Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 49

Chapter 493,576 wordsPublic domain

Scrissi di vera impresa e d’eroi veri, Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittore Che finga altrui di quel ch’egli è migliore, Di più vaghi sembianti e di più alteri. Poscia con occhi rimirai severi L’opra; _e la forma a me spiacque e ’l colore_, E l’altra ne formai, mastro migliore; Nè so se colorirla in carte io speri.

Come poco avesse progredito nel sentimento storico ed estetico appare dalle lodi ch’egli dà al nuovo poema, le quali si riducono all’aver imitato di più Omero, e la flotta, ed Ettore e Andromaca, ecc.

La _Gerusalemme conquistata_ fu proibita in Francia per decreto del Parlamento di Parigi in grazia delle ottave che si riferiscono alle turbolenze di quel regno, dando per motivi che «contengono idee contrarie all’autorità del re e al bene del regno, e attentatorie all’onore di Enrico III e IV». Certo il Tasso vi sostiene la padronanza del papa sovra i re:

Ei solo il re può dare al regno E ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri, E placargli del cielo il grave sdegno. XX. 77.

[194] Si suole dai nostri rimbrottare Boileau d’aver opposto all’_or de Virgile le clinquant du Tasse_: ma già prima la frase era stata adoprata in paragone molto più basso da Leonardo Salviati nell’_Infarinato Secondo_, lamentandosi di chi pretende «agguagliare all’_Avarchide_ il poema del Tasso, secondo che s’agguaglia anche l’orpello all’oro».

[195] Ciò spiegasi dalle condizioni sociali d’un tempo, in cui Chaudebonne diceva a Voiture: _Vous êtes un trop galant homme pour demeurer dans la bourgeoisie: il faut que je vous en tire_.

[196] Vedi la raccolta delle lettere fatta dal Guasti, vol. V. pag. 97.

[197] — Io non pensai mai di stampare a mie spese, perchè non ho molti scudi oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari». Al Costantini, 12 settembre 1590.

[198] — Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di delizia». Al Costantini, 12 ottobre 1590.

— Io vendei in Mantova per necessità per venti scudi un rubino, già donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato, da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque... I trentadue scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio 1581.

— Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio padre, sei camiscie, quattro lenzuoli, due tovaglie. A dì 2 di marzo 1570». TORQUATO TASSO.

[199]

È del poeta il fin la meraviglia: Chi non sa far stupir vada alla striglia.

[200] In predica diceva che _après leur mort les papes deviennent des papillons, les sires des sirons, les rois des roitelets_; e a proposito del nuovo titolo di eminenza dato ai cardinali, dice che questi aveano lasciato ai vecchi l’_illustrissimo_ e il _reverendissimo_, come ai loro camerieri regalavano gli abiti logori di pavonazzo e la biancheria sudicia. Il padre Basquier di Mons predicatore fece il _Petit rasoir des ornements mondains; il Fouet de l’Académie des pécheurs_, ecc. Altri titoli di prediche sono: _Fusil de pénitence pour battre le caillou de l’homme; Petit pistolet de poche pour tirer aux hérétiques; la douce moëlle et la sauce friande des os savoureux de l’Avent_. Fra i Tedeschi è per simili scempiaggini famoso il predicatore Abramo di Santa Chiara, morto il 1765.

* Gay de la Brosse nel 1628 dedicando a Richelieu il suo _Dessein d’un jardin royal_, diceva: — _Encore que le temple de votre vertu incomparable ne soit honoré que de vœux d’un grand prix, et qu’une petite offrande aurait mauvaise grâce au rang de celles de valeur; sans vanité je ne laisse d’espérer que ces nouvelles pensées des plantes y pourront trouver quelque place sortable à leur bassesse.... Les plantes, pour être filles de la terre, ne sont tant abjectes qu’elles ne méritent la faveur des Dieux: l’ambroise, le nectar et la panacée chérie des immortels sont de leur famille... Ainsi que le soleil qui ne reluit pas seulement sur les hauts pins des montagnes et sur les chênes les plus élevés des forêts, mais encore sur les herbes les plus basses, il se pourra faire que vous, soleil des esprits, après avoir dissipé par la force de votre splendeur les épais nuages de la faction rebelle, que couronné de lauriers immortels et la palme à la main, vous rayonniez sur cette œuvre des plantes, sur les fleurs et les fruits de votre humble créature etc._

[201] Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcune _Lettere_, pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:

— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.

«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.

«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono, angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno un’aria celeste.

«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa, frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.

«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da quel re sostegno alla propria fazione.

«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomano _coquettes_, le quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio in fuoco.

«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?» Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione, e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.

«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.

«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le battaglie.

«Andai dopo _au Palais_, che è come la nostra Merceria, dentro una gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia conviene arrendersi a discrezione.

«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre carnovale, e perciò van sempre in maschera.

«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio delle borse. E vi saluto».

Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di sospetti, di bruttissimi aspetti».

[202] Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di Francia, e nella _Sferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità_ (Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica. Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le loro chiese».

[203] Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:

Tentai farmi eminente, E in altro monte ove di rado uom sale E in altra pianta ove volai senz’ale Restai, canuto il pel, cigno dolente Spettacolo pendente.

Dal Bonfadio, anch’egli finito sul patibolo:

Ed Omero Maron nella Scrittura Imitai pria vivendo; Ma Troja nell’incendio e nell’arsura Imitai poi vivendo. Ella preda del foco, Io delle fiamme giogo: Ma diversa cagion d’arder ne diede, Elena all’una, all’altro Ganimede.

[204] L’Aprosio nello _Scudo di Rinaldo_ critica le mode d’all’ora, e nell’_Atene Italica_ mette in vista i principali uomini d’Italia.

[205] — Oh adesso sì, grida Dio, che mi fai dar nelle rotte. — Ma Signore, a che giuoco giochiamo? — O Signore, avete imparato a vostre spese a portarvi così; quante volte siete stato burlato!»

[206] È in venticinque atti, e fu recitata in cinque giorni nel 1611.

[207] Benedetto Aresi milanese, nato nel 1673, lasciò manoscritti sette volumi di «voci e frasi italiane più usitate, e che non si trovano ne’ vocabolarj». Buoni appunti alla Crusca fece Giulio Ottonelli, che nel 1609 scriveva ad Alessandro Tassoni ancor principiante, di evitare le parole vecchie e disusate, adducendo in prova il Pinelli che volle abbellire con esse la sua traduzione dei salmi di san Bonaventura, e «pensando acquistarsene lode, ne ha avuto biasimo da tutti, e da’ suoi proprj accademici della Crusca». _Lettere d’uomini illustri_, Venezia 1749, pag. 478. In questa raccolta ve n’ha molte di bellissime del Pignoria.

[208]

Egli era galantuomo e cortigiano A un tempo stesso, ch’egli è come dire Fare un tempo da basso e da soprano. FAGIUOLI.

[209] L’_Eneide travestita_ del Lalli è del 1633; è del 1648 _Le Virgile travesti_ di Scarron, e il _Virgilio deguisato en langue gasconne_ del signor Des Valles de Mountech.

[210]

_Entremêler souvent un petit_ e così, _Et d’un_ son servitor _contrefaire l’honnesté._

Enrico Stefano scrisse _Dialoghi sul nuovo parlar francese italianizzato_ (1578), ove introduce un Filausonio che lo parla: _Il n’y a pas longtemps qu’ayant_ quelque martel en teste _et à cause de ce estant sorti après le past pour spaceger, je trouvai par la strade un mien ami. Or voyant qu’il se monstroit estre tout sbigottit de mon langage, je me mis à ragioner avec luy_, ecc. Alcuni degli italianismi da lui disapprovati rimasero nel francese, come _accommoder, concert, caprice, contraste, manquer, réussir, se ressentir_, ecc. Di quel del D’Ossat già parlammo.

[211] Milton ebbe pure, e fors’anche tolse dai nostri molte sconvenienti metafore. Il tuono e i fulmini gli sono _artiglieria del cielo_ (canto II); l’ora matuttina, il _ventaglio dell’Aurora_ (ivi); gli sporti degli alveari, _i sobborghi della cittadella di paglia delle api_ (c. I); dove inoltre troviamo e alberi maestosi che sbocciano quasi danzando dal sen della terra, e ampie ferite aperte nel seno della montagna per trarne le costole d’oro, ecc.

[212] Nell’_Istruzione_ a monsignor Pignatelli nunzio apostolico presso Leopoldo I, che forma parte dei _Secreti di Stato dei principi d’Europa_ (Colonia 1676), si legge: — La buona memoria del defunto imperatore (Ferdinando III), curioso dell’idioma italiano, aveva in modo introdotta nella Corte cesarea la nostra lingua, che quasi non si parlava di continuo con altra, onde i cavalieri a gara procuravano di viaggiare in Roma per rendersi possessori di questa. Vostra signoria procurerà quanto sarà possibile non solo di conservare tale uso, ma ancora di dilatarlo, obbligando con termini gentili sua maestà a frequentare le prediche italiane, procurando a questo fine che si predichi in alcune chiese, e che vi sia nella Corte un predicatore de’ più valorosi, che possa predicare in certi giorni più comodi a Cesare; ed è certo che da ciò se ne cava grande profitto, investendosi i Tedeschi pian piano d’una inclinazione verso la nostra nazione».

[213] _Dialogo sulla bellezza_.

[214] La _Ricreazione del savio_; l’_Uom di lettere_; i _Simboli trasportati al morale_; la _Povertà contenta_; l’_Eternità consigliera_, ecc. Nella _Coagulazione_, VIII. 721, dice che questa «diversamente lavora e distilla e rettifica e dissolve e coagula e fermenta e precipita e mischia e incorpora e sublima e fissa».

[215] Dopo la prima fece una nuova edizione, forbendone la lingua acciocchè fosse citato dalla Crusca, «onore ch’egli stimava più del cardinalato».

[216] _De monarchia Solipsorum. De potestate pontificia in Societatem Jesu_. 1646.

[217] Paolo Segneri juniore attese alle missioni, e le diocesi sel disputavano; fra le turbe sbigottite a Roma dai tremuoti del 1703 si buttò insegnando a temere e sperare.

[218] Il Boccalini morì a Venezia _da dolori colici e da febbre_, dice il necrologio. Le sue osservazioni sul II libro di Tacito furono offerte al consiglio dei Dieci da’ suoi figli Ridolfo e Aurelio, i quali, noverando i meriti paterni e i proprj, chiedeano soccorsi. E il consiglio _andò parte_ che fosse loro concessa facoltà di poter permutare la condanna d’un confinato in prigione a tempo, in relegazione nell’Istria o altrove. Vedi Cicogna, _Iscrizioni venete_ in San Giorgio Maggiore, pag. 365.

[219] Lettera a Camillo Baldi.

[220]

Non è figlia del Sol la musa mia, Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta; È rozza villanella e si trastulla, Cantando a aria conforme le frulla.., Ma canta per cantare allegramente, E acciò che si rallegri ancor chi l’ode; Nè sa, nè bada a regolar niente, Sprezzatrice di biasimo e di lode.

[221] Loda lo spagnuolo Lope de Vega perchè

Ciò che scrisse e cantò tutto fu d’oro; ... Ma le castalie scuole Da lui prendano esempio, e imparin come Più bel s’eterni in carmi onesti un nome. Non ha dunque Elicona Per dilettar altro che amplessi e baci? Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco? Bell’Italia, perdona A’ detti miei se ti parran mordaci: Fatto vil per lascivia è il cantar tosco; Già dilatato il tosco Serpe per ogni penna; e mostrar nude Prostitute le muse, oggi è virtude.

_Sacco di Mantova_, nelle nozze di Margherita Farnese e Francesco II d’Este.

[222] GREGORIO, _Memorie_, vol. IX. ep. 50.

[223] Baronio al 549; CENNI, _Codex Carolinus_, i. 148; ANTIQUITATES ITALICÆ MEDII ÆVI, III. 855.

[224] I Francesi nel 1797 tolsero a questa biblioteca cinquecento manoscritti, de’ quali poi, ne’ trattati del 1815, furono restituiti a Eidelberga trentotto greci e latini, provenienti da questa compra d’Urbano VIII, fra cui l’unico esemplare di Anacreonte e dell’Antologia di Costantino Cefala, oltre gli ottocenquarantasette tedeschi.

[225] Il mausoleo di Cristina, opera di Carlo Fontana, a marmi di diverso colore e bronzi, rappresenta il suo ritratto, sopra un cartello, portato da un teschio coll’ale di cherubino.

[226] In un secolo così poco repubblicano, il sentimento della sovranità del popolo si rifuggì in quelle leggi, dov’è scritto: _Penes commune summa potestas esto_.

[227] All’assedio di Vienna si riferisce il poema rimasto popolare del _Meo Patacca_, scritto in romanzesco dal Berneri nel 1683. Meo, spavaldo romano, si propone di raccorre un pugno d’altri prodi per affrontare il Turco; invano vorrebbe rattenerlo la bella Nuccia; l’ardor bellicoso di lui prorompe in ciance e bravate, e intanto giunge l’avviso che Vienna fu liberata da Sobieski: Meo ha il merito dell’eroismo senza i pericoli, gode le stupende feste con cui Roma celebra quell’evento, e torna alle braverie ed agli amori.

[228] Ne’ _Pensieri eroici spiegati dalla penna d’A. Guidi_ incomincia: — Consagro alle Altezze vostre (i Farnesi) le infelicità de’ miei inchiostri, perchè so che all’ombra delle loro porpore sapranno cangiarsi in macchie di luce, et indorar ai lampi di sì generosa Potenza le gramaglie della propria fortuna. Non potevo scegliere al sostegno della mia penna Heroi più luminosi nelle sfere della Grandezza, nè cercar trofei più cospicui negli Erarj del Merito per illustrare le debolezze del mio Destino. Le glorie delle Altezze vostre risaltano per quei prodigi d’oro de’ scettri che coronano di splendori la Fama, et innestano alle spoglie dell’Eternità i fregi più dovitiosi della Maestà e del Valore. Sfavillino nelle ceneri di tanti Secoli le pompe del loro sangue, decrepite fra i Manti degli Imperj e fra gli Ostri dei Trionfi, che le generose prove del lor Animo sdegnando mendicar lumi dall’ombre degl’Antenati e di suscitarsi dagl’antichi Sepolcri le Fenici di Gloria, stabiliscono le machine de’ suoi applausi nel centro delle più eroiche attioni».

[229] Chi ricorda il sermone di Giuseppe Zanoja, ne troverà il preludio in questo:

_Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,_ _Extrema in tabula superis donare, Deusque_ _Esto hæres, dicas. Renuunt patrimonia Divi_ _Fœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus ille_ _Piscator cælo adscribat, geniisque beatis_ _Expiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæ_ _Crimine si partum moriens levaveris assem_ _Cœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!_ _Marmore quæ pario fabricatis templa, cruorem_ _Et lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,_ _Expressitque olim madido provincia vultu._

[230] Belli anagrammi furono i nomi di _Evangelista Torricellius_ convertito in _En virescit Galileus alter_; _Antonius Magliabechius_ in _Is unus bibliotheca magna_; _civitas Cremona_ in _Ecce nos tui Maria_; _Isabella Andreini_ in _Alia blanda Sirena_.

[231] _De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos._ Parma 1553.

[232] Bruno era riconoscentissimo verso i principi suoi protettori; vedasi la sua _Oratio consolatoria, habita in illustri academia Julia, in fine solemnissimarum exequiarum illustrissimi et potentissimi principis Julii ducis Brunsvicensium_, 1º _julii_ 1589, _Helmstadii_. Di se stesso parlando dice: _In mentem ergo, in mentem, Itale, revocato, te a tua patria, honestis tuis rationibus atque studiis pro veritate exulem, hic civem; ibi gulæ et voracitati lupi romani expositum, hic liberum; ibi superstitioso insanissimoque cultui adstrictum, hic ad reformatiores ritus adhortatum; i lic tyrannorum violentia mortuum, hic octimi principis amœnitate atque justitia vivum_. Scrive _ad excellentissimum academiæ Oxononiensis procancellarium, doctissimos doctores, atque celeberrimos magistros, Philotheus Jordanus Brunus nolanus, magis laboratæ theologiæ doctor; purioris et innocuæ sapientiæ professor; in præcipuis Europæ academiis notus, probatus, et honorifice exceptus philosophus; nullibi præterquam apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor; præsumptuosæ et recalcitrantis ignorantiæ domitor; qui in actibus universis generalem philanthropiam protestatur; qui non magis Italum quam Britannum, marem quam fœminam, mitratum quam coronatum, togatum quam armatum, cucullatum hominem quam sine cuculla virum, sed illum, cujus pacatior, civilior et utilior est conversatio, diligit; qui non ad perunctum caput, signatum frontem, ablutas manus, et circumcisum penem, sed (ubi veri hominis faciem licet intueri) ad animum ingeniique culturam maxime respicit; quem stultitiæ propagatores et hypocritunculi detestantur, quem probi et studiosi diligunt, et cui nobiliora plaudunt ingenia_.

[233]