Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 16
Ferdinando II, preso a governare da sè (1627), tentò allogare le nocche della reggenza, e insinuare gusto nel lusso, gentilezza ne’ costumi. Eccellent’uomo, rispettoso a fratelli e parenti, nella peste del 1630 girava egli stesso soccorrendo; educato a rispettare i dotti dal gran Galileo, al cui letto di morte assistè, insinuava ai nobili l’amor delle arti; visto in teatro il Chiabrera, se lo volle al fianco per tutta la rappresentazione; interveniva all’accademia del Cimento; invitò il tedesco Giambattista Bulinger, lo scozzese Tommaso Dempster, erudito di ferrea memoria, ma bizzarrissimo, forzoso, accattabrighe, scrittore disordinato, il quale illustrò le antichità etrusche; il naturalista Nicolò Stenon, ed altri dotti stranieri. Torricelli, Viviani, Bellini, Redi, Magalotti fregiarono le Università di Pisa, Firenze, Siena; sorsero nuove accademie; fu rinnovata quella degli Immobili, la prima che si proponesse di divertir il pubblico col teatro della Pergola. Si sanarono maremme, si raccolsero le acque termali, fu estesa la coltura del filugello e d’alcune piante esculente, e vennero in fama gli agrumi toscani. Valent’uomini cercarono pel mondo cognizioni e rarità, onde si fondarono il gabinetto fisico e i serragli d’animali vivi in Boboli, e il museo di fossili e testacei e d’altra suppellettile, che il principe crescea ricambiando i doni colle essenze e le medicine della sua fonderia.
Di Livorno, borgo mentovato appena ne’ bei tempi di Pisa, i Fiorentini non tardarono a comprendere l’importanza[122]. Il duca Alessandro vi eresse la fortezza vecchia; Cosmo I un molo a disegno del Vasari, e un nuovo canale, e vi si allestivano le galee pei cavalieri di Santo Stefano; Francesco I con gran solennità gettò le fondamenta delle nuove mura, secondo la pianta del Buontalenti, compite poi da Ferdinando I con belle porte e ponti di pietra e opportuni munimenti, e ogni sorta edifizj, oltre il lazzaretto e il gran molo[123] che univa per centomila braccia la lanterna alla terraferma, sicchè potette considerarsene il fondatore, e la chiamava _la mia dama_. Procurò estendere verso Spagna e Ponente il commercio di cui fallivano le occasioni in Levante: assicurava persone e beni di chi accasasse a Livorno, vero _asilo_ dove non faceasi indagine di qualsifosse delitto anteriore, talchè vi accorreano molti indebitati, corsari arricchitisi, Ebrei e Cristiani nuovi di Spagna e Portogallo, Cattolici fuggenti d’Inghilterra, Greci fuggenti di Turchia, Corsi malcontenti dei Genovesi, fuorusciti di tutta Italia e di Provenza. Ferdinando II fabbricò il quartiere, per somiglianza denominato Venezia, e meglio stabilita la franchigia del porto, fra la guerra universale vi dava ricovero a tutte le navi, per quanto nemiche; sicchè Livorno non crebbe come le capitali, a scapito del restante paese, ma mediante i forestieri; negozianti n’erano i ricchi, e la pigione de’ magazzini rendeva al granduca centomila scudi. Esso Ferdinando aveva dal granturco ottenuto salvocondotto pe’ suoi sudditi in tutti gli scali della Porta; tentò una società mercantile coi negozianti di Lisbona, cui i Toscani avrebbero contribuito quattro milioni di ducati d’oro, assicurati sul magistrato dei capitani di parte guelfa; ma poi reputando o soverchia o scarsa la sua marina, vendette tutti i legni alla Francia (1647), e così Toscana cessò d’essere potenza marittima.
Nella guerra di Castro, Ferdinando parteggiò con Venezia e Modena contro le pretensioni pontifizie; onde empì Toscana di lance spezzate, cioè bravacci e malviventi di tutta Italia, chiesti a rinforzo dell’esercito. Il peggiore fu Tiberio Squilleti napoletano detto frà Paolo, perchè cominciò da francescano e finì assassino di mestiere. Livorno era convegno di cosiffatti, che dal Regno e dalla Lombardia vi accorreano in sicurtà, e trovavano chi li reclutasse.
Le relazioni fra Toscana e Francia si avvivarono mediante due regine, date dalla Casa de’ Medici. Caterina, figlia di Lorenzo duca d’Urbino e di Maddalena della Tour d’Auvergne, e cugina di Clemente VII, nel 1533 sposò Enrico II, e rimastane vedova, stette reggente nella minorità di tre figliuoli, che successivamente salirono al trono. Era forestiera e perciò i Francesi la denigrarono; fu reggente nel calore delle fazioni, e perciò ebbe accanniti avversarj, i quali la ritrassero come il tipo dell’astuzia e della fierezza italiana, d’una politica egoista, d’una fredda crudeltà, accagionandola di tutte le colpe de’ figli suoi, e fin della strage del San Bartolomeo. Queste dicerie furono accettate dalla storia, scritta con leggerezza, e servile all’opinione forestiera, e che la presenta con ciglio feroce, tra figli carnefici e corte manigolda; e pur testè il Michelet la chiamava un verme sbucato dal cimitero d’Italia. Bella, maestosa, nel vigore degli anni, istruita dalle sventure de’ suoi e dalle proprie, irritata dalle umiliazioni sofferte da un marito che la posponeva alla druda titolata, lui morto più non depose le gramaglie, nè disonorossi con cattivi costumi, quantunque negli altri li tollerasse. Amata da’ suoi figliuoli, benchè li trattasse da assoluta, inarrivabile nel fascinare gli spiriti, teneva la Corte più splendida d’Europa, allettandovi i grandi coll’aumentare a cencinquanta le damigelle d’onore, e divertirli ora con feste e cavalcate e caccie, ora con balletti che ella medesima desumeva dal Furioso o dall’Amadigi: proteggeva artisti e dotti, e all’occasione sapeva mettersi a capo d’un esercito[124]. Lo storico Brantôme, quantunque suo avversissimo, non ne intacca i costumi, e dice che spendeva quanto papa Leone e Lorenzo de’ Medici; magnifica in ogni suo atto, non veniva meno alla grazia e al gusto; e mentre l’accusavano di cumular tesori, alla morte non le fu trovato un soldo, anzi ottomila scudi di debito. Nel governare mostrò abilità insigne, dedotta da quel sentimento d’una grande responsabilità, che si eleva di sopra alle considerazioni secondarie e alle calunnie de’ partiti; sapendo sputar dolce e inghiottire amaro: nel voler conservarsi il dominio conservò la Francia, che minacciava cadere nella tirannide o andare a brani, e si mostrò francese più che i Francesi stessi. Enrico IV diceva al presidente Claudio Groulard: — Affeddidio, che poteva fare una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli sulle braccia, e le due famiglie di Navarra e di Guisa avide d’usurpar la corona? Non doveva ella sostenere di strane parti per ingannare gli uni e gli altri, eppure salvare come fece i suoi figliuoli, che regnarono successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta? Mi maraviglio non abbia fatto di peggio»[125]. Vero è che la politica può scusar fatti, che la morale disapprova irremissibilmente, nè quella di lei era migliore della machiavellica.
Questo Enrico IV avea più volte ricorso per denari al granduca Ferdinando I, che gli fece grossi prestiti, esigendo, oltre l’interesse, una sicurtà. A titolo di questa erasi anche impadronito delle isole d’If e di Pomègue in faccia a Marsiglia; per recuperare le quali Enrico spedì a Firenze quel che fu poi cardinale D’Ossat, il quale dopo grandi fatiche riconobbe al granduca il credito di un milione censessantaquattromila centottantasette luigi d’oro, da rimborsare in dodici anni. Enrico pensò spegnere questo debito col chiedergli in moglie la nipote Maria, e l’ebbe col soprappiù di seicentomila scudi di dote. La sposa, nel 1600, mosse da Livorno per Marsiglia su legni altrui, non avendone la Francia, donde s’avviò a Parigi tra feste continue, a gara segnalate. In Avignone, allora papale, entrò sopra un carro tratto da due elefanti, e v’ebbe un accompagnamento di duemila cavalieri, sette archi, sette teatri, giacchè gli Avignonesi vantavano che la loro città avesse il tutto in numero di sette, sette parrocchie, sette palazzi, sette conventi vecchi, sette monasteri, sette ospedali, sette collegi, sette porte; ed oltre le arringhe e i versi, le si offersero molte medaglie d’oro coll’effigie sua e della città. A Lione incontrò il marito, che la trovò assai men bella del ritratto, ingrassata, occhi fissi, modi sgraziati, carattere caparbio; ed essa di rimpatto trovava lui molto vecchio, nè seppe vincere mai la repugnanza che gliene aveano ispirato quand’era eretico. Riuscì dunque infelice quel matrimonio: egli donnajuolo, non la amò neppur quando il fece padre; essa gelosa, veniva a incessanti garriti, nè troppo si dolse allorchè fu assassinato. Fatta allora reggente per Luigi XIII novenne (1610), ella cambiò di politica, chinando a Spagna; e mediocre di spirito e di cuore, lasciossi regolare da Leonora Galigaj sua sorella di latte, e dal costei marito Concino Concini fiorentino. Questi comprò il maresciallato d’Ancre in Picardia, ottenne varj governi, e sorresse potentemente Maria nella lotta che dovea sostenere contro i grandi feudatari e i principi del sangue e i Protestanti, che ruppero in aperta guerra civile. Perciò esoso come chiunque resiste, egli ebbe vituperio di basso ambizioso; e tutta la Corte cospirando contro di lui, persuase al re pupillo di liberarsene. E fu assassinato (1617) e tratto a strapazzo dal popolo; e la marescialla sottoposta a un processo ancor più vile che imbecille, quasi avesse chiamato in Francia ebrei, maghi, astrologi, fatto talismani per soggiogare la regina. — Il filtro che adoprai, è l’ascendente che ogni spirito superiore acquista sovra un debole», rispose la Galigaj, e sopportò dignitosamente le stolte accuse e la morte ignominiosa[126].
Maria, quando imprigionata e allora compianta, quando a capo del governo e allora aborrita, indovinò i meriti del Richelieu, e lo fece innalzar cardinale e ministro; ma ne provò l’ingratitudine e dovette esulare, sempre fra brighe e raggiri finchè morì (1642): giudicata da viva e anche dopo morte dal lato più vulgare.
I mali trattamenti di Luigi XIII a sua madre e l’assassinio del maresciallo d’Ancre gittarono zizzania fra il granduca e la Francia. Il parlamento di Parigi nella confisca dei beni del Concini comprese duecentomila scudi ch’egli tenea sul Monte di pietà di Firenze, e mandò a staggirli. L’impadronirsi di somme deposte sotto la pubblica fede, senza un giudizio reso nel paese stesso, repugnava al diritto pubblico, e la Toscana vi si oppose; ma la Corte di Francia tenne per offesa la propria dignità, e ne fece un capo grosso.
Colla moglie Vittoria d’Urbino Ferdinando II visse discorde, pur le abbandonò l’educazione di Cosmo III, ch’essa crebbe fra ignoranti, i quali lo svogliarono delle lettere e scienze profane per impanicciarlo di teologia: onde succeduto al padre (1670), in cinquantatre lunghi anni mostrossene troppo degenere. Dai viaggi riportava non cognizioni, ma vilipendio del proprio paese, e il fasto forestiero[127]. La vivace Margherita Luigia d’Orléans, sposatagli nel 1661, sprezzava questo pesante devoto, e Medici e Rovere e Toscana: innamorata d’un altro, aborriva d’esser madre, e serpentò tanto che il marito dovè permetterle di tornare in Francia. Rinchiusa nel monastero di Montmartre, essa vi appiccò il fuoco, e al marito scriveva, tra mille altre sguajataggini: — Quel che mi duole è che noi andremo ambidue a casa del diavolo, e avrò il tormento di vedervi anche colà... Vi giuro per quella cosa ch’io odio più, che è voi, che io patteggerò col diavolo per farvi arrabbiare e per sottrarmi alle vostre pazzie... Che vi serve la devozione? fate quello che volete, siete un fior di roba, che Dio non vi vuole e il diavolo vi rifiuta».
Eppure egli n’era geloso; e malevolo, soppiattone, inesorabile, alternava un fasto eccessivo con pii esercizj, e processioni, e offerte a lontani santuarj; fabbricò chiese; pose in venerazione san Cresci, nobilitando la chiesa di esso a Valcava in Mugello, e bandì un Servita che sosteneva apocrifi gli atti del colui martirio, e così eccitò una controversia, a cui presero parte buffa i begli spiriti. Tenea corrispondenze alle Corti de’ principi protestanti, onde trarli alla fede romana. Ito al giubileo a Roma, per poter toccare le sante reliquie, privilegio di canonici, si fece conferire tal dignità, e in abito canonicale mostrolle al popolo[128]. Per voto andando a visitare la tomba di san Carlo a Milano, fu ricevuto splendidamente dai principi, e Ranuccio II di Parma fabbricò apposta il teatro Farnese, dove le allegorie furono divisate dal Pozzi vescovo di San Donnino, e dove si macchinarono spettacoli, più ricordevoli che non la storia del paese.
Ai granduchi era stato assegnato il primo posto dopo la repubblica di Venezia, cioè precedenza sopra tutte le repubbliche e i ducati; ma quando il duca di Savoja conseguì gli onori reali, Cosmo reclamò tanto, tanto spese, che l’imperatore gli consentì il grado medesimo, onde prese il titolo di Altezza reale. Profusamente regalava; patrocinava i principi esteri presso la Corte di Roma, il che gli dava aspetto di primo principe d’Italia; e guadagnavasi i ministri forestieri. I suoi vini erano una squisitezza alle Corti di tutta Europa, e gliene venivano in ricambio piante ed erbe pe’ suoi giardini, medaglie e rarità pe’ musei; i missionarj d’Oriente gli inviavano Indiani, due Calmuchi il czar, due Groenlandesi il re di Danimarca. Per bastare a tali splendidezze alternava assurde ordinanze finanziarie e meschinissime grettezze; oltrechè le principali cariche erano messe a prezzo, o date per intrighi di preti e di famigli. Cosmo i processi voleva compendiosi, feroci i supplizj sulle piazze, per le strade; ma ai potenti restava sempre modo di riscattarsi a denaro. Diffondeva spie per conoscere i costumi; mandava attorno frà Domenico di Volterra in equipaggio di Corte a informarsene e correggerli; le discordie tra le famiglie credeva rassettare con matrimonj da lui ordinati, e che moltiplicavano gl’infelici; che più? vietò ai giovani di frequentar case dove fossero fanciulle da marito.
Dove non vuol essere taciuto un fatto che a tutta Europa diede a dire. Il cavaliere Roberto Acciajuoli amava Elisabetta Marmoraj, moglie del capitano Giulio Berardi; modesta e virtuosa, quant’egli era colto d’ingegno ed elevato di sentimenti. Rimasta lei vedova, ognuno credeva si sarebbero sposati; ma il cardinale Acciajuoli volea quel suo nipote unire con qualche famiglia romana, che lui ajutasse a divenir papa. Fallitegli le persuasioni e le minaccie, il cardinale ricorse al granduca perchè impedisse quelle nozze; e il granduca, incapace di disdir nulla a un cardinale che potea salir papa, fece chiudere l’Elisabetta in un monastero. Com’è consueto, l’amore del giovane se ne incalorì; non potendo accostarsi all’amata, la sposò per lettera; e fuggito a Mantova, pubblicò l’atto, e domandò le fosse consegnata. Il granduca, l’arcivescovo, i parenti stettero al no; i migliori giureconsulti di Lombardia dichiaravano legale tal matrimonio; ma que’ di Firenze non gli davano che il valore di sponsali. Vacando la santa sede, l’Acciajuoli mandò la storia e le allegazioni a tutti i cardinali, il che tolse ogni speranza del papato allo zio: il granduca si sdegnava di veder palesata la sua ingiustizia; pure alfine restituì la libertà alla dama. Essa corse tosto allo sposo in Venezia a dividerne gli stenti e la persecuzione; ma poichè tutta Italia col prenderne interesse riprovava il granduca, questi domandò alla repubblica glieli consegnasse, col titolo che avessero mancato di rispetto e obbedienza al loro sovrano. Essi trafugaronsi verso Germania in abito fratesco, ma a Trento riconosciuti e menati in Toscana, l’Acciajuoli fu condannato in vita nella fortezza di Volterra, e privato delle sostanze: la dama, se volesse sostenere la validità del matrimonio avrebbe egual trattamento; ma essa vacillò, e all’eterna prigionia col marito preferì il viver solitaria[129].
Il Redi consigliava al granduca il passeggio come rimedio ai mali derivatigli dall’intemperanza; e poichè i suoi esercizj li faceva nella galleria, vi riunì quanto di raro possedeva la sua famiglia, facendo venire da Roma la Venere e gli altri capolavori. Campò ottantun anno (1723).
Il cardinale Francesco Maria, fratello di Cosmo, fu secolarizzato; ma Eleonora di Gonzaga sposatagli mai non lasciossi accostare da questo vecchio sciupato, che ribramando gli ozj lasciati, morì il 1711. Ferdinando, primogenito di Cosmo, allievo del Redi, del Viviani, del cardinale Noris, coi vizj rese l’animo e il corpo incapaci di amar la moglie, e morì a cinquantatre anni. Gian Gastone, secondogenito, unico sopravvivente, fu infelice nel matrimonio come tutti i Medici; sua moglie duchessa di Lauenburg, grossolana, disamata, aborrente l’Italia, non volle mai uscire dalla sua Boemia; ed egli alla taverna, al giuoco, a tutti i vizj cercò distrazione dalle miserie che vedeva e prevedeva. Caccia i tanti frati e i tanti delatori; abolisce quelle che il vulgo chiamava _pensioni sul credo_, assegnate a Turchi, Ebrei, Protestanti venuti cattolici, e che mantellavano l’inerzia e l’impostura. Allora alle penitenze sottentrano feste, corteggiamenti, donne, carnevali, e la principessa Violante asseconda quel nuovo andazzo; nelle ville si recitano commedie dai nobili, che vanno alla Corte vestiti alla francese, anzichè coll’abito di gala, e conversano famigliarmente col duca.
Disperato d’aver eredi, e considerandosi soltanto usufruttario del paese, Gian Gastone ne trascurò la gloria e il prosperamento: abbandonato ai capricci di uno staffiere, tre sole volte il consiglio di Stato radunò nei quattordici anni di regno; sparagnò sulle prime, poi dettogli che lo spendere giova ai popoli, profuse in gioje, manifatture, capi d’arte, e in garzoni libertini, facendo il popolo soffrire delle crescenti imposte, rese men sopportabili dal terribile gelo del 1709. E di peggio prevedeasi, poichè i pretendenti, che già coll’avidità spartivansi il retaggio del granduca ancor vivo, ad ogni suo mal di capo sporgeano la mano e volean mettervi guarnigioni. Cosmo III avea procurato di prevenire quei mali col far riconoscere il diritto in cui Firenze rientrava di esser libera al cessare della famiglia, a cui, ragione o no, erano stati attribuiti que’ paesi dal diploma del 1530. Ma ridestando la repubblica, Siena sarebbesi staccata, e così i feudi della Lunigiana; i Farnesi metteano in campo la parentela; di fuori poi, se Inghilterra e Olanda vel confortavano, mostravasi contrariissima l’Austria; sicchè Cosmo cercò trasmettere il dominio a sua figlia Anna, moglie di Guglielmo principe palatino. Ma Carlo VI dichiarò che la Toscana, feudo imperiale, a lui ricadrebbe quando vacasse, e con truppe sostenne la impugnata pretensione. Gian Gastone propose unire la Toscana a Modena, di cui era duchessa una discendente da Cosmo I, e l’imperatore non se ne mostrava alieno; ma sopravvennero guerre che sovvertirono i disegni.
E così le italiche fortune erano tramenate da capricci, da ambizioni, da pretendenze d’eredità; e questi obbrobrj intitolavansi pace.
CAPITOLO CLV.
Condizione materiale e morale. Opinioni. Ingegni eterocliti.
Settant’anni di pace dal 1559 al 1621, non che sanare le piaghe, le infistolirono,[130]; le ricchezze furono esauste nella fonte; un’oppressione sistematica succedeva alle violenze della guerra; questa finiva senza indurre la tranquillità, giacchè il paese era corso da mercenarj rapaci, o da soldati forestieri che vi spandevano la povertà e la peste. Dappertutto bisogni di principi e miseria di popoli: il supremo interesse di quelli era l’esigere grosse taglie; di questi la paura di morir di fame: e le sollevazioni di Milano, di Palermo, di Fermo, le quasi annuali di Napoli, i divieti d’asportazione, l’assegnar i prezzi, l’istituire prefetti dell’annona darebbero a credere che l’uomo fosse ridotto ai meri istinti.
Tronchi i ricambj, così molteplici dapprima, fra Stato e Stato per via d’ambasciadori, negozj, magistrature, guerre, studj, ciascuno s’impiombò al paese, che amava soltanto per abitudine, per comodità: la longanime prudenza o l’astuzia diplomatica si concentrò nelle Corti, disposta a ricorrere a perfidia, a trame, a prepotenza; donde sterminati disegni con debolissimi mezzi; e invece dell’ambizione grande che fabbrica sopra se medesima, quella piccola che tresca in vanità, o colla violenza palesa il difetto di solide qualità. Nulla parendo soverchio per conservare la fede cattolica, la paura della riforma fece ridurre l’educazione a stringimenti e depressioni; alla spontaneità e alla confidenza, viepiù necessarie agli spiriti nel tempo appunto che la natura più si espande, surrogare l’azione perpetua dell’autorità sbigottita: i collegi si ridussero a monasteri, come dappoi a caserme, talchè, se aveansi i vantaggi della pietà e della compostezza, mancava spesso la civile opportunità; si lentavano i vincoli domestici, che possono essere salvaguardia non solo ai figliuoli, ma e più ai genitori; e gli animi o si fiaccavano irremissibilmente, inasprivansi contro la regola e l’autorità, per poi prorompere in violenze.
Il sussiego, parola allora introdotta, fa disapprovare una mancanza di convenevoli quanto un delitto, e tutti impronta ad una foggia uniforme; la regolarità s’incarica di spegnere le vivezze, di sostituire (come si disse degli arcivescovi Borromei) il rosario alle spade.
Coraggio fisico, viva e pronta intelligenza, se vengano sviluppati, rendono grande un popolo; compressi degenerano in ferocia e in astuzia; come la vivace intelligenza, se rinneghi il calcolo, rovina se stessa. Esclusi dagli affari della patria, i nostri recavano l’ingegno a servigio degli stranieri; sicchè il nome italiano di fuori continuò a tenersi in onore, e la nostra letteratura imitavasi da Inglesi e Francesi, come noi imitavamo la spagnuola. In Francia la buona società modellavasi al tipo italiano, e italianeggiava la lingua: i soldati che avevano fatte le campagne d’Italia, voleano parlarne con termini nostri, e dire _infanterie, cavalerie, embuscade, sentinelle, escarpe_, fino _brave_. Ma i nostri v’erano malvisti, come quelli che si foracchiavano in tutti gl’impieghi[131], e al machiavellismo italiano imputavansi tutti i mali della guerra civile e di religione.
Delle consuetudini principesche danno buon testimonio i ricordi, che Francesco Maria II lasciava a suo figlio Federico Ubaldo duca d’Urbino, il 22 marzo 1615. Trascorriamo le generalità del vivere in grazia di Dio, trattare con ischiettezza, non rimettere a domani quel che si può fare oggi, lasciar libero il corso della giustizia, senza che se n’intrighino nè i parenti nè la moglie; e così della liberalità, dell’affabilità, della riconoscenza a chi prestò servigi, del risparmiare la pena di morte, dello spender meno nell’entrata, del non toccare l’onor delle donne e particolarmente delle nobili. Vuol che non abbia intrinsechezza co’ sacerdoti, ma li lasci attendere all’officio loro, egli attendendo al suo senza loro ajuto. Ubbidiente al papa, ardentissimo nel servizio di S. M. Cattolica, andando in guerra s’e’ ci va in persona. Cerchi consiglieri e ministri che vadano per la strada del carro, anzichè voler novità speciose; e anch’egli attenda a far camminare bene le cose antiquate, non facendo decreti nuovi, e piuttosto restringendo i vecchi. Non si dia troppo allo studio delle scienze, bastando intendere bene la propria lingua e la spagnuola, farsi leggere ogni giorno qualche storia, e ragionare delle scienze con quelli che le professano. Faccia esercizj cavallereschi, la scherma, il ballo, il nuoto; giuoco alla palla, caccia, maneggio de’ cavalli, di questi tenendo una razza. Mangi d’ogni cosa, ma moderatamente e senza seguir regole di medici, de’ quali non è a valersi che nelle infermità. Il figliuolo maggiore tratti come un fratello, lasciando che governi e comandi. Se ha un altro figlio, compri per esso uno Stato nel regno di Napoli, con altre entrate per 12,000 scudi l’anno: il che è meglio che dargli beni in paese: così s’hanno fondate due case. Degli altri figli un ne faccia ecclesiastico; e così se ne ha molti, li collochi colla propria parsimonia e col favore di S. M. Cattolica.