Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 15

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Ma era nei destini che per Mantova vacillasse continuamente in quel secolo la pace d’Italia. Carlo di Nevers lasciò il dominio (1637) al nipote Carlo II, al quale successe Carlo III ancor fanciullo (1665). Cresciuto ne’ vizj paterni, dissipando in feste il denaro, in lascivie la salute, perdè la speranza di figli. Ecco dunque tornare in campo la contesa del succedere; e parendo che la moglie del duca di Lorena, figlia dell’imperatrice ch’era dei Gonzaga, fosse chiamata all’eredità del Monferrato, l’imperatore maneggiò per assicurargliela, vivo ancora il duca. Questi, tribulato dai diversi aspiranti, mostrò inclinare per Luigi XIV, e mandò il conte Mattioli bolognese con carta bianca per trattarne col ministro Louvois, col quale si accordò di consegnar Casale alla Francia. Ma reduce, il disleale manifestò quel maneggio (1679) al conte di Melgar governatore di Milano; onde Louvois, deluso, gli tese un laccio, e coltolo, il gittò prigione a Pinerolo, e poi di carcere in carcere, accompagnato da Saint-Mars destinato a custodirlo, finchè alla Bastiglia morì il 1703. Credesi lui essere quel misterioso, di cui si romanzò col nome di Maschera di ferro.

Il trattato falliva, ma non l’avidità di Luigi, il quale colle lusinghe e le minaccie addusse il duca di Mantova a lasciare che Catinat entrasse di guarnigione nella fortezza di Casale. Quel codardo, rotto ad ogni bruttura, e che non bramava se non di imbrutire ne’ carnevali a Venezia, si attirò con quel fatto il disprezzo universale. Invano se ne finse innocente, e giurò sull’ostia di non averne avuto un soldo: i Veneziani a cui era rifuggito, gli tolsero ogni onoranza ed esenzione, proibirono ai loro nobili di aver a fare con esso. Quando poi si ruppe guerra, il comandante francese fece arrestare il mantovano, e Casale restò ai Francesi sino al 1695.

CAPITOLO CLIV.

Toscana.

Così i paesi retti militarmente; la Toscana intanto avea principi e governo non forse migliori, ma volenti la pace, e che confondevano il ben proprio con quello de’ sudditi: onde ebbe a soffrire di meno, e avvolgeva di postumo splendore la decadenza. Cosmo I granduca al duca d’Este scriveva: — Con questi principi grandi è necessario governarsi in modo, che noi consideriamo bene i loro fini, e ci andiamo ajutando con avvertirci l’un l’altro, e opporci alle loro ingiuste mire, in forma che non ci mova la passione di Francia o di Spagna, ma solo il bene universale d’Italia, nostra patria». Vedemmo (t. IX, p. 501) com’egli, strozzata la repubblica colla forza e coll’astuzia, saldasse l’autorità con atti umani e con fieri, carezzando letterati e artisti, lasciando a tutti libertà di scrivergli, ma perseguitando a sangue coloro che si ostinassero sulle antiche reminiscenze. Se è merito ristabilir pace e giustizia a costo della libertà, egli il fece, e fuor di Firenze i Toscani erano contenti di lui. Ma i molti profughi, svampandosi coll’ultimo ristoro de’ vinti, lo sparlare, il disonestarono di nerissime accuse, che ripetute nel secolo passato dai fautori di Casa d’Austria succeduta a’ Medici, e nel nostro da quei che avversano il principato, lo scolpirono nelle storie, ne’ romanzi, nelle tragedie come un Tiberio (1562). Di cinque figliuoli natigli da Eleonora di Toledo, l’epidemia ne rapì di tratto due e la madre; e la malevolenza diffuse che don Grazia in rissa uccidesse il fratello Giovanni cardinale; di che furibondo il padre trucidò l’omicida; ed Eleonora per crepacuore ne morì. Aggiungeano che, feconda di sè, Cosmo desse una sposa al figlio, e più che da padre amasse la figlia Isabella. Nel fare il famoso corridojo che, traverso alle case di mezza città, congiunge i Pitti cogli Uffizj, entrato in casa Martelli vi conobbe la Camilla, e l’ebbe a sue voglie; ma essa si raccomandò a Pio V che lo indusse a sposarla, benchè senza titolo nè onori. Il giorno che egli morì, il successore le intimò di chiudersi nelle Murate, dove essa fece un tal tramestìo, che le monache impetrarono fosse trasferita altrove, e morì imbecille.

Il figlio Francesco Maria (1574), non avendo i talenti nè la prudenza di Cosmo, s’abbandonò all’Austria, mentre disonoravasi in amori. Bartolomeo Capello veneziano, da Pellegrina Morosini avea generato Bianca, che bella, giovane e mal custodita dopo la morte della madre, prese vaghezza di Pietro Bonaventuri fiorentino, ragioniere al banco de’ Salviati a Venezia, e uscita una notte per parlargli lasciando socchiusa la porta, accadde che un fornajo di gran mattina andando per l’arte sua, credendola dimenticanza, serrò i battenti (1565 28 9bre). Non potendo più rincasarsi inosservata, ella fuggì all’amante, e venuti a Firenze si sposarono. Il consiglio dei Dieci, sopra istanza del Capello, e supponendola rapita per gola della pingue dote, bandì una taglia sopra il Bonaventuri e suoi complici, esigliò Bianca, confiscandole seimila ducati che teneva della madre. A Firenze ella con filtri e prestigi, come si disse, guadagnò il cuore di Francesco Maria. Il marito oltraggiato le rese la pariglia amoreggiando Cassandra Ricci maritata ne’ Bongianni; finchè Roberto de’ Ricci con altri dodici l’assalì sul ponte Santa Trinita e l’uccise; mentre alcuni mascherati uccidevano nel proprio letto la Cassandra.

Il granduca, non solo agli aggressori lasciò tempo di rifuggire in Francia, ma non dissimulò d’essere stato conscio del fatto. Poco poi Giovanna d’Austria, costui moglie, le cui gelosie aveano cresciuto lo scandalo, o sconciando o pel cruccio di quella tresca moriva, e il vulgo susurrò di veleno. Tanto più che, due mesi dopo, egli sposava secretamente la Bianca[116] (1578); poi finito il lutto, il partecipò ufficialmente alla Signoria di Venezia. E questa, ad istanza di lui, nominò cavalieri della stola d’oro il padre placato e il fratello di lei; non che abolir la sentenza e il processo, lei dichiarò vera e particolare _figliuola della Repubblica_, inviandole una corona ducale. Allora letterati e scienziati le dedicarono scritture; Speron Speroni la lodò in versi, la lodò il povero Torquato Tasso[117], al quale largì protezione e una tazza d’argento; che più? Sisto V le mandò la rosa d’oro.

Bianca a posto turpemente acquistato si mantenne con intrighi, cinta da gentaglia ordinaria, ebrei, fatucchieri, distillatori, indovini; coi quali si bisbigliava studiasse incantesimi e fatture per mantenersi l’affetto del marito e il modo d’aver figliuoli. A questo desiderio non riuscendo, ne suppose uno, del quale dicono mandasse a male la madre.

Più profittevolmente trescava Vittorio fratello di lei, intromettendosi agli affari, e vendendo le grazie; chiese a prestanza dal granduca tremila scudi, ed alterò la cifra in trentamila; del che scoperto, fu dal granduca cacciato. La Corte si modella sul padrone; Piero fratello del granduca pugnalò la moglie per infedeltà, che troppo aveva provocate colle sue; Isabella, suora di lui, pochi giorni dopo è strangolata dal marito fra gli abbracci conjugali.

Il granduca Francesco moriva al 20 ottobre 1587, e al domani la Bianca, si disse per opera del cardinale Ferdinando Medici; il quale non soffrì ch’ella fosse deposta nelle tombe ducali, gli stemmi e i ritratti di lei furon levati d’ogni dove, il senato veneto proibì ogni lutto: il figlio suppositizio non fu riconosciuto: Bartolomeo restò ricchissimo ma disonorato, come che quel guadagno fosse «non conveniente alla grandezza dell’animo d’un generoso nobil veneziano che ha il suo fine sol nella vera gloria, la quale può bruttare un sol punto»[118]. Pellegrina, figlia di Bianca Capello, sposò il conte Ulisse Bentivoglio bolognese, il quale avendone ricevuto torti, la fece ammazzare presso Bologna (1598) con due donne ch’erano seco e il cocchiere.

Il cardinale Ferdinando succeduto al fratello (1587), trovava tesori procacciati col traffico di diamanti e con due banchi a Venezia e a Roma: altri guadagnò col trarre, in grave carestia, molti grani dall’Inghilterra e dal Nord: quattro navi sue, con patente inglese e olandese, faceano vivo contrabbando in America a danno di Spagna: e impiegando un milione di scudi, sorpassava ogni concorrenza; provvede di denaro l’imperatore contro i Turchi, di truppe il principe di Transilvania; ad Enrico IV mandava secreti sussidj in odio di Spagna, e cercò riconciliarlo col papa; per lo che l’ambasciadore spagnuolo a Roma eccitò il famoso capobande Alfonso Piccolomini a invader la Toscana; ma Ferdinando lo prese, e malgrado i reclami l’appiccò (1591).

Tre milioni di scudi si ricavavano fra drappi di seta, tele d’oro e d’argento, e rasce, che esitavansi in Inghilterra e in America; trecentomila scudi l’anno si spendeano in comprare sete greggie di Napoli; esercitavansi pure i rischiosi giuochi di banca; sicchè quando Filippo II fallì, molte case ne rovinarono. Ma già le nazioni studiavansi di non avere bisogno di mercanti forestieri, e viepiù Sully, l’accorto ministro di Enrico IV, sotto cui cessarono i vivi traffici colla Francia, e si chiusero le ultime case fiorentine a Lione. Allora molti che negoziavano fuori, rimpatriati si applicarono all’agricoltura; i Corsini e i Gerini da Londra, i Torrigiani da Norimberga; fiorentini si fecero i Ximenes mercanti portoghesi; il granduca da’ proprj piantonaj distribuiva gelsi a’ proprietarj: insieme si estesero gli uliveti e le vigne, piacque il lusso de’ giardini, ornati con pellegrinità d’Asia e d’America; e i Gaddi, i Salviati, gli Strozzi, gli Acciajuoli, i Riccardi vollero emulare quelli del principe, e scienza cavalleresca parve l’orticoltura, e da tutta Europa si cercavano i giardinieri toscani; molte piante cretesi arricchirono la botanica, e dall’Ida non meno che dal monte Baldo ne portò Giuseppe Casabona; a Matteo Caccini è dovuto il gelsomino arabico, detto mugherino. Francesco Carletti fiorentino, da suo padre negoziante spedito a Siviglia a imparare la professione, in Africa trafficò di schiavi, indi in America, nelle Indie, al Giappone e alla Cina; spogliato dagli Olandesi, a Firenze ad istanza del granduca stese (1601) il racconto de’ suoi viaggi, da uomo incolto, ma buon osservatore; diede le prime esatte notizie sul muschio, sul cocco delle Maldive, sulla cocciniglia, e insegnò l’uso della cioccolata. Filippo Sassetti negoziante erudito, di cui si han buone lettere, specialmente relative ai lunghi viaggi in Europa e in Asia, di là mandava preziose rarità al granduca.

Grosseto era stata in man dei Francesi fino al 1559, poi Ferdinando s’applicò a migliorarla, procurandovi acque salubri, scavando fossati, demolendo pescaje; ne alleggerì le imposte, edificò case, fece far le fortificazioni colla bella rôcca e coi bastioni agli angoli delle mura esagone. A Pisa riparò la primaziale, incendiata nel 1595, allacciò molte polle d’acqua salubre per condurle in città, dove edificò un collegio, la loggia dei banchi e il canale Navicelli verso Livorno. Tutto il Val di Chiana può dirsi da lui creato; diè scolo ai traripamenti del lago di Fucecchio, fece canali e dighe nella maremma di Siena, protesse il littorale mediante le navi dell’Ordine di Santo Stefano; le quali, nella memorabile impresa guidata da Jacopo Inghirami (1607) contro Bona, presero undici insegne, millecinquecento schiavi ed armi moltissime. Coi «metalli rapiti al fiero Trace», in un’altra battaglia nell’Arcipelago, Gian Bologna fuse la statua di Ferdinando per la piazza dell’Annunziata.

Risoluto, giusto, operoso, ingenuo, eppur cauto, il terzo granduca favorì le scienze naturali e matematiche, fondò il museo di storia naturale a Pisa, ravvivò l’Università di Siena; talvolta raccoglieva i migliori dotti nelle sue camere, e in presenza de’ figli metteali su dispute di fisica, di matematica, di letteratura. Già da cardinale avea aperto a Roma la stamperia di Propaganda, e compratovi la Venere, l’Arrotino, l’Ermafrodito, i Lottatori e la famiglia di Niobe per ornare la villa che ivi eresse sul Pincio. Emilio de’ Cavalieri gentiluomo romano, messo ispettore sulle varie arti, cercò promoverle; e a tacere i lavori d’orefice e giojelliere e musaicista, le fabbriche di cristalli e di majoliche emularono quelle di Faenza, Urbino, Fossignano, Arbisola; le fonderie di Gian Bologna servirono, a tutt’Europa, e Ferdinando si piaceva di regalare alle Corti e agli ambasciatori oggetti d’arte nostrale, e massime commessi di pietre dure.

Esso Cavalieri unì lo spettacolo teatrale colla musica, frapponendo al dialogo ariette. Poi si pensò che gli antichi accompagnavano la recita colla musica, onde Giulio Caccini romano maestro di cappella compose arie, Giacomo Peri inventò armonie pel recitativo; e la _Dafne_ di Ottavio Rinuccini fu rappresentata il 1594, poi l’_Euridice_ dello stesso quando Maria de’ Medici sposò Enrico IV nel 1600, indi l’_Arianna_ nel 1608.

Cosmo I aveva ordinato che la somma di cinquantamila scudi destinata ai funerali del principe si applicasse agli orfanelli; Ferdinando volle altrettanto; e divennero il fondamento di quel ricchissimo istituto degli Innocenti. Nel cedere Siena, erasi stipulato che i matrimonj de’ granduchi dovessero approvarsi dall’Austria; ma Ferdinando se ne emancipò, sposando una principessa di Lorena. Anche nel resto operò con politica indipendente; in ventitre anni non cambiò di ministri; e mentre Savoja e Spagna sprecavano in armeggiamenti, egli lasciò morendo (1609) dieci milioni di ducati, e due milioni in pietre. Giovan de’ Medici, suo fratello naturale, fu valentissimo capitano nelle guerre di Francia e Ungheria[119].

Suo figlio Cosmo II era stato diligentemente educato da Celso Cittadini, da Giambattista Strozzi, dal Galileo; ma riuscì fiacco di salute e di carattere; abbandonava gli affari alla moglie, alla madre, a Curzio Pichena ministro di suo padre; e limitavasi a maneggiar paci e combinare matrimonj fra’ principi. In mezzo ai dolori della gotta, voleva senza interruzione feste, banchetti, giuochi, spettacoli; onde allora fu introdotta nel palazzo Pitti una società di nani e buffoni, e si videro fin cavalli sulle scene.

Ferdinando avea tenuto mano con tutti i bascià rivoltati alla Porta, e con Scià Abbas di Persia. I Drusi, tribù ricoverata sul Libano, di una religione mescolata d’islam e di cristianesimo, resistettero ai Turchi, e fattisi indipendenti, pigliarono a capo Fakr-Eddyn (1613), il quale con un pugno di prodi tenne testa agli eserciti musulmani. Sgomentato da nuovi preparativi, costui fuggì a Livorno colla favorita, la figlia, il visir e molte ricchezze, offerendo di far omaggio del suo Stato a’ principi cristiani, e campeggiar per essi in Terrasanta, se volessero ajutarlo a difendere i proprj dominj. Il re di Spagna ordinò al vicerè Ossuna di rimetterlo ne’ suoi Stati, che in fatto ricuperò ed estese, giovandosi delle dissensioni de’ Musulmani: e continuando relazioni amichevoli col granduca, molti operaj toscani trasse colà. Lasciossi poi persuadere a recarsi a Costantinopoli, ove Amurat IV il tenne in onoranza, poi lo fece strangolare (1635). I suoi discendenti continuarono a dominare nel Libano. Allora il granduca ideò una lega contro i Turchi, che doveva abbracciare tutta cristianità; e sebbene non gli badasse l’Europa, assorta nelle rivalità di Francia e Spagna, egli ne prese occasione di riguarnir la marina toscana, che ricche prede condusse a Livorno.

D’amore pubblico più che di prudenza diè segno Cosmo nel suo testamento, ove alla moglie e alla madre, destinate reggenti, proibiva di lasciar in Firenze risedere ambasciadori, massime dell’imperatore o dei re di Francia o di Spagna, nè verun principe forestiero; nessuno estranio in impieghi; non confessori fuorchè francescani; del tesoro ducale non si facessero prestiti od imprese mercantili.

Le reggenti di Ferdinando II (1621), sviando da queste intenzioni, empirono la Corte di lusso, d’intrighi, di frati, di garriti teologici; profusero titoli di duchi e marchesi fin a persone di servizio; col trafficare dei grani della maremma senese rovinarono questa provincia; e mentre Cosmo risparmiava trentamila scudi l’anno, si dovette intaccare l’erario.

Il granducato era da prima composto dei dominj delle repubbliche fiorentina e pisana, eccetto le isole d’Elba, Pianosa, Montecristo, e il distretto di Piombino, sovranità riservata agli Appiani. Cosmo I nel 1546 avea comprato dai conti di Noceto la rôcca Sigillina nel vicariato di Bagnone; nel 49 dai Malaspina il feudo di Filattiera; nel 51 il castello di Corlaga; a nome di sua moglie Eleonora di Toledo acquistò pure Castiglione della Pescaja e l’isola del Giglio; nel 57 ottenne il territorio di Siena, escluso Orbitello e il resto de’ Presidj, riservati dalla Spagna; dalla quale comprò inoltre il castello di Portoferrajo e sue circostanze nell’isola d’Elba. Dipoi Francesco I acquistò nel 74 Luzuolo e Riccò, e nel 78 Groppoli ed altri distretti in Lunigiana. Ferdinando I comprò dagli Orsini le contee di Pitigliano e Sorano, _solfanello delle guerre d’Italia_, come Cosmo le chiamava: poi Cosmo II dal conte Sforza Santafiora la contea di Scansano nel 1615, nel 16 quella di Castell’Ottieri dal conte Ottieri, nel 18 Terrarossa in Lunigiana dai Malaspina. Infine Ferdinando II dal conte Sforza ebbe nel 1633 la contea di Santafiora, e nel 50, al prezzo di cinquecentomila scudi, dal re di Spagna il distretto di Pontremoli, già feudo imperiale de’ Fieschi, poi confiscato pel duca di Milano[120].

Ancora duravano le forme repubblicane, e rappresentava il popolo un consiglio di ducento cittadini, da cui si sceglievano quarantotto detti il senato; quattro de’ quali per turno di tre mesi componeano il consiglio del duca, e con lui rappresentavano la signoria. Nel resto continuavansi le magistrature repubblicane, traendole a sorte fra i cittadini abili agli uffizj maggiori. I Ducento aveano diritto di convalidare o invalidare gli atti solenni e legislativi; il duca poteva proporre a loro qualunque legge; ma ed esso e quelli non poteano risolvere che coll’approvazione del senato.

I due consigli conservaronsi sempre, benchè ai Ducento alla fine non rimanesse che di spedire suppliche di monasteri, concedere certificati di cittadinanza o salvocondotti, deliberare sulle ripudie, sulle emancipazioni, e simili. Coi nomi e le forme antiche, la volontà del principe era però legge unica; nè i Medici applicarono all’uffizio consueto delle monarchie, d’unificare gli ordini e gli uffizj: il Senese e il Fiorentino rimanevano paesi distinti; le città continuavano ad odiarsi per una libertà che tutte aveano perduto; tanti statuti contavansi quante città o borgate o corporazioni.

Il magistrato supremo componevasi di cinque senatori, un auditore e un cancelliere, scelti fra i più insigni giureconsulti d’Italia, preseduti da un luogotenente del duca. Molteplici i tribunali, la più parte di mercanti ed artieri, mal distinti d’attribuzione, e perciò difficili e dispendiosi. Così un magistrato di otto conservatori vegliava sull’osservanza delle leggi, giudicando chi le trasgredisse; di sei negozianti componeasi il tribunale della mercanzia; il magistrato delle decime soprantendeva a ciò che concernesse il fisco; il magistrato degli otto di guardia e balìa alle cause criminali; il magistrato di parte guelfa su fiumi, ponti e strade; aggiungete il magistrato dei nove, quelli dell’archivio, quelli dei capitani d’Or San Michele, della dogana, e via là, a tal segno che settantadue tribunali vigevano nella sola Firenze. Cosmo II rese stabile la Consulta incaricata di esaminare le regole di ragione, la quale presto pigliò giurisdizione estesa, e massime sotto le tutrici empì gli affari di fiscalità teologiche e giuridiche, e aperse il campo agli arbitrj.

Quante poi le interne diversità! Pistoja e Pontremoli erano governate dalla Pratica secreta, nè poteano scegliere i proprj magistrati. Monte Sansovino, le contee di Pitigliano, Sovana, Scansano dipendeano da due sovrantendenze arbitrarie, che vi delegavano a podestà i loro creati. Nelle città mandavasi un gentiluomo per vicario, o un cittadino per podestà nelle terre e borgate; che conduceva notaro, attuaro, giudice, col consiglio e l’opera loro regolandosi. Ma i ricchi non rassegnavansi ai governi piccoli; i poveri aveano troppi incentivi ad abusare; nè le estorsioni restavano represse dal rigoroso sindacato.

Gabelle molteplici e vessatorie, e chi tardasse un’ora a pagarle gravavasi del venti per cento a pro dell’esattore. Pei contratti doveasi il sette e tre quarti per cento; e se non si pagasse, l’atto rimanea nullo. I magistrati dell’abbondanza trafficavano di grani, impinguandosi sulla miseria. Sussistendo qui pure la preferenza degli abitanti della città su quelli della campagna, i foresi venivano sacrificati ai privilegi di quelli. Il Monte di pietà, che ad orfani e vedove sovveniva per interesse moderato, cominciò a prestare alla bisognosa Spagna, e ne ricevette in cambio mercanzie, sicchè divenne e banco e negozio, e concentrò i capitali, col suo monopolio rovinando ogni altro traffico. Sopravvenne la fame, poi la peste del 1630 che sospese per sempre le manifatture: l’erario esausto ricorse al Monte contraendo un debito di ottocentomila ducati. Minute prammatiche e uggiosi divieti impacciavano ogni andamento; quali piante coltivare, come manipolare il pane, dove vendere il pesce e le derrate; vietato uscir di paese per acquistarsi il vitto: un giorno si proibisce aucchiare stami e lane, pochi anni dopo si permette, essendo impossibile far senza: si vieta usar le mortelle per le concerie, poi si concede. Nel 1651 si vieta di portar fuori l’artifizio della seta, pena la vita; e l’operajo che fosse migrato, poteva esser ucciso impunemente (Galluzzi). Intanto cessava il commercio d’economia in grazia dell’operosità d’Inglesi o Olandesi, le manifatture languirono, il popolo mendicava o birbava; anche la terra isterilivasi, il caro del sale disajutava la pastorizia; frodavasi, e ne venivano rovine di famiglie; il popolo vessato dalle maremme fuggiva a Piombino, a Orbitello, in Romagna.

La Corte mutò anche in un fasto sontuoso l’antica apparenza cittadinesca; ebbe teatro, nani, buffoni; estese caccie riservate, le quali concedeansi anche a gentiluomini; e sull’esempio de’ principi, i costumi si cangiarono. Francesco I col chiamarsi attorno i feudatarj del ducato innestò l’ambizione delle cariche, per le quali si dismesse la mercatura; Orsini, Savelli, Gonzaga si cercarono titoli di marchese e di conte; s’introdussero servili formole nelle lettere[121]. I titoli di Corte prevalsero alla dignità magistrale, e un senatore s’ebbe da meno che un ciambellano; in conseguenza cercossi il lustro delle famiglie coll’accumulare le sostanze e restringere i diritti della successione femminile qual era portata dall’antico stile repubblicano: ai soli grandi si permise di tenere armi, ed essi ne abusavano per braveggiare. Alla dissolutezza palliata s’univa la manifesta ferocia; bravi dappertutto; e le immunità e gli asili delle chiese arrestavano il corso della giustizia. Quel carattere così proprio e inciso, quell’arguzia, quell’ingegno agile insieme e profondo, quella semplicità che non toglieva gli ardimenti, quella minutezza mercantile che non esinaniva il genio del bello, quell’impronta nel parlare, nello scrivere, nel fabbricare, per cui una cosa si caratterizza fiorentina senza far fallo, sparvero per dar luogo a modi contegnosi e austeri.