Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 14

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Fu il colpo di grazia a questo povero paese, ove non si trovò più rimedio allo spopolamento, all’abbandono delle campagne, alla trascuranza delle arti, alla prostrazione degli spiriti sotto d’una sventura così estesa e irreparabile, e nel dubbio d’una altrettanto immensa perversità.

Perciocchè gli uomini, che, non potendo querelarsi di Dio, hanno bisogno di svelenirsi contro qualche uomo e mascherare di livore lo scoraggiamento, cominciarono a credere che il morbo fosse propagato con unti micidiali, fabbricati per malizia politica mista a diabolici concerti, e pagati da gran signori, fossero i Francesi, o il duca di Savoja per meglio ingrandire, o il governatore Cordova per vendetta degli sgarbi usatigli dai Milanesi, o qualche ambizioso che nella ruina universale sperava elevarsi. La credenza prese una spaventevole estensione; e l’autorità, forviata dal giudizio popolare, processò alcuni e li mandò ad orribili supplizj, colla legale iniquità dando ragione al furor popolare; ed eresse una colonna _infame_, che doveva ai posteri ricordare non la loro scelleraggine, ma la barbarie dei giudizj o la debolezza de’ giudici, che immolavano fino la legalità al pregiudizio plebeo ed alla paura[107].

Sì orribili miserie non commoveano l’atroce inettitudine o la caparbia ambizione dei padroni d’Italia, nè la guerra nel Monferrato cessò finchè la peste non ebbe decimato e rubatori e derubati, e reso vuoto ed incolto il paese che i forestieri si disputavano.

Il veder tanti maneggi riuscire alla perdita de’ preziosi suoi possessi e allo strazio dello Stato, amareggiò Carlo Emanuele, che morì a Savigliano (1630), lasciando di sè fama variissima; lodato da quelli che pregiano l’ambizione d’ingrandire e il proposito di sbrattare dai forestieri e d’unificare l’Italia, quand’anche i mezzi siano conducenti a sbranarla ed a sottometterla ai forestieri. Vittorio Amedeo succedutogli con pensieri più moderati e leali, era cognato del re de’ Francesi, eppure da principio dovette combatterlo non senza abilità. I Francesi, guidati dal maresciallo Thoiras, non riuscivano a liberar Casale, nè gli Spagnuoli a prenderlo; intanto d’ogni parte si combatteva e guastava alla peggio.

Giulio Mazarino, nato a Piscina negli Abruzzi, venne per gli studj a Roma, dove suo padre[108] avea servizio in qualità di gentiluomo coppiere nella casa Colonna. Girolamo di questa famiglia, che poi fu cardinale, piacquesi dell’ingegno svegliato del giovinetto, e menollo seco in Ispagna a studiare nell’Università di Alcala, donde ritornò per assistere suo padre accusato d’omicidio. Quando poi il connestabile Colonna levava milizie pel papa, il Mazarino ottenne una compagnia di fanti. Da Torquato Conti, generale delle genti della Chiesa in Valtellina, fu adoprato per trattare coi generali spagnuolo e francese, e su quegli affari stese una relazione, che al papa ne rivelò la capacità. Reduce a Roma, cercò entrare a servizio del cardinale nipote; ma poco profittando alla Corte, attese a studj legali. Quando Gianfrancesco Sacchetti, commissario generale delle armi pontifizie in Valtellina, fu destinato alla guerra di Mantova, Urbano VIII volle espressamente prendesse a lato il Mazarino, di cui subito apparve la destrezza politica nel trattare con Francesi e Spagnuoli, sicchè anche dopo dato lo scambio al Sacchetti, fu lasciato colà, dove impegnatosi di rimettere la pace, correva dagli uni agli altri per ridurvi gli animi, e potè introdurre una tregua, per cui Casale fu data agli Spagnuoli, la cittadella ai Francesi.

Vi tenne dietro la pace di Ratisbona, compiuta dal trattato di Cherasco (1630-31), sotto la mediazione di Urbano VIII, stipulandosi che Francesi e Imperiali uscissero d’Italia, l’imperatore desse al Nevers l’investitura del Mantovano e del Monferrato, tenendo però guarnigione in Mantova e Canneto; il Nevers cederebbe alla Savoja Trino, Alba ed altre terre del Monferrato, che fruttassero diciottomila scudi l’anno; Luzzara e Reggiuolo al duca di Guastalla; la Francia serberebbe Pinerolo, Bricherasco, Susa, Avigliana, solo fintantochè il Mantovano e il Monferrato non fossero assicurati al duca di Nevers. A questo fu restituito il funesto Casale; e quando ritornò in Mantova, i principi gli rifornirono la casa depredata, il granduca mobili e paramenti, il duca di Parma gli argenti da tavola, quel di Modena cento paja di bovi con altrettanti agricoltori. Tutte le parti esclamarono contro questa pace: gli Spagnuoli ne vedeano scassinata la loro reputazione in Italia; i Francesi stizzivano d’abbandonare ancora quelle porte della penisola; il duca di Mantova, sì solennemente protetto dalla Francia, trovavasi smebrata la miglior parte del retaggio; laonde già stavasi per tornare alle mani, quando il Mazarino, galoppando di mezzo alle truppe in marcia, e gridando pace di qua, pace di là, riuscì a rattoppare.

Vittorio Amedeo, per quanto di pessima voglia, dovette cedere ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa, affinchè il Richelieu non gli contendesse la ottenuta parte del Monferrato. Ma le gelosie fra il Richelieu[109] e il conte duca Olivares, quello padrone di Luigi XIII, questo di Filippo IV, intesi a nuocersi in ogni parte d’Europa, e ingrandire i loro padroni, non tardarono a suscitare ostilità nuove tra Austria e Francia.

All’una o all’altra si attaccavano i principi d’Italia, indipendenti di nome, servili di fatto. «Il duca di Parma (dice un contemporaneo), quel di Modena, Genovesi, Lucchesi sono deboli. Il granduca, votati gli erarj nelle guerre passate della Germania, non molto applicato agl’incomodi della guerra, con pochi e non sperimentati consiglieri attorno, è mal atto a opporsi; obbligato massimamente anch’egli ad ajutare, almeno in apparenza, gl’interessi degli Spagnuoli. I Veneziani, separati dalla Sede apostolica, che possono fare, se non gridare ad alta voce, _State attenti_, ma senza frutto? Il papa ha gli Stati circondati dagli Spagnuoli; solo non può; con chi farà lega, senza timore di essere abbandonato nel colmo del pericolo, in aperta diffidenza coi Veneziani e col granduca? Sicchè i principi d’Italia poca resistenza possono fare. Potrebbero chiedere ajuto al re di Francia; ma essi fanno come chi elegge morir piuttosto di veleno che di ferro, per allungare poche ore la vita; temono più la spada francese che la lima spagnuola»[110].

Il Richelieu, deliberato a rialzare la fortuna francese in Italia, e temendo che Savoja negoziasse cogli Spagnuoli affine di recuperare Pinerolo, gli intimò o lega o guerra. Vittorio dovette dunque a Rivoli stringere con Francia un accordo (1655 11 luglio) per conquistare insieme il Milanese, e spartirlo, facendo un rimpasto di tutta l’Italia; a Savoja toccherebbe l’Alessandrino, tutto il Milanese e il lago Maggiore, cedendo Cremona al duca di Mantova, creatura dei Francesi, il quale rinunzierebbe il Monferrato; altri vantaggi a Ottavio Farnese duca di Parma, che scontento dell’indiscreta vicinanza degli Spagnuoli, avea fatto gente e accolto i Francesi a Piacenza. Urbano VIII favoriva l’impresa, pur sempre procurando rappaciare mediante l’opera del Mazarino, allora secretario di monsignor Pancirolo legato a latere, e che instancabilmente spiava ed informava: ma Toscana, non sentendosi esposta, poco se ne pigliava briga; gli altri oscillavano; Venezia tenevasi in uffizio di paciera, non mirando tanto ad incrementi proprj o a libertà dell’Italia, quanto a conservare bilanciate Francia ed Austria.

Nè di schietta fede operava nessuno; e mentre Vittorio collegavasi colla Corte di Parigi, suo fratello Maurizio cardinale rinunziava al protettorato di Francia per divenir protettore dell’Impero; e l’altro fratello Tommaso passava a servizio di Spagna; il che si credette fatto d’intesa, per trovarsi l’adito in tre luoghi. I Francesi, nojati di tante inquietudini avute da Carlo Emanuele, s’erano fitti a voler la Savoja[111]; e perchè, oltre Pinerolo, non mancasse un altro passo verso l’Italia, pensarono alla Valtellina, le cui sorti non erano ancora state definite. Affine dunque che di là non venissero soccorsi tedeschi al Milanese, rinvigorirono la parte francese tra i Grigioni, e mandarono in Valtellina il duca di Rohan, gentiluomo di gran nome e caporione de’ Riformati. Senza darne avviso egli traversa la Rezia, occupa la Valtellina per _proteggerne la libertà_, e vi esercita maestrevolmente la guerra di montagna. Lombardi si accolgono dal lago di Como, Tirolesi dal Tonale, Tedeschi dal Braulio per _ispennare i galli_, come diceano, e fra ciò trattando da nemico l’innocente paese; ma il Rohan li sbaraglia, e piantatosi nella valle, vi fa da padrone, obbliga i natii a rimettere all’arbitrio del re le loro differenze coi Grigioni, per quanto sapessero come Francia, e il Rohan specialmente per religione, propendessero ai Grigioni. Eppure questi ultimi non s’adagiarono all’accordo proposto; e il Rohan dalla sponda orientale del lago di Como tentava far una punta nel Milanese per dar mano ai Francesi che di Piemonte v’erano condotti dal maresciallo di Crequì. Costui, uom da caccie più che da guerra, con buon esercito assedia Valenza, ajutato dal Farnese duca di Parma, ma con tanta sfortuna quanta inettitudine; passa il Ticino a Buffalora, guastando il naviglio; accampa nella brughiera, desiderando almeno saccheggiar Milano: ma sì improsperamente si conduce, che va fama siasi lasciato corrompere dall’oro austriaco; — frase antica.

Se si pensi che le truppe anche amiche ricevevano scarsissima paga, la quale spesso era ritardata, sicchè esigevano imperiosamente il vivere dai privati o dai feudatarj, nelle cui case e terre alloggiavano, si comprenderà qual fosse la miseria di popolazioni, che non sapevano mai fin dove arriverebbero le esigenze di costoro.

Vittorio Amedeo, generalissimo della Lega, opera in tentenno perchè non volenteroso, e perchè ingelosito del Crequi, per modo che i Francesi sono costretti a ritirarsi, imputandosi a vicenda la mala riuscita. Il Farnese che aveva osato cimentarsi con Spagna, eccolo esposto ai risentimenti di questa e del papa suo sovrano; il papa si contentò d’intimargli cessasse le armi; il duca di Modena ne invase gli Stati con soccorsi di Lombardia; e li desolarono finchè il papa rannodò la pace (1536), restando Sabbioneta agli Spagnuoli, e ruinato il paese. Francesco di Modena ottenne dagli Spagnuoli il principato di Correggio, tolto a Siro che avea adoprato consulti e coraggio per salvarsi dai Tedeschi, e che ne veniva spogliato col pretesto di adulterata moneta[112].

D’altra parte in mezzo ai Grigioni, sempre scissi tra Francia e Spagna, quest’ultima prevalse, in grazia delle condizioni che il re di Francia avea proposte alla Valtellina, e fece animosi a cacciare i Francesi: il Rohan vi accorse, e preso in mezzo dagli insorgenti, e non soccorso dal Richelieu per invidia, dovette tornarsene al suo paese. Ai Valtellinesi non restò più che rimettere la loro sorte all’arbitramento della Spagna. Un consiglio ecclesiastico a Madrid decise potersi popoli cattolici riporre sotto il dominio d’eretici, purchè cautelati che nella religione non avrebbero molestia; e la valle, dopo tanti patimenti e tanto sangue, fu restituita ai Grigioni.

Maggior gola a Francia e a Spagna faceva il Piemonte, sicchè lo rimescolarono fin nelle viscere. Vittorio Amedeo morì a Vercelli (1637) ancor fresco, e sì improvvisamente che la fama il disse avvelenato dal Crequì[113]; e Carlo Emanuele II suo figlio non avendo che quattro anni, Spagna ed Austria s’impegnano per darne la tutela ai zii Tommaso e Maurizio ad esse devoti; mentre i Francesi appoggiano Madama Reale, cioè sua madre Cristina figlia d’Enrico IV e sorella del regnante di Francia, al quale per tal modo riuscirebbe ligio il Piemonte. Qui lunghi intrighi de’ confessori, ch’ebbero sempre grand’entratura in quella Corte[114]. L’imperatore pretende che Cristina produca le sue ragioni avanti a lui: e perchè essa sdegna quest’atto di vassallaggio, egli si chiarisce per gli zii, che ustolando l’eredità del nipote o almeno la reggenza, si rassegnano persino al vassallaggio dell’imperatore, a ricever guarnigione spagnuola in tutte le fortezze, e ad altre dure condizioni; compromettendo l’indipendenza dello Stato, mentre spargono che Madama lo sagrificasse ai Francesi. E danni e pericoli venivano in fatto dalle vivacità francesi, dalla lentezza spagnuola, dalle divisioni intestine; Galli-Piemontesi combattono Ispani-Piemontesi; ogni città osteggia l’altra con insegne avverse e tutte straniere; a gara guastansi campagne e vite; preti e frati parteggiano ed aizzano; i tradimenti si alternano colla forza aperta. Anche il mare è contaminato di stragi; e la flotta spagnuola diretta alla Finale per portare uomini in Lombardia, è assalita dalla francese in vista di Genova e sconfitta, ambedue perdendo il loro generale.

Il Leganes governatore di Lombardia, protestando venire in Piemonte soltanto per tutelarlo dall’oppressura francese, distrugge Breme (1639), al cui assedio era perito il Crequì; dopo gloriosa resistenza prende Vercelli, ciuffa Cherasco: il principe Tommaso sorprende Torino, ma le natie contestazioni impediscono d’assediare la cittadella in cui Madama erasi gettata. Il Richelieu volò a soccorrere la sorella del suo re, ma opera interessato; e per trarre dalle strettezze di essa vantaggi alla Francia, fin colle minaccie voleva indurla a consegnare a lui i suoi figliuoli e la fortezza di Monmeliano; il che essa ricusò. Casale, spasimo degli Spagnuoli, torna campo di fiere battaglie (1640), ed Enrico di Guisa conte d’Harcourt ed il maresciallo di Turenne vi esercitano la famosa loro abilità. Leganes, qui occupato, non potè soccorrere Tommaso, che dopo memorabile assedio fu costretto rendere Torino al maresciallo d’Harcourt[115] (17 9bre); e la Reggente vi ricomparve.

Consigliere, sostenitore e amico di questa era sempre il conte Filippo d’Agliè, perciò odiato dal Richelieu; e il governatore francese un giorno lo invita a un ballo, il fa cogliere e portar prigione a Vincennes: talmente gli amici erano funesti non men de’ nemici. La pace era fatta, ma Francia non volea sgombrare le terre occupate, non Spagna le sue, i due zii pretendevano piazze forti per propria sicurezza, e si tornava ogni tratto ad avvisaglie. Di tale stata e della debolezza d’una principessa bella, leggiera, adulata, vantaggiavansi i nobili, che soprusavano ai popolani e malversavano il denaro pubblico.

Frattanto l’instancabile Richelieu suscita nemici alla Spagna sì in Catalogna, sì in Portogallo, sì nel principato di Monaco. In questo brano della deliziosa riviera ligure, appartenente alla Casa Grimaldi, fin dal 1605 Spagna teneva presidio per concessione del fanciullo Onorato II; ma poichè essa non pagava i soldati, il principe era costretto mantenerli; sicchè, desideroso di sbrattarsene, s’intese coi Francesi, avvinazzò la guarnigione spagnuola, e ne fece macello. I Francesi vi buttarono proprio presidio, nè più ne uscirono, conferendo al principe il titolo di pari di Francia e il ducato del Valentinese.

Nuovi accordi del duca Tommaso colla Spagna portarono nuove ostilità; all’assalto d’Ivrea, l’Harcourt diceva ai soldati: — Figliuoli, salvate le mura pel re, tutto il resto è a voi»; ogni cittaduola, ogni bicocca fu assaltata e difesa; sinchè Madama pacificossi coi cognati, troppo tardi scaltriti che mal si compra un trono con braccia forestiere. Nel trattato di Torino ella fu riconosciuta tutrice; però gli editti doveano farsi «con l’assistenza de’ principi cognati e col parere del consiglio». Maurizio, tornato al secolo e sposata Luigia sorella del duca, veniva a governare o piuttosto a regnare su Nizza; Tommaso su Ivrea e Biella; ed esigevano dal Piemonte buoni denari per soddisfare i mercenarj con cui il Piemonte aveano sobbissato. Luigi XII li toglieva a protezione e stipendio, purchè molestassero gli Spagnuoli; che in fatto vennero attaccati in ogni parte, e Piemontesi e Francesi occuparono molte terre lombarde.

Moriva tra questo il Richelieu (1642-43), e poco dopo Luigi XIII, di cui quegli era stato l’anima; e sottentrava Luigi XIV ancor fanciullo, sotto la reggenza di Anna, ch’ebbe per ministro Giulio Mazarino, del quale i Francesi dissero tanto male solo perchè italiano. L’abbiamo purdianzi trovato destro negoziatore a Cherasco, altrettanto buon capitano mostrossi in Valtellina, e sebbene coraggioso ad affrontar le spade in duello e le fucilate in una mischia, preferì la vita ecclesiastica, come più opportuna a salire. Di fatto i grandi politici allora formavansi nella Chiesa, che, oltre svolgere le facoltà dell’uomo, vi aggiungeva la dignità del grado. Presa la sottana, fu sommista del cardinale Barberini con ottocento scudi di provvigione, poi vicelegato ad Avignone, poi nunzio straordinario in Francia. Tornato a Roma, gli Spagnuoli lo perseguitarono come propenso ai Francesi, onde il Richelieu, che aveva imparato a stimarlo come nemico, lo invitò in Francia; e Luigi XIII lo naturalizzò e lo propose cardinale; allora andò ambasciadore straordinario al duca di Savoja e plenipotente ad Amburgo: e il Richelieu, che gli aveva specialmente commessi gli affari d’Italia, morendo lo raccomandò come capace di compiere l’opera sua. In fatto egli riuscì a conchiudere la pace di Westfalia (1648), dopo trent’anni di guerre religiose, e dopo che da quattro anni vi disputavano cencinquanta ambasciadori: dove fu rimpastata la carta d’Europa, e alle momentanee alleanze e alla forza sostituito un diritto universale delle genti, arbitrario in parte, ma con garanzie tratte dai fondamenti dell’ordine sociale.

Il Mazarino, conquistato il cuore della Reggente per dominarne lo spirito, seguitò perseverantemente il proposito del Richelieu d’indebolire gli Austriaci fuori, dentro abbattere i signorotti onde assodare la monarchia; opera più difficile a lui perchè straniero, senza radice nè appoggio, e con un re pupillo. Trionfò della elegante ribellione di Parigi denominata la Fronda, e questa si vendicò del suo vincitore disonestandone la memoria con un sobisso d’epigrammi, consegnati nelle _Mazarinade_: fatto è che, senza velleità d’innovare il sistema del Richelieu, menollo a fine; conchiuse le due grandi paci di Westfalia e de’ Pirenei; trovò mezza Francia ribellata, eppure senza far morire un sol uomo rese vincitrice la monarchia; seppe ritenerla dagli eccessi, e portare quel regno al colmo del suo ingrandimento intellettuale e territoriale. Simulatore e dissimulatore, più avido della potenza che della gloria, non operando a inclinazione ma a calcoli, non falsando il giudizio per vanità, sagrificando l’amor proprio all’ambizione, entrando negli interessi e nelle viste di quei che voleva persuadere, più che rispetto per sè, cercando infondere disprezzo per gli avversarj, ricorrendo a spedienti spesso vulgari, alla doppiezza ancor più che alla riflessione, non iscrupoleggiando su promessa o moralità, non badando ad affetti o ad ingiurie, nè rincrescendosi di cedere, purchè potesse poi ripigliare e raggiungere il suo scopo. Netto e diritto giudizio in mezzo ai passionati, mente provvida e feconda, benchè neppure nei grandi divisamenti mostrasse ampia veduta, più attivo che creatore, e riponendo l’arte del governare nel negoziare; volontà flessibile non debole, adottò per impresa _Il tempo e me_: mentre Richelieu immolò inesorabilmente i suoi nemici, egli non offese mai alcuno per conto proprio, gli ostacoli rimoveva anzichè spezzarli, e professava che il mondo bisogna comprarlo. Cercò la propria grandezza; sì, ma questa era grandezza del Governo, e il Governo era necessario. Tutto dovendo al re, al re era devotissimo; ma il non essere francese fu il suo scoglio, la causa della sua impopolarità, pochi amici avendo fin tra’ suoi stessi creati. Eppure la condotta di lui, se non fu la più onesta, fu la più utile alla Francia, la quale non può non contarlo fra i suoi Quando a cinquantanove anni morì (1661), lasciava più di cento milioni, di cui seicentomila lire al papa per la guerra col Turco; quattrocencinquantamila alla duchessa di Modena, figlia della Martinozzi sua sorella; a questa diciottomila di rendita perchè continuasse e crescesse le sue carità; alla nipote Olimpia Mancini, che fu madre del principe Eugenio, trecentomila, oltre ducencinquantamila per la sopravvivenza d’intendente alla Casa della regina; alla Corona diciotto grossi diamanti e tappezzerie su disegni di Rafaello; a Parigi il collegio Mazarino con due milioni e colla biblioteca; e una parte del suo palazzo divenne la biblioteca nazionale.

Abbiamo trovato e troveremo il Mazarino continuamente nelle vicende d’Italia, dove non cessò mai d’osteggiare la Spagna, fosse nella maremma toscana, fosse in Lombardia, principalmente sull’Adda; e colla duchessa di Savoja conchiuse il trattato del Valentino (1644), pel quale le rilasciava tutte le piazze, eccetto la cittadella di Torino. Allora il duca Carlo Emanuele II potè entrare nella sua capitale, le armi savoiarde presero fin Vigevano, e cooperarono costantemente colle francesi. Ma l’irrequieto duca Tommaso portava il valore e gl’intrighi suoi in ogni parte, agognando sempre un dominio. Si credette complice d’un frà Gandolfo che con altri avea tramato per avvelenare Madama e il giovane duca, e che scontarono colla vita; onde Madama riuscì a torgli Ivrea. Sempre col piede in due staffe, costui, quand’era del partito spagnuolo (dice Alberto Lazzari) seppe servire ai Francesi, e quando militava co’ Francesi prestava servizio agli Spagnuoli (-1656).

Quando la Francia si trovò assorta dal tramestìo della Fronda, i ministri di Milano e di Napoli s’accordarono per isnidare i Francesi anche da Piombino e Portolongone, dianzi acquistati, e ne vennero a capo. Al tempo stesso il Carasena governatore di Milano tentava cacciarli dal Piemonte, e alla reggente Maria di Monferrato promise cedere il contrastato Casale appena presolo, purchè ella volesse sconnettersi dall’alleanza di Francia. Fece ella, e il Carasena prese Trino e Crescentino (1652), saccheggiò quant’è fra il Po e la Dora, sempre dando voce che gli acquisti cadrebbero in vantaggio del duca di Mantova. Tra per forza e per corruzione venne dal presidio francese sgombrato Casale; ma mentre lusingavasi di tornare a dominazione italiana, si trovò occupato da Tedeschi e Spagnuoli. Quindi un lungo ed irresoluto battagliare, finchè il Mazarino, ripigliato il sopravvento in Francia, restaurò le cose (1659), e conchiuse la pace de’ Pirenei. In questa si trattò degli Italiani solo in quanto amici o nemici alle due potenze, e si fermò che tra Savoja e Mantova vegliasse il trattato di Cherasco; il principe di Monaco fosse restituito nella grazia e nel possesso; il Cristianissimo renderebbe al re di Spagna le piazze di Mortara e Valenza sul Po; Spagna accoglierebbe amichevolmente il duca di Modena; perdono ai Napoletani che aveano portate le armi nelle passate guerre, od erano fuorusciti.