Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 12
Il vicerè aveva invitato tutti i baroni del regno ad accorrere alla capitale e difendere la causa comune; e raccolte masnade, vennero in fatti i duchi di Montesarchi, di Salsa, di Conversano, e principalmente il principe Caraffa di Maddaloni. Costui, a sedici anni capo di gran famiglia e possessore di fortuna principesca, si abbandonò alle consuetudini e al temperamento: con amori chiassosi, chiassosi duelli e molte uccisioni guadagnossi reputazione di gentiluomo compito: teneva la casa piena di bravi, pronti a mettersi ad ogni sbaraglio per difendere od offendere, insultar la legge, frodar la finanza, fare stare i birri e soprusare la plebe. Col fratello don Giuseppe e colle famiglie San Felice e Liguori tiranneggiavano i contorni del borgo dei Vergini, come i Caracciolo di Santobuono, i Minutolo, i Capecelatro molestavano le vicinanze di San Giovanni di Carbonara, altri altrove. Giuseppe Caraffa in pochi giorni per malumore fece uccidere tre persone e due ferire gravemente; Diomede rompere la testa a un mercante perchè era in urto con un altro suo protetto. Il Monterey, risoluto di reprimere esso duca di Maddaloni, che allora aveva appena vent’anni, mandò cento soldati per arrestarlo in una sua villa a Posilipo; ma avvertito egli fuggì: onde si lanciò contro di lui un mandato d’arresto, furongli imposte multe, messi soldati nelle case e nei feudi di lui ed a sue spese; e si computa che in pochi anni dovesse pagare centomila ducati. Eppure fedelissimo al dover feudale, servì all’Austria nella guerra dei Trent’anni, in quella di Urbano VIII menò otto compagnie di suoi vassalli per Maddaloni, dieci per Arienzo, sei per Cerreto; e passava per un de’ migliori nobili; cavaliere d’alto fare, splendido, liberale; piede di casa, servitù, carrozze, cavalli, barche, tutto da gran signore; e diceva che, come i re hanno la ragion di Stato, così i nobili hanno la ragion di famiglia.
Masaniello guardavalo con odio particolare, onde nella prima sollevazione gli furono bruciati i magnifici palazzi, ucciso il fratello e altri parenti; ed egli buttatosi alla campagna, fu de’ primi che osteggiasse Napoli, nè mai desistè. Per opera di lui e degli altri baroni erano intercetti i viveri alla città e provveduti i castelli; di modo che le milizie regolari e il nome regio prevalsero. Allora Napoli, ridotta all’estremo, ed essendosi invano esibita al papa come ad alto signore del reame, pensò ricorrere a quella Francia che dianzi aveva esecrata, e i cui ambasciatori aveano soffiato in quel fuoco per nuocere alla Spagna. Vero è che i Napoletani non voleano sottoporsi ad essa, ma esserne ajutati a farsi repubblica: repubblica coll’ajuto di un re.
Enrico duca di Guisa, di altissima famiglia francese e discendente dai principi d’Angiò antichi signori di Napoli, condannato di maestà, poi assolto, e rinomato per galanterie, era allora venuto a Roma per far cassare il suo matrimonio onde sposare una civettuola. Colà lo incontrarono alcuni pescivendoli andativi con titolo di ambasciatori; e bello, manieroso, ricco e prode quanto i ribelli s’immaginano facilmente, lo guardarono come inviato da Dio, e lo sollecitarono a liberare il loro paese. Tra per vanità propria e per gratificare a Francia egli accetta, e sfolgora vanti e promesse: promesse e vanti fanno i deputati della _real repubblica_ di Napoli, e che vi troverebbe censettantamila fanti in tutto punto, assai cavalli e munizioni, e tre in quattro milioni, oltre gioje e metalli. Ma egli arriva con non più di ventidue persone, compresi i deputati napoletani e la servitù, pochissimi denari tolti a usura, e qualche barile di polvere, e trova null’altro che coraggio e disordine. Ma che importa? gl’insorgenti si brigano essi mai coll’aritmetica? la gioja va al colmo; si ripigliano gli assalti contra gli Spagnuoli che possedono i castelli e mezza la città; si rincacciano i nobili dalla campagna.
Intanto il Guisa, gridato «generale della serenissima reale repubblica di Napoli», con fortunati successi rallegrò la città[87], estese emissarj per tutto il regno; trasse anche molti nobili nel partito popolano (1648); e se avesse lealmente proclamato una repubblica, alla quale partecipassero anche le altre provincie del regno e i cittadini coi nobili, forse si sbarbicava la dominazione spagnuola. Ma, a tacere le sue ambizioni, egli molestava colla solita pecca de’ Francesi, il tentar le donne; reprimeva fin colla morte lo sparlare[88]; e mal soffriva d’avere per eguale Gennaro Annese, che a vicenda non voleva lui per superiore, e che sdegnavasi perchè mai non nominasse il promesso senato.
Pure il coraggio cresce all’entusiasmo quando scoprono la flotta francese; e benedicono a Francia: Francia monarchica che viene a stabilire una repubblica in Italia. Se quei ventinove ben provvisti vascelli di guerra, comandati dal duca di Richelieu pronipote del cardinale, avessero assalito la sguarnita flotta spagnuola, certo la sconfiggevano: ma il duca non fece che deporre qualche munizione, e voltò di bordo, perocchè il Mazarino, che nulla rincoravasi del leggero cervello del Guisa, non sentivasi d’impegnare la Francia in una guerra. Al qual Mazarino il duca scriveva: — Ben ho a dolermi d’essere abbandonato dalla vostra protezione nel maggior mio occorrente. Arrischiai la vita sul mare; trassi dalla nostra quasi tutte le provincie del regno; ho mantenuto la guerra per quattro mesi senza polvere nè danari, e rimesso all’obbedienza un popolo affamato, senz’avergli potuto dare in tutto questo tempo più che due giorni di pane; sfuggii cento volte alla morte, minacciatami e col veleno e colle rivolte. Tutti mi hanno tradito, i miei stessi domestici pei primi; l’armata navale non è comparsa che per iscreditarmi appresso il popolo. Ma quello che più mi accora è l’essersi fatta entrare madamigella Ponts donna mia in un altro monastero da quello ov’io l’avea pregata di ritirarsi. Era l’unica ricompensa ch’io pretendessi alle mie fatiche, senza la quale nè di fortuna, nè di grandezze, nè tampoco della vita fo conto; disperato rinunzio ad ogni sentimento d’onore e d’ambizione, nè penso che di morire per non sopravvivere ad un crepacuore che mi fa perdere il riposo e la ragione»[89].
Arcos aveva ricevuto dalla Spagna piena potenza di trattare e concedere; il re ordinavagli, _Ajustareis todas las causas de manera que esos mis subditos recivan la mayor satisfacion que posible, y sean defendidos y mantenidos en la paz y justicia que les deseo y devo administrar_; egli ripeteva amnistie le più ampie: ma poichè conoscevasi odiato da amici e da nemici quale causa di questi mali, fu richiamato (1648 aprile) e datone la patente al conte d’Ognate. Questi con denari e con promesse di perdono e di concessioni divide i rivoltosi, inimica al popolo le cappe nere, e tratto per astuzia il Guisa fuor della città, la occupa; secondato dall’Anese e dagli altri capipopolo, i quali s’accorgevano che la rivolta non facea se non convalidar la nobiltà, e che gli consegnarono la chiave del Torrione del Carmine, ove furono trovate perfin le corrispondenze del Guisa. Allora tutto sonò di viva alla Spagna[90], come dianzi di bestemmie; la quiete tornò, e si rimisero ai mestieri quelli che aveano preferito viver di baccano; il Guisa, fuggendo travestito, fu preso e tradotto in Ispagna; sol dopo qualche anno, per intercessione di principi, fu liberato; e la rivoluzione finì come tutte quelle dove il valore e il furore non son guidati dalla prudenza.
Se Francia voleva diroccare l’emula, quello era il momento di far uno sforzo; ma i soccorsi che il Guisa avea caldamente sollecitati arrivarono quando l’ardore popolano era sbollito. Allora, come sempre, si credette che il primo fremito della sconfitta sarebbe un buon appoggio alla riscossa; e il Mazarino, conoscendo che quello era «l’affare più importante che si potesse concepire»[91], cercò riaccendere il fuoco, ma non risolveva se far repubblica, o mettervi un re temperato e amico di Francia. Tornò gli occhi su Tommaso di Savoja, a un cui figlio avea sposata sua nipote Olimpia Mancini; e gli somministrò bella armata e truppe di sbarco, cui si unì una caterva di fuorusciti, che menavano gli stranieri contro la patria, e agli stranieri promettevano una sollevazione paesana per favorirli: ma nessuno essendosi mosso, respinto dai regj, egli dovette ritirarsi; e Piombino e Portolongone furono recuperati dagli Spagnuoli.
Questi presero allora a incrudelire, quanto più avevano nella paura condisceso; decollarono l’Anese, sebbene si fosse fatto traditore per essi (1653); appiccarono i migliori de’ suoi compagni; tesserono di que’ turpi processi che sogliono disonorare ogni ripristinazione; bandi e confische colpirono chi colla fuga erasi sottratto alla forca; e intere famiglie rimasero schiantate, molti ammazzati compendiosamente; alfine il boja stesso fu appiccato, convinto d’aver ricevuto denaro per far penare di più gli sciagurati. Quello stesso Diomede Caraffa, ch’era stato caporione della causa regia, sotto altri pretesti fu colpito di grave tassa, poi in prigione, indi trasferito in Ispagna, ove morì. I briganti che più non poteano trovar soldo dai signori, costretti a tenersi ne’ boschi, vi morivano d’inedia e di disagio. Il rigore dell’Ognate parve eccessivo fin alla Corte, che gli surrogò il conte di Castrillo.
A quella rivoluzione aveano preso parte molti pittori, o ne furono vittime. Il Falcone, per vendicare un parente uccisogli da un soldato spagnuolo, formò la compagnia della Morte aggregandovi la più parte de’ suoi colleghi e scolari, Coppola, Porpora, Micco, Spadaro, il Po, il Mastuzzo, i due Fracanzano, Cadagora, Vacari padre e figlio. Altri la immortalarono coi dipinti, come Salvator Rosa, Spartaro, Giuliano Finelli scultore di Carrara, Francesco Francanzano[92], il quale poi ne tentò un’altra; ma scoperto, ebbe, per grazia dell’Ognate, invece della forca, il veleno.
Don Giovanni d’Austria nella capitolazione, oltre il pieno indulto delle colpe di maestà, e anche di qualunque delitto ordinario commesso durante la turbolenza, sebbene i rei fossero già in carcere e in galera, e sebbene non avessero la remissione della parte offesa, aboliva tutte le gabelle: stolta esagerazione, la quale gettava sul lastrico migliaja di famiglie che le aveano comprate. Furono dunque ristabilite e ordinate meglio, assegnando la parte che competerebbe alla cassa militare.
Ma anche molti nobili erano fuggiaschi o in bando, altri stavano di pessima voglia, e guatavano verso Francia[93]; e dopo che Enrico di Guisa ebbe ricuperata la libertà (1654), lo sollecitavano a ritentar la ventura. Il Mazarino lasciò che allestisse una spedizione a proprio conto, promettendo assisterlo nel caso riuscisse. Egli, fatto denaro in ogni modo, veleggia di Provenza con sette vascelli grossi, quindici mercantili, sei galee, sei tartane, ma molte ne perde nel tragitto. Sebbene intanto il vicerè Castrillo si fosse atteggiato a difesa, e avesse promesso perdono a chi ben si comporterebbe, il Guisa sbarca a Castellamare (9bre), e se poteva accelerarsi, occupava Napoli; ma sprovvisto di viveri, non secondato come credeva, aborrito dai contadini a cui spalle doveva vivere, egli fu costretto rientrare in Francia con quei che gli rimanevano, dopo aver saccheggiato la piazza. E la Spagna gettò di nuovo su questo scompiglio il suo manto, ricamato a stemmi e foderato di spine.
Alla Spagna n’era venuto profitto per l’abbattimento dell’aristocrazia, fosse nelle stragi fattene dal popolo, fosse poi nel punire; e d’allora cominciò a sminuir la ricchezza delle famiglie e perdersene l’influenza, e molte spagnuole si introdussero nei sedili. La Spagna poteva dire d’essere omai libera nella dominazione napoletana, eppure non la migliorò. Nel 1658 per la nascita d’un erede del trono si chiese un donativo di trecencinquantamila ducati, parola dimentica dal 48 in poi: per trovarli si pose la tassa sul pane, e si cominciò la cantilena d’inventare gabelle, venderle, inventarne di nuove. I banditi ricomparvero, e i falsi monetieri, e i ladri nelle vie della città; i feudatarj, perduta l’autorità del resistere, ricuperarono l’arbitrio del soprusare.
La peste (1656) (giunta quasi perpetua ai mali di questo secolo pomposo e sciagurato) imperversava in Sardegna; pure il vicerè di Napoli per le _necessità della guerra_ ne traeva milizie, e con esse l’infezione. Ben potè egli proibire che contagio si dicesse, e il male infierì in città affollata e sudicia, sicchè migliaja al giorno morivano; campi interi e le cave delle pietre furono colmate di cadaveri; i galeotti turchi obbligati all’uffizio di sepoltori, e quando essi pure mancarono, i cadaveri insepolti nuove morti cagionavano. Si sperò salvezza da suor Orsola Benincasa, morta testè in odore di santa; e non che cassette, ma barili si empirono di monete, offerte per alzare un monastero alle sue monache. Poi il popolo incolpava gli Spagnuoli di spargere veleni e unti, e che perciò morissero più vulgari che ricchi; dappertutto vedeva avvelenatori e polveri; e molti scannò a furore, altri processati, come un Vittorio Angelucci, reo d’altre colpe, ma offerto vittima al pregiudizio. Il morbo diffondeasi nella provincia, passava a Genova, che all’interruzione dei traffici preferì questa terribile eventualità; passava a Roma, ove pure fu creduto manifattura degli Spagnuoli, per punire il papa d’aver ricevuto l’ambasciatore del sollevato Portogallo. Insomma il vulgo attribuiva la peste fisica a quelli che n’erano veramente la peste morale.
CAPITOLO CLIII.
Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il Mazarino.
Tanto basta a conoscere gli umori de’ governanti di Spagna, e quella amministrazione, di nulla occupantesi meno che del bene de’ popoli; mentre tutta Italia, impotente di sè, trovavasi sbolzonata tra Francia e Spagna, quella rivoluzionaria per interesse, questa conservatrice materiale, «tutta gentilezza, tutta complimenti nelle apparenze, ma a chi ben guardi, tutta superbia, tutta avarizia, tutta crudeltà. Le mani, sproporzionatamente lunghe, distende per tutto ove meglio le torna conto, senza discernere l’amico dal nemico, lo straniero dal parente. Atta a dominare schiavi, incapace di governare uomini liberi, non è mai temibile tanto come allora che, colla corona in mano, tu la vedi trattare vezzi, pieni di pretesti di religione e di santa carità verso il dilettissimo prossimo».
Così l’arguto Trajano Boccalini, il quale altrove scrive: — Se l’Italia volesse considerare diligentemente quale sia quella pace di ch’ella forse si vanta, conoscerebbe ch’ella deve altrettanto dolersi di questo ozioso veleno che la consuma, quanto nella sovversione e nella fiamma aperta delle guerre altrui va commiserando i danni degli amici». Egli medesimo introduce Francia a dire alla Spagna: — Con quella libertà che è propria della mia natura, voglio dirvi che l’impresa di soggiogare tutta Italia non è negozio così piano, come veggo che voi vi siete dato a credere. Poichè, quand’io ebbi li medesimi capricci, con mie rovine grandissime mi sono chiarita, che gl’Italiani sono una razza d’uomini, che sempre stanno con l’occhio aperto per escirvi di mano, e che mai si domesticano sotto la servitù di stranieri. E sebbene come astutissimi facilmente si trasformino ne’ costumi denominanti, nell’intimo del cuor loro servano vivissimo l’odio antico. E gran mercadanti della loro servitù, la trafficano con tanti artifizj, che, con essersi posti in dosso un paro di brachesse alla sivigliana, forzano voi a credere siano divenuti buoni Spagnuoli, e noi con un gran collaro di Cambrai, perfetti Francesi; ma quando altri vogliono venir al ristretto del negozio, mostrano più denti che non n’hanno cinquanta mazzi di seghe»[94].
Tutti gl’interessi e le passioni vennero a complicarsi in due imprese che lungamente esercitarono diplomatici e guerrieri; la sollevazione della Valtellina e la successione del Monferrato.
Narrammo (Cap. CXLVIII) come la riforma religiosa fosse penetrata nella Valtellina, e quali le conseguenze. Essa valle, cogli annessi contadi di Bormio e di Chiavenna, avea formato parte del ducato di Milano, fin quando i duchi furono costretti cederli ai Grigioni. Di tal perdita non sapeano darsi pace gli Austriaci, poichè, la valle allungandosi da settentrione a mezzodì fra la Lombardia e il Tirolo, e fiancheggiandola i Grigioni a destra e il Veneto a sinistra, opportunissima l’avrebbero avuta a tragittar le truppe dalla Germania in Italia e viceversa, mentre torrebbe alle francesi di passare nel Veneto. Per questi tragitti di truppe Venezia, Spagna, Francia, Savoja aveano rimescolato incessantemente il paese stesso de’ Grigioni, intrigando e comprando le famiglie dei Pianta e dei Salis, corifee di due contrarj partiti.
I Grigioni aveano stipulata col Milanese una convenzione di buon vicinato e libero il transito delle merci dirette a loro, purchè essi non lasciasser l’esercito nemico varcare al ducato di Milano. Ma quando prevalsero i Salis fautori di Francia, trassero ad una lega (1603) con Enrico IV difensiva e offensiva, dove nessuna eccezione faceasi a favor del Milanese. Se ne indignarono gli Spagnuoli; e il governatore conte di Fuentes mandò minacciarli; e vedendosi poco ascoltato, fabbricò un forte appunto ove la Valtellina e la valle di Chiavenna sboccano al lago di Como; sicchè di là poteva co’ suoi cannoni impedire e gli eserciti e le merci della Rezia, singolarmente il grano che questa trae dalla Lombardia. Ai reclami de’ Grigioni egli non badò, tanto meno dacchè tenne per nuova onta la loro lega coi Veneziani. Questa scadeva nel 1615, e i Veneziani mandarono a Coira per rinnovarla: ma gli attraversavano da una parte Francia, volendo da se sola dipendenti i Grigioni; l’Austria dall’altra per umiliare i Veneziani, che allora astiava per la guerra degli Uscocchi. Ma i Protestanti, a cui capo Ercole Salis, caldeggiavano gl’interessi veneti per avversione alla cattolica Spagna, e levato rumore (1618) cacciarono e l’ambasciadore francese e gli austrizzanti, e gridando alla corruzione, alla superstizione, piantarono un feroce tribunale (_Strafgericht_) che processò, bandì, multò, uccise gli avversarj, come tali contando gli zelanti Cattolici, e fra questi Nicolò Rusca, veneratissimo arciprete di Sondrio nella Valtellina (tom. X, pag. 571).
Questa suddita indoloriva viepiù dal malessere dei padroni; e a tacere la sfacciataggine con cui i magistrati, che aveano compro all’asta le cariche, se ne rifaceano col vendere la giustizia, dai dissensi religiosi erano esacerbati gli animi. Perocchè quei che venivano a governarla dal paese de’ Grigioni, per lo più calvinisti, favorivano ai loro religionarj, de’ Cattolici turbavano le coscienze, il culto collo specioso titolo della libertà; le persecuzioni portavano riazioni; ai supplizj si rispondeva coi coltelli, finchè i Valtellinesi ordirono ed effettuarono un macello universale de’ Protestanti (1620 luglio).
Il duca di Feria governatore di Milano, avutane contezza, lusingava di pronti soccorsi l’insurrezione; scoppiata che fu, esitò ad entrare nella valle, prevedendo sarebbe favilla di vastissimo incendio. Di fatto i Grigioni armarono per ripigliarsi le loro suddite; corsero proclami, accuse, giustificazioni, recriminazioni; la risolutezza degl’insorti inanimì i principi cattolici a sostenerli; l’imperatore armò ai confini tirolesi, Spagna ai milanesi; e si cominciò guerra che molti anni fu prolungata. I Grigioni rioccuparono la valle, ma tutti gli sforzi esterni erano elisi dall’intestino cozzarsi tra Cattolici e Protestanti. I primi avendo avuto la peggio, e trovandosi perseguitati ed espulsi, ricorsero agli Austriaci, i quali invasero il paese Grigione, e restituirono il sopravvento alla parte cattolica, che, col solito abuso delle riazioni, spense la libertà. I natìi poco tardarono a riscuotersi, e insorti cacciarono gli Austriaci che non potevano trucidare. Accorsero questi per vendicarsi; e se fossero riusciti a fissare il piede nella Rezia e congiungerla col Tirolo, «poteva dirsi stretto il laccio al respiro e alla libertà d’Italia» (Nani). E ne fu ad un punto, atteso che la Francia avea dato mano sin alla fazione austriaca, per quanto Venezia le intonasse come guasterebbe i proprj interessi col lasciare la Valtellina alla Spagna, che così avrebbe escluso perpetuamente gli eserciti francesi dall’Italia, e assicuratovi il passaggio a’ suoi. La ragione valse a combinare una lega (1622) fra la signoria veneta, il re di Francia e il duca di Savoja; e si fecero sonare tanto alto que’ paroloni d’indipendenza degli Stati e d’equilibrio scomposto, che fu preso il compenso di consegnare le fortezze della valle ai papalini. Acconcio viemeno risolutivo dacchè morì Gregorio XV, che forse meditava farne un appannaggio pe’ Ludovisi suoi nipoti, e Urbano VIII mostravasi disposto a qualunque accordo coi Grigioni (1623), purchè salva la religione cattolica in Valtellina.
Di ciò mal s’acquetava la Francia, e in Avignone raccolse a congresso i ministri di Venezia, Savoja, Inghilterra, Olanda, Danimarca ed altri, col titolo di reprimere le trascendenze dell’Austria. Il risultato fu che Richelieu, ministro onnipotente di Luigi XIII, affidò un esercito al marchese di Cœuvres, il quale, ricantando liberazione e indipendenza, trasse le leghe Grigie a giurare la pristina alleanza, e occupò la Valtellina, senza che i papalini facessero ostacolo. Accorse il duca di Feria a chiudergli il varco pel Milanese, e costruttori genovesi oppose ai costruttori veneziani, che al Cœuvres aveano preparato una flottiglia sul lago di Como. Alcun tempo continuarono le fazioni, sin quando (1626), nella pace di Monson (pag. 71) tra Spagna e Francia, si convenne la Valtellina tornasse ai Grigioni, ai patti che godeva nel 1617; sola religione permettendovi la cattolica. Spiacque ai Valtellini il rimettersi a una servitù da cui si erano con braccio forte riscossi; spiacque ai signori di Francia l’abbandono della valle che aveano assunta in protezione; spiacque al papa si fosse stipulato senza sua saputa; spiacque ai Grigioni la restrizione imposta; e alla pace seguì un fremer d’armi universale, complicato dal tentativo che dicemmo del duca di Savoja contro Genova, e dalla guerra di Mantova.
Abbiamo veduto (tom. VII, pag. 407) Luigi Gonzaga sottentrare ai Bonaccolsi nella signoria di Mantova col titolo di capitano: Giovan Francesco nel 1433 ottenne il titolo di marchese dall’imperatore Sigismondo, e di vicario perpetuo, il che equivaleva alla sovranità. I successori mantennero la fama di buoni guerrieri, e formato un corpo di valorosi, lo prestavano a chi pagasse (1484). Francesco II stabilì una razza di cavalli, che furono ricercati lungo tempo anche in Inghilterra: combattè col papa, con Francia, con Venezia, della quale comandava già gli eserciti alla battaglia di Fornovo; poi contro di essa nella lega di Cambrai: e caduto prigioniero, smise le armi, e si ritirò a governare in pace il suo paese. Terzo suo genito fu quel don Ferrante Gonzaga che più volte nominammo; il primogenito Federico II succedutogli (1519), ottenne che Carlo V nel 1530 ergesse il paese in ducato, aggiuntavi la signoria di Guastalla[95].