Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 20
«Concluso che era un parentado, gl’interessati dell’una e dell’altra banda ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo di un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa, s’invitavano le parenti sino in terzo grado ad accompagnarla alla messa, e nell’uscir di casa s’incontrava alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de’ suoi contenti, e mostrare di non volerla lasciare uscire se non dava loro qualcosa; al che rispondeva la sposa con cortesia, e dava loro o anello o smanigli o cosa simile, ed allora quello che aveva parlato ringraziava, e pigliava a servir la sposa, con darle di braccio sino alla carrozza, o per tutta la strada se s’andava a piedi, ed al ritorno a casa restavano a banchetto tutti i parenti invitati, e quelli del serraglio erano licenziati. L’anello poi si dava in altro giorno, nel quale si faceva una colazione grande di confettura bianca, ed un festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giocava a giulè se era stagion da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c’era un uomo in capo alla sala, che con una lista chiamava per ordine di parentela ciascuno, che così senza confusione andava al suo luogo, le donne da una banda e gli uomini dall’altra. Al banchetto soleva comparire un mandato di quello che aveva parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d’odore il regalo che aveva avuto da lei; e lo sposo rimandava il bacile con trenta, quaranta e fino sessanta e cento scudi, secondo le facoltà; che servivano ad una cena, o in fare una mascherata, o altra festa.
«Si dismesse poi il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del denaro in uso proprio. Si dismesse ancora di chiamare i parenti nel mettersi a tavola con l’ordine del grado: onde due disordini, cioè che non tutti gl’invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a tante cerimonie per voler mandare in su gli altri, con confusione e disagio per chi è di già al suo posto; l’altro, che invece di molti parenti s’invitano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quegli, e qualche volta questi amici sono tanti, che escludono dall’invito molti parenti, che si va perdendo quella famigliarità che dovrebbe essere fra i parenti. S’è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d’altri, ma s’è introdotto di farlo per polizza, scrivendo in un quarto di foglio: _N. dà conto a vostra signoria illustrissima che ha maritato la N. sua figliuola o sorella al signor N., via tale_; e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno, lasciandole in casa di ciascuno; e molti hanno cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze.
«La funzione dell’anello s’è fatta quasi sempre in casa, se bene qualcuno l’ha voluto per devozione dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco, e con una veste che avea le maniche aperte sino a terra; ma poi s’è dismesso e il colore e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all’uso delle altre donne, e di che colore più le piace.
«Subito che qualcuno era morto, se ne mandava a dar conto ai parenti, e s’esponeva il morto in una sala, o camera grande in terreno tra molti lumi, e si parava di rasce nere non solo detto luogo, ma tutto lo spazio ancora che era di lì sino in istrada, sicchè ognuno che passava aveva contrassegno di poter entrare a segnare il morto; e nell’istesso tempo i parenti stavano in una camera con le finestre quasi chiuse, e ricevevano la visita di condoglianza dai parenti e amici senza moversi a riceverli e accompagnarli. Sul farsi notte si portava il morto in chiesa con l’accompagnatura di quattro o sei regole di frati, ed un numero di preti con torcie gialle alla croce ed intorno alla bara, che per l’ordinario sarebbono state diciotto e sedici, ventiquattro e ventotto e più o meno secondo le facoltà: ed in chiesa, mentre si dicevano l’orazioni ordinarie, si posava la bara sotto un’arca di falcole gialle, e poi si dava sepoltura al cadavere. La mattina dopo si facevano l’esequie, alle quali erano invitati tutti i parenti per assistere alla messa di requie, e stavano gli uomini da una banda, e le donne dall’altra in panche parate di nero, con l’ordine della prossimità di parentado, e nel mezzo stava eretto un catafalco con molti lumi di cera gialla. Finita la cerimonia, si raccompagnava i parenti prossimi del morto sino a casa, se era vicino alla chiesa; se non, alla porta della chiesa si licenziava ognuno: ed in tal funzione i parenti stretti del morto portavano un velo pendente di qua e di là dal soppanno del cappello, che arrivava in mezzo al petto.
«Si cominciò poi, invece di tener esposto in casa il morto, a mandarlo di notte e privatamente nella chiesa più vicina alla casa, o parrocchia, o confraternita, e quivi si teneva esposto, e di quivi si levava per portarlo come sopra alla sepoltura. Si mutò anche questo, perchè si cominciò a tenere il morto in casa privatamente fino alla sera, che era portato in chiesa, dove la mattina dopo stava esposto a tutte le messe; e si dismesse il chiamare i parenti all’esequie e l’uso della cera gialla, introducendosi la bianca, siccome il chiamar tante regole di frati, ma se ne chiamava una sola, e più numero di preti.
«Oggi si tiene il morto privatamente in casa fino alla sera, che si manda alla sepoltura accompagnato da una regola di frati e dal parrocchiano con buon numero di preti, e con cinquanta torcie in circa di cera bianca, le quali si distribuiscono anco tra i frati ed i preti; e perchè la chiesa dove va il morto e la parrocchia devono aver certa partecipazione nella cera, si procura innanzi d’accordarle per sfuggir le liti, e la dichiarazione di che numero di torcie sia alla croce e che numero alla bara, dipendendo da questo la loro pretensione. In chiesa si pone il cadavere sopra una tavola parata di nero tra dieci o dodici doppieri con lumi di cera bianca, e fatte le cerimonie ecclesiastiche, si sepellisce, e se gli fanno celebrare le messe di requie più o meno, secondo la carità degli eredi, e nella medesima chiesa ed in altre, secondo il loro arbitrio. Ed ai parenti si dà conto con polizza, o scritta o stampata, come s’è detto nelle nozze, e vi s’aggiunge, _E non s’incomodino_, che vuol dire che quelli che ne danno conto, non vogliono complimenti di condoglianza in casa.
«Nata che era una creatura, il padre invitava un gentiluomo ed una gentildonna per essere compare e comare, e questi andavano a levar di casa la creatura, che in braccio all’allevatrice si conduceva a San Giovanni; e finita che era la funzione, il compare e la comare mettevano al collo della creatura un regalo, che ordinariamente era una collanetta d’oro con una medaglia o reliquia, e tornati a casa visitavano la partoriente, e ne’ primogeniti si faceva una colazione di confetture. Oggi s’è dismesso il regalare (e si fa solamente dai compari gentiluomini alle genti basse, in denari), ed anco bene spesso s’invita solamente un compare senza comare, e il padre della creatura va a levarlo di casa, e lo conduce a San Giovanni, e la creatura viene accompagnata dalla comare se vi è, o da altre parenti; ma si conserva bene l’uso che il compare visiti dopo la partoriente.
«È stato sempre uso tra la nobiltà che le donne di parto, particolarmente ne’ primi figliuoli, tenessero visite, e così le spose tre o quattro giorni, e con facilità se ne spargeva la voce per la città; e passati que’ giorni, se fosse arrivata qualche gentildonna, un servitore alla porta la licenziava senza che fosse ricevuta per mala creanza. Tanto segue ancora adesso, ma con questa sola varietà, che prima le spose per se medesime, e le partorienti per mezzo di suocera, madre, cognata, sorella o altra accompagnavano tutte le dame fino alla porta di casa; il che essendosi considerato con il tempo che riusciva di grande incomodo, s’è introdotto di non scendere le scale: e così s’osserva ai festini che si fanno il carnovale, o d’altro tempo di ballo o di giuoco, mantenendosi però in altre occasioni la dovuta creanza civile ed antica accompagnatura.
«Tutti i parenti s’invitavano al vestimento delle monache, e all’offertorio della messa si faceva l’offerta, stando la sposa accanto al celebrante rivolta al popolo, con due bacili di qua e di là in mano a due chierici, e tutti i parenti andavano a salutarla con lasciare in quei bacili le mancie. Ed in quei monasteri dove si faceva dentro il vestimento, s’andava a dare detta mancia a una grata della chiesa. S’è poi interamente dismessa quest’usanza della mancia, ed i parenti s’invitano al vestimento con la polizza scritta o stampata come in altre occasioni. Si praticava nel principio del secolo con sincerissima fedeltà, che chi voleva essere sicuro di aver buon luogo alle prediche della quaresima, e non poteva trattenersi per avere a sentir messa o altra occupazione, lasciava sulla panca qualche cosa, come libro, chiave, fazzoletto o altro: il che da chi arrivava dopo s’intendeva per luogo preso, e se gli portava rispetto, ed il padrone al ritorno ritrovava la sua roba ed il luogo. S’è poi dismesso quest’uso, forse per essere mancato la fedeltà; nel 1676 essendo stato in duomo un predicatore con gran concorso, molti gentiluomini, per esser sicuri d’aver buon luogo, hanno mandato a buon’ora uno de’ loro staffieri con la livrea a mettersi a sedere per serbarglielo.
«Nell’ultimo del secolo passato s’era incominciato a introdurre l’uso delle carrozze, ma nel principio del seguente non era ancora diventato comune, e molti della nobiltà non la tenevano; ma a poco a poco, con l’occasione di far parentadi o d’altro pretesto, ognuno l’ha messa su, e molti la tengono a quattro cavalli, ed i più ricchi a sei. Da principio le carrozze erano piccole, di cuojo dentro e fuora, e poste sulla sala delle ruote, che andavano assai scomode; poi si cominciò a fabbricarle sulle cigne perchè andassero meglio; e finalmente si sono attaccate dette cigne ad archi di acciajo ben temperati, che cedendo all’urto, fa che vanno assai più comode. Si fanno per i più ricchi di velluto nero, ed anco di colore, e con frangie di fuori e di dentro, e con il cielo di dentro dorato. Fino a mezzo il secolo usarono alcuni più ricchi, per le solennità della città, il cocchio, che di dentro era di velluto per lo più rosino, e di fuora paonazzo con otto pomi alle testate dorati; mai poi si sono intieramente dismessi. Nel 1670 s’è introdotta una foggia di carrozze venuta da Parigi, rette da lunghi cignoni che brandiscono assai, e si chiamano poltroncine, perchè vanno comodissime; e si sono dismessi gli archi, per il rischio di rompersi.
«Quasi in tutte le case nobili si teneva un cavallo di quelli chiamati chinea, o un mulotto, che servivano per chi non poteva o non voleva andare a piedi; e si adoperava per la città con gualdrappa di ermisino, ed anco di velluto, o di panno listato di velluto, ed in campagna con sella di corame. Ma con il moltiplicare delle carrozze si sono del tutto dismessi, e solamente qualcuno per diletto tiene un cavallo nobile per passeggiare per la città. Quando le donne andavano in villa, andavano a cavallo, ed i ragazzi sopra un mulo in due ceste: ma oggi vanno in carrozza dove la strada è buona; se non, in lettiga a vettura, che presentemente ne sono moltissime a nolo, quando al principio del secolo non ce n’era se non una, che solamente serviva per tornare un ammalato di villa in città. Qualcuno de’ più ricchi e de’ più infingardi tiene da sè la lettiga per servirsene in campagna.
«In questo medesimo tempo che scrivo pare che s’introduca una comodità venuta da Parigi d’una tal sedia coperta, posta su due lunghe stanghe che brandiscono, posate su la groppa d’un cavallo e di dietro su due ruote. A questa tal sedia s’è dato nome di calesse; e sono così presto moltiplicate, che nell’anno 1667 s’è trovato esserne nella città intorno a mille e le lettighe sono in gran numero scemate. Nell’andare per la città si servivano i primi granduchi del cocchio a due cavalli; ma cavalcavano innanzi alcuni gentiluomini in numero di sei o otto, che avevano titolo di lancie spezzate. Il granduca Ferdinando dismesse il cocchio, ed introdusse la carrozza con quattro cavalli, e due cocchieri a cavallo all’uso di Spagna; e le serenissime imitarono con introdurre la carrozza a sei cavalli anco per la città, e lasciarono la cavalcata delle lancie spezzate. Il granduca in città conduce alla portiera a piede il paggio di valigia, ma in campagna va a cavallo dietro alla carrozza: e portava già una valigia dinanzi, dove era un vestito ed ogni altra cosa che potesse occorrere quando venisse occasione di mutarsi; ma s’è poi dismessa questa diligenza parendo superflua. Alle serenissime ancora il paggio di valigia va per la città a piedi alla portiera, ed in campagna a cavallo.
«Fuor dei cavalieri di Santo Stefano e di Malta, e gli stipendiati dalla Corte del granduca, non c’era nessuno che portasse spada accanto; e quei pochi gentiluomini che n’avevano da S. A. S. la permissione, usavano di portar solamente il pugnale. Ugo d’Alessandro Rinaldi fu il primo che nel 1616 si cinse la spada, e fu immediatamente seguitato dagli altri giovani nobili, che non attendevano al negozio, avendo anco S. A. S. allargato la mano in concederne a tutti la facoltà, sì che presto si vide la città ripiena di spadaccini; poi a poco a poco s’andò dismettendo, sì che in oggi non solo l’hanno lasciata i gentiluomini, ma ancora i cavalieri e stipendiati di Corte. Nè meno per quasi nessuno si porta il pugnale, benchè S. A. S. ne conceda indifferentemente la facoltà ad ognuno con pagare certa tassa l’anno; e chi crede d’aver bisogno di valersi della spada, o per inimicizia o per altro, se la fanno portar dietro a un servitore, che può riuscire cosa malfatta. L’archibuso non era già concesso ai gentiluomini se non fuori delle otto miglia dalla città, ed a fuoco solamente, e non a fucile e ruota: ma oggi S. A. S. lo concede a tutti a ruota e fucile fino alla porta della città, mediante il pagamento della tassa; ed anco tollera molti che lo tengono nella città, e per passatempo se ne servono in casa per tirare a’ rondoni. Chi ha qualche timore va armato di giaco, e particolarmente la notte; ed oggi S. A. S. ne concede la facoltà ad ognuno, che già erano pochissimi quelli che avessero tal facoltà. Tutti i giovani nobili che stanno su la bizzarria, e che conducono dietro servitori, hanno introdotto di far portare al medesimo servitore sotto braccio una spada assai lunga.
«Si teneva già per i più solamente due servitori, uno con titolo di spenditore comprava e teneva i conti delle spese, e l’altro faceva le faccende in casa d’apparecchiare ed altro, andava fuori con la padrona, e faceva ogni altro negozio per la città secondo l’occorrenze; e dove era la carrozza, si teneva di più il cocchiere, al quale si dava di salario dieci lire il mese, allo spenditore dieci, all’altro servitor otto, e tutti vestivano del proprio. S’introdusse a poco a poco l’uso delle livree, e si cominciò a vestire il cocchiere ed il servitore che andava con la padrona, e finalmente a crescere il numero di questi, che oggi la nobiltà della prima riga tiene più servitori a livrea; e le donne ne conducevano almeno due, e gli uomini uno: se gli dà, oltre al vestito, uno scudo il mese.
«Le serve erano già tre, cioè una col nome di cuoca faceva le faccende della cucina; un’altra si chiamava donna di mezzo, perchè andava fuora con la padrona, spazzava le camere, rifaceva i letti, e serviva tutti gli altri bisogni, ed anche occorrendo ajutava qualche volta alla cuoca a fare il pane ed altro: ed a queste due si dava, oltre alle spese, un mezzo scudo o lire quattro il mese. La terza donna era di qualche civiltà più, e si chiamava matrona; la quale fuori di casa teneva compagnia ed in carrozza ed a piedi alla padrona, ed in casa cuciva per la medesima, e la serviva nel vestirla ed assettarle la testa, benchè per questa faccenda qualche padrona teneva una fanciulla: e si dava alla matrona sei o sette lire il mese, e la fanciulla in capo a qualch’anno si maritava con dargli cento o cencinquanta scudi di dote. Il servizio della matrona s’è del tutto dismesso, perchè le padrone non conducono fuora più nessuna donna, andando in carrozza sole, ed a piedi s’appoggiano a un servitor di livrea; ma le signore titolate più ricche conducono in carrozza qualche giovane fanciulla che chiamano damigella, e s’appoggiano ad uomo d’età senza livrea; che se gli è dato il nome d’uomo nero o di bracciere. Le artiere, per non andar sole fuori, tengono provvisionato un bottegajo con dargli dieci lire il mese, il quale le feste va ad accompagnarle alla messa ed altrove; e quest’uomo il vulgo lo chiama domenichino, perchè va in opera la domenica.
«I giuochi d’esercizio erano, la state quello della palla lesina e della pillotta: ed alla palla lesina si giocava quasi per tutte le strade, perchè i ragazzi nobili di un vicinato si mettevano insieme dopo il desinare, e mandavano al tetto più comodo della loro strada. Questo giuoco è in oggi del tutto dismesso e spento[160]. Per le case, e particolarmente l’inverno, si giuoca alle minchiate ed a sbaraglino: tutti due questi giuochi resi col tempo più belli. Il maglio era in uso come oggi, ma assai più frequentato. Si giocava ancora assai ai dadi, benchè dalle leggi fosse proibito; ma oggi tra i giovani gentiluomini si trova pochi che lo sappiano giocare. S’è aperto da qualche anno in qua una casa su la piazza di Santa Trinita, alla quale hanno dato nome di casino, dove si raguna il giorno e la sera, secondo la stagione, tutta la nobiltà, e vi si giuoca, oltre a’ soprannominati giuochi, anco a primiera, tantio ed altri simili giuochi: e viene da S. A. S. permesso questo pubblico giuoco, perchè non v’intervenendo altre persone che della prima nobiltà, pare che non vi possino avvenire di quei casi, per cagione dei quali sogliono le leggi proibire simili ridotti.
«Le donne giocavano già, e particolarmente l’inverno, a giulè; ma una ambasciatrice di Lucca insegnò in una conversazione il giuoco di cocconetto, che a poco a poco si è introdotto per le altre conversazioni, e s’è del tutto dismesso il giuoco del giulè. Per gli uomini s’è introdotto ancora il giuoco del palloncino con la mestola da pochi anni in qua; e qualcuno giuoca al pallone con i bracciali, ma pochi sono i gentiluomini che vi si diano. Il giuoco del calcio, come antico nella città, si procura di mantenere nel carnovale: ma già vi giocavano persone di età e con la barba, che oggi non v’interviene se non gioventù.
«Sono state tante le vanità del vestire che in questo secolo sono seguìte, che si rende impossibile di poterle narrare: nel principio del secolo si premeva d’accostarsi all’uso di Spagna, e adesso intieramente alla franzese, e di là vengono tutte le usanze e le mode. Per gli uomini, il vestire è usato sempre color nero; ma per la gioventù si portava il giubbone e le calzette di colore, e con le legacce con merletto d’oro e d’argento secondo che tornava meglio al detto colore; e gli uomini di trentatre a quarant’anni incirca portavano ancor nero il giubbone, ma le calzette sempre di colore. La materia era secondo le stagioni, e per lo più nell’inverno di rascia o perpignano di Firenze o di velluto, e la state di tabì, terzanello ermisino, ecc.; e si guarnivano con molte guarnizioni di raso e tabì ricamate, che venivano ordinariamente da Milano. Ciascuno aveva per stagione un vestito ricamato riccamente di seta nera per servirsene nelle occasioni più cospicue, come nelle foresterie ed altro. Oggi si veste per ognuno interamente di nero, nè si veggono calzette di colore se non qualche volta a qualcuno dei giovani più bizzarri. S’è dismesso del tutto di ricamare i vestiti, ed il guarnirli con quelle guarnizioni ricamate accennate di sopra; siccome s’è ancora dismesso il guarnire con frangie di seta nera, come s’era introdotto a mezzo del secolo; e s’è preso ad adornarli con nastri rasati o tabissati in tanta quantità, che è cosa mostruosa a vedere la quantità delle braccia che si mettono in un vestito. Gli uomini d’età li usano neri, ma i giovani di colore, e molte volte mescolati di più colori, che fa parere un vestito sia un prato fiorito; ed i medesimi nastri si mettono al cordone del cappello. L’inverno la materia è velluto o panno d’Olanda, e la state ermesino o taffetà rasato, ed i mezzi tempi vellutini o grossagrane.
«A festini, giostre, cavalcate d’incontri, di funzioni ed altre occasioni speciose, si premeva già di comparire in calza intera con fodera a detta ed al cappotto di teletta d’oro, con stivaletto di marocchino nero con speroni dorati o inargentati o bruniti di nero, secondo la fodera del vestito, e con il collare a lattughe, il quale si portava anco assai spesso fuori delle suddette occasioni. Ma a mezzo il secolo erano tutte queste cose quasi in disuso, ed oggi sono del tutto dismesse, a segno che farebbono ridere se si vedessero addosso ad uno. Ora quasi tutti i giovani hanno introdotto di portar le calzette di colore perlato che pajono vestiti a livrea; ma presto s’è dismesso. Portano la parrucca linda, senza avere riguardo al colore del suo proprio capello, e si radono tutti i mostacci; portano le scarpe piene di nastri, ed anco qualcuno vi mette delle gioje. Son ritornate le frangie di seta nera per guarnire i vestiti.
«Le spose comparivano in abito tutto bianco, ma per le altre donne non s’aveva riguardo nessuno nè al colore nè al concerto dell’abito, perchè taluna avrebbe portato una veste gialla ed una zimarra verde; un’altra, zimarra gialla e la veste verde, e così degli altri colori senza nessuna considerazione; e le donne di tempo se eran maritate portavano la zimarra nera, ma la sottana o veste di colore: era però per tutto guarnito ogni cosa riccamente. Si cominciò poi a premere nel concerto, e si portava ogni cosa del medesimo colore, che qualcuna sarebbe parsa botata[161]. Ed oggi finalmente portan tutte l’abito franzese con la zimarra o veste nera di sopra, e di sotto la sottana di colore, che va variandosi come più piace, e si guernisce riccamente con oro o argento, e quella di sopra solamente di nero, e si porta alzata, acciò si vegga quella di sotto. Usavano già il ciuffo e la grandiglia assai grandi, che sono dismesse, andando assai scollacciate, e con molti ricci solamente alle tempia. Le vedove portavano un manto sino in terra e ripiegato sulla spalla, a foggia d’un lettuccio; e poi cominciarono a mettersi in capo quella parte che soleva ripiegarsi sulle spalle, e finalmente hanno lasciato interamente il manto, e vestono di nero del tutto come le maritate, con ricci le giovani, nè son da quelle distinte con altro che con una piccola cuffia nera di velo in capo. Hanno introdotto le giovani di portar sulla fronte un cerchietto di capelli biondi che lo chiamano parrucchino, che sta malissimo a chi ha la capellatura d’un altro colore.
«Le meretrici portavano già tutte un segno apparente del loro infame esercizio, ed era un nastro giallo al cordone del cappello, che allora s’usava assai di portare; e quando non l’avevano s’appuntavano un segno giallo alle treccie; e se fussino state trovate senza, sarebbero state castigate. A poco a poco si cominciò a dismettere col pagamento di non so che tassa, ed in oggi non è più in uso, nè si conoscono se non alla loro sfacciataggine.
«Gli Ebrei portavano già tutti il cappello rosso, eccetto qualcuno de’ negozianti che per supplica otteneva grazia di portarlo nero. Oggi, qual se ne sia cagione, tutti lo portano nero, nè si distinguono dai Cristiani.