Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 46

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[102] Egli perì poi vincitore alla battaglia di Lutzen nel 1632, nella quale combattevano Borso e Foresto d’Este, Mattia e Francesco de’ Medici, Ernesto Montecuccoli di Modena, Ottavio Piccolomini duca d’Amalfi, Luigi e Annibale Gonzaghi, uno Strozzi; e sussidj d’uomini e di denaro aveano mandati all’Impero Lucca e i duca di Modena e Toscana. Il Waldstein fu fatto trucidare dall’imperatore coll’opera di Ottavio Piccolomini d’Aragona duca d’Amalfi, mosso da invidia, o da fedeltà. Al Waldstein resero omaggio i nostri anche dopo la disgrazia: il conte Gualdo Priorato, che sotto di lui aveva combattuto, ne spose la vita, e a lungo ne parlò nelle storie: così Vittorio Siri, il Bisaccioni, il padre Ricci bresciano, Paganino Gaudenzio, e poeti e oratori non pochi. In alcune lettere di Ottavio Bolognesi al duca di Modena, pubblicate nell’Archivio storico (_Nuova serie_, tom. III. p. 80) leggiamo: — Dio ha voluto dar il tracollo a Friedland col mezzo dell’astrologia. Avea richiesto l’astrologo Giambattista Seni genovese a specolar bene se poteva essere corrisposto dal Piccolomini in un grave negozio che voleva appoggiargli; ed avendo avuto risposta che le figure confrontavano talmente che sarebbero stati concordi fin alla morte, esso, che non credeva Dio ma sì astrologia, senza esitazione comunicò al Piccolomini i suoi progetti di ribellione». Il Piccolomini, secondo le lettere stesse, diceva che il Waldstein pensava abbatter del tutto Casa d’Austria, eriger Milano a repubblica, o darlo al duca di Savoja. Il Priorato si lagna che «di tanti fedeli del Waldstein, nessuno lo difendesse, ma subito morto, tutti credettero guadagnar merito coll’esagerare contro le sue azioni: li più obbligati, gli amici più stretti, i confidenti più cari parlavano contro di lui come se fossero de’ maggiori ingrati». Ad Ottavio Piccolomini furon dati i beni pel valore di quattrocento mila talleri, e il titolo di principe dell’impero. Egli erasi mostrato eroe alla battaglia di Lutzen, e non lasciò figlio, essendo invenzione di Schiller il Max. Ottavio stese una relazione della morte di Waldstein, gravandolo d’ogni colpa. Nel manifesto pubblicato dalla corte di Vienna è professato che nessuna legislazione sensata, nè le leggi dell’impero esigono procedura e sentenza formale _in criminibus proditionis perduellionis vel lesæ majestatis notoriis_, e che in tali casi _executio instar sententiæ est_.

[103] Credesi allora rapita la Tavola Isiaca, che era reputata il più insigne monumento egizio, e che ora sta nel museo Torinese non tenuta per autentica; una magnifica sardonica figurante una panegiria, or conservata nel museo di Brunswick. I quadri del palazzo di Mantova furono portati a Praga, dove Cristina di Svezia li comprò e trasferì a Roma: indi comprolli il duca d’Orléans reggente di Francia.

La continuazione del _Fioretto delle cronache di Mantova_ del Giunta al 1630 dice che a Mantova nell’assedio il frumento pagavasi 24 scudi il sacco; una libbra di oncie 23 di pane, lire 3, soldi 4; un boccale di vino lire 6; una libbra di formaggio lire 8, d’olio d’uliva lire 24, di lardo lire 6, un uovo lire 5: la doppia d’Italia di lire 29 spendeasi 150; lo zecchino di Venezia di lire 16 soldi 10, andò a lire 72.

[104] _Sed belli graviores causæ_: risposta che lo storico Ripamonti mette in bocca al governatore Cordova, e che più o meno sfacciatamente si ripete ogni tratto.

[105] TADINI, _Ragguaglio... della gran peste contagiosa_. E su tutti questi fatti vedi la nostra _Lombardia nel secolo XVII_.

[106] Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal Targioni Tozzetti, _Viaggi_, vol. IV, p. 298-316, sommano a nove mila i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio 1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono (dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno, e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia, e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini. Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a cui bacio le mani.

«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».

Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165, 1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249, 1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357, 1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447, 1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13, 1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap. GALLICIOLLI.

* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevole _Andrea Taurelli j. c. de peste italica, libri duo_, Bologna 1641, ove discorre peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero. Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina specialmente, _ut cæteros omittam_, il padre Orimbelio veronese, teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo bresciano.

[107] A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il grave Nani nella _Storia di Venezia_ scrive: — La peste spopolava intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva, il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena. Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nella _Storia d’Italia in continuazione al Guicciardini_, lib. XXI, pone: — Era sorta una voce per tutta Italia, _voce non vana, ma dai fatti comprovata_, che certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste, comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare il veleno pestifero, _certo è bene che questi uomini abbominevoli ciò facevano_, sia che solamente spaventando volessero aprirsi via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti, e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con infamatorie inscrizioni notate».

[108] Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e cardinale e vicerè di Catalogna. Vedi _Negoziati di monsignor Giulio Mazarino_ in appendice alla _Storia d’Italia_ del Brusoni; ELPIDIO BENEDETTI, _Vita del Mazarino_; PRIORATO, _Istoria del ministero del cardinale Mazarino_, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche recentissime.

[109] Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più astuto.

[110] Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.

* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò un _Applauso poetico_ al divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo massimo; ma poi nel _Zimbello o l’Italia schernita_ (1641) deplorò le miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.

[111] Una nota contemporanea che trovasi nel _Carteggio degli agenti toscani_ al 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui: e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero». Segue divisando i modi. _Archivio storico_, tom. IX. p. 318.

[112] Nel 1617 Girolamo Zambeccari inquisitore lagnasi che il principe di Correggio non assistesse abbastanza il Sant’Uffizio, e chiedeva gli fossero consegnati Gianpaolo e Ottavio Pestalozzi, accusati d’eterodossia; anzi con un pugno di sgherri venne in Correggio, e presili si avviò con essi a Reggio. Siro, saputolo, fa inseguirli, e il frate fu coltellato, ma riuscì a fuggire. Paolo citò Siro al Sant’Uffizio in Milano, ove fu convinto del delitto; ma il papa gli perdonò, purchè difendesse Correggio dagli Spagnuoli, dandogli in penitenza di edificare la Madonna della Rosa.

[113] Adelaide Enrichetta, figlia di Vittorio Amedeo, nel 1650 sposò Ferdinando elettore di Baviera, e pare traesse a quella Corte le famiglie Piossasco, Pardo, Lugo, Monasterolo, Simeoni, da cui derivarono famiglie di colà. Anche un Garnerin, presidente al senato di Chambéry, si mutò in quel paese, e fu avo del conte di Montglas, ministro del primo re di Baviera.

[114] Le brighe del Monod, del Rovita, di che altri Gesuiti so io, leggonsi con minuziosa diligenza raccontate nel Botta, lib. XXII, che in queste materie di frati e di confessori è a pasto.

[115] Vuolsi che a quell’assedio per la prima volta Francesco Zignone bergamasco inventasse di gettare in città bombe piene di polvere e di sale, per supplire alla mancanza che ve ne aveva. Vi fu ucciso un capitano tedesco, il quale si trovò essere donna.

[116] Il Bonaventuri fu ucciso in principio del 1570; la granduchessa morì il 10 aprile 1578; le nozze colla Bianca avvennero il 5 giugno.

[117] Esso la chiama _sublime donna_; ne canta _la nobiltà ch’è del valor colonna_; e lodati i meriti insigni del granduca, maggior di tutto trova il discernimento suo, pel quale, come Paride, seppe preferir Bianca, che ha _vero candore, anzi splendor sereno e vero e casto amore_; e non rifina sui vanti di questa.

Casta beltà ch’alto giudizio elesse, Pudica moglie in lieta pace e santa, Che di candore e d’onestà s’ammanta.

[118] MOLINO, ap. Cicogna, _Iscrizioni venete_, tom. II.

[119] Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo 1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola «così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno, ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere, per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila, et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe, anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne, e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è cercato sempre di dar ad intendere».

[120] Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese fu aggregato nel 1847.

[121] «Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese. Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri, che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna, chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio, hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero, di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal marchese Luigi Strozzi...

«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere tra loro che _molto illustre_ nella soprascritta ed il _vostra signoria_ nel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia diceva _affezionatissimo servitore_; e quando un nobile capo di famiglia avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di famiglia, gli avrebbe dato dell’_illustre_, e ricevuto come sopra del _molto illustre_; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella soprascritta il titolo d’_illustrissimo_, che fu subito abbracciato da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere, con la cortesia di _obbligatissimo_, _devotissimo_, _umilissimo servitore_, _servo_ e simili, secondo che più o meno si è voluto adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di dare l’_illustrissimo_ anche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed il _molto illustre_ è trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati e Strozzi si dà dell’_eccellentissimo_ ed in iscritto ed in voce; ma nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari». RINUCCINI, _Ricordi storici_.

[122] Nell’_Archivio delle riformagioni_ è questo decreto del 7 agosto 1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».

[123] Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’_Arcano del mare_, magnifica raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della scienza delle longitudini e del navigare.

[124] Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: — Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana, cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia, senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici, all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti, non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina, domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima, vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata, che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta: poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo, si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto ragionare per tutto il mondo». _Relazioni_, II. 154.

[125] _Mémoires de Groulard_, nel vol. II della collezione di Petitot, pag. 384.

[126] Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24 (aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti, e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è ammazzato». _Lettere diplomatiche_.