, settanta legni minori, seimila fanti di sbarco e seicento cavalli, s’impadronirono del forte, delle saline di Talamone, di Santo Stefano, e assediarono Orbitello.
Il vicerè di Napoli, cui competeva la difesa di quei forti, vi avea spedito il prode Carlo della Gatta: le navi siciliane e spagnuole, affrontate le francesi (14 giugno) nelle acque di Talamone, si nocquero assai senza venir alle strette; ma nuovi rinforzi costrinsero i Francesi a recedere, perdendo molte artiglierie e l’ammiraglio Brezé. Una nuova spedizione sotto i marescialli La Migliaré e Plessis-Praslin tolse Piombino al Lodovisi nipote del papa, poi Portolongone; riparato così l’onore della Francia, e assicuratole un porto per isbarcare quando volesse a danno di Napoli, contro la quale spingea navi e tramava coi baroni malcontenti.
O lasciar prevalere i Francesi o far morire di fame i Napoletani, fu il dilemma, a cui era ridotto il vicerè duca d’Arcos: il quale per salvar l’onore della Spagna, dovette dal già esausto paese smungere nuovo denaro, e costrinse il parlamento a decretargli un milione di ducati. Non potevasi raccoglierlo che colle gabelle, ed essendo tutte vendute, nè sapendosi quali altre inventarne, si ridestò quella sulle frutte, odiosissima alla plebe, a cui quelle sono pascolo desideratissimo nel caldo clima, e dalla natura profuse. Giulio Genovino, che trovammo eletto del popolo e turcimanno dell’Ossuna, al cadere di costui avea avuto condanna di carcere perpetuo in Orano; ma col mandare a Filippo IV un modello in legno della fortezza del Pignone, ottenne la libertà; e reso a Napoli, si vestì prete per trovarsi sicuro e meglio pescare nel torbido. A tal uopo istigò alcuni frati a declamare contro la gabella; metteansi fuori cartelloni, e specialmente uno ov’era effigiata la Sicilia col motto evangelico, _Vi ho dato l’esempio; come ho fatto io, fate voi pure_; e quando il vicerè passava, urlavasi, — Abbasso la gabella.
Il giorno della Madonna del Carmine, la gioventù solea dar assalto ad un castello di legno in piazza del Mercato, brandendo canne, e guidato da capi. Uno di questi era Tommas’Aniello d’Amalfi[81], pesciajuolo di venticinque anni, ridotto miserabile dacchè i gabellieri colsero sua moglie con una calza di farina in contrabbando. Franco, vivace, costui era conosciuto dai signori per le cui case portava la sua mercanzia; più conosciuto dalla plebe, come avviene di chi mostrò fierezza e vigore, sincerità e giustizia; e in lui si rimetteano spesso le differenze, a lui chiedeansi pareri. Inizzato dal Genovino e dai frati (1647), mentre colla sua banda munita di canne ed arpioni passava dinanzi al palazzo, mostrarono ai signori di Corte le parti che l’uomo nasconde. Un’altra volta un villano, che non aveva un quattrino, e che sentivasi obbligato a pagar la gabella, butta per terra e calpesta i fichi che avea recati; gli si leva rumore intorno; chi raccoglie i frutti, chi ride, chi freme, tutti schiamazzano come si schiamazza a Napoli, e Masaniello sopraggiunto coi ragazzi dalle canne, difende il fruttajuolo, sbraveggia i dazieri, e che più non si vuol tollerare quell’insolito aggravio. Il magistrato fugge, il tumulto raffittisce, il popolo stringesi a Masaniello, e comincia, come sempre, dal bruciare i registri e i banchi degli esattori, poi si difila sul palazzo del vicerè, protestando devozione al sovrano, ma scontentezza del mal governo. Sbigottito da quel fiotto di popolo vasto e ruggente, il vicerè trova ragionevolissima la domanda: i popolari vogliono tolga pure la gabella sulle farine, ed egli concede: vogliono rintegri il privilegio di Carlo V, e poichè nella lunga tolleranza n’aveano dimenticato il contenuto, vogliono averne in mano l’originale; il governatore accorda tutto, e perdonanza generale, e una pensione a Masaniello se acqueta il popolo. Masaniello nega separarsi dai fratelli, e in poche ore trovatosi padrone della città, obbliga ognuno a prendere le armi, scarcera i contrabbandieri e debitori del fisco, cassa le gabelle, comanda a’ fornaj di fare la libbra di pane di quarant’once per quattro grana; disarma i forti, lascia abbruciare cento ridotti di giuoco, e i settanta casini e gli arnesi della finanza, levandone però i ritratti del re che colloca sui canti tra candele accese, gridandogli _Viva_ mentre ne sconoscevano l’autorità.
In simili occasioni tutti abbiamo veduto al popolo torvo e minaccevole profondersi promesse e blandizie, inghiottendo l’ira per rivomitargliela quando sarà intepidito e raccheto. Il vicerè, mentre trattiene i lazzaroni palleggiando, fin cinque assassini manda contro Masaniello; ma il popolo li trucida, e dal sangue passa al sangue, e a sfogar vendette. — Il principe di Cellamare impinguò comprando le gabelle che s’inventavano: a morte! — Il duca di Maddaloni non mi pagava il pesce che gli portava a casa, e mi rispondeva insulti: a morte! — Il principe Caraffa mi costrinse una volta a baciargli il piede: glielo voglio troncare e mangiarmelo. — Morte ai masnadieri! — morte a chi indossa il ferrajuolo, perchè può nascondere armi proditorie! — morte a chi non espone l’immagine del re e di san Gennaro!»
Masaniello operava con cuore e non senza senno; ma il prete Genovino spingealo ad esagerazioni (1647), e ne rivelava i divisamenti al vicerè. L’arcivescovo Filomarino, anch’egli come al solito assolveva, benediva, salvava qualche innocente, e per suo interposto il vicerè chiese a udienza Masaniello. Questi voleva andarvi in pure brache e berretto da pescivendolo; ma il cardinale, fin minacciando scomunicarlo, l’obbligò a mettersi un vestone di broccato e cappello alla spagnuola, e i lazzaroni non finivano d’ammirare il loro eroe rincivilito, che a cavallo, colla spada nuda si condusse al palazzo. Prima d’entrare, egli rassicurò la moltitudine: — Io non ho operato se non pel bene di tutti; e appena io vi abbia torni in libertà, ripiglierò il mio mestiero senz’altro chiedervi che un’_Avemaria_ da ciascuno nel punto di mia morte». E come tutti a grandi schiamazzi gliel promisero, seguitò esortando non deponessero le armi se non dopo conseguito l’intento: — Diffidate dei nobili; e se troppo io fossi trattenuto in palazzo, buttatevi il fuoco».
Il vicerè gli usò quante cortesie la paura e la perfidia suggerivangli; espresse meraviglia di trovar tanto accorgimento in un pescivendolo ineducato; volea donargli una collana d’oro ch’e’ ricusò replicatamente, solo accettandone una di poco valore in segno della sua benemerenza; e lo chiamava «Figliuol mio», e «Per tuo merito oggi il re può dire d’esser re». Masaniello di rimpatto gli toccò più volte la barba, confortandolo a non aver paura; e poichè il popolo dubitando di qualche violenza al suo capo, tumultuava, Masaniello fecesi al balcone, e con mettere appena il dito alla bocca ottenne silenzio da cinquantamila lazzaroni, e che tornassero a casa. Anche sua moglie si presentò con un bambolo in collo alla signora d’Arcos, e le disse: — Voi siete la viceregina delle popolane. Mio marito governerà il popolo, e il vostro gli Spagnuoli».
Si proseguirono le conferenze, e il trattato (1647) conchiuso fra il vicerè e il «capo del fedelissimo popolo della fedelissima città» fu letto alla porta del duomo[82], spiegandolo Masaniello punto per punto a quella ciurma, indi fu giurato sul vangelo e sul sangue di san Gennaro. Masaniello v’accompagnò un’arringa, dove alle cose assennate ne mescolò di pazze; encomiò la condiscendenza del vicerè e l’animo pacifico dell’arcivescovo; poi voleva colà stesso levarsi di dosso quella incomoda vestitura per ripigliare le sue braghesse e il cappello da lazzaro. Non che cercasse levarsi in istato, egli vantavasi anzi della povertà: qualche volta, arringando il popolo, calavasi i calzoni per mostrare il dorso scarnato e il ventre vuoto, in segno della sobrietà conservata anche fra quell’abbondanza. Ai cavalieri che venivano per corteggiarlo, intima: — Via di qua, che non voglio altra compagnia che di scalzi com’io sono». Una volta l’araldo, fra gli altri viva in cui si sfogano le plebi sollevate, intonò anche — Viva Masaniello», ed egli inscurito, afferratogli il ciuffo, glielo tagliò colla spada, minacciandolo di peggio se gridasse altro che — Viva il re e il fedelissimo popolo di Napoli». Un plebeo gli si accosta, e — Non ti fidare se prima non hai in mano le chiavi del Castello»; ed egli, preso un mazzo di chiavi, glielo maneggia sulle spalle, dicendo: — To’; queste son le chiavi di Sant’Elmo». Uno mascherato gli susurra all’orecchio: «Parmi che la fortuna t’apparecchi una nobilissima corona»; ma egli: — Che di’ tu? altra corona io non cerco che quella della Madonna; altro non desidero che di sgravare la città dalle gabelle. Sono pover uomo, e serbato che avrò il paese al re, tornerò a pescare».
Hanno bel volerne fare un eroe gli adulatori del vulgo: costui era popolo co’ suoi difetti e le sue qualità; misto bizzarro, non però singolare, di vanità e dabbenaggine, di coraggio e pusillanimità; non elevatosi ad altra idea che di pagar poco, avere il pane buonmercato, e impetrar giustizia e miglioramenti dal re. All’arcivescovo chiedeva: — Eccellenza, sarò arrotato? Eccellenza, un gran peccatore son io, e voglio confessarmi. Per me non dimando covelle: finito quest’affare, torno a vender pesce». Ma eretto dalla plebe, nulla poteva negar alla plebe: permessi alcuni supplizj, prese la passione del sangue e del largire col denaro altrui e del decretar monumenti come un re. Piantava tribunale in piazza, ascoltando le accuse; e per lo più dalla sola fisonomia giudicava; e lì a fianco stava il patibolo, unica pena che infliggesse il disumanato pescivendolo; poi su e giù a rompicollo per Napoli, urtando del cavallo e ferendo, or accipigliato e minaccevole, or gettando zecchini a manciate, e affogava nel vino il poco cervello che gli era rimasto. Vedendolo operare da demente, fu detto che il vicerè l’avesse con tossici dissennato[83]. Se ne stomacano i savj; gliene vuol più bene la plebaglia: ma il fatale Genovino gli tiene addosso gli occhi, e nel convento del Carmine ov’era andato a confessarsi, i sicarj del Governo riescono a trucidarlo. Il popolo, che jeri l’aveva idolatrato, oggi lo strascina a vitupero; ma al domani, vedendo i fornaj tornar il pane a ventiquattr’once, gliene rinasce l’amore, e piange e schiamazza, e gli fa esequie che re mai non ebbe, cioè il pianto di ottantamila cittadini; gli onori dell’armi gli sono renduti da quegli stessi che l’aveano ammazzato, e quarantamila soldati, coi tamburi scordati e l’armi a rovescio, trascinando nel fango le bandiere, ne accompagnarono fra campane e cannoni la bara, dov’era portato sotto un panno ricamato a corone e palme, colla spada e il bastone di generale; quattromila preti e frati celebrarono per l’anima di lui; poi si attestò che il capo riattaccato al busto mosse gli occhi e parlò; che la sua mano strinse un rosario e diede la benedizione: in una settimana pescivendolo, tribuno, re, strapazzato, santificato.
Quell’assassinio non chetò la rivolta, che anzi in tutte le provincie la plebe si ribella ai baroni; in Cassano contro il principe dell’Ajerto; a Salerno, ad Avellino contro i Sanseverino; a Serracapriola, a Procida, ad Ischia contro i Del Vasto; a Celano contro i Piccolomini; a Carniola contro il principe di Stigliano; a Nardò contro un Conversano della casa Acquaviva, detto il Guercio di Puglia, che riuscito superiore, gli autori della sommossa mandò tutti al supplizio senza rispetto a grado o dignità; un vecchio di settant’anni fece impiccare pel piede; ventiquattro canonici archibugiare, poi le loro teste collocare coi berretti sugli stalli del coro[84]; e abbattute le case, e confiscati i beni pel valore di diecimila ducati, e altre sevizie di cui restò fin oggi popolare l’esecrazione. Tutto l’Abruzzo, tutta Calabria erano in armi; guaj agli appaltatori od esattori dei dazj! guaj ai ricchi in generale; distruggeansi i mulini, le case, uccideasi a furore; le sopite fazioni rinasceano per aggiunger olio al fuoco; in Eboli un partito fingendo volersi riconciliare con l’altro, ne trucidò tutte le famiglie.
Napoli stessa era in uno scompiglio che mai il peggiore. L’abolizione delle gabelle riduceva a miseria migliaja di famiglie che le aveano comprate, e di cui erano l’unica rendita: poi oggi tutte le donne faceano ressa al monte di pietà per riaverne i pegni; domani gli studenti chiedeano s’attenuasse il prezzo delle lauree; poi i pitocchi davano l’assalto ai Certosini pretendendo li frodassero delle limosine; altri ai forni e ai dogli: or plebejamente si applaude, or plebejamente s’accusa: tratto tratto si conciliano paci, ma i _ministri del demonio_ insospettiscono i popolani, e tornasi alle ire, al sangue, al saccheggiare, all’incendiare[85]. Dal primo bisogno di pane passavasi poi a qualche veduta più alta; e mentre l’Arcos tentava eludere i privilegi concessi per la paura, il popolo pretende che le concessioni non fossero chiare abbastanza; chiarite, domanda altre; esige che il popolo abbia eguali voti della nobiltà; comincia a declamare contro gli Spagnuoli e ammazzare quanti ne incontra; vuol avere in sua mano Francesco Toratto principe di Massa, che per gli eccellenti servizj prestati a Taragona avea avuto premj, poi n’era stato frodato, sicchè tenevasi in broncio cogli Spagnuoli: viene creato capitano del popolo, e impetra più larghe condizioni; ma le provincie domandano quel che ottenne la capitale; tutti allettati da quella lusinghiera idea di non pagare più gabelle.
Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV e grand’ammiraglio di Spagna, giovane di diciott’anni, spedito con grossi navigli ma pochissime munizioni a restaurar la fortuna spagnuola in Italia, accorse colla flotta davanti a Napoli (8bre). Arcos chiama in castello i primarj popolani sotto finta di parlamento, e li tiene ostaggi, e di lassù bombarda la città mentre il secondano le navi; talchè alfine si capitola, e il popolo depone le armi. Era un gran pezzo che Napoli non vedeva alcuno dei suoi reali; onde festeggiò clamorosamente don Giovanni che rabbonisce e promette: ma Arcos, temendo non si volesse per costui mezzo ottenere l’indipendenza, istillò sospetti nel giovane eroe per disamorarlo del popolo; poi quando la città si fu racqueta, ecco le truppe scendono in ordine dai castelli, mentre da questi s’avventano palle e bombe. Il furore spinge alla difesa i Napoletani traditi; resistono, ammazzano, rincacciano; non potendo i soldati venirne a capo in quel labirinto di vie abbarrate, Arcos chiede l’interposizione del cardinale Filomarino; e questo nega, indignato d’essersi veduto stromento all’iniquo sterminio del suo gregge[86] (1647). Il popolo, convertito lo sbigottimento in furore e la quistione fiscale in politica, manda fuori que’ soliti manifesti ove si giura morte alla nobiltà, e s’invita il mondo in ajuto della giustizia; inalbera bandiera rossa; morte a chiunque parli di pace; morte pure a chi propone di buttarsi in braccio alla Francia. Il principe di Massa ne animava il valore e ne dirigeva le difese, ma coll’esitanza di chi sostiene una causa in cui non confida; e perchè cercava di riconciliare o trar in lungo, perde la confidenza, è ucciso, appiccato, e il cuor suo spedito alla moglie. Allora si grida capitano Gennaro Annese, archibugiere coraggioso e, per odio ai nobili più che al re, repubblicante. Egli cercò trar le provincie al medesimo sentimento; e le più avendo aderito, cominciò guerra civile contro i baroni, empiendosi il regno di grida, di furti, di atrocità.