Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 18
In ogni paese v’avea qualche gran pratico, che risolvesse i molteplici casi nascenti dal punto d’onore, ricomponesse le discordie, regolasse i duelli, stendesse pareri ai quali procuravasi la firma d’altri armeggiatori; talchè quella pacifica generazione restava di continuo colla spada alla mano e colle dispute sul labbro. A Milano spessissimi ricorrevano combattimenti dei nobili tra loro e cogli uffiziali spagnuoli, e vi prendeano parte i secondi, i terzi, talvolta sei e otto per parte. A Napoli il marchese di Monterey minacciò duemila ducati e il bando di cinque anni a chi duellasse, e per la seconda volta la morte; e multa ai padrini. Nel 1638 in sei giorni v’ebbe cinque duelli di giovani distinti, e vi rimasero estinti Ferrante Caracciolo e Carlo di Sangro, ventenni, per affari donneschi. Poco poi due Pignatelli con loro amici combattono contro Scipione Monforte cavaliere di Malta, e rimangono morti. Talvolta somigliavano a vere spedizioni, e l’ottobre 1630 a San Pietro a Majella successe regolare battaglia fra gli Aquaviva e i Caracciolo, e i birri non poterono separarli prima che rimanesse un morto e una dozzina feriti; gli altri si ricovrarono in Sant’Antonio, difendendosi regolarmente. Queste nimicizie velavansi talvolta co’ nomi de’ Guelfi e Ghibellini, che non erano più due gelosi ma amanti della stessa donna, che si vegliano l’un l’altro, e odiandosi fra loro, pur accordansi nell’amor della patria; bensì emuli di rancori ereditarj, di diuturne vendette, servili all’uno o all’altro de’ comuni nemici; siccome in Bologna i Pepoli tenevano fede a Francia, a Spagna i Malvezzi.
Questa potea dirsi la parte legale delle contese: ma altri prepotevano cinti di bravi nelle città; o dal bisognoso erario comprato un feudo, vi si afforzavano per far da padroni e sbucarne al delitto, e fino alla Corte appresentarsi con comitiva più di minaccia che d’onore. Il governatore Fuentes bandì grossa taglia a chi desse morto o vivo Francesco Secco-Borella feudatario di Vimercato, reo di mille prepotenze e omicidj, e principalmente di quel di Lucia Vertenate per la sua virtù: ma il vederlo ripeterla indica che uscì indarno. Gianpaolo Osio signore di Usmate, nel 1608, dalla sua casa in Monza guardando nel convento di Santa Margherita, sedusse suor Virginia de Leyva; penetrò più volte nel monastero, e ne la trasse a voglia; uccise una monaca perchè non rivelasse la tresca; cavatene due altre complici, l’una precipitò nel Lambro, l’altra in un pozzo, dove essa scoperse altri cadaveri, e donde miracolosamente cavata, servì di testimonio contro il ribaldo, il quale in contumacia fu dannato a morte, e sulla distrutta sua casa ponendo una colonna infame.
Gianfrancesco Rucellaj, nel 1656 residente pel granduca in Milano, vi fu di bel mezzogiorno assalito, e il governatore e il senato non poterono che condolersene. Dovendo poi egli partire, si annunziò che benemeriterebbe dal re chiunque lo assistesse. In fatto il marchese Annibale Porrone, che in Milano circondandosi di malandrini, ridea di bandi e taglie, mandò cento suoi fidati, che lo scortarono di casa in casa a prendere congedo, poi lo convogliarono sino a Piacenza. Questo Porrone cominciò da mille bizzarrie giovanili, a danno dell’onore e della vita altrui; dispensa bastonate e stoccate; messo prigione trova modo a fuggire; per interposto d’amici e per denaro restituito in paese, non muta costume, e con un famoso suo archibugio fa tacere la giustizia e i giudici; poi ricoverato in un convento, quivi e sul sagrato si dà ad ogni sorta di furfanterie, e brava le ricerche della giustizia, e continua le ribalderie e gli ammazzamenti, finchè andatosene di città, vive a lungo in Venezia dove forse fu trucidato.
Bernardino Visconti, costretto per delitti a uscir di Milano, la traversò con un codazzo d’armati e a suon di trombe, passando avanti al palazzo ducale, e alle porte lasciando un’imbasciata di villanie pel governatore; e si ritirò nel castello di Brignano in Geradadda, a cavallo del confine milanese, bergamasco e bresciano, donde insultava l’autorità, con gente tutta di sangue e di corrucci, fin il cuoco e il guattero, fin i ragazzi avendo le mani contaminate di sangue. Molte grida furono lanciate contro di lui inutilmente, finchè le prediche di Federico Borromeo nol convertirono.
Un tal Picinelli di Busto, arricchito sull’appalto delle gabelle, destava l’invidia de’ vecchi signori, tanto più che osava perfino visitar le loro carrozze quando entravano in Milano. Avendo voluto esaminarne una del conte Dugnani, al domani un branco di buli bastonò i dazieri; poi esso Dugnani in persona al Picinelli intimò, se lo richiedesse in giustizia, pagherebbe lui pure della stessa moneta, dovesse anche costargliene due o tremila scudi. Il Picinelli sel tenne detto, e nessuna carrozza di casa Dugnani mai più non fu toccata. Lo stesso signore dovea novanta lire a un mercante, che non potendo averle altrimenti, gli mandò un birro con la citazione. Il Dugnani spedì tosto a fare il pagamento, e al birro con novanta bastonate insegnò a più non richiedere in giustizia un cavaliere. Vero è che, portatane querela, il Dugnani dovè ricoverare in un convento, e non spendere meno di duemila scudi per parare la cosa: ma ciò valse a fargli poi portare rispetto. In appresso egli ferì gravemente un capitano, onde dovette rifuggire di nuovo alla stessa chiesa, e tenere numerose guardie per assicurarsi dai parenti del ferito, finchè la giustizia non fu chetata.
Già dicemmo di grandi facinorosi toscani e romani; ma n’abbondavano anche in paese di severa giustizia come il veneto. Ottavio Avogadro di Brescia era capo di banditi, e proscritto dai Dieci, ebbe ad intercessori di grazia il granduca ed Enrico IV[139]. Il venerdì santo del 1609 Lorenzo Pignoria (le cui lettere sono delle più vivaci e colte) scriveva da Padova: — Che ne’ giorni santi succedano di qua certi casi tragici, io non so a che me l’ascrivere..... Domenica notte alcuni andarono in casa del padre Marcantonio Corradino, lo ammazzarono, gli sviarono la moglie, la nipote e la serva. La Corte è andata lor dietro, si sono ricondotte le donne a Padova, con essi si sono fatte le archibugiate, feritine alcuni, e tutti salvati. Il Corradino s’era comunicato la mattina, ed era in concetto d’uomo dabbene. Il lunedì sera lo Scola fu in parrocchia nostra assaltato da un briccone, che con un colpo di pistola gli toccò le gambe sotto in maniera, che se vive resterà storpiato al sicuro di tutte due le gambe. E di simili ce ne sariano da raccontare più di due, e non sappiamo vederci rimedio».
L’Italia, non formando nazione, non ebbe più eserciti stabili nè occasioni nazionali, onde le mancò l’atto, non l’attitudine del valore: e in tutte le miserabili guerre di quest’età campeggiarono i nostri, potendo dell’Italia dirsi come della Svizzera, che non tenea soldati, ma ne somministrava a tutti. Molti ne nominammo (tom. IX, pag. 521 e seg.); a cui potremmo aggiungere don Giovanni de’ Medici, fratello naturale del granduca, valentissimo capitano nelle guerre di Francia e d’Ungheria; il conte Guido Landi, che pure in Ungheria combattè, stampò molte cose, fra cui un suo viaggio a Madera, e finì nelle carceri di Roma, non si sa perchè; Giacomo Guazzimani di Ravenna, illustratosi contro i Turchi, e che dopo la pace compose versi, e raccolse gli altrui. Altri sfogavano il valore a danno delle società come banditi; e quel re Marcone, quell’Alfonso Piccolomini, quel Corsietto del Sambuco, usciti di famiglie primarie, e il Mancino, e lo Squilletta, e Marco Turano ed altri, un secolo innanzi sarebbero stati cerchi come capitani, mentre allora erano proscritti come masnadieri.
Oltre i masnadieri, tanto frequenti, divenivano pericolosi quei che doveano respingerli. Il conte della Saponara napoletano, di casa Sanseverino, nel 1602 tornando di Spagna a casa con equipaggio da semplice gentiluomo, i dazieri di Pont Beauvoisin gli tolsero ducentrentacinque ducati, sotto pretesto che era proibito trar denaro fuori del regno; sebbene egli rimostrasse che tanto appena bastava per le spese del viaggio. Inoltre gli tolsero molte gioje e due braccialetti di diamante, dei quali egli non istette a domandare si facesse menzione nell’atto verbale, per paura ch’esse guardie non se ne sbarazzassero coll’ucciderlo[140].
I soldati non erano più cittadini, eppure a questi non garantivano la pace, perocchè mal pagati, mal tenuti, erano piuttosto masnadieri organizzati[141], sprezzanti la vita dell’uomo e i suoi patimenti, e dai pericoli corsi fatti insolenti in faccia ai pacifici. Il tenersi il popolo sprovvisto d’armi per politica, dava baldanza ai briganti e ai bravi (pag. 94); genìa comune a tutti i paesi, fin a quello che più severamente faceva osservare la giustizia. Perocchè il consiglio dei Dieci al 30 dicembre 1648 ordinava, «che nel termine precisamente prescritto de ore ventiquattro tutti li forestieri di aliena giurisdizione, e sudditi ancora che servono per bravi a particolari persone, e tutti quelli che vivono senza esercizio, arte o professione alcuna fuorchè di bravi, debbano essere usciti di questa città, e dentro altri due giorni da tutto lo Stato, sotto pena d’esser immediate e senza remissione alcuna mandati da’ soli capi di questo Consiglio alle più rigorose pene. Coloro che si serviranno di questa sorte di persone tanto con salario, quanto senza, tenendoli o non tenendoli in casa sua, doveranno esser nello stesso tempo irremissibilmente mandati alle leggi più rigorose, et inoltre condannati a dover far depositare nella cassa di questo Consiglio ducati cinquecento, li quali siano liberamente dati alli captori dei bravi predetti, oltre il benefizio delle armi, le lire seicento di taglia assegnatagli dalli beni del retenuto, o da denari della cassa di questo Consiglio, la qual taglia doverà conseguire l’accusatore o denunziante di essi, che sarà tenuto secreto tutto. Se quelli che ricetteranno o manterranno questa qualità pessima di persone, saranno nobili nostri, oltre le preaccennate pene, s’intenderanno privi del maggior Consiglio per anni cinque continui dopo la loro liberazione».
Questo tono ci rivela un’altra delle piaghe di quel tempo, la pessima amministrazione della giustizia, regolata sopra canoni arbitrarj, incerta nell’applicazione, diversa secondo le persone, atroce nei modi, bizzarra nella varietà: la tortura adoperavasi sempre come mezzo di scoprire la verità, di purgare l’infamia, di ratificare le deposizioni spontanee e ad arbitrio de’ giudici e fin del boja; atroci le pene, esacerbata la morte, e spessissimo applicata. Di Milano possediamo cataloghi di quelle eseguite da mezzo il Quattrocento fin a mezzo il Settecento, con dinotati i delitti, e il genere della pena, e particolarità di supplizj da far fremere. Sui primi anni, vanno al boja non meno di otto persone al mese; sul finire non meno di due o tre[142]. Al 2 agosto 1570 si trova il supplizio dei tre prevosti Umiliati, assassini di san Carlo: dopo sconsacrati, ebbero gli onori del palco parato a nero e delle torcie accese, indi appiccati, e al Farina fu recisa da prima la mano dritta innanzi alla porta dell’arcivescovado. Al 19 settembre 1596 un Ponzio de’ Franceschi, capitano disertato ai nemici, fu impeso e fatto a pezzi, portando la testa a porta Ticinese, un quarto a porta Vercellina, uno a porta Orientale, il resto e le interiora a San Giovanni alle Case rotte. Per stregherie vi leggiamo condannati: Giacomo Guglielmetto, Isabella Arienti, Anna Maria Pamolea, Margherita Martignoni, Maria Restelli, Marta Lomazzi, e al 4 marzo 1616, «Caterina de’ Medici, la quale aveva ammaliato il senatore Melzo: fu fatta una baltresca alta, acciò ognuno potesse vedere, e poi abbrugiata, e questa fu la prima volta che si fece baltresca». Fra altri si trova «fatta giustizia sopra un Francesco Famè, messo sopra di un carro, tanagliato per Milano; ed indi squartata e decapitata Camilla Sellari, partecipe del Famè, il quale uccise uno di casa, e lo portò d’indi sotto un corniso sopra la piazza del Castello, ed il corpo dell’ucciso fu messo in San Vincenzo, ed essendo andati in detta chiesa il Famè colla Sellari, le ferite del morto mandarono sangue, e fu detto, _È qui colui che l’uccise_».
La confraternita di nobili in San Giovanni alle Case rotte, assisteva ai condannati, poi suffragavali, ed avea il privilegio di liberarne alcuno. Sotto il 12 giugno 1681, «essendo stato condannato ad essere impiccato Antonio Rivolta, detto il Bustofante, per avere ucciso Giacomo Perugia oste della Cervia, con pistola di nottetempo; posto in confortatorio, essendo prefetto della scuola di san Giovanni il signor conte di Melgar governatore, fattosi considerazione sopra il privilegio reale che la scuola istessa tiene di poter liberare due condannati dalla morte di caso graziabile, diede memoriale al senato, e gli fu fatta la grazia; onde il detto Rivolta, tutto vestito di bianco, si levò dal confortatorio, e processionalmente fu condotto alla real Corte, ove era S. E. e tutta la Corte co’ cavalieri e dame, e disse: _Grazie a Dio e alla V. E._, e si portò alla chiesa di San Giovanni, ove vi erano sei trombetta della città, che invitavano tutti a concorrere a tale funzione. La chiesa era tutta adorna di arazzi e pendoni, e l’altare d’argenti bene ornato; ed ove con solenne musica di canti e suoni se li fece sentire la santa messa, dopo di essa fu cantato il _Te Deum_, e fattasi dal rettore di detta scuola al liberato una breve e pia esortazione _de bene vivendo_, fu licenziato: indi condotto nell’oratorio per accondiscendere alla curiosità delle dame e cavalieri ivi adunati, fu colà co’ biscottini e preziosi liquori di Bacco ristorato: portatosi poscia a pranzare in casa del sindaco di detta scuola, fu dopo il pranzo licenziato con la pace del Signore».
Del resto gli abusi di giustizia erano comuni a tutti i paesi. Tra le riforme che il Campanella proponeva alla monarchia spagnuola era «quell’abuso dei giudici che più regna ne’ più grandi, i quali, conoscendo uno innocente, pur lo condannano in qualche cosetta per diffamarlo quando la causa è andata in lungo: il che fanno, essi dicono, per donar riputazione alla causa; mentre si deve togliere la reputazione della colpa, e non mettere» (Cap. XIII).
Frequentavano esempj di pessima giustizia in Piemonte[143], e soprattutto di accordi fatti co’ rei per rimetterne la pena. Giacomo Rasorio mercante, accusato d’aver introdotto la peste in Torino, ottiene grazia per mille fiorini. Claudio di Seyssel, arcivescovo di Torino, giureconsulto valoroso, ragguagliava il duca Carlo III che Giorgio da Romagnano e due suoi fratelli cherici avevano fabbricato moneta falsa, ma che gli avrebbero fatto qualche regalo, pel quale esso li perdonerebbe. Il presidente Blancardi nel 1673, fatta inquisizione appassionata contro Catalano Alfieri, vantavasi d’aver raccolte prove per motivare una condanna, che procaccerebbe all’erario cencinquantamila ducatoni. Ai frodatori del sale nel 1688 fu comminata la morte e la confisca: nel 1655 Carlo Emanuele II vietava il lotto sotto pena di cinque anni di galera e la confisca. Alcune volte il reo davasi ai parenti stessi perchè l’uccidessero privatamente onde evitare l’infamia del patibolo. Fin nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu tanagliato e ucciso per aver fatto un’effigie di cera onde procurar la morte del re; nel 18 condannato al supplizio un canonico Duret per aver cercato tesori con incantesimi; nel castello di Miolans furono chiusi un marchese Risaja per arti magiche, un panieraio che avea rubato un’ostia per valersene a sortilegi, un Francesco Freylino che accusò se stesso ed altri di malìe contro il principe, finchè in articolo di morte confessò aver finto tutto ciò per conseguire qualche impiego; nel 28 fu decapitato in Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con fatucchierie attentato alla vita della moglie.
Il che c’introduce a deplorare le vittime delle credenze assurde, popolari e scientifiche. Già abbiam menzionato (tom. X, pag. 845) la terribile bolla di Sisto V, nel 1585 contro la geomanzia, idromanzia, aereomanzia, piromanzia, onomanzia, chiromanzia, necromanzia e d’altro nome incantesimi e fatucchierie. Chi pensi di quali errori fossero conseguenza e fonte tali superstizioni, e quali stromenti sacrileghi vi s’impiegassero, e come palesassero almeno l’intenzione del male, troverà savio che i pontefici li perseguissero severamente; ma è facile scorgere quali conseguenze adducesse questo medesimo divieto. Gregorio XV asseriva che dai malefizj, se anche non venga morte, ne seguono malattie, divorzj, sterilità. Clemente VIII al 1598 era nel sessantesimoterzo anno di vita e nel settimo del pontificato; due numeri climaterici, in grazia de’ quali il popolo aspettava ogni male; laonde egli ripeteva di aver soli sessantadue anni, aspettando che l’influenza passasse. A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond’egli preso da terrore, licenziò il cuoco e lo scalco, di mille precauzioni si circondava, non riceveva nessun memoriale da sconosciuti, e dappertutto vedeva insidie e veleni, sinchè non fu guarito con un rimedio simile al male; poichè un consulto di astrologi dichiarò che per l’influsso pericoloso era trascorso il tempo.
La cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de’ medici anche meno pregiudicati, l’astrologia giudiziaria usurpava ancora gli altari all’astronomia, e l’illustre cancelliere di Francia L’Hôpital diceva che a Roma dominavano i matematici e gli astrologi[144]. Paolo Taggia dottissimo modenese scriveva al Gualdo di Padova: — Il matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè non cessino le orazioni, i digiuni, l’elemosine e gli esorcismi. Questo solo v’è di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come nella giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine»[145]. Felice Centino d’Ascoli che bramava vedere papa il proprio zio cardinale, tramò contro i giorni d’Urbano VIII per mezzo di fatucchierie, formando una figura di cera, collo struggersi della quale dovea pur consumare la vita del papa: tradito il suo segreto, egli fu decollato, i complici arsi o mandati alla galera.
Il Capecelatro, uno de’ migliori storici anche perchè versato negli impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello, trova che tali flagelli furono «causati da cattiva influenza di stelle, o pure dall’eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno di leone la precedente estate, il quale segno domina Napoli, predetto da Paolo Cocurullo celebre astrologo di minacciarle rivoluzione e ruina con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, XVII anno dopo la famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d’Arcos, nel vii anno dopo il 1640, nel VII mese dell’anno, VII giorno del mese, VII giorno della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò tre vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare que’ posti[146].
Cosmo Ruggeri astrologo e mago, passato in Francia con Caterina de’ Medici, v’acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri da ispirar amore o da far morire; e Caterina l’adoprava forse a ciò, più probabilmente a spiare. Per accuse di cospirazioni torturato e messo alla galera nel 1574, poi liberato, sotto Enrico IV fu arrestato di nuovo perchè teneva una figura di cera di questo e la pungeva ogni giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran signore fecero sospendere il processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto abate di Saint-Mabè, e ch’è più strano, storiografo; in morte non volle consolazioni religiose, dicendo non v’ha altri diavoli che i nemici, i quali ci tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi, i quali possono farci del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al mondezzajo[147].
Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d’un reggimento a piedi, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia, era nato a Pietrabianca presso Napoli, imparò d’orefice, e nel 1695 fu iniziato all’alchimia tramutatoria, probabilmente dal famoso Lascaris, da cui ebbe la tintura bianca e la gialla per fare l’argento e l’oro, ma in piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli in gran copia; e facendone esperienza su piccolissima, ottenne credito. Scorsa Italia, fece per quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l’inviato di Baviera l’indusse a passare dall’elettore, che allora stava governatore a Brusselle, ed eccitò l’ammirazione, e Massimiliano, posta piena confidenza nelle magnifiche promesse di esso, gli concesse cariche e titoli e sussidj per seimila fiorini: ma scopertolo bugiardo, lo fece buttare in una fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a Vienna nel 1704, e qualche projezione gli riuscì sì destramente, che tutta la Corte ne rimase stupita; l’imperatore Leopoldo sel prese a servizio: ma la morte di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non fosse stato assunto dall’elettor palatino, al quale e all’imperatrice egli promise in sei settimane dare settantadue milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì con una signorina; ed eccolo a Berlino acquistandovi favore col dirsi perseguitato dall’Austria; e re Federico, sentito il consiglio di Stato, che non trovò da opporsegli, ne accettò le proposizioni. Con grand’apparato di testimonj fece alcune trasmutazioni, constatate rigorosamente, e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe a far sei milioni di talleri: e bisogna crederlo espertissimo giocoliero al vedere quanti ingannò, e gli onori che ottenne. Pure la promessa al re non veniva ad effetto, nè questo il regalava che a misura; alfine avvertito de’ costui precedenti, lo fece chiudere a Custrin, e non avendo saputo adempiere la promessa, fu processato, e come reo di maestà impiccato a Berlino il 29 agosto 1709, coperto d’un abito d’orpello, con forca dorata. Federico ebbe vergogna o d’essersi lasciato ingannare prima, o d’averlo punito sproporzionatamente, e non volle più che quel nome si menzionasse.
Il vulgo intanto delirava dietro alle beffe dei folletti, e alle immanità di ossessi, possessi, circumsessi; cercava nel guardo maligno e nell’incantesimo le cause delle malattie strane, de’ temporali, delle pesti; e ne pigliava vendetta o a furore o ne’ giudizj, principalmente in casi d’epidemia. I processi di stregherie aumentandosi confermavano viepiù la credenza vulgare, alla quale non seppero sottrarsi nè persone piissime come i cardinali Borromeo, nè pensatori. L’Inquisizione procedeva meno contro le eresie, sbandite omai dall’Italia, che contro opinioni fallaci e superstizioni, diffuse anche in libri, dei quali sarebbe curioso più che utile esaminare il contenuto[148]. Ma in questo tempo principalmente furono compilati gli _Arsenali_, le _Pratiche_ e le altre guide nell’esercizio della Santa Inquisizione; la quale con siffatta pubblicità mostrava essere in buona fede, e non operare diverso dai tribunali ordinarj.