Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 19

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Il lusso fin là mandava più oggetti fuori che non ne chiamasse qui; i panni nostri, sebbene non più unici, reggevano la concorrenza di quei d’Olanda, di Francia, d’Inghilterra; Lione non toglieva vanto ai tessuti serici di Bologna e Firenze[149]; soprattutto avevamo il primato nelle arti belle, dall’architettura fin all’oreficeria; e come qui erano date le commissioni o chiamati fuori i nostri artisti, così qui venivano tutti quelli che volessero perfezionarsi. Ora anche questo cessò; le manifatture francesi divennero moda universale, lasciando sciopere molte braccia nostre; i vini, o, come diceano, le bottiglie di Francia furono ambite: pure è dovuto ai nostri, e massime a Piemontesi e Mantovani, l’introduzione in Francia delle manifatture dell’acciajo e del cristallo. Sebbene un antiquario italiano abbia scritto che nelle piramidi egizie siansi trovate porcellane della Cina, quest’arte non rimonta che a censettant’anni avanti Cristo; per mezzo de’ Portoghesi venne conosciuta in Europa verso il 1518, e Francesco de’ Medici si propose imitarla, non senza successo; ma come arte si propagò soltanto in Sassonia al 1708. Da noi si continuarono a lavorare le belle majoliche di Castel Durando. Pare allora s’introducessero i lavori in filigrana, attesochè il Cellini non ne faccia mai cenno, e il Baldinucci scriva: — A’ tempi nostri è sorta altra bella invenzione di lavoro che chiamano di filo in grana, colla quale si fanno tazze, punte e manichi di spade...»

Delle molte feroci fami, se la ragione non può spesso cercarsi che nella volontà di Colui che le manda, pure anche gli uomini aveano porzione di colpa. I tanti masnadieri toglievano ai contadini la sicurezza necessaria. Contro ribelli e banditi, oltre le altre pene, comminavasi quella di lasciarne i beni incolti. Non pochi, oppressi dalle taglie, abbandonavano i proprj campi, che così rimanevano sodi. Le caccie, fatte con tanto seguito di persone e di cani; le bandite, per cui dovevasi lasciar impunemente la selvaggina guastare i frutti di campagna; la negligenza inerente agli stessi possessori od alle corporazioni; l’abbandono venuto dal mancare all’oberato padrone i capitali onde eseguire le riparazioni campestri; l’accumularsi di possessi nelle manimorte, curanti solo di trarne il necessario, erano cause evidenti di peggioramento. E fin ad oggi si scorge traccia de’ campi e de’ vigneti in quel tempo abbandonati. Trovo nelle cronache di Mantova che il 1561 gelarono le vigne in modo, che il vino valse al carro lire cento, mentre prima aveasi a nove o dodici al più[150]. Restava il capitale fisso de’ terreni fertilizzati, dei grandi canali irrigui e navigabili, tramandato dai tempi liberi, ma andava disperso il capitale circolante, necessario a farlo fruttare.

Aggiungete quel profluvio di prammatiche annonarie (pag. 115), per cui si prescriveva, per esempio, di portar sempre grano verso la città e non mai in senso contrario, d’introdurvi la metà del raccolto, non accaparrar grano, non farne prezzo prima che segato e battuto, non riportarlo dal mercato una volta che vi fosse condotto, bollare i muli che lo trasportano: poi mille indiscrete prescrizioni sui mugnaj, sui venditori, sui misuratori, sui mediatori; pena gravissima al fornaio che vendesse pane a un possidente; non tenere buratto o crivello nelle case private. Poi nelle carestie, invece di attirar grano col rincarirne il prezzo, si pretendeva tenerlo più basso del naturale, mezzo sicuro di aggravare le fami. Insomma, invece di star paga a procurare sicurezza, la legge voleva estendere il suo impero dovunque giungesse l’azione del commercio e delle arti; nel che per altro andavano pari i governi forestieri e i nostri, i pacifici e i guerreschi, Roma come Torino, Firenze come Napoli e Milano. Un buon soccorso per altro venne dall’essersi introdotto il granoturco, che utilmente si surrogò all’orzo e ai tanti minuti.

Fa meraviglia come rapidamente siasene propagata la coltura, malgrado la consueta repugnanza de’ contadini a cambiare abitudini: ma questo nuovo raccolto non andava soggetto alle decime e all’altre retribuzioni, da antico esatte sugli altri; al padrone istesso non se ne dava porzione, talchè l’agricoltore ne traeva un indiviso profitto, sinchè tardi appare nei contratti l’obbligo di seminarne e di darne anche al padrone. Allora anzi talmente gradì la novità, che si neglesse il frumento; e dagli ordini, principalmente della Repubblica veneta sappiamo che si squarciavano i prati per metterli a granoturco, talchè mancava il foraggio per le bestie, la scarsezza di concio deteriorava i campi, e bisognava introdurre gran numero di bestie da macello. Anche del riso fu allora incominciata o estesa la coltivazione, e vuolsi le prime prove si facessero da Teodoro Trivulzio nel 1552 ai vasti suoi possessi nel basso Milanese. La patata era conosciuta, ma non ancora di uso popolare.

Fu sensibile il decrescere della popolazione. Cercavasi trarne dagli Stati vicini, il che non è aumento, bensì trasposizione: cercavasi aumentarla nella città con privilegi, spopolando le campagne, e sminuendo i vantaggi della diffusione. La quale assurda tendenza apparve, non che ne’ provvedimenti annonarj, anche nell’istituto de’ Gesuiti, che non si piantò in campagna come Benedettini, Cistercensi, Francescani, ma nelle città, educando a tutt’altro che alle arti faticose, e brigandosi delle classi scelte. Vero è che ai poveri badavano altri Ordini vecchi: ma questi, se mostrarono miracoli di carità ne’ grandi bisogni del popolo, degenerarono col reclutarsi quasi unicamente fra gente bassa, perchè gli Ordini nuovi traevano a sè gl’ingegni, e la nobiltà produceva reputazione ed apriva le dignità.

Allorchè nel 1609 Filippo III cacciò gli ultimi avanzi dei Mori di Spagna, molti si stabilirono in Italia: ma reciprocamente i ministri di quel re procuravano allettare i nostri a quel regno spopolato, e tra altri passarono colà cinquecento Genovesi. Dalla Siria vennero bensì alquante colonie nel Napoletano all’estendersi delle conquiste turche. Vicino a Parenzo sulla costa d’Istria, furono da Venezia raccolte nel 1657 dieci famiglie albanesi, che formarono il villaggio di Pervi, ove crebbero, fin oggi conservando riti, costumi, lingua. La poderosa famiglia degli Stefanopoli, che pretendeansi discendere dagl’imperatori bisantini, costretta a migrare da Maina, dai Genovesi invitata, stanziò a Paomia, un de’ luoghi più ameni della Corsica, ma incolto e spopolato. Molti Mainotti la seguirono per sottrarsi ai Turchi, e se ne formò una popolazione nuova, aristocrati quelli, questi popolani; e a loro la Repubblica genovese assegnò i territori di Paomia, Revida, Salogna in feudo perpetuo; provvedeva a edificar le chiese e le case, e dava le semenze, da rintegrarsi fra sei anni; esercitassero il rito greco, ma sottoposti al papa; giurassero fedeltà e pagassero le tasse alla Repubblica, la quale ogni due anni vi manderebbe un rettore. Là si diedero alla coltivazione; e sebben sulle prime guardati dai vicini in sinistro, s’addomesticarono poi, e conservarono le patrie usanze.

Alla popolazione recarono gran detrimento le pesti ricorrenti. Ricordammo già quella del 1576. Torino l’ebbe nel 99, quando il duca, a ristoro delle spese sostenute, concesse al municipio un quinto delle successioni intestate. Di quella attorno al 1630 soffersero tutti gli elementi e le espressioni del viver civile. Infierì di nuovo a Genova nel 1656, col solito corredo d’incantesimi e d’avvelenamenti: supponevasi che l’olio della lampada di San Lorenzo risanasse, onde per l’affluenza cresceasi il morbo: medici e preti vennero da Marsiglia; il doge Sauli stette fermo al suo posto; e molte signore soccorreano ai sofferenti, tra cui Laura Pinella e Sofia Lomellina: soli diecimila abitanti rimasero in città, e la compassione de’ doviziosi fabbricò allora l’Albergo dei Poveri. È tristamente ricordevole come i cadaveri furono buttati entro capacissimi sotterranei all’Aquasola, che servivano di magazzini pel grano: ma quivi gonfiandosi apersero un varco, sicchè alla mesta città crebbe orrore un fiume di tabe.

Oltre ciò, rinnovavansi inondazioni e tremuoti, che poi viepiù parvero infierire sullo scorcio del secolo. Nel 1669 l’Etna devasta gran paese dopo orribili tremuoti: a Nicolos s’apre uno spacco di sei piedi, lungo dodici miglia: otto voragini a San Leo, donde uscirono densi volumi di fumo: il monte Fusara da altra voragine buttò un fiume di lava, che devastate in giro le campagne, si drizzò a Catania. Allora preci da ogni parte, e recar in giro le reliquie di sant’Agata, e parve miracolo che quell’onda infiammata, proceduta per quindici miglia, svoltasse e cadesse in mare, formando due montagne: si calcolò che il vulcano avesse eruttato quindici milioni di piedi cubi di materia; e oggi ancora rimangono le traccie di quell’orribile guasto. Nel 72 tremò tutta Romagna, e a Rimini crollarono chiese e palazzi, molti uccidendo o ferendo. Nell’88 fieri tremuoti scassinarono Benevento, Cerreto e altre terre del regno, a Napoli abbatterono insigni edifizj e la cupola del Gesù Nuovo, e il portico dell’antico tempio di Castore e Polluce. Nel 93 cominciò col gennajo a tremare la Sicilia; Messina fu quasi diroccata, ma pochi perirono, attesochè i più si erano ricoverati sotto tende in campagna aperta; per tutta l’isola la desolazione fu orrenda, e poniam pure esagerata. Sotto le rovine di Catania si dissero perite sedicimila persone; quindicimila in Siracusa; ottomila in Augusta, ove anche il fulmine mise fuoco alla polveriera; Noto, Modica, Taormina, e fin settantatre terre andarono a guasto, e alcune sobbissate per modo da non rimanerne vestigio. Il Mongibello spalancò la sua voragine per tre miglia di giro: la Calabria e Malta soffersero di gravissimi disastri. L’8 settembre dell’anno seguente di nuovo tremuoto sobbalzò il regno di Napoli, molti palazzi nella capitale scassinando, per Terra di Lavoro alquanti villaggi distruggendo interamente; e così a Capua, a Vico, a Canosa, a Conza, alla Cava con moltissime morti.

Nel 95 il Tevere desola Roma, e ne segue epidemia: poi scuotesi il Patrimonio di San Pietro, e diroccano Bagnarea, Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente: la marca Trevisana è pur sobbalzata, e mille cinquecento case sovvertite nell’Asolano. Sopravvennero nel 98 tremende eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri coprirono i tetti e le strade fin a un piede d’altezza; e devastate dalla lava Torre del Greco e i contorni, da sessantamila paesani rifuggirono a Napoli, alimentati dalla carità dell’arcivescovo Cantelino. Quell’anno stesso la polveriera di Torino scoppiava, con immenso guasto della crescente città. Poi nel 1702 nuove scosse diroccarono Benevento con perdita di centinaja di persone, e così Ariano, Grotta, Mirabella, Apice. Nell’anno successivo ancora inondazioni a Roma, e tremuoto: Norcia fu un mucchio di rovine; così Spoleto, Chieti, Monte Leone; e da trentamila morti si piansero. Nella regione alpina, Udine il secolo precedente era stata sfasciata da moto di terra, poi attorno a quel tempo cominciano a lamentarsi gl’improvvidi tagli de’ boschi, e il conseguente irrompere de’ torrenti e delle lavine. Il 14 agosto 1692 il monte Uda nel Friuli si riversò sopra il villaggio di Borta sepellendo gli abitanti, e abbarrò il Tagliamento, che gonfiatosi in lago ruppe sulle campagne devastando quegli ubertosi dintorni. Già nel 1619 un’altra rovina aveva sepolto il borgo di Piuro vicin di Chiavenna, non campandone persona.

Eppure al racconto di flagelli, fami, pesti si alterna quello di feste, conviti, parate, caccie; e che il lusso crescesse a proporzione della miseria non farà meraviglia a chi conosce che la ricchezza sta nella diffusione delle cose necessarie ed utili, mentre allora queste si concentravano in poche persone, le quali poteano farne ostentazione. Forse peggio che altrove trascendeasi a Roma, benchè vi si moltiplicassero prammatiche; e Urbano VIII proibiva il vestir immodesto, alle donne l’imparar suono e canto da uomini, alle monache l’adoprare altro maestro che suore. Il cardinale Mellini tornando dalla nunziatura di Spagna, faceva l’entrata in Roma con cinquantaquattro carrozze a sei cavalli[151]. Il Noris vestito cardinale, scrive: — Vado provando e non posso finire d’addobbar la mia casa, che non è capace di ventotto persone, quante formano la mia corte. Ho comprato cinque carrozze, e tengo otto cavalli; ho speso sopra mille scudi nella cappella, e spesso ripeto con Seneca, _Ubi est animus ille, modicis contentus?_ Non ho piedi per far camminate, perchè li cardinali non possono andare a piedi per Roma; non ho mani per scrivere, perchè sta uno _ab epistolis_ che mi assiste; non per bere, mentre altro _adest a potionibus_. Se mi voglio vestire, mi attorniano tre ajutanti di camera, ed io pajo una statua che viene vestita. Il peggio e a me più strano si è che, sonate le ore quattordici, la giornata non è più mia; ma si deve consumare o in dar udienza o nell’assistere alla congregazione, onde posso dire con san Paolo, _Vivo ego, jam non ego_»[152].

Si stupisce alle descrizioni di solenni ricevimenti in Napoli, in Milano, in Palermo, che pur erano condiscendenze a padroni non amati. Passava da Napoli l’infanta donna Maria d’Austria, sposa dell’imperatore, l’ottobre 1630, andando a Vienna, e pose tanta sottigliezza nel cerimoniale, che le dame compresero sarebbero escluse le più dalla festa in palazzo, perchè l’uso di Spagna a quelle solo di case regnanti o mogli di grandi di Spagna concedeva di seder su guanciali; tutte le altre per terra. S’immaginò dunque lo spediente che la regina non comparirebbe in pubblico, bensì _sotto coverta_, cioè in una loggia chiusa con gelosia, mentre le dame prendeano posto sopra un finto Parnaso tra ciclopi e ninfe, la Notte, la Fama e le colonne d’Ercole; da un carro stellato a quattro cavalli era tratta la Notte sui campi Elisi; una quadriglia di diciotti cavalieri, metà in seta color carne guarnita d’argento, metà in nero, guidavano la danza, e la seguivano l’ambasciadore cesareo, il gran connestabile e la gioventù più nobile: veniva poi la danza colle dame. E per quattro mesi continuaronsi le feste con rovina del vicerè Alcala e della città. Partendo, essa il primo giorno arrivava a Nola, il secondo ad Avellino, il terzo a Mirabella, ad Ariano il quarto, poi a Bovino e a Foggia i due seguenti, il settimo e ottavo a Tormaggiore e a Serra Capriola, il nono e decimo a Termoli e al Vasto, l’undecimo a Lanciano, il dodicesimo a Ortona, poi a Pescara, poi ad Atri, poi a Giulianova, poi alle Grotte, poi al porto di Fermo. Indugiatasi a venerare la santa Casa, solo al vigesimo giorno giungeva a Loreto. In ciascun luogo erasi a gran costo preparato l’alloggio per la regina e il suo seguito[153].

Da qui v’apparve come lento ancora fosse il viaggiare. Il cardinale Bentivoglio passando nunzio in Francia pose tre giornate e mezzo da Ferrara a Gualtieri pel Po, due da Gualtieri a Cremona, e quasi altrettanto da Cremona a Pavia; e le lettere fra Roma e Parigi gli tardavano sin un mese.

Uno degli spassi era la visita ai monasteri; e la principessa di Stigliano e sua nipote Anna Caraffa ed altre, ottenuto dal papa di visitare quel di donna Regina, vi spedirono per il pasto tre cignali, quindici caprioli, dodici galli d’India, altrettanti capponi, assai maccheroni ed altre cibarie. Altrove noi recammo la distinta d’un pranzo che certo richiese mesi di preparazione, e quasi intero il giorno per servirlo e consumarlo[154].

Nel 1691 Ranuccio Farnese ammogliando Odoardo suo figlio con Sofia di Neuburg, sorella dell’imperatrice e delle regine di Spagna e Portogallo, spiegò tal fasto che tutto il mondo ne fu pieno. Quando al 1700 il duca di Parma a nome dell’imperatore levò al sacro fonte un neonato di Rinaldo d’Este, meglio di cento tiri a sei gli fecero accompagnamento, poi luminare e feste per più giorni e un suntuosissimo carosello.

Nel 1628, pel giorno natalizio di Madama Reale in Torino, si rappresentarono _Il vascello della Felicità_ e _L’Arione_. Allo scoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero in cielo gli Dei propizj, ciascun de’ quali cantava un breve recitativo, cui rispondeva il coro: vennero poi gli elementi, simboleggiati l’acqua in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco, in un’iride l’aria. Ed ecco il salone riempirsi d’acqua a guisa di mare, e il vascello lentamente inoltrarsi portando nella prora un ricchissimo trono per la Corte; ne’ lati di qua e di là gli stemmi delle province soggette al duca di Savoja, e in mezzo una tavola per quaranta persone, che dal dio del mare invitate furono servite di suntuosa cena da Tritoni, portanti le vivande sul dorso di mostri marini. Frattanto s’uno scoglio si rappresentò la favola d’Arione, studio di Giovanni Capponi bolognese: la musica fece il prologo; al primo atto Arione partiva dalla patria Lesbo; nel secondo vedevasi assiso, e cantante sul delfino; nel terzo a Corinto narrava a re Periandro le sue sventure, facendosi riconoscere dai marinari[155] che l’avevano tradito; alla fine le sirene menarono un balletto, invenzione del duca Carlo Emanuele.

Delle feste del medioevo conservavansi molte, modificandole ai luoghi e al tempo: e se in un torneo a Modena il famoso Montecuccoli uccideva il conte Molza, in Genova solennizzavansi le Casazze, dove le corporazioni a gara sfoggiavano cappe di velluto e ricami d’oro tanto ricchi che i re non n’aveano di migliori, e con torchi grossissimi in pugno andavano processionalmente per le vie, ciascuna confraternita dietro a un crocifisso, nella cui bellezza e dovizia faceasi gara, come nella maestria di saperlo portare senza sbilicare, fra quelle chine e anguste viuzze. Solennissime pure erano le processioni del venerdì santo, che alla spagnuola chiamavansi dell’Entierro.

Le rappresentazioni in generale prevalevano al teatro. La musica in questo tempo, siccome dicemmo (t. X, p. 219 e seg.), si raffinò di teorie e di pratica, e universale ne divenne la passione; ma usavasi di più quella di camera e di chiesa, che non la teatrale; e questa pure prediligeva soggetti sacri. La prima opera musicale a Palermo fu nel 1692 la _Santa Rosalia_. Il _Riscatto di Adamo_, ossia il _Martoro di Cristo_ di Filippo Orioles era recitato per tutta Italia. Nell’_empietà della dottrina ariana, conculcata e convinta nel glorioso martirio di sant’Ermenegildo_, opera del cappuccino Federico da Palermo, vedesi il viatico portato a quel re prigioniero. I Travaglini erano i buffoni di quell’isola, come di Napoli i Pulcinella.

I cantanti, che furono cominciati a chiamare _virtuosi_, pagavansi ducento, trecento e più doppie, oltre le spese di vestiario, di scene, d’illuminazione. Ferdinando di Mantova spese per una virtuosa quanto avea ricavato dal vendere Casale, e tutto ciò che gli sopravanzava di prezioso. Il trionfo di coteste era Venezia, a’ cui carnevali affluiva gente da tutto il mondo, allettata dagli spettacoli e dalla libertà della maschera. Anche a Roma si scarnevalava suntuosamente, quando nol vietasse qualche austero pontefice.

Molti agi s’aggiunsero alla vita; si estese l’uso delle carrozze, s’introdussero il caffè[156], il cioccolatte, la chinachina; anche il tabacco, primamente portatoci dal cardinale Santa Croce dalla nunziatura di Portogallo[157]. I giardini artifiziali più grandiosi si fecero, disponendovi cascate, chioschi, mulini a vento, grotte, tempietti, prospettive, insieme con macchie, cerchiate, siepi, non in modo d’imitar la natura, ma di far la natura servir all’arte. Romitorj, torri cinesi, capanne, castelli in ruina, cappelle gotiche non usavano ancora; bensì disposizione simmetrica, scale avvicendate con pianerotti e terrazzi balaustrati, e un semicircolo detto teatro con nicchie e statue e vasi; e cascate di bacino in bacino con variata disposizione; e veri boschi, come la pineta della villa Pamfili, e lunghissime praterie, incorniciate da pioppi e da siepi. Viali di cipressi conducevano a un casino, ornato d’ogni bellezza, e dal quale godeasi qualche vista meravigliosa. Di tal guisa Giacomo della Porta dispose la Aldobrandini a Frascati, Annibale Lippi la Medici sul Pincio, il Maderna i giardini del Quirinale, l’Algardi la Pamfili a porta San Pancrazio, Marchionne la Albani, e così altre di Roma; a Genova le Groppallo, Parravicini, Doria; a Verona il giardino Giusti; sul lago Maggiore le Isole Borromee: da quelli della Corte di Torino il Tasso cavò l’idea degli Orti di Armida, così poco magici.

I ricchi non aveano la passione dell’agricoltura, intorno alla quale pochi cenni ci rimangono. Agostino Gallo bresciano pubblicò nel 1550 le _Venti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa_, dialoghi prolissi e male scritti, ma con cognizioni pratiche, esponendo ciò che avesse egli medesimo sperimentato, o avuto da persone degne di fede; onde Haller eccede di rigore ove dice che questo _verbosus senex omnia obvia, etiam aliena profert; non satisfecit mihi neque in hortis, neque in agrorum cultu_. Egli parla della coltura del riso e di quella del trifoglio, che ormai non praticavasi se non in Ispagna. Giambattista Cassandri cremonese, nella _Economia, ovvero disciplina domestica_ (Cremona 1616), tratta di tutto ciò che serve a prosperar una famiglia per l’anima e pel corpo. Vincenzo Tanaro bolognese fece l’_Economia del cittadino in villa_ (Bologna 1644), distinta in sette libri intitolati _Pan e Vino, la Vigna e le Alpi, il Pollajo, l’Orto, il Verziere, i Campi, la Luna e il Sole._ Non pare v’avesse pratica personale, ma raccoglieva, e ci tramandò bizzarre particolarità; per esempio l’uso allora più divulgato di sostenere la vite colle canne; la ricca coltura de’ cavoli ne’ paesi di monte; il finocchio di Bologna collo stelo grosso quanto una coscia; le giunchiglie vendeansi molto care a Bologna e le tuberose v’eran di fresco introdotte. Marco Bussato di Ravenna nel _Giardino d’agricoltura_ (Venezia 1592) distendesi sulla potagione e gl’innesti de’ frutti, prevenendo Quintinié, Normand e altri francesi: si vale molto degli antichi, e scrive negletto. Il _Ricordo d’agricoltura_ (1567) di Camillo Tarello dà buoni avvedimenti, non desunti dagli antichi, e fra altri la replicata solcatura de’ campi e la rotazione, volendo che a frumento mettasi solo una quarta parte del fondo, e il rimanente ad altri prodotti; raccomanda di macerar il grano in orina o acqua di calce avanti seminarlo, spargerlo rado e ricalcarlo; loda la coltivazione del trifoglio, e il rimutar di tempo in tempo i prati in campo. Non toccherebbe dunque agli Inglesi la scoperta della rotazione agraria. Di Domenico Maria Clarici anconitano abbiamo la _Istoria e coltura delle piante che sono per il fiore più riguardevoli e più distinte per ornare un giardino in tutto il tempo dell’anno_ (Venezia 1726), con un copioso trattato degli agrumi.

Prima che Luigi XIV divulgasse per tutta Europa il tono e le foggie di Francia, s’imitava Spagna nel bene e nel male, nella letteratura come nel vestire. A Napoli predicavasi spesso in spagnuolo, in spagnuolo recitavasi, di spagnolerie empivansi scritture, come oggi di gallicismi, e il discorrere era pieno di _bacio le mani_, _resti servita_, e _buglie_ e _convojare_ e _papelare_ e _montiera_ e _far provecio_ e _alboroto_ e simili. Chè è colpa antica e nuova degl’Italiani l’adottare i difetti dei dominatori quand’anche gli odiano o disprezzano, or le gonfiezze spagnuole, or i gingilli francesi, or la pippa tedesca[158].

Qui sopra divisammo i costumi di Lombardia e del Regno. Firenze, che ci si presentò con Cacciaguida sobria e pudica, poi massaja e operosa ne’ Comuni, poi colta e splendida sotto i primi duchi, può ancora offrirci molti colori a incarnar il quadro degli usi d’allora; ed uno de’ cittadini d’antico taglio, notando sui registri di casa i fatti della giornata, ci ritrae il mutamento operatosi sul dechino del secolo[159]: