Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 50
_Heic ego te appello, veneranda prædite mente,_ _Ingenium cujus obscuri infamia sæcli_ _Non tetigit, et vox non est suppressa strepenti_ _Murmure stultorum, generose Copernice, cujus_ _Pulsarunt nostram teneros monumenta per annos_ _Mentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,_ _Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,_ _Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgi_ _Lapsa est, et rigido reputata examine digna,_ _Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesque_ _Græcorum cohors, italumque, arambumque sophorum_ _Vincirent animum, concorsque familia tanta;_ _Inde ubi judicium, ingenio instigante, aperiri_ _Cœperunt veri fontes, pulcherrimaque illa_ _Emicuit rerum species (nam me Deus altus_ _Vertentis sæcli melioris non mediocrem_ _Destinat, haud veluti media de plebe ministrum),_ _Atque ubi sanxerunt rationum capere veri_ _Conceptam speciem, facilis natura reperta;_ _Tum demum licuit quoque posse favore Mathesis_ _Ingenio partisque tuo rationibus uti,_ _Ut tibi Timei sensum placuisse libenter_ _Accepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque._
[234] Che tutte le cose vivano egli vuol dimostrare in un dialogo che accorciamo.
_Teofilo_. L’opinione comune non è sempre la più vera. Ma non basta, perchè una cosa sia vera, che si possa sostenerla; bisogna anche dimostrarla. E ciò non mi sarà difficile. Non vi furono filosofi che dissero il mondo esser animato? Perchè dunque non diranno quei saggi che anche tutte le parti del mondo sono animate?
_Diosono_. Lo dicono di fatto, ma lo dicono di cose principali e di quelle che sono vere parti del mondo, ciascuna delle quali contiene l’anima intiera; perocchè l’anima degli animali che noi conosciamo è tutta intiera in ciascuna parte del loro corpo.
_Teofilo_. Che cosa è dunque ciò che voi credete non essere realmente parte del mondo?
_Diosono_. Quelle cose che non sono primi corpi, come dicono i Peripatetici; la terra con le acque e le altre parti che, secondo voi, costituiscono l’intero animale, la luna, il sole e gli altri corpi: oltr’a ciò, io chiamo animali principali quelli che non sono parti primiere dell’universo e che dicesi avere chi un’anima vegetativa, chi una sensitiva, e alcuni anche una ragionevole.
_Teofilo_. Ma se l’anima, appunto perchè è nel tutto, si trova altresì nelle parti, perchè non volete ch’ella parimenti esista nelle parti delle parti?
_Diosono_. Acconsento, ma solo nelle parti delle cose animate.
_Teofilo_. Quali sono le cose non animate o che non fanno parte di cose animate?
_Diosono_. Forse non ne abbiamo assai sotto gli occhi? Tutte quelle che non hanno vita.
_Teofilo_. E quali sono le cose che non hanno vita, o almeno un principio vitale?
_Diosono_. Insomma volete voi che ogni cosa abbia un’anima ed un principio vitale?
_Teofilo_. Ciò appunto pretendo.
_Polinio_. Dunque un corpo morto ha un’anima? dunque le mie maniche, le mie pianelle, gli stivali, gli speroni, l’anello, le forme delle mie scarpe saranno animate? la mia zimarra, il mio tabarro animati?
_Teofilo_. Io dico che la tavola come tavola non è animata, nè l’abito come l’abito, nè il cuojo come cuojo, nè come bicchiere il bicchiere; ma che, come cose naturali e composte, hanno in sè la materia e la forma: per piccola e grama che sia una cosa, essa contiene una parte della sostanza spirituale, la quale, ove il soggetto si trovi disposto, si estende in modo da diventare una pianta o un animale, e riceve le membra d’un corpo qualunque di quelli che comunemente si chiamano animati: perchè l’anima si trova in tutte le cose, e non v’ha il menomo corpuscolo che non ne contenga la sua porzione.
_Polinio_. _Ergo quiquid est, animal est_.
_Teofilo_. Non tutte le cose che hanno un’anima, si chiamano animate.
_Diosono_. Dunque tutte le cose hanno per lo meno una vita?
_Teofilo_. Accordo che hanno l’anima in sè, hanno la vita quanto alla sostanza, e non quanto all’atto ammesso dei Peripatetici e da tutti coloro che definiscono la vita e l’anima in una maniera troppo grossolana. L’opinione di Anassagora, che ogni cosa è in ogni cosa, perchè lo spirito o anima o forma universale trovandosi in tutte le cose, ogni cosa può da ogni cosa prodursi, non solo è verisimile ma vera, perchè codesto spirito esiste in tutte le cose, le quali se non sono animali, sono però animate; se non sono secondo l’atto sensibile di animalità e di vita, sono però secondo un principio ed un atto primo qualunque d’animalità e di vita.
[235] _Est animal sanctum, sacrum et venerabile mundus_. De immenso, lib. V.
[236] Il famoso Scioppio il supplizio del Bruno raccontò in lettere ad un altro Luterano. Comincia: — Ti do la mia parola che niun Luterano o Calvinista è qui punito di morte, nè tampoco sta in pericolo, seppur non sia recidivo o scandaloso. È mente di sua santità, che ogni Luterano viaggi liberamente, e vi ottenga benevolenza e cortesia. Nel mese passato fu qui un Sassone, ch’era vissuto un anno con Beza, e fu umanissimamente accolto dal cardinale Baronio confessore del papa, e assicurato, purchè non desse scandalo». Segue narrando il processo e la condanna del Bruno, credendolo meritevole come ateo, e apostolo di dottrine assurde. Eppure si dubita se veramente sia stato arso. Vedasi DOMENICO BERTI.
Il Botta si sbriga di quest’insigne Italiano colla frase seguente: — Non fermerommi a parlare del Bruno, perchè avendo insegnato che i soli Ebrei erano i discendenti di Adamo (?), che Mosè era un impostore ed un mago, che le sacre Scritture sentivano del favoloso, ed altre bestemmie ancora peggiori di queste, fu arso a Roma al modo di Roma nel 1600: rimedio abominevole contro opinioni pazze». Lib. XV.
Queste parole egli copia letteralmente dal Giannone, l. XXXIV. c. 8, che copia il Capasso e il Parrino, e dice: «Discreditarono l’onorata impresa (di innovar la filosofia) due frati domenicani, li quali non tenendo nè legge nè misura, e oltrepassando le giuste mete, siccome maggiormente accreditarono gli errori delle scuole, così posero in discredito coloro che volevano allontanarsene ecc.».
[237] _De libris propriis_.
[238] «Esser noi e poter sapere e volere è il certissimo principio primo». _Universalis philosophia_, I. l. 4. Secondo lui, l’intelletto consiste nel sentire, cioè accorgersi delle modificazioni del nostro essere; e memoria, riflessione, immaginativa sono varie determinazioni della sensività; il pensiero è il complesso delle cognizioni poste nella sensazione, la quale dà a conoscere soltanto gli oggetti individui, non la loro realtà nè le generali relazioni. Tutto il creato, a dir suo, consta di essere e non essere; il primo è costituito da potenza, sapienza e amore, che hanno per iscopo l’essenza, la verità, il bene: mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. Nell’Ente supremo le tre qualità primordiali stanno unite in incomprensibile semplicità, senza mistura del nulla; une, benchè distinte. L’Ente supremo, nel trar le cose dal nulla, trasporta le inesaurabili sue idee nella materia sotto la condizione del tempo e sulla base dello spazio, e agli enti finiti comunica le tre qualità, che divengono principj dell’universo, sotto la triplice legge della necessità, della provvidenza, dell’armonia.
Sopra siffatta metafisica impianta una filosofia fisica, una psicologica, una sociale. Nella filosofia fisica considera l’universo come un complesso di fenomeni materiali, svolgentisi nel tempo e nello spazio. La materia posta in questi è un corpo, non costruito ma proprio alla costruzione; e opera per via di due agenti, calore e freddo. Quello formò il cielo dilatando, questo la terra condensando la materia; e dalla loro combinazione nascono tutti i fenomeni. La luce è tutt’uno col calore, solo denominati altrimenti secondo operano sul tatto o sulla vista.
Nella fisiologia considerando gli enti come vivi e sensibili, distingue nell’uomo una triplice vita, corrispondente a triplice sostanza: l’intelligenza; lo spirito, suo veicolo; il corpo, veicolo ed organo dello spirito e dell’intelletto. Gli esseri tendendo a conservarsi, sono provveduti d’istinti e della facoltà di sentire in differente grado. Che se l’uomo possiede un’intelligenza immortale, quanto meglio il mondo che è più di tutti perfetto? Mani sue sono le forze espansive; occhi le stelle; linguaggio, i raggi di queste; col cui ricambio forse comunicano esse tra sè, dotate come sono di vita sensibilissima. Gli spiriti beati che le abitano, vedono quant’è nella natura e nelle idee divine.
[239]
Il mondo è libro dove il senno eterno Scrisse i proprj concetti... Ma noi strette alme ai libri e tempi morti Copïati dal vivo con più errori, Li anteponghiamo a magistero tale. O pene, del fallir fatene accorti, Liti, ignoranze, fatiche e dolori: Deh torniamo, perdio, all’originale. _Poesie filosofiche_, pag. 11.
[240] _Inveniemus in plantis sexus masculinum et fœmineum, ut in animalibus, et fœminam non fructificari sine masculi congressu. Hoc patet in siliquis et in palmis, quarum mas fœminaque inclinantur mutuo alter in alterum, et se se osculantur, et fœmina non impregnatur nec fructificat sine mare, immo conspicitur dolens, squalida mortuaque, et pulvere illius et odore reviviscit_.
[241] E neppure il concetto delle epoche organiche e critiche; poichè, ribattendo le obiezioni, dice che la Città del sole «durerà fino ad uno dei periodi generali delle cose umane che danno origine ad un nuovo secolo». _Questioni sull’ottima repubblica_. In lui sono pure quelle teorie sulla natura de’ popoli settentrionali e meridionali e sulla loro missione, che credonsi trovati moderni. «Dio, per fecondare li meridionali di gente e d’armi, e li settentrionali di scienza e religione, usa di mandar quelli a questi, insertandoli come arbori per farli più generosi». _Aforismo_ 72. D’altra parte potrebbe dirsi che egli adombra i circoli di Vico entro cui l’umanità si rigira, e la provvidenza di Bossuet che anche gli errori trae a vantaggio: _Religiones cunctæ atque sectæ habent proprium circulum, veluti et respublicæ... Illi cupiditate auri et divitiarum novas quiritant regiones; Deus autem altiorem finem intendit_.
[242] _Sulla monarchia spagnuola_. Fu ristampata a Berlino il 1840.
[243] _Discorsi politici_, passim. _Faciat_ (Hispania) _ut dominia et prædia nobilis regni Neapolitani, Mediolani... ab exteris emantur... quo fiat ut barones indigenæ humilientur.. Cavendum est ut loca munita unquam baronibus concedantur_ (De monarchia hispanica, c. XIV). _Elaborandum est regi ut principum italicorum dissidia alat_ (c. XXI). _Curandum præterea ut omnes baronum filii magistros hispanos habeant, qui hispanizare illos doceant in habitu, moribus et modis hispanicis_ (c. XIV).
[244] _Discorso_ II _del papato_.
[245] _Città del sole_. Nel _Discorso sopra l’aumento delle entrate_ confessa che «il più gran male di questo regno è la carestia», cap. 3.
[246] _Vectigal exigatur pro necessariis rebus parvum, pro superfluis largius... non alia bona quam certa et stabilia graventur_.
[247] Vedansi esposte da un suo ammiratore nella prefazione alle opere del Campanella. Torino, Pomba, 1854.
[248] «È pericoloso in ogni verso il negozio dei grani in nome d’altri che del re, che è padre e pastore della repubblica, e a lui tocca pascere i figli e distribuir il pane». _Sopra l’aumento delle entrate_. «Se il re in Calabria pigliasse tutta la seta come la si vende a venti carlini la libbra, trasportandola a Napoli dove si vende trenta o più, raddoppia il tributo. Ed in tutte cose si può far questo, e non lasciare li mercanti facciano quel guadagno con danno dei popoli e del re... Il re sarìa tiranno manifesta se lasciasse senza necessità urgentissima al cristianesimo trasportar li grani di questo regno in altro regno».
[249] I Solari son molto sani, e Campanella indica i rimedj con cui s’ajutano. «Sanano le quartane incutendo improvvise paure, o trattandole con erbe _d’indole opposta alla quartana_, o con altre _simili cose_. Uno studio maggiore pongono a guarire le febbri continue e sforzansi d’arrestarle studiando le stelle e le erbe, e _levando preghiere al cielo_. Il morbo sacro combattono con preghiere, indi rinvigorendo il sistema nervoso del capo mediante sostanze acide od eccitanti».
[250] «Fu ad istanza del Sancez fiscale (che andò a Roma _personaliter_ per tal licenza) tormentato quarant’ore di funicelli _usque ad ossa_, legato nella corda colle braccia torte, pendendo sopra un legno tagliente e acuto, che si dice la viglia; li tagliò di sotto una libbra di carne, e molta poi n’uscio pesta e infracidata; e fu curato per sei mesi con tagliarli tanta carne, e n’uscir più di quindici libbre di sangue delle vene e arterie rotte... nè confessò eresia nè ribellione, e restò per pazzo, non finto, come dicono». _Narrazione attribuita al Campanella_.
Nei _Secreti_ del senato veneziano è notato come nel 1593 frà Giordano Bruno sia stato rimesso da Venezia al Sant’Uffizio di Roma, e nel 1594 frà Tommaso Campanella, Giambattista Clario da Udine e Ottavio Longo da Barletta, carcerati in Padova.
[251]
Io nacqui a debellar tre mali estremi, Tirannide, sofismi, ipocrisia; Eletto sasso A franger l’ignoranza e la malizia; Stavano tutti al bujo, io accesi un lume.
_Poesie filosofiche_, pag. 26, 141, 116. Tra le sue lettere vi sono confessioni esplicite d’ortodossia, e dice che il dogma della predestinazione «fa li principi cattivi, li popoli sediziosi e li teologi traditori».
[252] _Discorsi della libertà e della felice soggezione allo Stato ecclesiastico_. Sempre nella signoria papale vedeva la libertà; e nella XXXII delle poesie canta:
Vedi i tiranni e le leggi perire E Pietro e Paolo in Roma comandare.
[253] Secondo il Patrizj, dalle prime monadi nascono le altre, dalle monadi le essenze, da queste le vite, dalle vite gl’intelletti, dagl’intelletti gli spiriti, da questi la natura, da cui le proprietà, dalle proprietà le specie, dalle specie i corpi, i principj delle cognizioni vengono da’ sensi, ma prima dalla luce; dalla luce celeste, immagine di Dio, noi saliamo alla luce primogenia che è Dio stesso: la luce tutto fa, tutto vivifica e forma. Le quattro parti di sua filosofia intitolò Panarchie, Pancosmie, Panaugie, Panpsichie. Studiò la teoria della luce, nel senso materiale e nel figurato, e sopra quella fondò la sua filosofia: come per la materiale vedono gli occhi del corpo, così per l’intelligibile sono illuminati quelli dell’anima: questo mezzo universale del conoscere viene da Dio, sorgente d’ogni luce.
Francesco Giorgio minorita veneziano, dedito alla Cabala mescolata ai libri sacri e ai peripatetici ragionamenti, compose l’_Armonia del mondo e i tremila problemi_. Da Dio trino, che è ternario semplicissimo, derivano con ternario quadrato tre novenarj, onde nove sono i cori delle intelligenze, nove i cicli, nove i generi delle cose generabili e corruttibili; e nel ternario cubo si compiono tutti i novenaij. Gli angeli sono distribuiti secondo il novenario semplice, corrispondente al ternario, onde i più vicini a Dio somigliano al ternario semplicissimo; gli altri si racchiudono nel duplo, poi nel triplo: e per quest’ordine tripartito noi possiamo ascendere a Dio, e Dio discende a noi.
BRUCKER, _De restauratione philosophiæ pythagoricæ, platon. cabbal_. § V.
[254] L’argomentazione cartesiana dell’_io penso, dunque esisto_ trovasi in Bernardino Ochino, _Catechismo_; Basilea 1561: _Ministro_. Ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s’egli ti par essere o no.
_Illuminato_. Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia; imperocchè in parermi essere, forse m’inganno.
_Min_. È impossibile che, a chi non è, gli paja d’essere; però, poi ch’ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.
_Illum_. Così è vero.
La soggettività della sensazione era stata predicata da Galileo nel _Saggiatore_, dicendo: — Che ne’ corpi esterni, per eccitare in noi i sapori, gli odori e i suoni, si richiegga altro che grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi e veloci, io non lo credo; e stimo che, tolti via gli orecchi, le lingue e i nasi, restino bene le figure, i numeri e i moti, ma non già gli odori nè i sapori nè i suoni, li quali fuor dell’animale vivente, non credo che sien altro che nomi, come appunto altro che nome non è il solletico e la titillazione, rimosse le ascelle e la pelle intorno al naso».
[255] Vedi la _Scrittura di Marco Foscarini circa le franchigie concesse agli ambasciadori esterni residenti presso la repubblica di Venezia_, 1725.
[256] _Della perfezione della vita civile_, lib. III. p. 134.
[257] Non lo nomina; ma ciò professa negli _Uffizj del Cardinale_, lib. I, p. 64.
[258] «Ricercandosi due cose per la propagazione dei popoli, la generazione e l’educazione, sebbene la moltitudine de’ matrimonj ajuta forte l’una, impedisce però pel sicuro l’altra».
[259] La sua _Ragion di Stato_ fu tradotta in tutte le lingue. L’opera sulla _Grandezza della città_ fu volta in inglese il 1635. Delle sue _Relazioni universali_ è un estratto la _Politia regia_ di Reifenberg: e la _Politica tratta dalla sacra Scrittura_ di Bossuet fu forse ispirata dalla sua _Regia sapientia_.
[260] _Relazione della repubblica veneziana_, 1605.
[261] Soltanto pel Milanese citiamo le voluminose opere del Somaglia, dell’Opizzoni, del Piazzoli, del Tridi.
[262] _Zecca in consulta di Stato; Trattato mercantile della moneta._
[263] Pubblicati al fine del vol. I della _Storia dei municipj italiani_ del Giudici.
[264] _De re militari et bello tractatus, divisus in partes II, in quo, præter ea quæ de re militari tractantur, obiter multa quæ ad civilem administrationem pertinent attinguntur, omnibus judicibus apprime necessarius._ Fu ristampato nel tom. XVI della gran collezione dei _Tractatus juris universi_.
[265] MAFFEI, _Verona illustrata_, part. II. 312.
[266] VEDI LANZA, _Considerazioni sulla storia di Sicilia_, p. 142.
[267] _Memorie della Sicilia_; _Historiæ Saracenosiculæ varia monumenta_; _Bibliotheca historiæ Siciliæ._
[268] Il Pignoria, 18 luglio 1614, dice: — A scrivere istoria ci vuol altro che vivacità di cervello; e il padre Bzovio averà ben che che fare a continuare Baronio, nel quale _longe erit a primo quisque secundus erit_».
[269] Abbiamo pure _Guerra della Germania inferiore_ di GERONIMO CONESTAGGIO genovese, 1634; _Impresa di Fiandra di Alessandro Farnese_ di CESARE CAMPANA, 1595; ecc.
[270] La reputazione del Gemelli Carreri fu rivendicata in un’appendice al tom. XIII della traduzione dei _Viaggi_ intorno al mondo del Berenger, Venezia 1795; poi più estesamente da Ignazio Ciampi nel _Filodrammatico_, giornale di Roma del 1858.
[271] Quest’asserzione proviene dall’elogio di Fontenelle, ed è ripetuta generalmente, pure fin la _Biographie universelle_ conviene dei meriti anteriori del Riccioli. Le carte di Delisle comparvero nel 1699: nel 1661 l’opera del Riccioli. Questo pone tra Gibilterra e Gerusalemme la differenza di 47° 37′, che sotto quel parallelo valgono 714 leghe marine, ossiano 983 leghe da 20 al grado. Invece non è che di 40° 25′ 40″, equivalenti a 606 leghe marine, o 848 comuni. Si levino 11 leghe che sono da Gerusalemme a Giaffa, presa per l’estremità orientale del Mediterraneo, e si avranno 882 leghe secondo il Riccioli, e 837 al vero.
[272] In una del 1580 da Lisbona loda infinitamente le qualità della pietra bazar, cioè del belzoar, che si sa essere una concrezione intestinale; e come operi prodigi per far uscire le petecchie, provocando sudore e secrezioni, e guarisca della peste per testimonianza di Galeno, degli Arabi e di Alberto, sebbene egli non possa capacitarsi come ciò avvenga, atteso che la peste è corruzione, e la corruzione è mancamento del calore innato nell’umidità; mentre quelle pietre sono fredde e secche di complessione, sicchè non possono ristaurar il calore. D’esso bazar usano in polvere pigliandone tre o quattro grani, con acqua di rose, o la mettono nelle posteme velenose; legate in oro le portano al collo come virtuose più della brettonica per cacciar la melanconia, guardar da veleni, ecc. E dall’India e dal Portogallo spedisce ogni tratto pietre e legni di specifica meraviglia, per tornar il latte alle donne, per chetare l’epilessia, ecc.
[273] «La lingua in sè è dilettevole e di bel suono, per i molti elementi ch’egli hanno fino a cinquantatre, dei quali tutti rendon ragione, facendoli nascere tutti dai diversi movimenti della bocca e della lingua... In quella sono molti de’ nostri nomi, e particolarmente de’ numeri il 6, 7, 8 e 9, Dio, serpe, et altri assai...».
[274] _Memorie del padre Basilio da Glemona dell’abate_ PIETRO DELLA STUA. Udine 1775.
[275] Ecco però una prova del quanto fosse bambina la filologia. Sulla chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano stava un’iscrizione, e non sapendosi leggere dai nostri, fu da Gianpietro Puricelli mandata a Luca Olstenio a Roma per mezzo di Leone Allacci, dubitando fosse armena o russa o schiavona o gotica, «lingue che han caratteri simili al greco». Egli s’accorse ch’era latina con lettere greche affatto rozze (_Lettera_ 2 agosto 1647, nel _Catalogo_ del Crevenna). Un altro dotto milanese, il Castiglioni, asseriva che a San Vincenzo in Prato v’era stato un tempio di Giove, perchè vi fu trovata una lapide che diceva DIO VI ET PROBO V. L’Olstenio senza più asserì che doveva essere un frammento, da compirsi così: _arca_DIO . VI . ET . PROBO . V... _coss_. cioè essendo consoli Arcadio per la sesta volta, Probo per la quinta.
[276] _Characteres ægyptii_. Venezia 1605; _Mensa isiaca_, 1669. Il più insigne documento egiziano che si avesse prima delle recenti scoperte era la _Tavola isiaca_ di bronzo, lunga cinque, larga tre piedi, coperta di smalto nero, su cui sono disegnate figure a contorni d’argento. Dopo il sacco di Roma un fabbro la vendè al cardinale Bembo, dal cui museo passò a quel di Mantova. Nel sacco del 1630 fu rubata, nè più se ne seppe, finchè più d’un secolo dopo fu trovata nel museo di Torino; ove (dopo essere stata nel museo Napoleone a Parigi) ancor si conserva, e fu studio dei principali antiquarj, sebbene ora si giudichi non lavoro originale, ma dei tempi d’Adriano imperatore. Vedi pag. 210.
[277] _De nostri temporis studiorum ratione_, 1708.
[278] _De antiquissima Italorum sapientia, ex originibus linguæ latinæ eruenda_, 1710.
[279] _De universi juris principio et fine uno_, 1714; _De constantia philologiæ_, 1721.
[280] Perchè dei moderni editori nessuno pensò a dargli punteggiatura e divisione alla moderna? Facendo quel che si praticò col Guicciardini, ne sarebbe grandemente agevolata l’intelligenza. Si dovrebbe anche far sparire la nojosa e inutile vicenda di carattere tondo e corsivo, che corre da capo a fondo dell’opera.
[281] Anche il De Rossi, nel _Dizionario storico degli autori arabi_, fa di Averroe il primo traduttore d’Aristotele: ma ora è certo che, tre secoli innanzi, era stato vôlto in arabo, non dal greco ma dal siriaco; e che Averroe nè altro arabo di Spagna conosceva il greco. In quella vece s’aveva una traduzione in latino; e l’averroismo, tanto coltivato nella scuola di Padova e anche dal Pomponazzi che pur mostra continuamente confutarlo, non deriva che obliquamente da Aristotele, mescolandovi le dottrine neoplatoniche e le interpretazioni de’ Nestoriani.
[282] _L’uccelleria, ovvero discorso della natura e proprietà de’ diversi uccelli, e in particolare di quelli che cantano_. Roma 1622, con figure del Tempesta e del Villamene.