Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 13
Finita con Giovan Giorgio la stirpe dei Paleologhi (1533), il Monferrato era conteso fra il duca di Savoja, il marchese di Saluzzo, e questo Federico Gonzaga, qual marito di Margherita, nipote dell’ultimo duca. Carlo V, che come di feudo imperiale pretendeva disporne, onde evitare l’incremento della Casa di Savoja, sentenziò a favore de’ Gonzaga (1536), i quali così stettero marchesi del Monferrato per quasi un secolo, fin quando Francesco IV, sposo a Margherita figlia di Carlo Emanuele I di Savoja, non lasciò altro discendente (1612) che Maria fanciulla di tre anni. Il cardinale Ferdinando zio di lei ne prese la tutela, poi anche il titolo di duca di Mantova: ma al Monferrato aspirava Carlo Emanuele con ragioni feudali per se stesso, o come a feudo femminino per sua nipote, con una soprassoma smisurata di dote e di compensi. La realtà si è che quella provincia pingue, padrona del Po, e a due passi da Torino, gli veniva d’estrema convenienza: ma altrettanta fermezza mettevano a contendergliela gli Spagnuoli, conoscendola troppo vicina a Milano, pericolosa in mano di quell’irrequietissimo, per la fortezza di Casale, la più importante d’Italia dopo Palmanova. Per quanto ogni prudente sconsigliasse Carlo Emanuele da un’impresa che capovolgerebbe tutta Italia, e a lui avverserebbe e Francia e Spagna, egli vi si ostinò, tessè molte ritortole, impedì tutti i proposti accomodamenti, e senza compassione per altrui nè timore per sè, minacciava, gridava voler assicurare l’italica libertà, ormai sopra lui solo appoggiata.
Poichè le pratiche colla Spagna non valsero, e il duca di Lerma gl’intimò «Obbedisca», egli, trovandosi truppe veterane, e denaro onde arrolare Svizzeri e Borgognoni, sorprende il Monferrato mentre stava sicuro nella pace e nella protezione di Spagna, occupa Trino, Alba, Moncalvo (1613), con crudeltà e prepotenze da nemico.
La questione, che pareva semplice, implicava anche allora l’eterna disputa sulla preponderanza straniera in Italia. Il papa ripeteva pace, pace; i Veneziani e il granduca sorreggevano Ferdinando Gonzaga, adombrando degl’incrementi di Spagna; altrettanto faceva il re di Francia, che, mentre dissuadeva Savoja da un’impresa che metteva a repentaglio la pubblica quiete, spediva a sostenere i Gonzaghi un loro parente. Perocchè Luigi, terzogenito di Federico II, nel 1565 sposando Enrichetta di Clèves erede del ducato di Nevers, era divenuto stipite dei Gonzaga di Nevers e Réthel; coi talenti e col valore acquistò nome; e sebbene Sully lo celii perchè «facea la campagna d’inverno entro una buona carrozza col manicotto per riparare le mani dal freddo», prese viva parte nelle guerre di religione, e lasciò memorie importanti su quel tempo. Carlo, costui figlio, spedito a soccorrere il parente, si gettò in Casale.
Il granduca invia truppe, denaro ai Veneziani; l’imperatore Mattia ordina al Savojardo che desista dalla usurpazione, se no lo metterà al bando; Spagna fa dal governatore di Milano assalire il Piemonte, e sbarcare truppe condotte dallo stesso figlio di lui Filiberto ammiraglio. Ma nè esortazioni nè minaccie svoltano Carlo Emanuele, che sparpaglia manifesti e messi, blandisce o strapazza gli ambasciadori: «risoluto (scrive uno storico) d’ardere l’Italia purchè restassero le reliquie e le ceneri al suo profitto; gonfio d’ambizione e caldo di sdegno, se vedeva l’armi spagnuole a fronte, minacciava di tirarsi l’armi francesi nel seno; se il pontefice l’ammoniva alla quiete, protestava d’inondare la provincia d’eretici; se i Veneziani soccorrevano Ferdinando, bravava di commovere i Turchi e di spingere nell’Adriatico corsari stranieri». Intanto egli muove mezzo mondo; gli uni lusinga col gran nome d’Italia, altri inizza colle gelosie e coll’avidità; cede quando si trova alle strette, ma subito ripiglia le pretensioni, proclama insaziabile l’avidità degli Spagnuoli, mentre questi lui denunziano ambizioso, e intollerabile sovvertitore dell’italica quiete; anzichè sottomettersi ad atto che implichi umiliazione, egli si rassegna a veder guasti i territorj e i sudditi dalle armi e dall’epidemia.
Allora si fissarono gli occhi in esso come nella speranza nazionale; «tutta Italia (scrive il vendereccio Siri) prorompeva colla penna e colla lingua in encomj e panegirici al nome di Carlo, e in affetti di giubilo e in applausi d’aver ravvivato nella sua persona l’antico valore latino; augurandogli la corona del divenire un giorno il redentore della franchezza d’Italia e il restauratore della sua grandezza»[96]; il poeta Marini confortava Venezia a non far pace colla Spagna, ma tenersi unita a quel duca per francare l’Italia dal giogo straniero; il Chiabrera lo celebrava dell’aver «chiuse a nemico piè l’Alpi nevose»; Fulvio Testi faceva che l’Italia, dopo descritti i proprj guaj, si confortasse che egli farebbe degli strazj di lei giusta vendetta, e lo sollecitava a rompere gl’indugi, e compire la grand’opera; al che taluno, in nome di Carlo, rispondeva, s’assicurasse, che la sua politica e il suo ferro sarebbero sempre rivolti a conforto d’Italia[97]. Il Tassoni scriveva le _Filippiche_ contro la Spagna, flagellando la nobiltà italiana «infettata da empj e servili pensieri», e tale che «se anche il Turco venisse in Italia, li troverebbe in gran parte suoi seguaci, più avidi d’assoggettarsi che non gli stranieri di riceverli in soggezione», giacchè «la servitù straniera tutti biasimano, ma tutti adorano, chi per ambizione, chi per avarizia, chi per timore»; e gli esortava ad unirsi a Carlo Emanuele e scuotere il giogo, come aveano fatto i nobili del Belgio e della Germania[98]. Nessuno fu ascoltato; nè la nazione nè gli altri principi operarono all’indipendenza.
Osteggiavansi allora gl’Imperiali e i Veneziani a cagione degli Uscocchi; e i due rami austriaci di Spagna e di Germania parendo accordarsi a sottomettere affatto l’Italia, spingeano le galee del duca d’Ossuna e gli Uscocchi a infestare le marine di Nizza non meno che le adriache. Premeva dunque a Venezia che Mantova non cadesse agli Austriaci, i quali così la circonderebbero; laonde l’abate Scaglia, astuto ministro dell’astuto Carlo Emanuele, potè ottenere da essa, non manifesti soccorsi, ma sussidj; Francia stessa alfine si chiarì pel Savojardo; e le spade famose del maresciallo Lesdiguières e di Carlo compromettevano l’onor militare della Spagna. Pure, col trattato di Pavia, mediato dal Cristianissimo, a Ferdinando furono assicurate Mantova e il Monferrato; Carlo Emanuele, non che acquistasse nulla, a fatica ricuperò la toltagli Vercelli; bensì crebbe in bellica riputazione come quegli che con poche forze avea fronteggiato gli Austriaci; tanto che i Boemi, ribellati a questi, pensarono chiamarlo al loro trono.
Ma le successioni vacanti doveano essere per un secolo la desolazione dell’Italia. A Ferdinando di Mantova, che avea sposato Caterina sorella del granduca, succede Vincenzo II suo fratello (1620-27), cardinale anch’esso, e che anch’esso, pochi mesi dopo, muore senza figli: ultimo del ramo primogenito di una stirpe che allor allora aveva dato una sposa a Ferdinando II, una a Ferdinando III imperatori, una al re di Polonia. I vizj degli ultimi Gonzaghi gli aveano disonorati[99]; pure Mantova nella sua indipendenza avea goduto d’una prosperità, di cui più non si dimenticò[100], massime atteso i mali che allora le piombarono a ridosso. Perocchè subito sorsero pretendenti al Monferrato Maria nipote di Vincenzo, la costui sorella Margherita duchessa vedova di Lorena e Carlo Emanuele; al Mantovano, Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, e più Carlo di Nevers, che nuovi titoli si procaccia collo sposare Maria, unica che dicemmo superstite del ramo estinto.
Tutti si allestiscono di congiure, di protezioni, di denaro. Il conte duca Olivares, arbitro della politica spagnuola, propendeva a riconoscere il legittimo erede di Mantova; quando il Cordova, che provvisoriamente governava il Milanese e, come fanno questi soldati, desiderava rimanervi col mostrarsi necessario, fece visto alla Corte di Madrid quanto nocerebbe l’assettarvisi in due posizioni militari capitalissime un principe vassallo di Francia, che questa avrebbe introdotto di nuovo in Italia dopo mezzo secolo d’esclusione; e n’avesse ordini o no, tentò sorprendere Mantova, ma invano.
Più di tutti s’infervora Carlo Emanuele, che ricampa le pretensioni sue, e mentre testè cospirava contro Spagna per carpire il Genovesato e spartirlo coi Francesi, adesso s’accorda di spartire il Monferrato cogli Spagnuoli. L’imperatore, desideroso di fare uno smacco alla Francia, trae in campo la sua alta sovranità, e pretende che il Nevers rimetta in lui i suoi titoli. Il papa, sebbene chiamasse Carlo «difensore della libertà italiana» e l’esortasse a fare da sé[101], doveva tenere carezzato l’imperatore, in grazia delle guerre religiose che allora imperversavano in Germania; i Veneziani, che aveano appena racconcio l’affare degli Uscocchi, non osavano contrariarlo: ma il Nevers si risolve alla difesa, e munisce validamente Mantova e Casale; e impegnando il suo patrimonio, compra dodicimila fanti, mille cinquecento cavalli di Francia.
L’importanza di Savoja fu posta in evidenza dalla gara con cui Francia, Venezia, Spagna ne sollecitavano l’alleanza. Prevalsero gli Spagnuoli; e il duca, ritortosi contro l’esercito che di Francia calava (1629), al colle dell’Agnello lo sconfigge e disperde. Il Cordova, proclamando il bene dei popoli, il desiderio di liberarli dalla tirannia, e baje siffatte sempre ripetute, sempre mentite e pur sempre credute, con ottomila fanti e duemila cinquecento cavalli entra nel Monferrato e assedia Casale. I Monferrini, benvolti ai prischi padroni e addestrati alle battaglie ne’ tumulti precedenti, resistono intrepidi; i casalaschi sostengono l’assedio, in modo che il Cordova è obbligato impegnar quivi tutto il suo esercito, lasciando che Carlo Emanuele occupi non solo Trino e gli altri paesi a lui predestinati, ma anche taluni devoluti alla Spagna, e dissimulare per paura che colui non voltasse casacca. Di fatto il duca ascoltava proposizioni di qua e di là, e forse mandava vittovaglie ai Casalaschi, mal gradendo che quella fortezza venisse in mano degli Spagnuoli: «sicchè le campagne di Casale, destinate da don Gonzalo per Campidoglio de’ suoi trionfi, servirono di tomba per sepellirvi la sua reputazione e quella delle armi spagnuole».
Quando di Spagna gli fu mandato lo scambio, il popolo milanese lo congedò a torsi di cavoli; e la guerra, e incidentemente il governo della Lombardia, furono affidati ad Ambrogio Spinola (n. 1569). Quest’illustre genovese, invogliato delle imprese che udiva compiersi da Italiani in Fiandra, era ito a combattervi; e fatto generale di Spagna, col credito e coi denari proprj raccolse molti venturieri anche italiani; dopo mirabile assedio ch’era costato centomila vite, prese Ostenda e la fortissima Breda; insegnò a sostituire galee alle navi da vela, colle quali meditava anche uno sbarco in Inghilterra; e parve degno di stare a fronte al maggior generale d’allora, Maurizio di Nassau: se non che questi difendeva la libertà, egli la osteggiava. Ma tanta gloria venne a logorarsi sotto Casale: e benchè vi portasse due milioni in denaro e poteri amplissimi sin di pace e guerra, sì bene lo trovò difeso dal marchese di Thoiras, che addolorato da questo primo sinistro delle sue armi, morì.
Luigi XIII aveva prodigato promesse al Nevers; e dacchè ebbe faticosamente preso la Roccella, ultima fortezza che rimanesse a’ Protestanti, scese in persona pel Monginevra onde allargar Casale, mentre Nevers e i Veneziani irrompevano nel Milanese; e Carlo Emanuele, sconfitto a Susa, dovette di nuovo lasciare ai Francesi questa chiave d’Italia.
Esso duca teneva già le terre che cogli Spagnuoli avea pattuito; laonde, non restandogli altro a sperarne, porse ascolto a Richelieu, che tra lui, Venezia e Mantova combinò una lega per francheggiare l’indipendenza italiana; il papa presterebbe ottocento cavalli, duemila il Cristianissimo, mille ducento Venezia, seicento Mantova, e ciascuno il decuplo di fanti; fu sin detto che Carlo Emanuele se la intendesse col famoso generale tedesco Waldstein, per tentare d’accordo una mossa che desse l’ultimo tuffo a Casa d’Austria.
Aveva egli appena conchiuso, che ripigliò dispetto coi Francesi, i quali, fortificando Pinerolo, mostravano intenzione di radicarsi là donde gli avea divelti Emanuele Filiberto; lamentavasi di non avere col loro mezzo potuto ciuffarsi nè il Monferrato nè Genova, e negò il passo agli eserciti loro. Insomma, sentendo che e Spagnuoli e Francesi aveano bisogno di lui, a quegli e a questi perfidiava; prometteva agli uni di vittovagliare Casale, prometteva agli altri di trovare pretesti a non farlo; da Avigliana minacciava abbarrare i passi al Richelieu, dal Po minacciava irrompere nel Milanese: ma quell’interminabile scaccheggiare gli tornò a danno. Perocchè Richelieu, in arnese di cavaliero, e avendo a’ suoi comandi i marescialli di Bassompierre, di Crequi, di Chomberg, varca la Dora, e ad Avigliana lo sconfigge (1630).
La successione di Mantova e del Monferrato implicava dunque tutta Europa, atteso l’incremento o la depressione che ne verrebbe a Casa d’Austria. Correva stagione che ai Cattolici sarebbe importato di tenersi uniti per far fronte ai Protestanti nella guerra che poi fu intitolata dei Trent’anni. La durata di questa portò in Germania una trasformazione della milizia; e poichè la feudalità non apprestava soldati per lunghe imprese, si reclutavano da una nuova specie di capitani di ventura, forniti di denaro dai principi. V’entravano prima valletti (_bübe_), poi scudieri (_knappe_), sinchè formavano una lancia (_lanzknecht_), donde il nome di Lanzicnecchi. Ogni loro devozione era pel capitano, non pell’imperatore che nè li pagava nè li ricompensava; e dello scarso e incerto soldo rifaceansi col rubare ad amici non men che a nemici; spirata la capitolazione, per privilegio imperiale poteano mendicare, spigolando come veterani se alcuna cosa avessero lasciato indietro come soldati.
Ferdinando II imperatore, che di sue vittorie andava unicamente debitore alla Lega Cattolica, della quale era capo il duca di Baviera e braccio il Tilly, avrebbe voluto un esercito proprio, ma gliene mancavano i mezzi; quando glieli offerse Alberto Waldstein, povero gentiluomo boemo, che a Padova aveva studiato astrologia sotto l’Argoli, combattè nell’Ungheria sotto il celebre Basta mantovano, nella Boemia, nel Friuli, nella guerra degli Uscocchi, poi di nuovo in Ungheria sotto il napoletano Girolamo Caraffa di Montenegro, e fatto potente, nelle stelle credette leggersi pronosticata una suprema grandezza. Ed a questa unicamente egli mirava, non a vantaggi dell’imperatore e della Chiesa: gli studj occulti davangli del misterioso; e raccolto a proprie spese un grosso di Lanzicnecchi d’ogni nazione e d’ogni culto, che teneasi affezionati col saccheggio di tutta Germania, ed innalzato duca di Friedland, divenne arbitro dell’Impero. Molti Italiani militavano sotto di esso, Torquato Conti, Belgiojoso, Savelli, Collalto, Aldobrandini, Ernesto e Raimondo Montecuccoli, Piccolomini, Strozzi, Diodati, Serbelloni, Colloredo, Galasso, Isolani, che poi si arricchirono coi dominj strappati ai ribelli di Boemia: da artisti italiani, e specialmente da Giovan Pieroni architetto e da Baccio del Bianco pittore, fece erigere e ornare i suoi palazzi: e speciale stima avea de’ soldati e degli ufficiali napoletani che seco militarono, quali Orsini, Caraffa, d’Avalos, Caracciolo, Brancani, Toraldo, Tuttovilla, Liguori.
A lui i Protestanti opposero Gustavo Adolfo re di Svezia, che rialzata la costoro fortuna in Germania, bravava di voler scendere sull’Italia, Attila novello[102]. Versava dunque in grave pericolo il cattolicismo; eppure la politica prevaleva al sentimento religioso, preparavasi guerra al papa, e Francia ed Austria osteggiavansi mortalmente per un paese che nè dell’una era nè dell’altra. Il conte duca Olivares grida che nell’affare di Mantova va della dignità della corona ispanica: Ferdinando II rimugina i diritti storici su Roma, vuole rivedere l’acquisto di Urbino, e — Sono cent’anni che Roma fu saccheggiata, ed oggi si troverà più ricca d’allora»; a Vienna ripetevasi: — Mostreremo agli Italiani che c’è ancora un imperatore; andiamo ad aggiustare le partite con essi».
I fatti secondavano le parole; poichè Carlo di Savoja sperando incremento, salutava col titolo d’altezza il Waldstein, al quale Ferdinando promise la marca di Treviso e il titolo di duca di Verona se traboccasse sopra l’innocente Italia que’ suoi Lanzichnecchi, che da tre anni sossopravano la non meno innocente Germania. Da questa feccia di venturieri, viventi solo di ruba, senza patria nè onor di bandiera nè altro sentimento fuorchè l’avidità, esacerbati nell’atroce latrocinio dal gusto di far male ai Cattolici, essi in gran parte luterani, si schiumarono i più valenti, cioè i più ladri e spietati; e accolti a Lindau sul lago di Costanza, mentre credeasi l’imperatore li voltasse contro la Francia, li diresse invece pei Grigioni verso l’Italia. Erano trentaseimila, sotto Mérode, Collalto, Corrado, Furstenberg, Altringer, Galasso, Baldironi ed altri capitani, i cui nomi ripetevano le madri per isgomento dei figliuolini. Mentre in Francia si declamava e prometteasi salvare l’Italia, i Lanzicnecchi per la Valtellina, già immiserita dalle guerre di religione, scesero in Lombardia, lasciando dappertutto il guasto e l’inverecondia, domandando con superbia, esigendo con atrocità, raccogliendo le maledizioni di amici e di nemici. Il papa, temendo non rinnovassero le scene del Borbone, piantò di fretta fra Modena e Bologna quel che da lui fu detto Fort’Urbano, e affollò truppe a difesa. Il duca di Mantova rifuggì a Crispino, non avendo tampoco da vivere se Venezia non l’avesse sussidiato: i Lanzicnecchi assediarono la sua città, e sebbene certi che, consunta di cibo, solo pochi giorni potea tenere, vollero averla d’assalto (18 luglio) per saccheggiarla. Ciò che di peggio si legge o s’immagina, fu allora fatto per tre giorni dai Tedeschi a Mantova; le ricchezze che in tre secoli v’aveano adunate i Gonzaga, tali da destare invidia ai maggiori monarchi, andarono preda ai brutali; le donne tedesche ai loro cenci sostituivano le migliori vesti che trovassero e pompeggiavano insultando tra il sangue e i pianti; si mangiarono perfino carni umane arrosolate. A diciotto milioni di scudi si stimò il danno, oltre pellegrini capidarte, oltre quel che non ha prezzo, le violenze e le profanazioni[103]. Il _pio_ Ferdinando d’Austria si rammaricò immensamente di quello strazio; più ancora la _piissima_ sua moglie Leonora Gonzaga; ma intanto al popolo, già spoglio di tutto, l’inesorabile Altringer impose la contribuzione di centomila doppie, e a chi tardasse, bastonate.
Nè bastava, giacchè que’ sozzi nella lentissima loro marcia lasciarono la peste. Era fresca ancora in Lombardia la memoria di quella del 1576, denotata da san Carlo che ne fu l’eroe a Milano. Una grave carestia, prodotta da insolita quantità di nevi, aveva disposto allora i corpi all’infezione, che venuta di Germania per Bellinzona ed Oleggio, invase Milano e il resto della Lombardia e del Veneto. Venezia spaventossi di dover confessare la pestilenza, che ad un tratto ne svierebbe il commercio e i forestieri; e i professori di Padova, nominatamente i famosi Mercuriale e Capodivacca, sostennero non poter essere contagioso il morbo che serpeggiava, attesochè molto più rapida ne sarebbe stata la diffusione, nè sarebbesi arrestato nelle povere e malsane abitazioni; e in prova esibivano di porsi essi medesimi alla cura: in conseguenza doversi tôrre via le precauzioni che sgomentavano, come le barche imbiancate di calcina che trasportavano i cadaveri e le robe infette. Peggiorata la condizione, tardi si presero saviissimi provvedimenti: per ogni sestiere tre persone illustri soprantendessero alla salute pubblica; una donna patrizia, una cittadina, una popolana per ognuna delle settantadue parrocchie provvedessero al bisogno degl’infermi; pene severissime e fin di morte a chi trasportasse roba da casa a casa; dalle finestre i fornaj ricevessero il pane da cuocere e rendessero il cotto; non più scuole, non cenciajuoli, non accattoni, non frati e monache mendicanti, non gittare immondezze; purgati la notte gli smaltitoj e le fogne, nessuna chiesa si ornasse che colle tappezzerie consuete; non si ricevesse alcuno a bere o mangiare nelle taverne; oltre le provvidenze per le case infette e sospette. E subito che ad uno comparissero i funesti segni, di qualsifosse condizione, era tradotto all’isola Santa Maria di Nazaret, ove per consiglio di Bernardino da Siena erasi, il secolo precedente, eretto uno spedale per gli appestati e la quarantena. Cresciutone il numero, si ponevano entro vecchie galee, e la carità de’ preti, la solerzia de’ medici e degl’infermieri, l’abbondanza di acqua, di farmaci, di viveri, di panni, la sollecitudine de’ vigilanti sopra la salute, la diligenza delle sepolture e degli spurghi, costarono immense somme, eppure non diminuirono il male, che trasse con sè i consueti disordini; e dall’agosto 1575 al marzo 77 perirono da cinquantamila vite. La magnifica chiesa palladiana del Redentore fu poi eretta per voto della liberazione.
A Milano, penetrata l’agosto, durò tutto dicembre, uccidendo più di diciassettemila persone, assistite da san Carlo, il quale diceva poi: — Non è stata la prudenza nostra, che al principio della pestilenza rimase così stupida e confusa: non la scienza de’ medici, che non è arrivata pure ad intendere le radici di questo male, tanto meno a trovarvi sufficienti rimedj; non la diligenza intorno agl’infermi, rimasti miserabilmente abbandonati; ma la gran misericordia di Dio, che ha ferito e sanato, flagellato e consolato». Per voto fu alzata la rotonda di San Sebastiano; e dappertutto in quell’occasione si pubblicarono libri, si fecero editti e provvisioni pel caso che il flagello si rinnovasse: ma poco valsero quando, solo mezzo secolo trascorso, si riprodusse.
Perocchè sul passaggio di que’ luridi Lanzicnecchi per la Valtellina, il lago di Como, la Brianza, la Geradadda, cominciarono a scoprirsi cadaveri, coperti di sozzi buboni; il popolo era già sbigottito da una cometa comparsa poco prima, e che diceasi nunzia di guerra e di peste; i medici mostrarono il pericolo instante; le città chiesero ripari; ma i governatori erano stretti da doveri ben più imperiosi, la guerra[104]: quel di Milano rispose non saper che farvi, atteso che il passo di quell’esercito «era necessario al servizio ed interesse di sua maestà cesarea, e più presto s’arrischiasse il pericolo temuto, che si perdesse la reputazione dell’imperatore»[105]; e l’Arconati presidente del senato «non sapea darsi a credere che fosse per venirne tanto male».
Così il morbo lasciossi propagare in Lombardia ed entrare in Milano, ove ben presto fin cinquemila al giorno perivano. Per tradizione popolare e per componimenti letterarj è viva in tutti la memoria di quel disastro, nel quale basterà qui dire come, nulla giovando gl’inesauribili soccorsi della carità cristiana, i due milioni e più spesi dal Comune, e un milione ducentomila dal cardinale Federico Borromeo, essa città perdette da centomila abitanti, e in proporzione la campagna e le città di provincia. Nè quivi solo, ma per tutta Italia infierì il morbo; in Torino di undicimila abitanti ottomila perirono; diecimila a Como, settantacinquemila a Genova, ottantamila in Venezia e seicentomila ne’ dominj di terraferma: si estese poi al resto d’Italia, ove pare mancasse un terzo della popolazione[106], e molte terre rimasero disabitate, sì che più non si ricuperarono.