Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 8
Sempre più diminuiti di potenza esterna, i nobili la cercavano nelle cose municipali, in queste esercitando le gare e gli odj; e passo a passo i sedili eransi surrogati all’antico parlamento, che i vicerè più non convocavano se non quando non potessero ottener denaro dai sedili, unico titolo omai delle convocazioni, e che per conseguenza bisognava a ogni modo decretare. Raccolto, esponeansi i bisogni della corona: se rimostravasi come il paese fosse esausto, se ne conveniva, ma il servizio regio bisognare di quella somma, e non restava che a cercarne i mezzi, cioè votare una nuova imposta. V’era dunque una costituzione ma senza garanzia, potendo i vicerè eluderla, e arrestare i deputati dei sedili e fin gli eletti. Monterey li relegò per sette anni a Capri perchè aveano spedito alla Corte un ambasciatore a sua insaputa. Olivares ne fece arrestar due de’ più illustri. Lemos proibì ai sedili di raccogliersi senza sua special permissione. Benavente, per guadagnarsi il popolo, avea fissato il pane a sì vil prezzo, che la municipalità di Napoli dovette compensare i fornaj con duemila ducati il giorno. Gli fu mandata una deputazione, il cui anziano Cesare Pignatelli disse: — Se non fosse la letizia per la nascita dell’infante, noi saremmo comparsi in lutto»; e il vicerè rispose, non sapeva qual cosa il ritenesse dal gittarlo dalla finestra, e gl’inflisse l’arresto in casa. Nel 1625 il duca d’Alba impose una straordinaria tassa di due carlini per fuoco, senza tampoco sentire i sedili; e sapendo voleano mandare una deputazione al re, chiamolli, e intimò che, se lo facessero, «taglierebbe loro la testa e se la metterebbe sotto i piedi». Nel 1638 al duca di Medina si spedirono frati e donne perchè desse ascolto alla deputazione della città: ma avendo in questa lo storico Capecelatro parlato francamente, fu punito in ottocento ducati e otto giorni di arresto, oltre una procedura criminale che poi fu sopita. Le deputazioni, se potean giungere alla Corte, bisognava se l’ingrazianissero con qualche grosso donativo, e il più che ottenessero era lo scambio del vicerè.
Il Monterey, passionato pei drammi, quasi ogni giorno ne volle, or pubblici, ora in Corte o nelle case de’ nobili; e in teatro l’insolito comodo d’una loggia unicamente per sè e sua moglie; in ogni solennità ripeteansi, e principalmente nella notte di Natale «al levarsi da uno spettacolo andò alla messa, mescolando i santi misteri colle favole degl’istrioni» (CAPECELATRO). Andando in feluca verso Mergellina e Posilipo menava seco due portenti di quel tempo, Ciucio Pulcinella e Ambrogio Bonomo Coviello, attori che traevano alle loro buffonerie tutta Napoli. Una compagnia spagnuola, venuta a recitare nel 1636 a spese di lui, costò pel solo viaggio quattro in cinquecento ducati: e perchè nessuno andava allo spettacolo, il vicerè ordinò che tutti gli uffiziali e impiegati vi assistessero giornalmente, o si riterrebbe un tanto sul loro soldo. Talmente s’abbandonò a tal passione, che mandato poi a guerreggiare in Portogallo, sottraeva la paga ai soldati per stipendiare commedianti.
Un’altra passione avea, quella de’ quadri; perocchè l’arte di Verre fu un nuovo erpete del viceregno, volendo gli Spagnuoli arricchire i loro palazzi di Madrid con capidarte italiani. Il Medina ne tolse quanti potè alla città, e fra gli altri la Madonna del pesce di Rafaello; e perchè il priore di San Domenico reclamava, lo fece da cinquanta uomini a cavallo accompagnare ai confini: levò dalla chiesa stessa un quadro di Luca di Leyda, da Santa Maria della Santità un Rafaello, un Giulio Romano dagli Incurabili; compensando colla fontana che porta ancora il suo nome. Altrettanto usò il Monterey: don Pedro d’Aragona portò via anche sculture, e avrebbe levato la bella fontana di Domenico d’Auria a Santa Lucia se i pescatori non si fossero opposti.
La moglie del Monterey era sorella del conte duca d’Olivares, e perciò sublimando di pretensioni, alle dame ripeteva che a lei bisognava dirigersi, non al vicerè, chi volesse grazie; e quando una bella dama impetrò da questo un posto di giudice per suo marito, essa la battè colle pantofole, giacchè le pantofole non lasciava mai.
Far denaro, era il supremo se non l’unico scopo del Governo. La tassa de’ fuochi nel 1505 avea versato al fisco 393,517 ducati: quarantacinque anni dopo ne rendeva 700,000: e dopo altri venticinque, l’ambasciador veneto la valutava a 1,040,248; sicchè egli ragguagliava l’entrata del regno a 2,355,000 ducati, cui doveansi aggiungere 600,000 di donativo ordinario, 225,000 pei pascoli della Puglia, 214,500 per le dogane, 375,252 per la decima del clero. Poi nel 1640 la tassa dei fuochi era il doppio del 1505.
Carlo V aveva promesso e giurato che nè esso nè i successori metterebbero gabelle sulle Due Sicilie senza permissione della santa Sede; se il facessero, autorizzava il popolo a prendere le armi. Eppure nessun vicerè passò senza imposizioni, sempre più ingorde e irrazionali. Il Monterey riscosse per quarantaquattro milioni di ducati in gabelle straordinarie, per levare truppe a servizio del suo re. Il Medina succedutogli, per quarantasette milioni. Quando gli successe l’almirante di Castiglia, undici milioni di ducati d’oro assorbiva il solo interesse delle gabelle, il cui fondo era stato venduto a novantamila persone, talchè di quell’ingente esazione non un carlino perveniva all’erario. Egli ne sporse doglianze alla Corte, ma venutogli in risposta di mandare nuovo denaro, dovette imporre altre tasse per un milione e centomila ducati, levandole (giacchè più altro non rimaneva) sopra le pigioni. Tal susurro ne nacque, ch’egli stimò prudenza sospenderle; ma «i ministri spagnuoli, deridendo la timidità di lui, lo trattarono da uomo di poco spirito, inabile a governare un convento di frati» (Giannone), e gli diedero lo scambio.
La coronazione, le fascie d’un neonato, le pianelle della regina, la spedizione d’Africa, la guerra della Germania, le fortune e le disfortune erano titoli di donativi; a ciascuno metteasi la condizione di non aggiunger altro tributo, e subito se n’inventava alcun di nuovo. Nel 1643, dopo le gravissime sventure, si pagarono in donativi 11 milioni, o almeno furono decreti. Vorrebbesi che da Ferdinando I fino a Carlo II il regno consumasse 90,784,000 ducati in soli donativi, di cui 61,869,787 a carico de’ Comuni, 14,893,000 de’ feudatari 14,020,233 della città di Napoli, oltre 512 mila donati ai vicerè. Moltissimo fruttavano gli _arrendamenti_, cioè proibizioni d’olio, ferro, sale, seta, per asportare o importare i quali bisognava pagare. Le composizioni pei delitti rendeano da 60 mila ducati.
Le assurde leggi doganali spingeano al contrabbando, e questo rovinava gli onesti negozianti, mentre i frodatori côlti, o nella prigione si raffinavano al delitto, o si riduceano miserabili per riscattarsi. Oltre le esazioni, oltre i rubamenti dei vicerè e de’ loro aderenti, nei quali il re non avea colpa che di non impedirli, capitavano principi che bisognava festeggiare: poi alla loro partenza regalare i vicerè dell’aver sì bene amministrato.
Per far fronte a tante spese si vendevano le gabelle, togliendosi così il modo d’abolirle; poi per nuovi bisogni se ne creavano di nuove, da vendere anch’esse; si vendeano le terre demaniali; i Comuni si gravavano di debiti, e la sola città di Napoli dovea quindici milioni di ducati, il cui interesse pagava colle esorbitanti gabelle; s’introdusse la carta bollata alla maniera di Spagna; si trattò fino d’imporre un grano per testa al giorno ai centrentamila che vivevano alla giornata, uno e mezzo ai centrentamila che viveano di stato mediocre, due grani a’ titolati, gentiluomini, mercanti e altri lauti. Aggiungete le prammatiche sopra le vittovaglie; fin dal 1496 essendosi cominciato a determinare il prezzo del pane e dei maccheroni, bisognò somministrare farina e grani; e in paese pinguissimo si moriva d’inedia. — Qua spiritiamo dalla fame (scrivea un ambasciadore nel 1621); a mezzogiorno non si trova pane alle botteghe, perchè la plebe, all’alba, impaurita se ne provvede, e spesso di più del bisogno, e crede il vicerè voglia metter pena a chi ne piglia più dell’occorrenza quotidiana»[57].
Venduti feudi, titoli, terre, non restava che inventare nuove gabelle sulle frutte, sui capelli, sulle scarpe, sul pane, sull’uva secca, sulle ulive, sui legumi, sul cuojo, la seta, i vini e le botti, gli zuccheri, il sale, i salumi: insomma, com’ebbe a dire il Campanella, pagavasi fin per tenere la testa sul collo. Aggravj più pesanti perchè ne restavano immuni i nobili e il clero. Sotto tante esazioni bisognava gravarsi di debiti, e s’introdussero i Monti, cioè prestiti cumulativi, che cercavansi dalle università, dai Comuni, dai particolari, dai baroni, e che divenivano una nuova complicazione e un nuovo male.
E poichè l’esazione era difficilissima, si appaltavano, principalmente ai Genovesi. Questi attivissimi Italiani, di buon’ora e ne’ patrj commerci impratichitisi colle finanze, le esercitarono in tutti i paesi, e già al tempo di Filippo II aveano in mano tutte quelle del regno, e banche, carte dello Stato, debiti pubblici: piaceano alla Spagna perchè solidi; perchè inesorabili erano odiati dal popolo. L’Ossuna voleva che Naselli prendesse in appalto la dogana di Foggia; e perchè scusavasi in vista dei molti che già tenea, gli fu intimato uscisse di paese fra due giorni, pena la vita. Voleva un’anticipazione di ducentomila ducati sopra una gabella; e perchè gli appaltatori si scusavano, ne fece sequestrare provvisoriamente trecentomila ducati[58].
Al disordine delle finanze credeasi provvedere cogli infausti ripieghi di moneta bassa, di soldi sospesi agli impiegati, fin di misurare il pane alle famiglie[59]. Del contante provavasi tanta scarsezza, che nel 1573 si pagava il venti per cento; quattr’anni dopo il trentadue e mezzo sopra Roma; e nel 1621, il trenta per cento sopra Venezia (BIANCHINI). Quindi il mestiero della banca fruttava lautamente ai Genovesi; e fu considerato sventura pubblica il fallimento della casa Mari, che traevasi dietro tutte quelle di Napoli, se il vicerè non avesse per un intero mese dilazionate le scadenze.
Quando mancasse d’ogn’altro compenso, il Governo ricorreva ai prestiti forzati. Nel 1605 il Benavente ne impose uno alle banche, e poichè nicchiavano, cominciò a prendere sessantamila ducati sopra sei istituti di beneficenza, promettendo l’otto per cento.
La banca del debito pubblico trovavasi spesso in secco; nel 1622 il cardinale Zapata ridusse i capitali deposti a due terzi del valore; nel 1625 per più giorni si sospesero gli affari. Che più? Qualche Comune comprò il diritto di _ribellarsi a nome del re_, onde schermirsi dalle prepotenze del fisco.
Uno essendo l’esercito della monarchia spagnuola, soldati nostri guerreggiavano per tutta Europa, in Asia, in Africa, in America; mentre qui di guarnigione avevamo Valloni, Tedeschi, Spagnuoli. Quattromila pedoni sotto un maestro di campo e un auditore formavano il _terzo di Napoli_: la cavalleria contava mille corazzieri e quattrocencinquanta mila armati alla leggera[60]. Vuolsi che il Monterey in sei anni mandasse in campo quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento cavalieri, la più parte indigeni, con ducentotto cannoni, settantamila fucili ed altre armi e galere, navi di trasporto, munizioni ed ogni occorrente: e sul fine della sua amministrazione colpì la capitale con quindici milioni di ducati, che la più parte convertì in armamenti e soldi. Poi se si avvicinavano le flotte francesi, bisognava la città stessa si armasse a propria difesa.
L’Alcala istituì i battaglioni nazionali, per cui ogni cento fuochi doveasi dare quattro pedoni e un cavallo, formando ventiquattro o trentamila uomini, obbligati solo a servir in paese, e stipendiati in tempo di guerra. Re Alfonso I aveva introdotto cavalli di Spagna, donde le belle razze che finora non degenerarono.
Fernando il Cattolico credette favorire l’industria paesana col gravare l’importazione de’ panni, e soltanto per privilegio concedere a forestieri di quivi fabbricarne: e molto in fatto se ne lavorò a Napoli non solo, ma ad Aquila, Teramo, Ascoli, Arpino, Isola di Sora, Piedimonte d’Alife, e in Calabria. Crebbero poi le seterie, tanto che a metà della popolazione di Napoli davano occupazione di fabbricare stoffe d’ogni qualità, sino ai broccati d’oro, insegnati dai Veneziani; e moltissimi ne consumava la Corte e la nobiltà per abiti e per addobbi delle case. Non che però quest’industria si ampliasse mediante le nuove vie aperte al commercio e le agevolate comunicazioni, fu ristretta da improvvide prammatiche. Principalmente il vicerè duca d’Arcos nel 1647, oltre circuirla di mille ceppi, volle quel lavoro proibire alle provincie; e il vendere, tingere, tessere la seta fu riservato «a’ compratori e agli industriali della regia dogana di Napoli», a cui pertanto i produttori doveano vendere i bozzoli. Nel 1685 fu vietato d’introdurre invenzioni nuove in questa manifattura, nè si esponessero al mercato che stoffe lavorate al modo antico e cogli antichi prezzi.
Reca stupore che con tali provvedimenti non sia perita quest’arte; e qui dovremmo ripetere quello che dicemmo della Lombardia sull’improvvida azione governativa. Nel 1618 fu proibito, pena la galera, d’indorar quadri o altro, sinchè non fosse finito d’indorare il nuovo galeone. Per mille altre vaglia la grida che gli eletti della città di Napoli, conforme a molte precedenti, pubblicarono il novembre 1649, portante 1º che nessun tavernajo o venditore di vino a barili o a caraffe tenga o venda vini guasti, spunti, sbolliti, aversiti, aceti o d’altra mala qualità; 2º non mesca il vino mazzacane col vin vecchio; 3º non venda una sorta di vino per l’altra; 4º dia la giusta misura, con le caraffe zeccate dal credenziere; 5º non dia o venda pane minore della misura corrente, nè tenga pane fatto in casa; 6º non compri carne, trippa o altre merci in tempo di notte, ma solo un’ora dopo fatto giorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 7º non compri pesce in mare o in terra nel distretto di Napoli, nè di notte, ma vada comprarlo alle pietre alle ventitre ore di sera, o in quaresima un’ora prima di mezzogiorno, e nelle altre vigilie alle due dopo mezzogiorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 8º non venda nè giorno nè notte carne o pesce crudo, e neppur cotti da portar fuori; 9º non compri filetti di porco di notte, ma solo di giorno e dopo le diciannove ore». Ciascun punto è corredato di gravissime minaccie pecuniarie e corporali, «e altre pene a nostro arbitrio riserbate giusta li bandi antichi».
Di sì opportune coste, di sì grati terreni poco approfittavansi l’industria ed il commercio: le servitù rurali pregiudicavano all’agricoltura, e i pastori conducevano pochi armenti su campagne che sarebbero bastate a nutrire un popolo. Francesco Bobbi scriveva al duca di Firenze l’11 novembre 1549: — Le strade, non solo in questo regno, ma per tutto fino a Roma, sono rotte di sorte, che è impossibile senza una compagnia almanco di cento cavalli, che si possi andare di qui là».
Tornava pure di danno la moltitudine de’ frati, propagatori d’una devozione sragionata e d’un profluvio di miracoli, possessori d’immensi tenimenti alla campagna e di estesissimi quartieri in città, perocchè i legulei sosteneano che i proprietarj di case e terre confinanti a monasteri le dovessero ceder loro a prezzo di perizia. Udita quella miseria pubblica, fa meraviglia la ricchezza delle chiese, tra cui basti accennare la certosa di San Martino e la cappella di San Gennaro; la prima tutta a marmi intagliati e musaici, cogli altari di pietre fine, i balaustri di bei marmi e porfidi, e ogni cosa fiorami, rosoni, ghirigori; nell’altra in sole pitture si spesero trentaseimila ducati e un milione nelle altre opere, oltre l’inestimabile tesoro: pochi anni prima della sollevazione di Masaniello, ducentomila ducati vi si erogarono all’altare della Nunziata, macchinosa opera del Fanzaga; e tesori in un ciborio dei Teatini.
E veramente le spese delle congregazioni e l’ambizione de’ governatori davano aspetto di gran bellezza e magnificenza a Napoli. Al tempo del Monterey, questa avea ventimila fabbriche, quarantaquattromila fuochi, trecentomila abitanti; giornalmente consumavansi quattromila moggia di grano; ogni mese spendeasi trentacinquemila ducati in legumi e verdure; ogni anno centomila staja d’olio (6400 ettolitri), quindicimila centinaja di carne salata, ventimila di pesci, seimila di caci, centomila bestie da macello; da’ soli pubblici magazzini vendeansi annualmente trentamila botti di vino oltre il particolare. La gabella dei frutti rese ottantamila ducati. Alla dogana riceveansi da seimila casse di zuccaro, duemila di cera bianca, trecento di spezierie, ventimila centinaja di mandorle. Per panni forestieri spendeansi da quattrocentomila ducati, ducentomila per nostrali, trecentomila per tele di lino veneziano, ducentomila per olandesi, cencinquantamila per lavori d’oro, e d’argento. L’introduzione degli spilli guadagnava quarantamila scudi l’anno. Moltissimo usciva in oggetti di lusso, stoffe di seta e d’oro per abiti e per tappezzerie, ricami e simili. E bastava girar Napoli per accorgersi qual ricca città fosse: oltre gli operaj che menano le loro merci in piana strada, oltre quei che hanno manifatture in casa, in ogni via, in ogni viottolo trovasi una quantità di gente che accalcano, urtano, portano senza riposo: entrate nelle chiese dove si predica? vi trovate una folla di persone: andate ai tribunali? stupite di tanto rumore: le strade sono piene di gente a piedi, a cavallo, in carrozza, sicchè ne viene un ronzìo come da un alveare[61]. Ivi e commercio e uffizj dove guadagnare, largizioni da fruire, limosine e scrocchi da godere vi cresceano la popolazione; molte le case forestiere, principalmente di Genovesi, come gli Spinola, i Mari, i Serra, i Ravaschieri.
Ma questi incrementi erano a scapito delle provincie, abbandonate a sè. Il popolo dappertutto giaceva inerte, malvestito, malpasciuto, rissoso, pronto alle armi; eppur vile; e come chi sta male, desiderava le novità e le cose in aria, malcontento sempre del Governo, ma non del re; rispettoso a questo, non alla giustizia. Lo spergiuro e il testimonio falso era sì comune che, quando voleasi introdurre la santa Inquisizione spagnuola, si rimostrò che nessuno più avrebbe pace, attesa la consuetudine d’attestare la bugia. Il falsare monete e tosarle era pure divulgatissimo, e preti e frati e nobili e donne, vi si ingegnavano: sotto lo Zapata fu appeso alla forca Lisco di Ausilio, che a diciotto anni con quest’arte erasi formato un’entrata di quarantamila ducati.
I nobili si lamentavano di veder dati a forestieri tanti impieghi, creati per loro dai re antecedenti. Ma non aveano nè forza per contrastare alla Spagna, nè generosità per affratellarsi al popolo; e i puntigli d’onore non li rimoveano da bassi delitti; menavano lunghe brighe per titoli sonori o preminenze, o per ottenere di coprirsi il capo davanti al re, come i grandi di Spagna; faceansi vanto dell’ozio, vergogna dell’industria, non badando personalmente ai proprj interessi, ma a caccie, feste, esercizj cavallereschi; e col fasto puntiglioso allontanandosi più sempre dal popolo, colle aderenze lo tiranneggiavano; perchè un dottore non gli diè dell’eccellenza, il principe di Colla gli avventò un campanello, che andò a spezzar la testa ad un vecchio; votavano senza misura le imposte, da cui gli esimevano i privilegi, o che prendevano in appalto impinguandosi della miseria pubblica.
Quali costumi poteano aspettarsi da servitù accompagnata con disordine? Alle passioni violente e iraconde lasciavasi corso, non so se col proposito, ma certo coll’effetto di scomporre gli elementi della nazionalità; un Comune nimicavasi all’altro, famiglie a famiglie, città a città; degli antichi partiti aragonese e angioino si resuscitò il nome per rammemorare che si erano odiati una volta, e che doveansi odiare ancora. Lassi i legami domestici, se non quando si trattasse di sostenere puntigli. Donne di primarie famiglie non vergognavano d’essere le palesi drude del vicerè, come la marchesa di Campolattaro di casa Capua, la principessa Conca degli Avalos. Gl’intrighi delle viceregine aggiungeano viluppi alle avventure giornaliere, e qualcuna porgeva lezioni ed esempio di scandali: nel carnevale del 1639 la moglie del Medina diede in palazzo un ballo mascherato, ove essa e ventitre delle più belle figurarono in mitologica nudità. E balli e mascherate e teatri erano spassi desiderati dai vicerè; e nelle loro entrate, o negli avvenimenti della Corte «aprivansi le cataratte del giubilo per versarne torrenti di contentezza».
Alle cortigiane era vietato comparire per città in carrozza, nè in barca alla prediletta riva di Posilipo, pena la frusta; e il pernottare nelle osterie: ma grande n’era il numero, e frequentate le loro case da nobili, nuovo incentivo a baruffe e duelli e uccisioni, come le giostre, le corse, i combattimenti d’animali, le passeggiate, i corsi. Di duelli sono pieni i ricordi de’ tempi, sì da formarne il punto più rilevante nella vita de’ giovani nobili. Alcuni servivano nelle armi, i più alla Corte; ma in questa non trovavano nè splendore nè potenza quanto i Francesi; non avendo dinastia nazionale, cui consacrare la loro lealtà, riducevansi a corteggiare un vicerè straniero, effimero e subalterno anch’esso. Ricordavansi dell’età feudale, quando i loro padri somigliavansi a re? era solo per trarne frivole pretensioni; i vicerè piacevansi a mortificarli, e personaggi d’alta nascita sottoposero alle procedure e alle pene ordinarie, sostenuti per debiti, arrestati dai birri. Frequenti si ripetevano i bandi contro i giuochi di zara; eppure dai nobili avventuravansi centinaja di ducati sulle carte o sui dadi: nel 1631 Gian Giacomo Cossa duca di Sant’Agata ne perdè diecimila al tarocco; Vincenzo Capece si fece un’entrata d’oltre sessantamila ducati col prestare somme pel giuoco[62]. Oltre i ridotti privilegiati, vi servivano case particolari; e in quella del cavaliere Muzio Passalacqua, al tempo del secondo duca d’Alcala, Bartolomeo Imperiali perdè una sera seimila ducati: eppur era genovese, riflette il cronista.