Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 22

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Del pari stravagante fu Antonio Magliabechi di Firenze (1633-1714). Messo a giojelliere, la sua passione pei libri gli guadagna il cardinale Leopoldo de’ Medici, e Cosmo III gli affida la biblioteca da lui fondata. Vero divoratore di libri, li esaminava come fanno i giornalisti, cioè leggendo il frontispizio, l’indice, la dedicatoria, la prefazione, al più un’occhiata a ciascuna divisione, e tanto gli bastava per dirne il valore. Quanto leggea restavagli nella ferrea memoria: de’ libri ammonticchiati sapeva per reminiscenza la postura, e rimuginando mettea le mani su quel che gli occorresse. Perciò come a biblioteca vivente ricorrevano a lui i dotti d’ogni parte, ed egli rispondeva a pieno e a fondo, citando fin le parole e le pagine: — Io non ho mai notato (scrive egli al Fontanini nel 1698) cosa alcuna di quelle che mi abbia letto; del che ne sono stato ripreso infino da questi serenissimi principi. Diverse cose ho io in mente; ma non posso fidarmi della memoria, ed il riscontrarle mi si rende quasi impossibile, per aver tutti i miei libri ammassati.... onde per prenderne uno è necessario il rovistarne dugento.... Il nobilissimo signor Rostgaard potrà attestarle che, avendo esso avuto bisogno del secondo tomo delle opere del Libanio, io gli dissi subito dove l’avevo, ma gli convenne levar prima intorno a cinquecento libri in-folio sotto li quali era. Le notizie che ella brama le ho in mente senza aver bisogno di cercarle, ma in nessuna maniera mi fiderei della mia memoria senza riscontrarle ne’ libri, ne’ quali le lessi». Rispondendo a tutti, cercava ingordamente la fama, e l’ottenne estesissima, dando per riavere, lodando in faccia, poi tassando alle spalle[166], e fin al granduca scrivendo lettere ad aggravio ed infamia del terzo e del quarto, e _per le viscere di Gesù Cristo_ pregandolo le bruciasse. Quanto cortese agli stranieri, tanto mostravasi burbero e sprezzante verso i nazionali; ne eccitava le gelosie, lieto di vederli deprimersi tra loro; chiamava asino il Viviani, mordacchiava il Redi, il Magalotti, il Coccapani ed altri: ma trovò chi lo rimorse. Il suo più lungo viaggio fu sino a Prato per riconoscere un manoscritto. Deforme, zotico, strano ad ogni gentil sentire, sempre solitario senza manco un servo, addosso un abito a strappi e a frittelle, non mutando la camicia finchè non gli cadesse a brandelli, stava fitto l’intiero giorno sul suo seggiolone, ivi dormiva, ivi mangiava senza interrompere la lettura, e i rimasugli de’ cibi servivano di segnale ne’ libri, o imputridivano tra la rinfusa congerie di questi, unico arredo di sua casa. Teneva un caldanino per le mani, neppur lasciandolo quando andava dal granduca; e avendogli quello una volta bruciato i panni, egli non se ne avvide che allo scottar delle mani. Nulla scrisse; e noi che vogliamo misurare la potenza dall’atto, temiamo doverlo porre fra quei molti che, per serbarsi in reputazione, hanno duopo di non pubblicare le cose che promettono.

Ferdinando Stocchi di Cosenza vantavasi astrologo, e di scoprire colla cabala i ladri, i tesori nascosti, i rimedj contro malattie inveterate. A Carlo Calà, avvocato che coll’arte sua erasi guadagnato tanto da divenire duca di Diano e marchese di Villanova, fece credere d’avere scoperto i fasti d’un suo antenato, discendente da re e morto santo; inventò documenti e reliquie; e queste furono poste sugli altari, quelli esposti in una _Storia degli Svevi e del conquisto de’ regni di Napoli e di Sicilia per l’imperatore Enrico VI, con la vita del beato Giovanni Calà, capitan generale che fu di detto imperatore_ (Napoli 1660): ma un suo complice morendo lo palesò, e le ossa si scoprì essere di un asino.

Fra questi tipi bizzarri non dimenticheremo il lucchese Zamet, che condottosi in Francia sotto la protezione di Caterina de’ Medici, e addetto ad Enrico III come calzolaio e guardaroba, si fece gradito coi molti, e mostrò grand’abilità nei maneggi, sicchè presto accumulò ricchezze, e divenne amico di Mayenne, di Enrico IV, di Maria de’ Medici. Applicatosi alle finanze, prese grossa parte negli appalti, fabbricò e addobbò un ricchissimo palazzo, convitava suntuosamente, fu spesso usato a trattare nei tumulti della Lega, e adoprò alla conversione di Enrico IV, che poi se ne valeva quando volesse deporre la regia maestà, e per conversare alla domestica colla Gabriella e con qualche altra, e alla borsa di lui ricorreva, fosse per comprar amici o amiche, fosse per pagare le grosse perdite al giuoco. Anche i primarj signori valeansi di esso; in casa di lui si trattò se accettare il concilio di Trento; con lui Carlo Emanuele menò le tresche a Parigi (pag. 63); da lui scavalcò Maria de’ Medici arrivando sposa del re; e dopo la morte di questo procurò elidere la funesta influenza del Concini sulla Reggente, della quale infine ottenne la confidenza, sicchè spesso ella andava a pranzo da lui e vi riceveva i grandi. Impetrava posti lucrosi, e col denaro sapea farsi perdonare gli abusi; conseguiva favori di grandi e di belle; fu signore, barone, consigliere, capitano, soprintendente alle fabbriche di Fontainebleau e alla casa della regina, insomma quel che volle; e stipulando il matrimonio di suo figlio, al notaro che gli chiedeva i suoi titoli disse: — Qualificatemi signore d’un milione e settecentomila scudi». La sua stirpe fu tra le illustri di Francia.

Ivi il banchiere italiano Tonti nel 1653 istituì primamente i prestiti a vitalizio, dal suo nome detti Tontine. Suo figlio cavaliere Tonti, datosi all’armi, e in una fazione in Sicilia perduta una mano, con Lasalle operò assai alla scoperta del Mississippi; e morto quello (1687), vi rimase ad assodare i nuovi possedimenti della Francia; e i cantoni ch’e’ popolò in riva al gran fiume, furono detti Piccole e Grandi Tontine.

Famiglia di ben maggiore interesse in Francia fu quella che il cardinale Mazarino chiamossi attorno dacchè si trovò a capo di quel regno, e bisognoso di formarsi un circolo d’amici e parenti ricchi colà dove era sprezzato come uomo nuovo da una nobiltà che nulla valutava il merito personale. Due delle sue nipoti avrebbero potuto divenire regine di Francia s’egli non poneva freno alla benevolenza dei regnanti: una come reggente del ducato di Modena, non si mostrò meno abile di qual altra si fosse gran donna: una indovinò il talento di La Fontaine, e lo incoraggiò sulla via nella quale non dovea trovar competitori: una divenne la madre del principe Eugenio di Savoja. E se la cronaca troppi soggetti di scandalo trasse dai prestigi di loro avvenenza, anzichè bassi istinti e cuore corrotto, palesarono splendide facoltà, come che non dirette, nè sofferenti di freno nel bisogno prepotente d’azione.

Lucilio Vanini (1585-1619), prete napoletano, viaggiò Europa sotto diversi nomi, e con alquanti compagni predicando tutt’altro che il vangelo, professandosi scolaro del Pomponazzi, del Cardano, di Averroe, di Aristotele «dio de’ filosofi, dittatore dell’umana sapienza, sommo pontefice de’ sapienti»; e dicendo il diavolo essere più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio. Le critiche del cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito all’udirle; come si finge encomiatore de’ Gesuiti, apologista del concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al cristianesimo move guerra da filosofo nell’_Amphiteatrum æternæ Providentiæ_, da fisico nei sessanta dialoghi sugli _Arcani della natura_, a vicenda panteista e materialista. Nel primo spiegando cos’è Dio, agita il problema della provvidenza e della fatalità, e mostrando ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto gli argomenti; e le prove della provvidenza riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un’aria dabbene che non può fare illusione. Fisicamente deriva l’uomo dalla putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in forza talora è sopravanzato dagli animali, onde non può dirsi a questi superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e godere. «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha fondamento che nelle leggi.

Traverso alla Germania, procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionavano la guerra dei Trent’anni; ivi discusse con un Anabattista, meravigliantesi che i Cristiani disputino di lana caprina; con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, e sentendovisi mal sicuro, passò a Lione; donde per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò la persecuzione de’ Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con indicibile ardore»[167]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata: ma le sue dottrine ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione, poi si veste monaco in Guascogna, edifica colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto vizioso viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto Ubaldini, aprendogli la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè, dice il padre Mersenne, a lui avversissimo, cinquantamila atei contavansi a Parigi. La Sorbona riprovò i suoi _Dialoghi sulla natura_, ed egli piantatosi a Tolosa vi teneva arcane conventicole, apostolava i giovani: e poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il fermentare delle guerre di religione, egli fu denunziato al parlamento; e gravemente sospetto anche per esserglisi rinvenuto un grosso rospo chiuso in un’ampolla, venne condannato al taglio della lingua e al fuoco per mago e ateo: accuse per verità repugnanti. Durante il processo avea professato le migliori credenze; condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del Cristo, il quale avea sudato d’ambascia.

Anche Ferrante Pallavicino (1618-44), primogenito d’insigne casa piacentina, canonico regolare a Milano, lodato per dottrina, avvoltolatosi in amori volgari, spendeva, scribacchiava, e ritiratosi a Venezia, dirigeva agli amici lettere come venissero da Lione, da Parigi, d’altrove, narrando finti viaggi: — Stupisce chi mi vede occupato in ogni altro passatempo fuorchè nello scrivere, e pure scorge la frequenza de’ miei libri. Questo stupore mi è sovrabbondante mercede»[168]. In fatto acciabattava libri, storie sacre e profane, novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso, rinvolto, bujo e con descrizioni lascive: e per esempio, nelle _Bellezze dell’anima_, trattato spirituale, al capitolo XIII discorre della bellezza delle poppe. Pari contaminazione hanno la _Susanna_, il _Giuseppe_, il _Sansone_, la _Bersabea_.

Parlò con disprezzo stizzoso degli Spagnuoli, e dei principi in generale con arroganza, il che gli procacciò reputazione di liberale. In Germania vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose dell’anima, se ne lasciò convincere, e d’indi in poi menò a strapazzo le cose e le persone sacre. Il suo _Divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla semplicità de’ scrupolosi_ (1643) fu tradotto in varie lingue dai Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in tre libri, i _Costumi dissoluti dell’adultera_, il _Processo de’ bastardi di quella_, il _Concorso di varie Chiese allo sposalizio di Cristo_ (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d’ogni genere calunnie contro il papa, i cardinali, i Gesuiti, tutti i governi, i letterati, con oscenità e sali putidi. Lo stampò alla macchia, onde la Signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de’ principi e di papa Urbano VIII e del buon costume, e fra altro scrisse la _Retorica della p... dedicata all’università delle cortigiane più celebri_. Un De Brèche parigino, assoldato dai Barberini, fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato a ventisei anni. Subito comparvero due dialoghi intitolati _L’anima di Ferrante Pallavicino_; forse fattura di Gianfrancesco Loredano, ove si malmenano papa, prelati, letterati, costumi.

Osteggiò le dottrine cattoliche anche Gregorio Leti (1630-1701) milanese, che dissipato in viaggi ogni aver suo, e impigliatosi coi Riformati, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, e scrivendo contro la Chiesa cattolica v’ottenne la cittadinanza. La maldicenza sua il fece presto sgradito, e da «una inquisizione più orribile di quella di Roma» furon dati al fuoco il _Livello politico_, l’_Itinerario_, il _Vaticano languente_, come portanti proposizioni contrarie alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli cancellato di cittadino. A Parigi cercò il favore di Luigi XIV col gonfio panegirico _La fama gelosa della fortuna_. Passò in Inghilterra, ove, dic’egli, dallo scisma di Enrico VIII «sono nate tante disgrazie a quell’isola ed a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[169]. Da Carlo II ebbe accoglienze e mille scudi per iscrivere l’_Istoria della Grande Brittania_; ma il fece in modo che dovette ancora andarsene, e ingiuriò quelli che dianzi avea blanditi. In Olanda l’erudito Le Clerc, vago di sua figlia, il fece accogliere e creare storiografo della città di Amsterdam, ove morì improvviso.

Parodia dilavata dell’Aretino, vivente dal trafficare d’incensi e d’ammoniaca, forse cento volumi lasciò di storie non meditate e prolisse; sulla Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Spagna, Carlo V, Filippo II, il duca d’Ossuna, il presidente Aresi, scambietti di ira o adulazione, zuppe di baje. Vantava aver sempre tre opere ad un tempo sul telajo, e quando gli mancassero materiali per l’una, s’occupava dell’altra: ma non pensava, come dice Bayle, se non a ingrossar volumi e moltiplicare dedicatorie; rapsodo senza pel di critica, e così irriflessivo, che pur abitando in Olanda, disse che la Schelda e il Reno passano per Rotterdam. Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che scrisse di Sisto V, di Filippo II, d’Elisabetta, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Ma la menzogna neppur sa coprire collo spirito e collo stile: sempre negletto e nojoso scribacchiatore, ridicolosamente pretenzioso, grottescamente iperbolico, lonzo, prolisso, nessun mai lo leggerebbe, se non allettassero le invereconde diatribe di cui insozza i suoi scritti, massime contro Roma: e i suoi _Precipizj della Sede apostolica_, la _Strage dei Riformati innocenti_, il _Sindacato di Alessandro VII col suo viaggio all’altro mondo, Roma piangente_, la _Vita di donna Olimpia Maldachini_, il _Nepotismo_, il _P...nesimo romano_, l’_Ambasciata di Romolo ai Romani_ furono divulgati e tradotti per sentimento malevolo; solo un liberalismo limaccioso testè, insultando al buon senso e fidando nei troppi lettori che non l’hanno, osò lodare e riprodurre le costui opere sol perchè codardamente sputacchia papi e preti in seconde edizioni di libri, dove gli avea codardamente leccati[170].

Giuseppe Francesco Borri milanese (1625-95) entrò nella Corte del papa come chimico e medico, e rotto alle peggiori sregolatezze, fuggì castigo col fingersi corretto, e cominciò a dirsi ispirato dal Cielo a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne’ costumi, ridur tutti in un solo ovile, e chi ricusasse, sterminare per mezzo degli eserciti pontifizj, di cui egli sarebbe capitano con una spada datagli da san Michele. Impastò allora una strana religione, secondo la quale Maria Vergine era di natura divina, presente essa pure nel santissimo sacramento, figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio, e incarnazione dello Spirito Santo; e questo e il Figlio sono inferiori al Padre. Con Lucifero caddero molti angeli, i quali volteggiano per le regioni dell’aria: e per loro mezzo Iddio creò la materia e gli animali bruti; mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà; ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato, ne serbano la sozzura.

Attuando la sua Chiesa, dai discepoli, che chiamava Ragionevoli o Evangelici, esigeva voti d’unione fraterna, di segreto inviolabile, d’obbedienza a Cristo, agli angeli, di fervente apostolato, e di povertà; per la quale consegnavano ad esso ogni aver loro, ed egli coll’imposizione delle mani impartiva ad essi la divina missione. Copriva gl’insegnamenti di arcano e di formole iniziatrici: ma venuto papa Alessandro VII, il Borri dovette ritirarsi a Milano, continuando a far proseliti. Come l’Inquisizione sì a lungo il lasciò predicare? peggio gli avvenne quando si scoperse che divisava ribellare Milano e Italia dagli Spagnuoli, e di là estender le conquiste. In contumacia condannato al fuoco e alla confisca, egli era fuggito a Strasburgo, donde ad Amsterdam, ben accolto come vittima dell’Inquisizione; ma in breve caduto di credito, cercò denari cogli strologamenti e coll’alchimia.

Le costui dottrine son deposte nella _Chiave del gabinetto del cavalier Giuseppe Francesco Borri, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi_ (Colonia 1681). Fingonsi scritte a principi, e trattano dei segreti della grand’arte; per la quale ottenne molte somme dalla regina Cristina di Svezia per fabbricare oro, molte da Federico III di Danimarca, pel quale dettò anche istruzioni politiche. Ma alla morte di questo, si sottrasse colla fuga all’odio del successore, e avviossi per la Moravia in Turchia: arrestato qual complice delle trame allora ordite in Ungheria, l’imperatore lo fece consegnare al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma. Ivi dal Sant’Uffizio fu obbligato a pubblica e solenne ritrattazione de’ suoi errori e far penitenza nelle carceri: l’ambasciadore di Francia ch’egli aveva risanato, ottenne fosse trasferito in castel Sant’Angelo, ove ebbe anche laboratorio e larghezza fin di uscire, e vi morì di settantanove anni. I suoi seguaci in Milano «dopo lunghi esami, convinti di complicità nelle sue eresie, furono pubblicamente abjurati, e rimessi a tempi determinati e ad arbitrio nelle carceri dell’Inquisizione, con altre penitenze ancora, e con obbligazione di portare per contrassegno de’ loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Così il Brusoni[171], il quale largamente ragguaglia delle dottrine del Borri «perchè veramente di nessun altro eresiarca si leggono tante e così stravaganti follie nella materia della fede».

Pochissimi altri uscirono di patria per professare dottrine avverse alla Chiesa; e dentro non restavano altri eretici che nelle valli valdesi. Nel 1614 fu scoperta nel Napoletano una setta di mistici sotto suor Giulia di Marco di Sepino terziaria di san Francesco, e il padre Agnello Arciero crocifero, e il dottore Giuseppe De Vicarj, che sotto aspetto di gran devozione si abbandonavano a laidezze: scoperta dai padri Teatini, mentre moltissimi li tenevano in conto di santi, il vescovo di Calvi qual legato dell’Inquisizione di Roma cominciò processo, gran rumore levandone i partitanti numerosi e i Gesuiti che credeano alla coloro virtù; sicchè la causa s’impegnò fra due Ordini potenti, e in conseguenza clamorosissima. Pure quei tre furono come eretici condannati a carcere perpetuo.

Ma già s’insinuavano nelle menti lo scetticismo e l’incredulità; e se l’errore diffuso dai Riformatori era stato vinto, i giovani attingevano da Hobbes o da Bayle il dubbio e l’indifferenza. Il Magalotti credette doversi opporre a questi nuovi scredenti, e ad un conte, ateo per moda, scriveva: — Voi vi trovate in capitale, nascita, gioventù, robustezza, valore e condotta; vi vedete amato dal vostro padrone, stimato dai vostri generali, e corteggiato dalle dame... Aggiungete tavole, giuoco, conversazioni, delizie, piaceri e fortuna. Questa fa che, se uscite in campagna, tutte le cose vi vanno sempre bene, facendo voi sempre il vostro dovere; se vi battete in duello, ne uscite sempre con vantaggio; se vi è da fare un’azione di brio, siete sempre il primo chiamato; andate, battete l’inimico, tornate, provvedete di sciarpe tutte le pettiniere delle dame. Entrate a tavola in gran compagnia; ecco il discorso della religione in campagna; sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro, che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; accudir quello che ci fa il filosofo, e farne spiccar l’implicanza colla corrotta ragion naturale. Voi ridete e applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo all’esigenza del vostro cuore, la compiacenza poco a poco, senza avvedervene, vi tien luogo di persuasione. Intanto mangiate e bevete allegramente; uscite da tavola bollente di vino, di concupiscenza, di vanità; tornate a casa due ore dopo mezzanotte; per poco alzate la canna, e la battete sul capo al paggio che non vi corre subito avanti a pigliare il lume, al valletto di camera che vi si fa incontro balordo dal sonno; talvolta per energia bestemmiate; entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del _Trattato teologico-politico o del Leviathan_, dite subito che hanno ragione, e prima di addormentarvi, cominciate a sognare che Alessandro e Cesare, per dire assai, dovevano essere presso a poco come voi, ma non più, certo. Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo; affettate soprattutto l’irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura; e in questo caso solamente, sto per dire, vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».