Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 7
L’uso non permettendo d’impiegare gl’ingenti capitali nel commercio, doveansi erogar in lusso e fabbriche e splendori principeschi; orpello sulla loro nullità. Tutti voleano abitar riccamente, villeggiare suntuosamente, arricchire la propria parrocchiale e le cappelle avite o i sepolcri; e profondeano in beneficenze, per le quali rimangono benedetti fin ad oggi. Molti dei letterati, moltissimi de’ prelati erano di famiglie principali; i più studiavano di legge per patrocinare gratuitamente e farsi scala alle magistrature; altri attendevano alla medicina, il cui esercizio fu dimostrato con lunghi e serj trattati non degradare dalla nobiltà. Compravano dall’erario paesi e terre, sulle quali poi erano quasi sovrani, salvo soltanto la superiore giustizia del senato[46]. Ciascuna famiglia conservava alcune distinzioni sue proprie, tradizionalmente arrivate dal tempo che lo Stato era un aggregato di famiglie: per esempio, a Milano i Confalonieri addestravano l’arcivescovo quando entrasse, e gli portavano il baldacchino; ai Litta incombeva in quell’occasione fare spazzar le strade; de’ Serbelloni dovea uno aver parte a tutte le ambascerie, e andar incontro al governatore fino a Genova, portavano lo stemma della città, e davano doppio voto nel Consiglio de’ sessanta; i Pusterla possedeano trentacinque ville, e in città un quartiere intero. Gian Pietro Carcano lasciò morendo un bambino di tre anni, e dei diciotto che gli mancavano a uscir di pupillo, volle che le rendite andassero per un terzo alla fabbrica del Duomo, uno allo spedale di Milano, uno in istituzioni pie: e la sola parte che toccò allo spedale bastò a fabbricare il gran cortile e le sale che vi rispondono. Bartolomeo Arese, presidente e figlio d’un presidente del senato, possedeva forse un ottavo della Lombardia, e dopo fabbricato palazzi e ville e chiese e monasteri, lasciò di che arricchire le due famiglie Litta e Borromeo[47]. Uno di questi ultimi tramutava un nudo scoglio del lago Maggiore nella deliziosissima Isola Madre, opera da re.
Ma non era una nobiltà d’antica giurisdizione, sibbene costituita su brevetti regj, e perciò impotente contro il sovrano; e la sua ingerenza riducevasi a raccomandazioni, appoggi di parentela e di clienti, assistenza di corpi e di denaro. Quelli che non si buttavano in chiassosa rivolta contro la legge, empivano la vita con puntigli d’onore, di cerimonie, di comparse, e spuntar un impegno, e vendette calcolate ed ereditarie, e protezione a ribaldi. Perchè il lustro domestico non si eclissasse, nella propria famiglia rendeansi tiranni condannando i figliuoli ai chiostri o ad una povera e indecorosa dipendenza, acciocchè il primogenito potesse grandeggiare. E perchè a ciò mancavano altre occasioni, e la stima misuravasi dalle spese, si ostentava un lusso stranamente repugnante colla pubblica miseria; e cocchi, e torme di servi, e sfarzose villeggiature, e caccie strepitose, e imitazioni di Corte attestavano la distanza del nobile dalla plebe[48]. Il signore per quel lusso, per un errore, per un evento straordinario scarmigliava i suoi affari? non poteva racconciarli col vendere una parte della sostanza, giacchè era legata in primogenitura e fedecommessi; onde dovea intaccar il capitale circolante, e spogliar i campi delle scorte necessarie, o in casa sottigliare sulle prime necessità, producendo quel misto di magnificenza e di lesineria, che è carattere di quell’età.
Altri valeansi dell’accidia del Governo per insolentire sovra la miserabile plebe, e cinti da uno stuolo di bravi, entro un castello sorgente in mezzo alle loro possessioni, o fra i monti, s’un fiume, a cavalcione del confine, viveano come piccoli principi, tratto tratto venendo a battaglie col prepotente contiguo, più spesso concertandosi seco per la reciproca sicurezza, e per meglio tiranneggiare i vicini e sbravare l’autorità, in onta della quale talvolta assalivano i ministri, rapivano i podestà, bastonavano gli sgherri, traversavano a suon di trombe le città. In queste ciascun palazzo era un fortalizio, e protetto dal diritto d’asilo, da robuste porte, da servi; ricoverava non solo il facinoroso padrone, ma i suoi aderenti e quella clientela di bravacci. Chiassose gride riboccano d’intimazioni contro persone anche di gran famiglia; i Martinenghi di Brescia, i Visconti di Bregnano, i Benzoni di Crema, i Seccoborella di Vimercato, i Barbiano di Belgiojoso, i conti di Parco, i Torello, i Tiene, un marchese Malaspina, un marchese Spigno, i cavalieri Cotica e Lampugnani, ed altri illustri che esercitavano in scelleraggini il valore a cui erano mancate migliori occasioni.
Coll’indossare la loro livrea e prestargli il braccio, alcuni malfattori assicuravansi l’impunità; altri armati da capo a piede, con folti ciuffi, spettacolose barbe, scorreano il contado taglieggiando, invadeano fin le borgate. Il Governo gl’indicava a centinaja alla privata vendetta, eccitando i singoli cittadini ad assalirli, ucciderli e così meritare un premio: ma la ripetizione delle minacce ne attesta l’inutilità; mentre la vicinanza de’ confini forestieri dava ai banditi agevolezza di scampo. Crebbero dunque sempre più di numero e di baldanza, tantochè nel 1663 fu permesso ad ognun di tener fucili per arrestarli, promesso trecento scudi a chi ne ammazzasse uno; s’istituì contro di essi la guardia urbana; si posero sentinelle sui campanili per annunziare il loro accostarsi: «eppure ogni giorno, anzi ogni ora s’intendeva di costoro omicidj, svaligiamenti, rubamenti di case, secrilegi, violenze, non pur nelle ville e luoghi aperti, ma nella città ancora; e tanto più si confidano a tanti misfatti, perchè sicuri d’essere ajutati da’ capi e fautori loro, e che mediante le astuzie che usano, e le pratiche e intelligenze che professano aver coi notari, bargelli, birri, sperano debbano i delitti rimanere occulti, ed essi impuniti»[49].
Eppure v’avea molti soldati: ma questi erano un nuovo flagello del paese, a difendere il quale erano inetti; alloggiati per le case, malmenavano rubando e violando; spesso non ricevendo le paghe, se ne rifaceano sui tranquilli abitanti; sperperavano il paese o alla cheta coll’esigere braccia, carri, foraggi, o dandosi baldanzosamente a saccheggiarlo. Finita che fu la guerra del Piemonte, molti corpi spagnuoli licenziati si ritirarono nel contado del Seprio e sul territorio di Gallarate, vivendo di ruba, assalendo le terre, e tenendo Milano in lunga angustia, finchè s’impose una taglia di centomila scudi, mediante la quale essi contentaronsi di venir innestati alle guarnigioni imperiali. Contro di loro il governatore Leganes diede un bando severissimo[50], ma inefficace, poichè egli stesso, dieci mesi dipoi, ne discorre di «doglianze che da tutte le parti dello Stato ogni giorno gli vengono fatte»; e i suoi successori replicano tratto tratto la formola stessa, a provarci in che conto si dovessero tenere le milizie d’allora.
Fra tali elementi chi non soverchiasse dovea vedersi soverchiato da moltiplici tiranni; non si potea evitar la violenza che coll’usarla, non gli oltraggi che col commetterne. Gli animi erano resi selvaggi e ferini dallo spettacolo della tortura, che su per le piazze continuamente applicavasi, anche per correzione e da minori magistrati; dai frequenti supplizj della fustigazione, del tanagliamento, della mutilazione, della forca, del fuoco, esacerbati ad arbitrio del giudice, e perfin del carnefice.
Era naturale che gli studj deperissero. «Quasi (dice il Ripamonti) tra sè facessero a pugni le lettere e la santità della religione, erasi dismesso il buon latino; senz’arte d’umanità, uno squallido gergo offuscava le scienze, solo dirette al vil guadagno ed all’ambizione. Cittadini e nobili non coltivavano più le pulite lettere: alle leggi e al diritto davasi mano unicamente per conseguire magistrati, ricchezze, comandi: ed i volumi de’ giureconsulti, siccome colle molteplici leggi turbarono ed impacciarono il genere umano, così sbandirono il buon sapore della latinità, nelle epistole e nelle magnifiche risposte nulla tenendo di decoroso e d’antico: peggio i medici. Non v’avea trattenimenti od accademie da occupar pubblicamente tanto popolo e clero: licei della gioventù civettina erano le piazze, le pancacce, le botteghe, frivoli giuochi, cavalcate, altri elementi della pigrizia. Tra la quiete avvezzandosi a delicature e comodi, l’ozio e l’inerzia debellavano chi debellò eserciti potentissimi: i cittadini nostri non solo avendo cumulati e cresciuti, ma anche inventati nuovi piaceri fra la lunga pace, fiacchissimi traevano l’età, dimentichi del sapere e della via stretta che mena alla salute. La plebe poi, restìa ai precetti del vero, accorreva sempre là ove fossero guadagno, giuochi, azzardi, balli, tripudj, principalmente ne’ dì festivi. I prepotenti nobili, la gioventù loro futura erede, intendevano l’animo alle ricchezze, ed a quelle cose tra cui si sciupano le ricchezze e si volgono in vizj la fortuna e l’alto animo; onde nimicizie e uccisioni. I cherici, dati al mercatare ed alle donne; alcuni armati, i più semitogati, socj e ministri de’ laici, e partecipi dei peccatori, anzi maestri di peccato, trascurando i tempj e le sacre cose, e facendo tali opere, che il tacerle è bello»[51].
Così sventure ignote alla storia straziavano ciascuno in seno alla propria famiglia, abjettivano il sentimento, spegnevano ogni magnanima risoluzione. Quindi la crudele ignoranza e la ricca indolenza; quindi i nobili tiranneggiati e tiranni a vicenda; quindi viltà negli scrittori, tra la noja de’ quali non appare generosa opposizione agli ingiusti voleri; nessuna premura di rammentare ai posteri come, prima la nazione, poi l’individuo patisse senza colpa e senza vendetta. La plebe poi, sentenziata all’ignoranza, al bisogno, all’improba fatica, e in conseguenza alle colpe, precipitavasi a subugli, non per verun alto fine, ma per avere a miglior patto il pane, meno ingorde le gabelle.
Ne’ paesi governati a repubblica, le classi erano state uguagliate per modo, che niuna rimase privilegiata se non per concessioni regie, le quali poteansi abolire col diritto onde erano state concedute. Ne’ paesi invece di governo regio, que’ privilegi di corpo si saldarono, perchè derivati dall’indole stessa del popolo e dalla sua storia. Di qui gran differenza tra la Lombardia e il regno di Napoli, dove Carlo V non avea distrutto gli ordini d’antica derivazione, l’importanza de’ tribunali, le grandi dignità della corona. Per amministrarlo in tanta distanza dalla capitale, vi si mandavan dei vicerè, de’ quali è quasi tipo don Pedro Alvarez di Toledo (1532-53), padre del famoso duca d’Alba. Spagnuolo nel fondo dell’anima, tale avrebbe bramato ridurre l’Italia, e delle ruine di questa costruire una provincia spagnuola. Rassettò il reame da quarant’anni di scompigli, attendendo soprattutto a reprimere le violenze private, e sistemare la giustizia. Col voler vedere tutto e a tutti dare udienza, tolse ai subalterni la baldanza dell’impunità; levò le armi dalle case; represse i conflitti e i frequenti ratti, morte intimando pel furto notturno, pel duello, per chi dopo le due di notte fosse trovato con armi, per chi usasse scale di corda; onde intrighi amorosi menarono al patibolo; morte a chi due volte spergiurasse. Una volta decretò che tutta Napoli mangiasse pane fatto di tuberi di pamporcino, poi sospese dicendo aver voluto sol farne prova per un’occorrenza. Abbattè lo scoglio di Chiatamone, e i portici e le trabacche delle vie, tane d’assassini e di prostitute; queste raccolse in prefissi luoghi; represse i _vendemmiatori_, che in autunno andavano dicendo insolenze o disonestà a chi incontrassero[52]; le _ciambellerie_ che frastornavano le prime sere delle vedove rimaritate, come gli schiamazzanti piagnistei delle esequie. Gli Ebrei, quivi accorsi viepiù dopo cacciati di Spagna, egli espulse per condiscendere a coloro a’ cui interessi nocevano; e perchè allora crebbero gli usuraj, pensò ripararvi istituendo il Monte di Pietà. Procurò buona moneta e proibì di portarne fuori del regno: per bastare all’avida guerra, riordinò la regia camera. Volle i preti usassero sempre abiti ecclesiastici; portandosi il viatico s’uscisse con pallio e torchi, ed egli stesso colla Corte l’accompagnava spesso.
Per renderla degna metropoli, cinse Napoli di nuove mura, ingrandendola di due terzi col racchiuder parte del monte Sant’Elmo secondo i nuovi ingegni militari, e con una cisterna che eguagliava la Piscina Mirabile di Baja; aperse la via Toledo, ampliò l’arsenale, condusse fontane, istituì lo spedale e la chiesa di San Giacomo apostolo, ove preparossi il sepolcro per opera di Giovanni di Nola, il migliore scalpello d’allora; sanò le paludi che infestavano Terra di Lavoro, con un fondo per conservarne lo smaltitojo. Difese le coste dai Turchi con fortini, con baluardi le città, sicchè la gente cessò di affluir a Napoli e lasciar deserta la campagna; altri munimenti pose negli Abruzzi e a Capua; e mentre gli abitanti, sgomentati dai sussulti e dalle ceneri pioventi, voleano abbandonar Pozzuoli, e’ vi fece strada, palazzo, torre, fontane, bagni, impedendo così che perisse come Cuma e Baja.
Per tutto ciò e per le guerre ricorrenti dovette gravare i sudditi; e mentre erasi convenuto con Carlo V che ogni fuoco pagherebbe sol mezzo ducato, fin due se ne dovettero allora, oltre i donativi. Nel rendere giustizia non badava ad asili o a privilegi di classe; inviò al supplizio uomini principali, come il commendatore Pignatelli, che fidato nelle aderenze, avea fin allora sfidato la giustizia e punito i querelanti; un conte di Policastro e un Mazzeo Pellegrino fece decapitare nel largo di Castello, per quanto esorbitanti somme offrissero; anzi neppur la forca risparmiò a’ nobili; ne fece scannare da un suo servo tre giovanetti per aver investito birri che arrestavano un povero; mandò soldati che la figliuola del principe Stigliano, fidanzata a suo figlio[53], levassero dal monastero ov’era rifuggita; e un ambasciadore ebbe a scrivere che ottantamila persone perissero per man del boja, lui viceregnando.
L’eletto del popolo, il quale richiesto dall’imperatore sulla condizione de’ Napoletani rispose che, per tenerli contenti, bisognava procurare abbondanza senza angarìe, e che ciascun mangi al piatto suo colla debita giustizia, e che si togliessero le nuove gabelle messe dal vicerè, fu deposto. Il marchese Del Vasto, il principe di Salerno e molti baroni decretarono a Carlo V l’inaudito dono di un milione e mezzo di ducati, affinchè rimovesse il Toledo: ma ciò valse a saldarne l’autorità, che tenne per vent’anni, finchè, nell’imprendere la guerra contro Siena, morì.
Fu imitato dai vicerè successivi[54] nel moltiplicare opere edilizie. Il duca d’Alcala (1559-71) aperse la via da Napoli a Reggio, alla Puglia, a Pozzuoli; e nella capitale quella da porta Capuana a Poggio reale ed a Capua, e la fontana del Molo coi quattro fiumi; i ponti della Cava, di Fusàro, del Lagno, di Rialto, di Sant’Andrea. La porta Pimentella in città e il forte Pimentello all’isola d’Elba, la porta e la fontana Medina e il palazzo a Posilipo, ricordano il nome d’altri vicerè. Il ponte di Pizzofalcone è dovuto al marchese di Monterey. Il conte d’Olivares fece granaj e acquedotti, il conte di Lemos il palazzo reale, suo figlio quel degli studj, sempre coll’opera di Domenico Fontana, s’aprì con solennità straordinaria quell’Università, con statuti e insegne, e che le cattedre si conferissero per concorso e disputa. E tutti i vicerè furono insigni nella prudenza civile, di tutti le prammatiche sono quel più savie che si potesse aspettare, tutti distrussero i giuochi e i banditi, tutti prevennero le carestie, se crediamo al Giannone anzichè ai fatti.
Essi doveano in certi casi aver il parere d’un consiglio collaterale di giurisperiti, tre spagnuoli e otto italiani, con un segretario di Stato; e poichè in questo consiglio vennero assorbite le antiche attribuzioni degli uffizj di Stato e di Corte, gli affari tutti vennero sotto la mano del vicerè. Come gran connestabile egli comandava all’esercito, avea Corte propria con un gran giustiziere per le cause criminali, civili, feudali; un grande ammiraglio; un gran camerlingo sopra le rendite e spese; un gran protonotaro, custode delle regie scritture, e primo a parlare nelle assemblee; un gran cancelliere guardasigillo; un gran siniscalco, maestro della real casa, e soprantendente agli apparati, alle razze di cavalli, alle foreste, alle caccie.
In conseguenza, il carattere di ciascun vicerè contribuiva grandemente al pubblico stato, secondo erano guerreschi o pacifici, miti o fieri, lenti o solerti, progressivi o remoranti. Toccava ad essi proporre ai varj impieghi, molti de’ quali erano lucrosissimi; occasione di lauti mercati. Sempre forestieri, e inesperti delle cose nostre, appena cominciavano impararle riceveano lo scambio, onde diceasi che, dei tre anni che soleano durare, il primo usavano a far giustizia, il secondo a far denari, il terzo a far amici per essere confermati.
Secondo la riforma del Toledo, tre erano gli alti tribunali: il sacro consiglio di Santa Chiara che trattava gli affari in tre istanze, composto di dieci consiglieri italiani e cinque spagnuoli, uno de’ quali facea da presidente; la corte di Vicaria per le cose criminali, e per l’appello delle civili; la camera regia per gli affari fiscali. Seguivano tribunali minori, e vicarj nelle diverse provincie.
De’ pubblici uffizj parte si vendeva, parte era conferita ad intriganti: Filippo IV metteva in vendita sin il diritto più prezioso, quello della giustizia «perchè conveniva al suo servigio l’ammassare il maggior denaro possibile»[55]. A volta a volta di Spagna erano deputati visitatori, con facoltà estesissime, talora fin indipendenti dal vicerè; e il popolo reputavasi beato quando li potesse ottenere forestieri: tanto malfidava dei proprj.
Il parlamento coi tre bracci continuava, come in Sicilia e in Sardegna; ma il clero fu tenuto umile, e fra gli altri ordini si seminarono gelosie coi titoli e col fasto, per indebolire l’opposizione.
I quali ordini erano i baroni o feudatarj, i nobili e il popolo. Re Martino moltissime terre infeudò, che invano volle redimere dappoi; re Alfonso vendeva e investiva per alimentare la guerra di Napoli; talchè di mille cinquecencinquanta Comuni, appena centodue rimanevano demaniali, e qualche barone possedeva sin trecento terre. Gli Spagnuoli perseverarono nel pessimo sistema, onde nel 1559, di mille seicendiciannove Comuni, soli cinquantatre appartenevano al dominio regio, e nell’86 soli sessantasette dei mille novecensettantatre, non computando i casali e i villaggi sprovvisti di rappresentanza municipale. Qualche grosso feudo era ricaduto alla Corona, come il ducato di Bari, dal tempo di Francesco Sforza appartenuto alla famiglia che dominò Milano, fin alla morte di Bona Sforza regina di Polonia, che lo lasciò a Filippo II col principato di Rossano: ma ne rimanevano d’importanti, come il principato di Salerno dei San Severino, quel di Taranto degli Orsini; i quali possedeano ben quarantaquattro luoghi negli Abruzzi, trentaquattro i conti di Celano, venticinque quei di Matera, e molti gli Acquaviva, i Caracciolo, ecc. Erano anche alcuni feudatarj stranieri, come i Farnesi di Parma principi d’Altamura in Apulia, e duchi di Civita di Penna negli Abruzzi; i Medici principi di Capestrano; i Gonzaga principi di Molfetta e duchi d’Ariano; i Cibo duchi d’Ajello.
Il Governo mal volentieri divideva l’autorità coi feudatarj, tanto più che recavano ostacolo all’esazione delle imposte, eppure la necessità di denaro obbligavalo a crearne di nuovi. Carlo V avea permesso ai Comuni di riscattarsi, e ridursi sotto l’autorità della corona; e molti il fecero a prezzi enormi, come Amalfi per duecensedicimila censessanta ducati, per cendodicimila Soma sul Vesuvio: per ciò doveano far debiti, e per pagarli ipotecavano o i beni comunali o qualche gabella o infeudavano parte del territorio, sinchè poveri e assediati si rivendeano, fortunati se cadessero in un buon signore. Lo stesso Governo talora dava in feudo quelli ai quali avea già venduta la libertà, se pur non potessero conservarla col pagarla quanto il fisco avrebbe potuto trarre dal venderli.
Ai baroni competeva il mero e misto imperio, e non solo alle antiche case, ma a ventisette nuove, poi a molti prelati, che l’indicavano col tenere la forca piantata. Essi giudicavano pure delle cause civili, e nominavano i magistrati, avendo così in arbitrio sostanze e vita dei cittadini. I dipendenti doveano macinare al mulino signorile, e far pane al suo forno, non vender vino, non viaggiare senza licenza del feudatario. Il 29 marzo 1536 l’imperatore avea stabilita una commissione per esaminare senza appello i doveri de’ vassalli: ma le carte presentate dai Comuni non furon rese che sotto il regno di Murat.
Le grandi cariche per lo più erano ereditarie, o comprate come titolo nelle famiglie: così erano connestabile un dei Colonna di Paliano; gran giustiziere uno dei Piccolomini di Amalfi, poi de’ Gonzaga di Molfetta, infine gli Spinelli di Fuscaldo; grand’ammiraglio i Cardona; camerieri i d’Avalos e i del Vasto; protonotaro i Doria di Melfi; cancelliere i Caracciolo d’Avellino; siniscalco i Guevara di Bovino. Nella prima metà del Seicento moltissimi titoli furono venduti a gran prezzo; e nel 1675 v’avea cendiciannove principi, cencinquantasei duchi, censettantatre marchesi, innumerevoli conti. I nuovi nobili erano esosi ai nobili vecchi che ne rimaneano scassinati. Per ottenere que’ titoli caricavansi d’imprestiti opprimenti, intentavano processi, eternati dai troppo famosi causidici, e così tornavano poveri e vanitosi.
Gli abitanti di Napoli erano distinti in nobili e popolo: questo era partito in ventinove _piazze_, dette anche _ottine_ perchè ciascuna eleggeva otto cittadini, specie di municipio con un capitano; i nobili erano distribuiti nei seggi di Nido, Capuana, Montagna, Porto, Portanuova, forse ai primi due spettando la nobiltà feudale o il baronaggio, agli altri i semplici nobili. Altri sopravvenuti che non poteano scivolare fra’ nobili, rimasero col popolo, e lo ajutarono ad acquistar diritti esso pure e una rappresentanza in urto coi nobili; i quali spesso sostenevano un punto, unicamente perchè avversato dal popolo, e viceversa. Ciò interveniva principalmente in occasione dei donativi al re, coll’abbondar dei quali un ceto compravasi la benemerenza regia a carico dell’altro: invidie delle quali già aveano fatto profitto gli Angioini e gli Aragonesi, e continuarono gli Spagnuoli.
Cinque _eletti_ o sindaci toglievansi fra i baroni, ed uno fra i cittadini, il quale s’intitolava eccellenza; veniva investito nel giorno del _Corpus Domini_, e godeva molta autorità; voto pari ai deputati della nobiltà; rendea ragione in affari di polizia, nominava i soprantendenti ai dazj, e il notaro della città; e ritraea grande autorità dal rappresentare tanta popolazione, della quale era il tribuno, e talvolta il martire. Nella carestia del 1582 il vulgo ne imputò l’eletto Starace, e trattolo dal letto ove stava infermo, a insulti lo trucidò. Il vicerè, col trarre a sè il diritto di scegliere l’eletto fra sei proposti, ridusse servile anche il rappresentante del popolo. Tutti insieme gli eletti vigilavano sui privilegi che Fernando il Cattolico e Carlo V aveano conceduti alla città, e che ciascun nuovo re confermava. Fra’ quali era, che i Napoletani potessero chiamare al proprio tribunale qualunque regnicolo, mentr’essi non poteano essere citati fuor del tribunale proprio[56].