Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 48
Un catalogo di _operette et historiette prohibite_ più esteso e aggiunto al _Sacro Arsenale della Santa Inquisizione_, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi; vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d’insogni o loro ispositioni», o d’astrologia giudiziaria, o d’indovinare. Anche nelle _Regole del Sant’Uffizio_, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.
[149] In Francia Enrico II fu il primo che portasse calze di seta; e allora si cessò di nettar il naso nella manica dell’abito; NAUDÉ, _Giudizio di guanto si pubblicò sul Mazarino_. È bizzarro un _Regolamento per erigere le manifatture in Francia, e toglier il corso dei drappi di seta che rovinano lo Stato;_ lavoro di Laffemas, Parigi 1597. In quel tempo un pajo di calze di seta valeva in Francia lire dodici, che oggi equivarrebbero a sessantaquattro.
[150] Il carro mantovano, equivalente a otto sogli, vendevasi lire quaranta, prima della ruina dei vigneti.
[151] _Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon aree l’Italie._ Parigi 1846, tom. I. 210. Tra le feste più pompose variate per bizzarria di componimenti, son quelle fattesi a Venezia il 1587 in occasione che vi apparvero alcuni principi del Giappone, probabilmente impostori, ch’erano stati a venerare il papa a Roma. Vedi SANSOVINO, _Venetia città nobilissima et singolare ecc_.
[152] Lettera del 1695 nella collezione _Clarorum venetorum ad A. Magliabechium_, tom. I.
[153] GUERRA e BUCCA, _Diurnali napoletani_.
[154] _La Lombardia nel secolo_ XVII, dove si troveranno altre particolarità di costumi.
[155] Vedi ARTEAGA. Chi voglia può leggere _Teti e Flora, prologo della gran pastorale recitata in Parma nel meraviglioso teatro ecc.; Mercurio e Marte, torneo regale fatto nel superbissimo teatro di Parma, ecc._, opere dell’Achillini.
[156] Nella _Relazione_ dell’ambasceria a Costantinopoli di Gianfrancesco Morosini, bailo della repubblica di Venezia il 1585, si legge: — Tutta questa gente è molto vile, di costumi bassi, e di pochissima industria, di maniera che per il più consuma il tempo in grandissimo ozio. Quasi di continuo stanno a sedere, e per trattenimento usano di bevere pubblicamente così nelle botteghe, come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più principali, un’acqua negra bollente, quanto possono sofferire, che si cava d’una semente che chiaman cavée, la quale dicono ch’ha virtù di far stare l’uomo svegliato. Altri mangiano l’haccì per stare allegri, alcuni teriaca, ovvero letificante di Galeno, e cose simili; delle quali par che sii impossibile che i Turchi di qualcheduna non vogliano usare. Quelli poi che bevono vino, lo fanno di tal maniera che non si levano da mangiare e bere sino che non sono ubriachi; vogliono passeggiar mai, anzi si burlano quando veggono Cristiani a farlo, e dicono che sono pazzi a camminar senza necessità».
Uno de’ primissimi libri che trattasse del caffè è _De saluberrima potione Cahue, seu Cafè nuncupata; discursus Faustini Naironi Banesii maronitæ_, Roma 1671. Ma un’eccellente descrizione di quella pianta è data da Prospero Alpino.
[157] Castore Duranti cantava:
_Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius esset_ _Sedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,_ _Huc adportavit, romana ad commoda gentis._
Quasi al tempo stesso Giovanni Nicod ambasciatore francese in Portogallo, l’introduceva in Francia, dov’era detta nicodina; e poi erba della regina perchè se ne valeva Caterina de’ Medici.
[158] Nel 1648 il principe di Roccaromana descrivendo una vittoria da lui riportata, diceva: — Sto quasi morto di stracchezza per aversi peleato (_combattuto_) otto ore... me ne rallegro con vostra eccellenza, essendo risultato il tutto dal suo amparo (_protezione_). Il sergente Garzia merita la piazza dell’alfier morto, ed io ce l’ho promessa: vostra eccellenza faccia complirlo». Ap. CAPECELATRO, _Diarj_.
[159] Lo compendio da una nota del cavaliere Tommaso Rinuccini, che sta ne’ _Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini_, pubblicati a Firenze il 1840.
[160] «La palla lesina era della grossezza d’una piccola pesca od albicocca, fatta di pelle di castrone ben seccata e ripiena di borra sì fortemente che riuscirà sodissima, e balzava altissimo: per darle s’adoperava mestole di un braccio incirca o poco più, di legname leggiero ed incartate di cartapecora nel luogo dove dovea dar la palla, che, colta bene, andava con tal velocità, che io scrittore mi ricordo di aver visto, quando era ragazzo, Pietro Berti ammazzare una rondine, che a caso s’incontrò nella palla alla quale lui aveva dato. La palle si facevano quasi per tutto il contado, ma le migliori e più stimate venivano da Panzano ed in giuoco si pagavano un testone la dozzina».
[161] Molte erano quelle che, per aver fatto alcun voto, portavano una veste tutta scura.
[162] Incomincia: — Assaggiamo di parlare un poco quest’altra lingua, massime essendo in questa contrada (Lucca), dove mi par sentire il più perfetto favellare della Toscana».
[163] _La ville et la république de Venise_, Parigi 1680; opera anonima dedicata al conte d’Avaux, ambasciadore di Francia a Venezia. Merita pure essere veduto il viaggio in Italia del celebre Burnet vescovo di Salisbury.
[164] Non siffatta dovea sembrare a Pietro Paolo Gileto milanese, che fece un poema _Torino in ogni parte ammirabile_; Milano, Malatesta, 1661. Egli stesso scrisse un altro poema in quattordici canti in ottava rima, _Mondana politica, con varietà di successi significata_, diretto a Carlo Emanuele II.
[165] _Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie en 1580-81._ Roma 1774. A Cristoforo Leuschner, che veniva in Italia, Giorgio Fabrizio dirigeva questi consigli:
_Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:_ _Sobria Aminæum temperet unda merum..._ _Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:_ _His si credideris, postea nullus eris._ _Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,_ _Ni vites cupidæ furta proterva Deæ._ _Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;_ _Tota habitat veneta mollis in urbe Venus._ _Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:_ _Serpit enim ex illa latius urbe malum._ _Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:_ _Nec cole multiplices cautus amicitias..._ _Non inimicitias cum quoquam suscipe; lauda_ _Quod potes, et tacita cetera mente preme._ _Nec studia illorum studiis tua præfer: in illis_ _Non vult ingenio cedere nemo locis._ _Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;_ _Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens._
[166]
Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca, E dà il nero di fumo e la vernice A chi in presenza diè pomata e biacca. Viso di Fariseo spiritato Perchè de’ libri il frontispizio ho letto, Si crede esser fra’ dotti annoverato. MENZINI.
[167] _Amphiteatrum_, pag. 118.
[168] Prefazione al _Principe ermafrodito_.
[169] _Vita di Sisto_ V, lib. I.
[170] — L’inverno credo che fa freddo, perchè in quei tempi non ho mai sentito caldo che vicino al fuoco...», pag. 151 della _Vita dell’Aresi_. Chiama Luigi XIV «l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ politici»; ed esclama: — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte lucidissimo della religione cristiana, e chi potrà mai fissar gli sguardi se non sono d’aquila, ad un sole così alto, ad un merito non mai eclissabile, ad un Giove terreno così maestoso?» _La Fama gelosa della Fortuna_, 1680.
Nella prefazione alla _Vita di Cromwell_, scritta dal Leti medesimo, si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere il _P...mo moderno_, il _Conclave delle P...._, il _P...mo di Roma_, il _Parlatorio delle monache_, il _Ruf... del gobbo di Rialto_: delle quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega: ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol rispondere: _Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine..._ In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come il _Letto fiorito_, il _Trasporto d’amore_, la _Rôcca assediata_, il _Vicino avvicinato_, l’_Oriuolo sonoro_, ed altri versi».
[171] _Historia d’Italia_; Torino, Zappata, 1680.
[172] La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però di farsi pagare anticipato. Vedi _Gaye_, _Carteggio_, III. 543.
[173] A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!
[174] Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:
_Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ_, _Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras._
[175] Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese (1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani, non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo; nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj; centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno: impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’ piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti, per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni, e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla. Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi; pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e scarpellare.
[176] Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte sua».
John Evelyn, nelle _Memorie e Diario_ del viaggio che allora fece in Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera, ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava:
Ondosa mole ognor d’acqua feconda A piè del Vaticano il capo estolle; L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda, Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle. Quasi corona il marmo orna e circonda, Misto a perle stillanti argento molle; Cade un fiume dintorno e l’aria inonda, E par che procelloso ondeggi un colle. Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti, Nuovo Encelado santo, innalza e move, E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti. E mentre è il ciel sereno, il nostro Giove Che i torrenti sotterra al cenno ha pronti, Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.
È notevole l’opera: _Numismata summorum pontificum templi Vaticani fabricam indicantia, chronologica ejusdem fabricæ narratione ac multiplici eruditione explicata... a patre_ PHILIPPO BONANNI SOCIETATIS JESUS. Roma 1696.
[177] Voltaire, colla solita impudenza, scrisse:
_A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:_ _De Perrault dans le Louvre il admira la main;_ _ — Ah (dit-il) si Paris renferme dans son sein_ _De si rares talents, un si puissant génie,_ _Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?_
Era Levau che allora dirigeva i lavori del Louvre, succeduto a Lemercier; e gl’intrighi d’una consorteria, animata da Carlo Perrault, svogliarono il re d’adoprare il Bernini.
[178] Lavori più o men peccanti lasciarono Flaminio Ponzio, Giovan Fiammingo, Costantino de’ Servi fiorentino, Carlo Lambardo d’Arezzo, Giovan Battista Soria romano che fece San Carlo de’ Catinari e la facciata di San Gregorio. A Carlo Rainaldi sono dovute le facciate delle due chiese in piazza del Popolo, e quella di Sant’Andrea della Valle, una delle migliori d’allora, la villa Pinciana, il duomo di Ronciglione, e il palazzo dell’Accademia di Francia. Il palazzo Altieri al Gesù magnifica l’abilità di Giannantonio De Rossi bergamasco, il quale pure non sapea disegnare di propria mano. La porta bugnata fu aggiunta da Mattia De Rossi romano, il quale succedette in quasi tutte le cariche al Bernini, e fu chiamato anche in Francia.
[179] Egli rivela il suo metodo nel famoso sonetto a lode di Nicolino dell’Abate, dove la poesia non val meglio che il precetto:
Chi farsi un buon pittor brama e desia, Il disegno di Roma abbia alla mano, La mossa coll’ombrar venezïano, E il degno colorir di Lombardia; Di Michelangiol la terribil via, Il vero natural di Tizïano, Di Correggio lo stil puro e sovrano, E di Raffael la vera simmetria; Del Tibaldi il decoro e il fondamento, Del dotto Primaticcio l’inventare, E un po’ di grazia del Parmigianino: Ma senza tanti studj e tanto stento Si ponga solo l’opre ad imitare Che qui lasciocci il nostro Nicolino.
[180] Il soggetto stesso era trattato da Lorenzo Leonbruno mantovano, morto il 1537, emulo di Giulio Romano, e ignoto ai biografi contemporanei.
[181] Secondo le note che si conservano alla biblioteca Ercolani a Bologna, il Guercino toccò per l’Agar 70 scudi, lire 1, soldi 8; pel san Brunone, scudi 781; pel san Girolamo desto dalla tromba, scudi 295; per un’Angelica e Medoro, scudi 351; pei ritratti del duca e della duchessa di Mantova al naturale, scudi 630. Dall’archivio dell’ospedal di Milano raccolgo che l’Annunziata ivi posta gli fu pagata lire milanesi 3167. Il san Girolamo fu pagato al Correggio 47 zecchini e cibo per sei mesi da Briseide Cossa: v’aggiunse due carri di legna, un porco grasso e frumento. Il re di Portogallo ne esibì 40,000 zecchini; poi il duca di Parma offrì un milione perchè i Francesi nol rubassero, e non si accettò.
[182]
Queste pitture ignude e senza spoglia Son libri di lascivia. Hanno i pennelli Semi, da cui disonestà germoglia... Chè nelle chiese, ove s’adora e prega, Delle donne si fanno i ritrattini, E la magion di Dio divien bottega... E per farsi tener de’ più majuscoli Spogliando i santi, vuol mostrar che intende I proprj siti ed il rigor de’ muscoli. Le attitudini sì che son tremende! Qual fa corvette, qual galoppa o traina Con cento smorfie e torciture orrende... Chè d’un Angelo invece e di Maria D’Ati il volto s’adora e di Medusa, L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia... ROSA, _Sulla Pittura_.
[183] Marcantonio Magno (-1550) suo padre, sbandito per delitti, viaggiò, ebbe impieghi nel Napoletano, e principalmente di visconte di tutti i castelli di casa Caraffa; fu poeta di prima risma, talchè l’Ariosto gli diede a limare un suo canto; gli furono anche coniate medaglie. Ma delle sue lambiccature ecco prova in questo epigramma:
Caron, Caron! — Chi st’importun che grida? — Gli è un amante fidel che cerca il passo... — Chi è stato sto crudel, quest’omicida Che talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso! — Non varco amanti; or cercati altra guida. — Al tuo dispetto converrà ch’io passo, Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumi Ch’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.
Il pio Giannangelo Lottini scultore e poeta fiorentino fece trentotto discorsi di commento alla _Vergine Bella_ del Petrarca. — 1629.
[184] Dal Capurro a Pisa nel 1831 furono stampate le postille sue alla Divina Commedia, fatte con indipendenza, ma pedantesche.
[185] Urbano VIII nell’inno a san Martino scriveva:
_Tu natale solum protege, tu bonæ_ _Da pacis requiem Christiadum plagis,_ _Armorum strepitus et fera prœlia_ _In fines age thracios._ _Et regum socians agmina sub crucis_ _Vexillo, Solymas nexibus exime,_ _Vindexque innocui sanguinis, hostium_ _Robur funditus erue._
Le poesie di Urbano VIII furono stampate un secolo dopo da un inglese: _Maphæi suæ reverendissimæ eminentiæ cardinalis Barberini, postea Urbani papæ VIII poemata; præmissis quibusdam de vita auctoris et annotationibus adjunctis edidit_ Josephus Brow. Oxon. 1736.
[186] Vedi la sua lettera al Gonzaga del 15 giugno 1575.
[187] Ancor più pedestre imitatore del _Sogno di Scipione_ mostrasi nella canzone in morte d’Ercole Gonzaga, dov’egli contemporaneo di Galileo e posteriore d’un Secolo a Colombo e a Vasco, canta:
Vedi come la terra in cinque cerchi Distinta giace, e che ne son due sempre Per algente pruina orridi e inculti; Deserto è il terzo ancora, e che si stempri Pare, e si sfaccia negli ardor soverchi; Restan sol quelli frequentati e culti, Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti. Quante interposte in loro e vaste e nude Solitudini scorgi, e ’n ogni parte Quasi macchie cosparte, Lor come isole il mare intorno chiude; E quel che ’n voce e ’n carte È Ocean chiamato, ed ampio e magno, Che ti sembra or, se non un piccol stagno?
Il concilio dei diavoli è tolto dalla _Cristiade_ del Vida.
[188] Il Tasso era il Giustiniano dei duellisti di quel secolo, citandosi le sue decisioni come oracoli: prova che fu infedele ai tempi che descrisse.
[189] Vedi a pag. 232 le sue lodi a Bianca Capello. Ha una canzone in lode del terribile Sisto V, ove mostra di andar cercando la clemenza dappertutto senza trovarla:
Ove fia ch’io la scerna? Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oro Opra di Fidia, in te (se ’l ver contempio) Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.
Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».
[190] Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale; laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi... e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita, non di meno, per la grazia di Dio, posso _cohibere assensum_ alcuna volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.
[191] — Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.
[192] — L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono, sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare.... Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara, luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza, e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua grazia».
[193] Lettera al Panigarola. E nel XXIII de’ sonetti eroici: