Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 21

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«Per paramento della sala e camere non usava altro nel principio del secolo che corame, il quale per i più briosi era dorato, e nelle portiere delle camere v’era l’arme del padrone; poi a poco a poco si cominciò a fare i paramenti nelle camere principali di rasetti, poi dommaschi; e finalmente i più ricchi gli fanno di velluti, telette d’oro e dommaschi con trine d’oro, e le sedie e le portiere compagne; ed alcuni fanno anche tessere a posta le portiere con la loro arme. Le sale si tengono oggi senza paramenti, ma con molti quadri adornate, li quali quadri hanno le cornici dorate tutte e grandi, dove già usavano tinte di nero, con due o tre filetti d’oro al più. Nelle sale ordinariamente c’era un camino grande ed un acquajo, ed in questo si teneva una secchia d’ottone per lavarsi le mani nell’andare a tavola, e vicino v’era la bandinella (che ritengono ancor oggi i frati) per rasciugarsi; si sono poi rimurati questi acquaj ed i camini; ed essendosi cresciuti (come ho detto) i servitori, ognuno si fa dare l’acqua alle mani da’ medesimi servitori in bacile d’argento, e l’inverno per i medesimi servitori si tiene in sala un caldano di fuoco. A tavola s’usava già di mangiare in piatti di terra o di stagno, e così si seguita per i più, adoperandosi però argento nelle sottocoppe, bacili, forchette e cucchiaj e saliera; ma i più ricchi hanno fatto tutti anco d’argento la piatteria, e tengono ancora le camere adornate di vasi d’argento e simili galanterie su tavolini e stipetti di pietra e d’ebano.

«In sala usava già tenersi sedie di corame con un’arme piccola del padrone nella spalliera, e sgabelli di noce: oggi vi si tengono per molti panche con spalliera dipinta con l’arme o impresa del padrone, e fanno cassa per servizio de’ servitori; e se pure vi si tengono sgabelli, son rabescati con intagli dorati.

«Cominciò nel principio del secolo (o pure si rinnovò) la delizia del bere fresco, ma si procurava di ottenerla dai pozzi col calarvi le bocce del vino qualche ora innanzi il pasto; ed il pozzo di qualche casa, che aveva concetto di fresco, serviva spesso anche per i vicini, che vi mandavano le loro bocce, che per lo più erano di terra. Si cominciò a riporre, l’inverno, il diaccio per valersene l’estate a rinfrescar il vino, l’acqua, le frutte ed altro, e ha preso tanto piede questa delizia, che molti l’usano continuamente anche l’inverno, ed è degno da notarsi l’augumento che ha fatto; perchè l’anno 1609 Antonio Paolsanti, ajutante di camera del serenissimo granduca, prese l’appalto del diaccio per lire quattrocento l’anno, e il 1665 fu appaltato per lire quattromila trecento. E per dir qualche cosa ancora di fuora, in Pisa non si trovò l’anno 1605 chi volesse l’appalto per scudi cinquanta; e oggi è sopra scudi mille novecencinquanta: è però vero che l’appaltatore serve ancora Livorno. Quando l’inverno non diaccia, sono obbligati gli appaltatori, così di Firenze come d’altrove, di far venire la neve dalle montagne, e però procurano di riporla a suo tempo nelle buche fatte a posta per conservarla all’estate. Usano le persone ricche e doviziose di far fare, per bere fra giorno, acque concie di varie sorte con odori di cedrato, di limoni, di gelsomini, di cannella ed altro, raddolcite con zucchero; e ne’ luoghi più frequentati della città ci sono botteghe, dove si vendono in carafine diacciate, che riesce all’universale una gran comodità.

«S’è introdotto in Firenze nel 1668 assai comunemente una bevanda all’uso di Spagna, che si chiama cioccolata; ed anco di questa vende uno dei sopradetti bottegaj in bicchieretti di terra, e par che gusti così calda come fredda.

«Ciascun padre di famiglia che avea facoltà di poterlo fare, teneva in casa un prete per insegnare ai figliuoli, e per accompagnarli fuori; e ci erano suggetti di lettere e di bontà riguardevoli. E per quelli che non potevano tenere il maestro in casa, c’erano parecchi che tenevano scuola pubblica, e vi si mandavano i figliuoli con un servitore o con altri. Avendo poi preso credito le scuole che tengono i Gesuiti, ognuno s’è voltato a loro per non spendere, e si sono smesse le scuole pubbliche; e quel che è peggio, nessuno studia, o pochi, per fare il mestiere del maestro, perchè questo impiego è svanito, ma ai più basta imparare tanto che basti loro per passare all’esame e divenir preti».

Delle persone da tutto il mondo accorrenti a Roma per cercare fortuna, era dimezzato il numero colla riforma religiosa: e i pellegrini della scienza, dell’arte, della civiltà non teneano più di primario interesse Firenze, Venezia, e altre città nostre, quando grandeggiavano Madrid, Londra, Amsterdam, Parigi; v’ebbe colà artisti che pareggiarono e vinsero i nostri maggiori, quantunque si mettessero sull’orme di questi. Pure continuava a visitarsi l’Italia con rispetto tradizionale, e a tacere gli artisti, quasi tutti educati qui, fra i molti viaggiatori vuolsi ricordare l’arguto Michele Montaigne. Avvezzo ad osservare gli uomini e le cose, e paragonare l’antico coll’odierno, ne aspetteremmo fini giudizj: ma preoccupato della sua salute, continuo parla di sè, fin a stomacare chi non consideri che non destinava alla pubblicità quel giornale, di cui una parte scrisse in italiano[162]. Entrato, il 1580, dal Tirolo, a Verona stupì del poco devoto contegno nelle chiese, dove si voltavano le spalle all’altare, e tenevasi il cappello, mostrando badar alla messa soltanto all’elevazione. Che gli alberghi fossero tanto peggiori di quelli di Francia e di Germania, è lamento ripetuto da tutti i viaggiatori, benchè più tardi il presidente De Brosse lo dichiarasse affatto ingiusto. In generale egli trova che qui si mangia in istoviglie, anzichè in peltro e stagno; e disgrada la nostra cucina a confronto della francese. Fin a sette e otto miglia vengono incontro gli ostieri, allettando con buone condizioni a scavalcar da loro. Case cattive, con ampie finestre, grossolani controventi, nessuna stufa, letti duri senza cortine; visite e dogane lo remorano ogni tratto; ogni tratto vede scritto, _Ricordati delle bollette_, ch’erano richieste per ragione di sanità.

Padova trae vita dagli studenti; ma i francesi gentiluomini accorrenti a quell’università sono in tal numero, che vivendo tra loro, non imparano i costumi forestieri: anche molte famiglie vengono ad abitarvi a cagione del buon mercato. Di Venezia ripete le solite dicerie; vi conta cencinquanta gentildonne da mercato, che faceano grandi spese in mobili, in vesti, e la nobiltà ne manteneva pubblicamente; vi si vivea con poco, non bisognando gran servi nè cavalli. I giovani nobili (ci vien riferito da altri[163]) vanno alla commedia per ridere delle buffonerie e degli attori, non meno che per atteggiare essi stessi; menano cortigiane nelle loggie, e fanno schiamazzi e atti da non dire; si divertono non solo di sputare in platea, ma di gettarvi la smoccolatura delle candele, massime sopra qualche galante; e per poterlo fare impunemente tengono alla porta dei bravi mascherati.

Firenze invece era la città più costosa; le donne ben apparivano con scarpe bianche e cappelli di paglia, i quali vendeansi quindici soldi l’uno, mentre in Francia costerebbero quindici lire; belle le meretrici, raccolte tutte in un luogo; il grano lasciavasi dieci e quindici giorni sul campo, senza paura del vicino; sin le contadine aveano l’Ariosto in bocca. A Siena, sulla piazza più bella del mondo, si celebrava ogni giorno la messa, sicchè gli artigiani la sentivano senza staccarsi dalle proprie faccende. Ornamento del paese sono i portici; e sotto questi i signori a Lucca pranzavano l’estate. Quivi molto si giocava al pallone; gli alloggi erano ad alto prezzo, attesochè non vi capitano forestieri; ma frequentati erano i bagni, intorno ai quali moltissimo si occupa Montaigne. A Pisa ognuno stava occupato a lavorare. Nelle nazioni libere (egli riflette) non si fa distinzione fra le persone; anche le infime tengono alcun che di signorile ne’ modi; fin nel domandare la limosina mescolano sempre qualche parola d’autorità: — Datemi l’elemosina, volete? — Fatemi la carità, sapete?» e uno a Roma diceva: — Fatemi bene per l’anima vostra».

A Roma, dopo rigorosissimo rimuginar di bauli, specialmente pei libri, trattenendogli i sospetti, alloggia all’Orso; pranzasi alle due, cenasi alle nove; vi si sentono meno campane che non in qualche villaggio di Francia, e non immagini; le chiese men belle che nel resto d’Italia e in Francia; le abitazioni mal sicure, a segno che chi avesse denari gli affidava ai banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle generali contro il lusso de’ prelati. In carnevale facevansi corse or di fanciulli, or di vecchi nudi, or di ebrei o di cavalli con ragazzi, o d’asini, o bufali: gentiluomini e dame vi correano la quintana, e faceano altri esercizj cavallereschi, in cui erano spertissimi; e anche le donne mostravansi senza maschera. Il popolo minuto assai più devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondavano gli spiritati e gli ossessi. Alla processione del Volto Santo forse dodicimila torcie si accesero, e file di Battuti si flagellavano, mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di vino l’estremità del loro staffile.

Tutto era pieno di forestieri, sicchè la varietà d’abiti e costumi non facea colpo. Vide arrivarvi un ambasciatore del re di Moscovia, con lettere dirette al gran governatore della signoria di Venezia, credendo questa città fosse nella dizione del papa; invitato a una cavalcata che fu di cencinquanta a duecento cavalli, quell’ambasciatore rise, dicendo che nel suo paese si fanno di venticinque o trentamila.

Il veder tante cose, l’udir prediche, il bazzicare cortigiane, che faceano pagare anche la conversazione, cacciavano la malinconia da Montaigne, il quale ambì ed a fatica ottenne il titolo di cittadino romano. La bellezza delle nostre donne non gli pareva poi tanto mirabile; pure di brutte ne vedeva assai meno che in Francia, e migliore la testa e dalla cintola in giù; maggior maestà di comporto, mollezza e soavità; maggior ricchezza nel vestire, tutte perle e pietre; molte appajono in pubblico, però distinte dagli uomini, eccetto che nelle danze, ove procedono con molta libertà. Gli uomini vestono positivo, di nero e di sargia di Firenze, ed hanno apparenza alquanto vulgare, benchè cortesi e graziosi; quantunque i Francesi non vogliano confessare tali quei che non sopportano le loro trascendenze. «E benchè noi (soggiunge) facciamo ogni possibile per iscreditarci, pure hanno affezione antica e riverenza per la Francia, in modo che vi sono rispettati tutti quelli che il meritano, o che si comportano senza offenderli».

Da Roma a Milano i mulattieri consumavano venti giornate, e pagavasi due bajocchi per libbra il trasporto delle merci. Tutta la costa era orlata di torri per respingere i pirati; del cui accostarsi correva l’avviso in un’ora dall’estrema Italia fino a Venezia. Loreto era affollata di devoti, e piena di voti e di miracoli. A Pavia trovò il peggior albergo che mai al Falcone; e quivi e a Milano carissima la legna, e rari i materassi. Milano, la città più popolata d’Italia, piena di ogni sorta artigiani e mercanzia, ha aria di città francese. Torino, piccola, in luogo molto acquoso, è mal edificata e non piacevole[164], benchè per mezzo della via corra un fiumicello che la deterge: la lingua popolesca non ha quasi d’italiano che la pronunzia e francesi le parole[165].

Un viaggio in Italia scrisse pure, fra altri, il presidente Misson (Aja 1702), tutto sfavillante di scherzi e rimproveri contro le superstizioni romane; eppure egli stesso empì il suo _Teatro sacro delle Sevenne_ di miracoli, operati a onore de’ Protestanti ivi uccisi.

Le potenti individualità, ch’erano comparse al tempo del rinnovamento, dileguavansi entro un’uniformità regolare; non la rompevano che il disordine o il misfatto, i bravi o gli artisti, de’ quali ancora fu spesso bizzarra e agitata la vita. Il Chiabrera ammazzò un gentiluomo romano; il Davila un altro, e al fine egli stesso fu assassinato in viaggio; Torquato Tasso tira stoccate; il Murtola e il Marini si fanno guerra sia di fucilate sia di spionaggio; il Boccalini è battuto a morte con sacchetti d’arena; Annibale Bimbioli, professore di medicina a Padova, fu nel palazzo vescovile trafitto da un Padovano di casa Trivigiani; Giuseppe Ortale, poeta siciliano, era detto il cavaliere sanguinario per la sua maestria nella scherma; Alessandro Stradella, famoso compositore napoletano, avendo sedotta l’amante d’un signore veneziano, questi mandò sicarj a cercarlo per tutto, i quali lo assalsero più volte, lo pugnalarono a Torino, e appena guarito l’assassinarono a Genova; Lorenzo Lorenzini, turcimanno agli amori di Luigia d’Orléans col principe Ferdinando, fu da Cosmo III tenuto vent’anni in fortezza a Volterra, ove studiò le matematiche, e fece il libro XII delle _Sezioni coniche_; Muzio Oddi, convinto di comunicare i secreti del Consiglio alla duchessa, fu dal duca d’Urbino chiuso in prigione per sette anni, ove fabbricatosi inchiostro e carta, scrisse di matematica, e uscitone il 1609, fu molto adoprato come ingegnere militare.

E assalti, schioppettate, coltellate s’imbattono nella vita di qualunque, anche più quieto. In Venezia, dov’era proibito portar armi, fu permesso a frà Paolo Sarpi di farsi accompagnare da un frate laico coll’archibugio. Elisabetta, figlia del pittore Andrea Sirani allievo di Guido, e rinomata per la quantità e il merito de’ suoi dipinti e delle incisioni all’acquaforte, a ventisei anni fu avvelenata. Giacomo Torelli di Fano macchinista architetto, a Venezia assalito una sera, difendendosi perdette alcune dita. Il Panigarola, famosissimo predicatore milanese di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli studenti d’allora. — A poco a poco (narra egli stesso) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più d’esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de’ quali, sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell’ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l’aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte archibugiate si salvò colle schermo solo d’una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni».

Domenico Moni di Ferrara, strappatosi all’austerità certosine, sposò una fanciulla che amava, e si diede alla filosofia. Non traendone però di che vivere, si fece medico; ma non meno di quelle povere verità gli spiacque (com’e’ diceva) questa ricca impostura. Si applicò alle leggi, e qui pure soffrì disgusti; finchè imbattutosi a vedere il Bastarolo che dipingeva, s’attaccò affatto a quest’arte, e vi fu de’ più fecondi e non dei più infelici; in pochi giorni concependo e finendo quei quadri, di cui è sparso il Ferrarese. Mortagli la moglie, ne concepì fiera malinconia; dominato dalla quale, passò fuor fuori un abate romano che per caso l’urtò, e salvossi presso il duca di Modena.

Venuto per una lite a Milano Bartolomeo Dotti della Valcamonica, il senato ebbe a farlo arrestare, e bruciar per mano del boja alcuni suoi scritti satirici contro quei senatori: dal castello di Tortona riuscito a fuggire, e a Venezia preso servigio, meritò il cavalierato, e infine vi si stabilì come agente della valle natìa. Careggiato pel suo motteggiare, ma insieme temuto e odiato, una sera, mentre in pianelle e vestone tornava da un vicino ritrovo, fu trucidato.

Vita avventurosissima menò pure il conte Majolino Bisaccioni ferrarese. Servendo agli stipendj di Venezia, ebbe un affar d’onore con un capitano; un altro con Alessandro Gonzaga, sotto il quale avea militato in Ungheria: toltosi dall’armi, fu podestà nel Modenese; accusato d’una fucilata contro un avversario, si scagionò; e il principe di Correggio il prese amministratore civile e militare del suo paese, e con onori compensollo di nuova prigionia inflittagli per sospetti che dissipò; il volle seco a mensa, in carrozza, e a tenere un torneo. Rimessosi militare, difese Vienna nell’assedio del 1618; fu poi adoprato in affari d’importanza anche da Vittorio Amedeo di Savoja, finchè un nuovo duello lo pose in altri guaj. Ritirossi alfine a Venezia, ebbe titoli e onori dal re di Francia, i quali nol tolsero dall’indigenza: scrisse novelle e drammi e apparati scenici, e sull’arte della guerra, e alquante operette storiche, e una violenta lettera _a un certo Fulvio Testi_, che l’aveva attaccato con un libello infame.

Se vogliamo seguitare cotesti genj eterocliti, ecco Paolo Beni, reputatissimo letterato, ma accattabrighe in tutte le baruffe di quel tempo; difese il Tasso, e in generale credeva la lingua moderna migliore e più ordinata dell’antica; sul qual conto lanciò severe critiche alla Crusca, non risparmiando Dante, Petrarca, Boccaccio, e tanto meno i viventi, e n’ebbe ripicchi durissimi. Paolo Guidotto Borghesi da Lucca fu pittore, scultore, letterato, astrologo, sonatore, musico, architetto, matematico, insomma quattordici arti possedette, ciascuna delle quali sarebbe bastata a farlo ricco, e tutte insieme nol tolsero di miseria; volle fare sperimento di volare, a grave suo costo; eseguiva gruppi di molte figure, lodati dal Marini e da altri contemporanei; emulò il Tasso, opponendogli la _Gerusalemme rovinata e distrutta_ in altrettante ottave.

Antonio Oliva di Reggio in Calabria, teologo del cardinale Barberini, cacciatone per immoralità, si mette capo di briganti, è arrestato, poi uscito di prigione diviene professore di medicina a Pisa, e alla prima lezione recita una diceria del Moreto come sua, e scoperto di tale soperchieria, risponde: — Non volevo dir male, e non avrei saputo dir meglio che colle parole di quel latinista». Eppure nelle grazie del granduca entrò sì avanti, che fu posto uno dei nove nell’Accademia del Cimento, nella quale però non troviamo operasse nulla d’importante, solo avendo l’arte dei ciarlatani che non fan nulla, di farsi credere un ingegno grande. Bentosto scandalose avventure gli resero necessario il ricoverare a Roma, dove come medico avvicinò cardinali e pontefici: finchè scoperto che era uno dei fondatori di una società de’ Bianchi, imputata di oscene adunanze, Alessandro VIII lo fece arrestare: posto ad esame e temendo di peggio, si precipitò da una finestra.

Tra gli scrittori bizzarri cerniremo Tommaso Garzoni di Bagnocavallo, che a undici anni compose un poema in ottave sui trastulli fanciulleschi; poi fatto canonico lateranese, crebbe di cognizioni; nel _Teatro de’ varj cervelli mondani_ (1583) passa in rivista i cervelli, cervellini, cervelluzzi, cervelletti, cervelloni, cervellazzi, ciascuno suddividendo in modo da ordirne cinquantacinque discorsi, ove lo spirito è scipito quanto affastellata e indigesta l’erudizione. Nella _Piazza di tutte le professioni del mondo_ discorre su cencinquantacinque professioni, dal re ai dotti, ai ciurmadori, ai mestieranti, a ciascuno soggiungendo quel che gli casca alla memoria. Nell’_Ospedale de’ pazzi incurabili_ passa in rassegna le diverse follie in trentatre discorsi, ognuno de’ quali conchiude con una preghiera a qualche dio per la guarigione delle specie de’ pazzi di cui parlò. La _Sinagoga degli ignoranti_ va sul piede stesso, definendo l’ignoranza, i segni suoi, le cause che la sviluppano e mantengono, le funzioni degli ignoranti, fra le quali è precipua il censurare i dotti, calunniarli presso ai grandi o al mondo. Nel _Mirabile cornucopia consolatorio_ loda le corna a consolazione d’un marito malcapitato. Nel _Serraglio degli stupori del mondo_ distribuiva in dieci appartamenti i diversi soggetti straordinarj, mostri, prestigj, oracoli, sogni, e quanto avea tratto da una indigesta lettura. Queste opere levarono grido e furono volte in francese, ma nessuno più ne sopporterebbe la lettura.

Non dimentichiamo Giulio Cesare della Croce, nato a Persiceto nel Bolognese: povero orfano educato da uno zio maniscalco, aperse bottega a Bologna, e invaghitosi dello scrivere, fece molte opere rozzissime, fra cui una che sopravviverà a tutte queste nostre, il _Bertoldo_. Le ripetute edizioni nol trassero dalla sua mascalcìa, e solo invecchiando accettò una pensione da signori bolognesi.

Vincenzo Bianchi veneziano a vent’anni supplica di leggere nell’Università di Padova i _Dialoghi di Platone_ gratuitamente: ma i Riformatori rispondono esser legge che niun professore manchi di stipendio. Dal celebre Du Fresne, allora ambasciadore di Francia a Venezia, raccomandato ai ministri e al re, passa in Francia, vi ha grandi accoglienze e facoltà di dar lezioni nel collegio de’ professori regj e di «poter di ciò che più gli piacesse ragionare dalla cattedra»: distinzione che spiacque ai Francesi. Molte cose scrisse, fu in corrispondenza con Keplero; ma credeva fermamente alla predizione degli astri, e si vantava di gran nascita e gran titoli, conte, discendente dai Comneni imperiali, mentre era figlio d’un ragioniere.

Lo strano erudito Teofilo Rainaud di Sospello, gesuita, ricusò il vescovado di Ginevra; a Ciamberì essendo entrato in corrispondenza col padre Monod, prigione allora nel castello di Montmeillant per castigo del Richelieu, meritò le costui vendette, sicchè venne côlto e processato; fu scoperto innocente, ma solendo i potenti persistere per non confessare d’aver avuto torto, eccolo di nuovo prigione; poi liberato, s’acquistò la grazia del legato pontifizio, e fu adoprato in varie pratiche. Scrisse ben novantatre opere senza un morso di lima; il genio storico esercitò contro i Giansenisti; la sterminata erudizione sparpagliava col vaglio, talchè il titolo non corrisponde mai alla materia che assume, e per esempio, nel trattato _Della Rosa benedetta_ ragiona della quaresima.