Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 17
Il sentimento religioso molto ingagliardì, massime dacchè su quello si piantò l’educazione; e ripullulava traverso ai disordini della vita, sicchè finivano devoti quei che aveano menata vita disonesta o prepotente. La politica professava canoni più sani, dedotti dalla rivelazione; arti e lettere attingevano a fonti ecclesiastiche; sin la fisica appoggiava a principj d’ordine religioso. Molti ottennero gli onori degli altari, ed ai già accennati (t. X, p. 474) vogliam soggiungere Gregorio Luigi Barbadigo padovano, cardinale, vescovo di Bergamo poi di Padova, ove fondò il seminario tanto celebre per gli studj filologici, colla biblioteca; Francesco Girolamo di Grottaglia gesuita, che per quarant’anni diresse le missioni nel regno, predicando instancabilmente, ma breve e con unzione, a soldati, galeotti, pescatori, meretrici, che traeva agli abbandonati sacramenti, sicchè fin otto o diecimila persone a un tratto si comunicavano. Giuseppe da Copertino presso Brindisi, laico francescano, uso ne’ servigi più vili, tutto umiltà e penitenza, è assunto agli ordini benchè ineducato: ma de’ miracoli e delle estasi sue l’Inquisizione e i superiori dubitano e lo credono ipocrite; ed egli soffre rimproveri di colpe che non commise. Sebastiano Valfrè da Verduno nella diocesi d’Alba, mostrò gran carità sin da fanciullo, ed entrato oratoriano, scrisse il _Mezzo di santificare la guerra_, la _Breve istruzione alle persone semplici_; operò molte conversioni a Torino, di cui non volle essere arcivescovo; vivea sempre in ospedali, eppur tenea corrispondenza con vescovi e teologi su punti rilevanti. Veronica Giuliani di Mercatello, vestitasi cappuccina, ebbe visioni, patimenti straordinarj e i segni della corona di spine, e Cristo le impresse le sue piaghe: il Sant’Uffizio ricusò credere questi portenti, il confessore la umiliò in ogni guisa, pur dovette confessare che di speciali favori la privilegiava Iddio. Tra i chiostri troveremmo Pacifico da San Severino, Bonaventura da Potenza, Bernardo da Offida, Tommaso da Cora, che non potendo impetrare d’andar nelle Indie, missionò in paese con gran frutto di conversioni; Bernardo da Corleone in Sicilia, che annojatosi al mestiere del calzolajo, andò soldato, ma messo in carcere per indisciplina, tornò a coscienza, e vestitosi cappuccino fu specchio di virtù.
Ma poichè soltanto una grave devozione apriva la strada agl’impieghi e agli onori, degenerava in ipocrisia o in cupa superstizione. Abbondavano le pratiche convenzionali e i fervorini da sacristia, donde il cuore è assente, e che lasciano l’anima senza alimento; i dogmi non eccitavano nè attenzione nè resistenza perchè senza riflessione si adottavano formole di fede che bastava ripetere. Il nome d’eretico faceva orrore a segno, da non voler leggere le migliori opere de’ Tedeschi e degli Inglesi d’allora, nè comunicare di commerci con Olandesi od Ugonotti. La devozione però non salvava da ribaldi disegni; di reliquie coprivansi i masnadieri, impetravasi indulgenza per accingersi a qualche misfatto[132]. Le chiese erano esposte non solo a ruberie, ma a profanazioni, convegno d’amori, o campo di liti fin al sangue. Nel 1630 nel duomo di Palermo facevasi una gran rappresentazione sul riscatto di Gerusalemme; e i Gesuiti, in onore d’una infanta di Spagna allora nata, diedero una commedia con nuvole piene di danzanti, e una cena che costò seicento ducati. Le Benedettine di Donn’Albina diedero pure un dramma, con licenza del papa introducendovi anche uomini. Occasioni di nuovi scandali nelle chiese.
Le incalzanti raccomandazioni del concilio di Trento provvidero alla costumatezza e alla dottrina del clero: pure le memorie contemporanee palesano quant’esso conservasse dell’antecedente depravazione e del secolaresco, e all’ombra de’ rinvalidati privilegi mestasse turpemente negl’interessi mondani, fino a guadagnare in botteghe, e convertir chiese e canoniche in magazzini. Nelle visite i vescovi trovavano preti o pubblicamente concubinarj, o violenti fino ad assaltare alla strada, gli assassinj e il contrabbando ricoverando all’ombra degli altari. Tre prevosti degli Umiliati diedero mandato al diacono Farina perchè uccidesse san Carlo, che miracolosamente campò: il prevosto di Seveso aveva ridotta in spelonca di ladri la sua chiesa, e le sepolture coprivano le vittime dei suoi delitti.
I conventi popolavansi per convenienza di stato, e non di rado per violenza o seduzione dei padri, volenti alleggerir la casa dai figli cadetti onde assicurare la fortuna de’ primogeniti. Per romanzi divenne famosa Virginia, figlia del conte di Leyva signore di Monza, che costretta ad assumere il velo, si contaminò di gravissimi misfatti, finchè trattane si ridusse a severissima penitenza. Arcangela Tarabotti, a undici anni chiusa in Sant’Anna di Venezia, «non fu monaca neppure d’abito e di costumi, quello pazzamente vano, e questi vanamente pazzi»: benchè nè tampoco a leggere e scrivere le avessero insegnato, pure per sottrarsi all’accidia applicò agli studj, e compose opere, fra cui _La semplicità ingannata, o la tirannia paterna_[133], e l’_Inferno monacale_, libri scomposti ma passionati, dove rivela la usatale violenza, e impreca ai padri che forzano la vocazione de’ figliuoli, e con argomenti e autorità sacre e profane sostiene la libertà della donna nello scegliersi uno stato. Le pie insinuazioni del patriarca Federico Cornaro la fecero prima rassegnarsi, poi compiacersi del proprio stato; «abbandonò le lascivie degli abiti, di cui tanto si dilettava»; e a sconto de’ precedenti scrisse libri di concetto opposto, quali il _Paradiso_, la _Luce monacale_, la _Via lastricata per andare al cielo_, le _Contemplazioni dell’anima amante_, il _Purgatorio delle mal maritate_; e prossima alla morte, supplicò che gli altri suoi scritti fossero dati al fuoco.
Da Marcantonio Mariscotti conte di Vignanello e da Ottavio Orsini era nata Clarice, e benchè di buon’ora innamorata delle vanità, dovette professarsi monaca in San Bernardino di Viterbo col nome di suor Giacinta. Tutta capricci e dispetti, volle aver camera distinta, che ornò con suntuosità; i doveri adempiva sbadatamente, assorta in fantasie e vanità: ma côlta di grave malattia, mandò per un confessore, e questo entratole in camera e vedendo quell’incompatibile lusso, la minacciò di perdizione; ond’essa tolse a riparar lo scandalo chiedendo perdono alle compagne, dando alla superiora quanto avea del proprio; e risanata, fu tutta alle austerità, alle macerazioni. Scoppiata un’epidemia, istituì un ospedale e le oblate di Maria, che andassero limosinando per convalescenti, carcerati e poveri vergognosi.
Quando i cardinali erano ministri di Spagna, di Francia, governatori, condottieri d’eserciti, come il Richelieu, il Mazarino, il Lavallette, l’Albornoz, il Trivulzio, il Caracciolo, il Granuella, il Grimani, il Borgia, lo Zappata, il d’Aragona; quando ogni Potenza ne teneva uno in Roma che, come suo protettore, dovea maneggiare e intrigare, e della politica il gran punto consisteva nell’acquistar potenza alla Corte pontifizia accaparrandosi i prelati più efficienti, e massime quelli delle principesche case italiane, era ad aspettarsene edificante pietà, nè studio della scienza di Dio? Le case di Savoja e d’Este, i Gonzaga, i Farnesi, i Barberini, gli altieri aveano sempre uno o più porporati, che spesso gareggiavano col papa in splendidezza; e talora, passata la prima gioventù, deponeano la porpora per ammogliarsi. Al cardinale Aldobrandini, quando passò nunzio in Francia nel 1600, furono assegnati mille scudi il giorno, oltre le sue rendite, e grossa somma per le prime provvigioni[134]. Nel 1670 il duca di Parma a complimentare il nuovo papa Clemente X spedì il conte di San Secondo, che andò all’udienza con diciotto prelati e cencinquanta carrozze. Il cardinale Alberto d’Austria (dice il cavaliere Dolfin nella relazione di Roma) in mezzo a strepito d’armi e tamburi fa parlar di sè tanto, che merita posto fra i celebri capitani più che fra i prelati.
Il cardinale Rinaldo d’Este aspirava a diventare protettore dell’Impero; ma dagli Spagnuoli tergiversato, piegò a Francia, che fu ben lieta d’acquistare costui, forte per carattere e per relazioni di famiglia. N’era appena fatto protettore, quando entrò in Roma l’ammiraglio di Castiglia ambasciatore di Spagna, che non solo non l’invitò alla sua cavalcata, ma fece côlta d’armi nel proprio palazzo. Altrettanto l’Estense; e di bravi e di nobili venuti da Modena si circondava qualunque volta uscisse. Vano l’interporsi di signori e del papa; aspettavasi da un giorno all’altro un conflitto. Di fatto, scontratesi le carrozze dei due superbi presso al Gesù, s’intese un colpo di pistola; il popolo a fuggire; gli uomini dell’ammiraglio fan fuoco colpendo molti innocenti; poi si danno essi pure in fuga, lasciando scoperto esso ammiraglio, il quale potè andarsene illeso; ma viepiù inasprito, manda a cercar gente e denaro al vicerè di Napoli. Questi però nega secondarne le vane braverie, il papa viene a capo di riconciliarli, e il buon popolo romano applaudisce clamorosamente all’Estense che sì bene aveva sostenuto il decoro di Francia.
E continue erano le dispute di precedenza, massime tra gli ambasciadori di Francia e di Spagna; il concilio di Trento ne fu turbato quanto dalle eresie, attesochè il papa, sapendo inimicherebbe a sè e forse alla Chiesa quello che posponesse, non osava pronunziarsi, finchè le guerre civili non l’indussero a preferire il Cristianissimo, come quello ch’era più in pericolo d’apostatare. Il giorno della coronazione di Gregorio XIV, Alberto Badoero ambasciadore di Venezia sostenne di dover comparire immediatamente dopo quel dell’imperatore, e innanzi a tutti gli altri: e perchè il senatore di Roma pretendea quel posto, egli dichiarò non interverrebbe alla coronazione: onde il papa ordinò al senatore di andar via co’ due confalonieri che l’accompagnavano. Il prelato Centurione arcivescovo di Genova e prolegato incontra il cocchiere del cardinale San Giorgio nipote del papa, e perchè non vuol tirare da banda la carrozza vuota, e’ lo bastona: San Giorgio ne porta querela al papa, e non trovandosi soddisfatto, esce dalla città e dallo Stato, per quanto il papa mandi a richiamarlo[135].
Il Portogallo erasi sottratto alla dominazione spagnuola, talchè veniva considerato come ribelle. Avendo mandato il vescovo di Lamego ambasciadore a Roma, il marchese de los Velez ambasciadore di Spagna pretendea non fosse ricevuto; ma il fu, e ordinato il modo di comportarsi, volendo che, se incontrasse l’ambasciadore di Spagna, calasse le cortine della carrozza. Los Velez, saputo che il vescovo era a visitare monsignor de Fontenay, mandò a prendere quantità d’armi, e le distribuì fra’ suoi, coll’ordine che, se le cortine del Portoghese non fossero calate, tagliassero i garetti a’ cavalli. Il vescovo, avvertitone, si pose attorno altri armati, e scontratisi cominciossi il fuoco, dove furono uccisi cavalli e persone d’ambi i lati: allora Roma parteggia; bisogna mandar soldati; raffittiscono le dispute, e i due ambasciadori si ritirano in opposte direzioni.
Nella peste del 1656, il vicerè vieta che nessuno entri in Napoli se non con licenza de’ regj ministri; e l’arcivescovo pubblica che per gli ecclesiastici richiedasi la licenza vescovile: quello ricusa, si abbaruffano, intanto che morivano quindicimila persone al giorno. Poi qualche volta di Spagna viene decreto che in tutte le chiese, in tutte le scuole si giuri l’immacolata concezione della beata Vergine: qui i vescovi a protestare contro l’altrui ingerirsi in materia di loro spettanza; i Domenicani a rifiutar di professare una pia credenza, da loro impugnata; i professori a trovare pregiudicata la libertà dell’insegnamento; Roma a negare ai re la podestà di proporre una credenza teologica.
Grandi problemi nè morali nè politici non si posarono nè discussero fra noi; eppure puntigli di cerimoniale, dispute di eredità, tafferugli fra vescovi e governatori o col papa per le giurisdizioni, portarono irrequietudini rinascenti e fin guerre; e in privato frequenti duelli sulle vie pubbliche, assalti di villaggi a mano armata; e stimare felicità l’essere annoverato fra l’alta e la bassa domesticità di Spagna, l’ottener titoli desunti dalla mensa, dalle caccie, dalle stalle, dalle anticamere regie; e ciascuno zelare quelli che ereditò e le piccole distinzioni, e pretendere privilegi ch’erano aggravj degli inferiori, e che ricordavano ciò che i nobili erano stati, senza insegnar le ragioni per cui cessarono di essere. Alle processioni, alle comparse, magistrati, preti, maestranze lottavano per l’abito, per lo scanno, pel passo innanzi. Quante volte a Napoli furono ritardate, finchè i cerimonieri avesser proferito! intanto gli uni e gli altri stavano coll’armi in pugno, e i soldati non bastavano a impedire le collisioni: talora moveasi la marcia, ma intimandosi che i nobili titolati procedano distinti, i non titolati spengono i torchietti e se ne vanno. Or si raduna il consiglio, ma un sindaco n’esce perchè non si trova assegnato un sedile conveniente. Or ad una solennità, il governatore si leva indispettito di chiesa perchè vede posare un predellino sotto ai piedi dell’arcivescovo. Or tutta la nobiltà esce dalla messa perchè il vicerè fece situar vicino a sè un nipote. Or un ambasciatore non può essere ricevuto perchè il suo grado di nobiltà spagnuola l’autorizza a trattare il vicerè da pari a pari. Muore una principessa, e l’esequie sono interrotte da commissarj regj, perchè ha stemmi e insegne da più del grado, e bisogna deporre il cadavere in disparte finchè arrivino le decisioni di Spagna. Fra i grandi di Napoli fu un lungo dibattere intorno al coprirsi davanti al re, privilegio di tutto il grandato di Spagna, mentre quella sospirata parola _Copritevi_ era stata detta da Carlo V ad alcuni sì, ad altri no de’ regnicoli. Nelle esequie per la regina di Spagna in quel duomo, l’arcivescovo vuole si dia il piumaccio a tutti i vescovi intervenuti; il vicerè ripudia questa novità; si sospende la cerimonia, e il sontuosissimo catafalco è trasferito nella cappella reale. Ottantadue anni contesero ai tribunali e ne’ libri Cremona e Pavia qual dovesse avere il passo sull’altra, finchè il senato di Milano «con gravissima ponderazione e maturità di consiglio decise di non decider nulla». Il generale Giovanni Serbelloni, nel 1625 combattendo in Valtellina, non volle aprire un dispaccio perchè non v’erano soprascritti i titoli dovutigli; e così ignorò l’accostarsi del nemico, che lo sconfisse.
Lo scialacquo di titoli caratterizzava l’orgoglio surrogato alla superbia; l’_illustrissimo_ e l’_eccellentissimo_ davasi a qualunque nobile, e fin a plebei l’_illustre_ e _molto illustre_, che nel secolo precedente bastava a principi. Il conte Olivares vicerè di Napoli li vietò per editto, ma solo si scrivesse _signor duca, signor principe, signor conte_ o _dottore_; ma la prammatica non fu osservata. Lo perchè il papa non volendo accomunati ad altri i titoli dovuti ai cardinali, a questi diede quel d’_eminenza_, ma non potè fare che non se l’arrogassero anche gli Elettori dell’Impero. Il Consiglio della repubblica di San Marino che s’intitolava _illustrissimo_, volle dirsi _principe_. Quanti maneggi, quanto spendere dei principi per ottenere un titolo o un grado superiore all’emulo![136] quanta pompa per ciò e solennità nelle ambascerie! Fino i poveri Grigioni nel 1604 allorchè cercavano l’alleanza di Venezia, vi spedirono sette ambasciadori con cencinquanta persone, che tutti furono mantenuti dalla Signoria, e ricevuti con onoranze quali nessuno da Enrico III in poi; da tutte le città vi andavano incontro cavalieri e fanti; pure non vennero accolti che da quaranta gentiluomini, anzichè sessanta come gli ambasciadori delle potenze; nè ammessi in Pregadi. Era una scienza complicatissima la competenza de’ varj rappresentanti: i quali poi a loro volta sbizzarrivano in prepotenze, volendo immuni le persone a loro addette, la casa, la vicinanza, che diveniva così ricovero di ladri e di contrabbando. Il conte di Cantecroix, ambasciadore imperiale a Venezia nel 1666, della propria abitazione faceva un bordello, tentò assassinare la moglie, fece uccidere il mastro di casa, fabbricare moneta falsa; finchè la Signoria ottenne fosse revocato[137]. Altri esempj incontreremo.
Ne derivò l’importanza suprema attribuita al punto d’onore. I duelli per parole offensive e per lesione d’onore, ignoti agli antichi, nacquero nel medioevo dalla prevalente personalità, e dal diritto del pugno che ciascun signore si arrogava; e sopravvissero a quell’ordine di cose, del quale erano un frutto naturale e un correttivo. I principi, traendo in sè le prerogative regie, diedero ogni opera a spegnere il duello; e papa Giulio II, il luglio 1505, avevalo proibito in tutte le terre dipendenti immediate o mediate dalla Chiesa, «per qualsifosse cagione, anche dalle leggi permessa». Ma il 29 giugno 1522 Carlo V, tenendo il parlamento come re di Sicilia, ricevette una rimostranza, qualmente fosse prammatica nel regno, che chi prende a combattere un altro da cui pretende essere stato offeso, viene sottoposto a gravi pene; donde nascono enormi inconvenienti e soperchierie, e di qua bandi, ferite, morti; tutti mali che si eviterebbero qualora essa prammatica fosse cassata, e ognuno potesse soddisfare all’onor suo col duello; poichè molti s’asterriano dal fare offesa, e l’ingiuriato si soddisferebbe sfidando l’avversario senza insulto e soperchianza; supplicavasi perciò la maestà sua ad abolire tale prammatica, e lasciare ognuno soddisfare all’onor proprio. Il braccio ecclesiastico non assentì a tale domanda, onde non fu esaudita[138].
Malgrado i divieti, vigea l’abuso; anzi, cessate le occasioni pubbliche di esercitare il vero valore, rimase questo di parata, e come una scienza entrò nell’educazione cavalleresca non solo l’atto, ma una complicata dottrina della vendetta e dell’armeggiare. Ben cinquanta trattatisti vi applicarono i sillogismi, gli oracoli della giurisprudenza e le autorità di filosofi e poeti non solo, ma dei santi Padri, e di quel vangelo dove è scritto, _Se alcuno vi schiaffeggia sulla sinistra, porgetegli anche la gota destra_. Anzi il Possevino compose un _oremus_, che chi lo reciti prima di venire al combattimento, «acquisterà forze grandissime», e nel quale il duellante promette a Dio che, quando mai ammazzi il suo nemico, «molto gliene rincrescerà».
In que’ libri cominciavasi da sottili definizioni dell’onore e delle sue opere, e se stia nell’onorante o nell’onorato: altrettanto dell’ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione, passione, tempo, luogo, moto, distinguendo le ingiurie voltate, rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, tornate, ritorte, necessitate, volontarie, volontarie-necessitate, e miste. Suprema era la dottrina del _carico_, cioè dell’obbligo di risentirsi, ributtare, ripulsare, provare, riprovare; dove era aforismo, che il «carico alcune volte nasce dall’ingiuria, ma non mai l’ingiuria dal carico». Altrettanto sottilizzano nel definire l’inimicizia e il risentimento; e qui figurano la vendetta traversale, il vantaggio, la soperchieria, l’assassinio, la via indiretta, il mal modo, il tradimento, la perfidia, quando assumere il risentimento per altri, se un’ingiuria resti cancellata da un’altra pari; una sequenza di presunzioni novera lo _Specchio d’onore_, «tacendo pure le cento e mille altre che si poteano aggiungere».
Cardine di questa scienza era la mentita; la quale può essere affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta, privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare; generale per la persona, generale per l’ingiuria, generale per l’una e per l’altra; cadente sulla volontà, sull’affermazione, sulla negazione; valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta, coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente, falsa, data falsamente; ve n’ha di legittime, ve n’ha d’impertinenti o ridicole, o disordinate, o universali di cosa particolare, o particolari di cosa universale. Quanto sottilizzavano i sopracciò per distinguere le mentite valide dalle invalide, l’attore mentito ingiuriante dal reo mentitore ingiuriato, l’attore provocante dall’attore provocato! Poi discuteano del provare, del richiedere, del mantenere, del verificare, del difendere, del sostenere; e così dell’attore che si finge reo, dell’attore interpretativo che opponga eccezioni di compensazione, dell’attore che tien luogo di reo provocato per la forma di sue parole.
Entra allora la discussione del trovar querela, del mutarla, dell’accrescerla, dello stabilirla, del lasciarla, delle eccezioni dilatorie e perentorie. Conosceansi un cinquanta formole o clausole differenti da porre sui cartelli; quando e come ricusare, rifiutare, ributtare? quali sieno le armi cavalleresche? qual movimento è vergognoso? qual pezzo d’arme è più disonore il perdere? s’ha da accettare la sfida da ignobili, o soltanto da uguali? l’eleggere le armi e assegnare il campo tocca al provocante o al provocato? qual si dirà vincitore quando cadano morti entrambi i combattenti? I padrini, allora come adesso, ingegnavansi piuttosto ad esasperare per poter farsi onore dove non correano pericolo: ma se giungessero a conciliare gli animi, allora nuove quistioni rampollavano sulla soddisfazione, sulla pace, universale o particolare, esterna o interna, naturale, civile, pubblica, domestica, e sulle differenze tra pace, riconciliazione ed empiastro, tra soddisfazione e restituzione, pena e castigo, confessione, pentimento e umiliazione, perdono e misericordia, e sulle sei maniere di ridirsi.
Ve’ in quale sapienza esercitavano l’ingegno i contemporanei di Galileo, di Torricelli, di Bacone! e per essa vennero immortali Paride del Pozzo, il Muzio giustinopolitano, Giovan da Legnano, Lancellotto Corrado, Giulio Ferretti, l’Attendolo, il Possevino, Camillo Baldi, Belisario Aquaviva, Antonio Bernardi dalla Mirandola, il Birago milanese, il Parisio, Jacopo Castiglio, il Pigna, l’Albergati, il Gessi, l’Ansidei, il Fausto, il Romei, Orlando Pescetti, il Tonnina; nel dialogo di Marco Mantua giureconsulto _si decidono cento e più questioni_; e nella biblioteca di un gentiluomo dovevano trovarsi i _Cinquanta casi_ dell’Olevano, lo _Specchio d’onore_, la _Pace in prigione_, la _Mentita in giudizio_, le _Conclusioni del duello e della pace, evangelisti dell’umana reputazione, le cui parole servono ad empiere di tanti dogmi di fede, d’onore i margini delle cavalleresche scritture_.