Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 47
[127] Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa, privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia, onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»
Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona, niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»
Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi, mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava ricevendo da questi principi...»
Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata, cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».
[128] Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico lateranese.
[129] GALLUZZI, lib. VIII, c. 10.
[130] Federico Schlegel nel _Quadro della Storia moderna_, c. 9, ammira l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come il XVI. In mezzo a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole del TIRABOSCHI, _Storia della letteratura italiana_. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli... possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al 1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625». DENINA, _Rivoluzioni d’Italia_, XXII. 4.
[131] Al tempo di Mazarino cantavasi:
_Si vous n’êtes italien,_ _Adieu l’espoir de la fortune;_ _Si vous n’êtes italien,_ _Vous n’attraperez jamais rien._
Nelle lettere del cardinale D’Ossat occorrono moltissimi italianismi: _Aigrir les matières, ne pouvoir mais, marcher de bon pied en une affaire, entrer en mauvaise satisfaction, scopes, ayant tardé plus qu’il ne soloit; m’embrassa, me tenant serré une bonne pièce_ (buona pezza); _il me tournait à dire encore; la religion pâtit trop en temps de guerre_. Reciprocamente poco era conosciuto qui il francese, poichè egli stesso ogni tratto mette: _Le cardinal d’Ascoli me fit lire et expliquer en italien la lettre: monsieur le cardinal Lancelot me fit lire et interpréter en italien la lettre que votre majesté lui écrivoit etc_. E a Venezia: _Je bailli au duc les lettres de votre majesté avec une traduction en langue italienne, laquelle j’avais faite sur la copie que vous m’en aviez envoyée_. Negli archivj veneti trovansi carteggi di varie Corti, e singolarmente della inglese, stesi in italiano: l’ambasciadore francese parlava a quel senato per via d’interprete, locchè non faceva lo spagnuolo: il doge rispondendo a quello, scusavasi se non avea ben capito, se non intendea bene il francese ecc.
[132] «Il duca di Savoja ottenne questi giorni dal papa che tutti i soldati del suo esercito possano, una volta in vita e una in punto di morte, essere assolti da tutti i peccati e casi riservati alla santa sede... Questa domanda mi ha dato a pensare che voglia farli combattere non solo in giusta guerra contro gl’Infedeli, ma in qualche tristo disegno che possa avere». D’OSSAT, _Lettre_ CCLVI.
[133] L’edizione elzeviriana del 1654, dedicata a Dio e coll’epigrafe _La divozion forzata al Signor non è grata_, è rarissima.
[134] D’OSSAT, _Lettre_ CCXLIII. Il cardinale Francesco Barberini teneva presso Enrichetta di Francia regina d’Inghilterra agenti che, oltre le funzioni di ministri papali, procuravano vi si ristabilisse la religione cattolica. Singolarmente vi si adoperò il conte Carlo Rossetti, che cercava ottenere libertà di coscienza e di culto pe’ Cattolici, e anche di convertire il re. L’arcivescovo di Cantorberì si mostrava disposto andare a Roma se gli fosse assicurata la pensione di quarantottomila lire; ma il popolo di Londra, avutone sentore, assalì il Rossetti, che dovette fuggire. WICQUEFORT, _L’Ambassadeur_.
[135] D’OSSAT, Lettere del 1598. Quelle lettere riboccano di siffatte pretensioni.
[136] Uberto Languet si ride della vanità de’ principi italiani, che cercavano il titolo di re alla corte dell’imperatore: _Nam de ejusmodi nugis tanto conatu in hac aula agitur ab ipsis, ut nobis ampla materia ridendi præbeatur... Novit aula cæsarea uti vanitate Italorum ad sua commoda; quare non est quod Sabaudus speret se per Hispanum aut quemquam alium consecuturum id quod ambit, nisi multum pecuniæ in eam rem impenderit_. Lettere da Praga, agosto 1575, marzo 1578.
[137] WICQUEFORT, _L’Ambassadeur_. Famose questioni in tal proposito ebbe la corte di Torino colla romana. Quando i residenti di Savoja chiedessero udienza straordinaria, il maestro di camera rispondeva: — Il signor residente venga alla tal ora, che nostra santità lo sentirà». Nel 1701 il marchese Garneri fece la domanda, e monsignor Ruffo gli rispose che «troverebbe l’anticamera aperta, e in lui ogni attenzione per servirlo». L’inviato se ne tenne offeso, e interpostosi il cardinale Barberini protettore di Savoja, si rattoppò. Il Garneri, chiesta novamente udienza per mezzo del suo cavallerizzo, ebbe a voce risposta dal maestro di camera: — Il cardinale nostro viene oggi alle ventidue ore, e crederei di poter servire il signor residente». Il cavallerizzo domandò se avesse informato sua santità; e il Ruffo rispose: — Lei vuol saper troppo...». Il residente l’ebbe per ingiuria; il Ruffo negò d’avere data tale risposta; il papa mostrò che dovea credere a questo più che al cavallerizzo; il duca ordinò al residente di partire, e ne venne una lunga interruzione diplomatica.
[138] _Capitula regni Siciliæ edita ab ill._ Fr. TESTA; tom. II. pag. 57.
[139] D’OSSAT, _Lettre_ CXLVIII.
[140] D’OSSAT, _Lettre_ CCCXIX.
[141] In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: — Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba, e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà, avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino, Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola spica di grano».
E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:
Nè tante angustie a me recaron l’armi Di mille squadre a mia ruina armate, Quante vidi nell’ozio offese farmi Da quelle turbe invidiose, ingrate; E pacifica poscia odo chiamarmi Che m’hanno i tempj e le città spogliate; Ma se predar, se disertar le terre Dimandan pace, e quai sarian le guerre?
È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli, _Storia arcana_, vol. I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nella _Scorsa negli archivj veneti_. Un’altra ricavo da un processo erettosi a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false. Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo, mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca, avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia, ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato, servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi; poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari... Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso, che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii, ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso, con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo; dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone; sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello, castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’ quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta, cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel naviglio e venni a Milano...»
* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive: «Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et comprender le miserie di questo Regno.
Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.
In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo Lombardo.
Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un figliuolo che teneva in braccio.
Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria, con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.
Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.
Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.
Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene di tre dita.
Item, hanno dato una cortellata nella testa a Gianfilippo Riviello
Item, hanno dato una stoccata alla moglie di Giacomo Abriola.
Item hanno menato una archibugiata alla immagine di San Giovanni Battista pitturata sopra la chiesa matre.
Item, come hanno frustato Pietro Antonio Pugliese senza legittima causa.
Item, come hanno ferito in una mano Flaminio de Masellis.
Item, come hanno passata la faccia da una parte all’altra con una picca a Rosato Focone.
Item, Polito Antonio Focone, suo figlio, venne ferito con una stoccata in faccia.
Item, Andrea di Varlo fu ferito con una spada.
Item, Flaminio de Laurenzi ferito nella coscia con una picca.
Item, il clerico Antonio Varano ferito con una cortellata al braccio.
Item, hanno fatto mangiar carne per forza alli cittadini le vigilie venerdì et sabbato.
Item, come a Millo Vertuccio, non volendo mangiar carne, buttarono nella gola lardo squagliato e bollente, et bisognò medicarlo bene.
Item, come Andrea Apretina ammazzò un vallone, vedendo ferito Pietro Saccomano suo cognato in un braccio, et Francesco Castellano, amico del detto Andrea, ferito nel collo.
Dopo la morte del vallone li soldati ponendosi in rivolta per la terra commisero li seguenti delitti:
A Carlo Fascone tagliarono due dita.
Ferirono in testa, con una spada, Giacomo Peluso.
Ferirono Gallieno de Majo, Angelo Latella, la moglie di Giovanni Camillo Venuto, et Lucio Marsiano, hanno cacciato un occhio a Filippo Recco; hanno ammazzato il cantore prete, perchè non volevano che fosse andato alla chiesa, don Ottavio de Tommasi prete, don Giulio Frisone, don Gallieno Casello, il chierico Giovanni Santociano, et tutto non per altro perchè andavano dicendo buone parole ecc. ecc.
[142] Di essi cataloghi io diedi notizia nel _Milano e suo territorio_, vol. II. p. 395; poi ne parlò l’_Italia musicale_, 1855, n. 31.
[143] CIBRARIO, _Istituzioni della monarchia di Savoja_. p. 247.
[144]
_Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,_ _Chaldæi volitantque domos atque atria circum:_ _Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,_ _Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris..._ _Quidam animos etiam pariter cum corpore nostros_ _Interitum sentire volunt, unaque resolvi;_ _Et veteris promissa, novæque uberrima legis_ _Vana putant, ipsum patriis detrudere regnis,_ _Si possint, Dominum conantur more gigantum._ HOSPITALII Epist., lib. III.
[145] 2 gennajo 1610. E vedi indietro al Cap. CXLIV.
Fra i dottori scelti da Federico Borromeo per la biblioteca ambrosiana era Antonio Rusca, che scrisse _De inferno et statu dæmonum ante mundi exilium, libri V, in quibus tartarea cavitas, cruciamentorum genera, ethnicorom de his opiniones, dæmonumque conditio usque ad magnum judicii diem varia eruditione describuntur_. Milano 1621.
* Il 21 luglio 1612 una donna a Firenze fu condannata ad essere appesa alle forche, poi bruciato il cadavere e confiscati i beni, come convinta e confessa d’aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatta, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, che certe malattie de’ loro figliuoli attestavano guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili. E poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie. PAOLETTI, _Istituzioni criminali_.
[146] DONZELLI, pag. 194.
[147] La moglie dell’ammiraglio Coligny era accusata d’eresia presso il duca di Savoja, e di stregheria per denunzia di un’ossessa. Il cardinale d’Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera per salvarla, mostrando come non s’abbia ad aver fede al diavolo, padre della menzogna, e come esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira ad impadronirsi dei beni di lei per _servir de partage à un du tas de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts_, alludendo ai molti figli naturali del duca.
[148] Nella _Breve informatione del modo di trattare le cause del Sant’Offizio a Modena_ (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali.
Che non si lascino vendere alcuna delle Istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstitiose, apocrife e lascive; cioè: _Orazione di san Daniele. — Oratione di santa Helena_, in ottava rima. — _La Vergine Maria con gli Angeli santi — Oratione e scongiuri di santa Maria_: «Con il priego suo, che la dirà, ecc. O somma sacra ecc.». — _Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano — Vita di san Giovan Battista_, in rima. — _Oratione di santa Margarita_, in ottava rima, per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — _Beneditione della Madonna_, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — _Historia o martirio de’ santi Pietro e Paolo_, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». — _Confessione della Maddalena_: «Altissima benigna, e benedetta». — _Pianto della Madonna_, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». — _Contrasto del vangelo col demonio_: «Madre di Cristo Vergine Maria, ecc.». — _Historia di santa Chaterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de’ Pulcini._ — Confitemini _della beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica_, in ottava rima: «Viva divinità dove procede; ecc.». — _Opera nova delli dodici venerdì:_ «A laude dell’eterno Redentore». — _Opera nuova del Giudicio generale_, in rima: «A te ricorre eterno Creatore». — _Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme:_ «Madonna santa Maria, ecc.». — _Christo santo glorioso, laude devotissima:_ «Christo santo glorioso, che patesti, ecc.». — _Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti:_ «Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». — _Historia di san Giorgio_, in ottava rima, in quarto: «In nome sia, ecc.». — _Oratione di San Giacomo Maggiore_, in versi, in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». — _Oratione di santa Maria perpetua_, in prosa, con la rubrica: «Quest’è una devotissima oratione, ecc.». _Oratione della nostra Donna devotissima_, e in versi e in rima: «Ave, Madre di Dio, ecc.». — _Oratione di san Stefano_: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».