Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 45
[86] Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12 ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue, fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo, poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni... Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte, non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli... Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino, che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».
[87] Il Guisa nelle sue _Memorie_ racconta, nel solito tono di fanfara, le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine, dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno, occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie, bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone... Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e glien’indicassi il contenuto...
«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla spada alla mano (_Gian Luigi del Ferro_) e due gran rosarj al collo, uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli, chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante, spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato e sciorinare la biancheria...
«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie, rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto... Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti, perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case... Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina, carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...
«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso entro scodelle».
[88] Il sunnominato gesuita Magnati al 18 marzo 1468 scriveva: — Il Guisa sta con un colore di morte, smagrito e smunto per il timore d’essere ammazzato. Perciò sta ritirato nella casa del principe di Santo Buono, difesa da cannoni, cavalleria e fanteria, per assicurarsi da chi gli macchina la morte. La mattina del 13 stante mandò una delle compagnie dei lazzari alla casa di Antonello Mazzella eletto del popolo; e condotto da quelli nella sellaria, gli fu mozzo il capo, spogliato, strascinato, e poi appiccato per un piede nel mercato senz’averlo fatto confessare. E dicono che forzassero Ciccio Gensale, genero del Mazzella ed eletto prima consigliere della repubblica, a strascinare cogli altri il suo suocero; poi fu saccheggiata la casa fin alli chiodi, essendo richissima di denari e mobili. Il Mazzella nel principio dei rumori si ritirò a Procida sua patria, e ne fu cavato a violenza da gente popolare per farlo eletto, _ipso renitente_».
[89] Vedansi le _Memorie_ della Motteville, che fa tristissimo ritratto di questo eroe scenico. Mazarino ai 23 aprile 1648 scriveva al gran principe di Condé: _Il me faut travailler incessamment pour soutenir les affaires de Naples, lesquelles, faute de conduite de celuy qui les a entre les mains, sout tous les jours en estat d’estre entièrement ruinées. Dieu pardonne à qui en est cause; car pour moi je ne vois rien que je ne prévisse bien lorsque je fis tous mes efforts pour empêcher le voyage de monsieur de Guyse dans le dit royaume_.
[90] «Fu vista troppo superba il vedere gli abbracciamenti, li baci, le allegrezze che facevano tutti, non eccettuandosi nè persona, nè sesso, nè religiosi, nè qualsivoglia altra persona, e baciavano il terreno di questo nostro quartiere che li aveva liberati da mano de’ lazzari; e quello che recava stupore a tutti era il vedere li scambievoli abbracciamenti che si facevano gli Italiani con li Spagnuoli, e con le lacrime agli occhi gridavano: _Viva Spagna che ci ha liberato dai lazzari e dai Francesi_; e molti voleano baciare li piedi alli Spagnuoli... Il Guisa, avvisato del successo, si mangiò le mani e disse: _Io merito questo e peggio, d’essermi fidato d’un popolo così barbaro ed incostante_». Lettera del 6 aprile al cardinale Brancaccio.
[91] Il Mazarino, in una lettera al maresciallo Du Plessis-Besançon del 16 luglio 1648, chiamava la spedizione di Napoli _l’affaire de la plus grande importance qui se puisse presque concevoir_. E al 15 agosto scriveva allo stesso Plessis e al principe Tommaso: _Jamais la conjoncture n’a été plus favorable pour causer une révolution dans ce royaume, pourvu que l’on vous y voye en état de l’appuyer, les principaux de la noblesse étant dans la dernière méfiance des Espagnols, et ayant refusé à don Juan d’Autriche de se rendre près de lui, et les peuples ayant ajouté à la haine implacable qu’ils avaient déjà contre cette nation, dont ils ont donné de bonnes marques depuis un an, le désespoir et la rage de s’être laissé tromper et de voir ostensiblement que les Espagnols leur préparent des chaînes et un joug bien plus dur_. — Ducento anni appunto più tardi noi leggevamo lettere dell’egualissimo tenore.
Del Mazarino furono pubblicate altre lettere relative a questo affare del Pastoret e dal Fortia. Tra altre al Fontenay scriveva: _Je regrette fort qu’ on ait imprimé les lettres où vous traitez ce peuple de république. Heureusement ils ont souscrit la leur des mots_, Votre très-humble servante, _la république de Naples; ce qui les a rendu ridicules, et c’est beaucoup. Ces imaginations de république seraient de tout point funestes, car on ne peut chasser les Espagnols tant que la noblesse tiendra pour eux, ou que la république pourra mettre le pouvoir aux mains du peuple. Ainsi point de république: beaucoup de promesses générales, en se gardant toujours le moyen de profiler des événements sans contrevenir à sa parole; et puis du temps, du temps surtout. La patience doit finir cette affaire aussi bien qu’ elle l’a commencée_.
Da quelle corrispondenze appare che la condotta del Guisa e la sua cattura, avvenuta fin dal 1º aprile, ignoravasi ancora a Parigi dal Mazarino il 22.
[92] Tutti costoro sono dipinti come eroi nella _Vita di Salvator Rosa_ di lady Morgan, che tanto male vi dice dell’Italia, per amor dell’Italia. Il Rosa, nella satira _sulla guerra_, cantava,
Senti come cangiato ha il mio Sebeto In sistri bellicosi le zampogne, Nè più si volge al mar tranquillo e cheto... Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme; Quante ingiustizie in un sol giorno opprime Un vile, un scalzo, un pescatore, un verme. Mira in basso una tale alma sublime; Che per serbar della sua patria i pregi, Le più superbe teste adegua all’ime. Ecco ripullular gli antichi fregi De’ Codri, e degli Ancuri e de’ Trasiboli S’oggi un vil pescator dà norma ai regi.
[93] Nel 1652 il conte d’Argenson, ambasciatore a Venezia, scriveva che «coll’ajuto di Dio, si trattava di repentinamente strappar di mano degli Spagnuoli il regno di Napoli, di fare riuscire una trama da lungo tempo ordita». Nel 1682 altri discorsi di simili macchinazioni; nel 76 di nuovo; e così in appresso.
[94] _Pietra del paragone politico_.
[95] Guastalla, il cui nome suona scuderia delle guardie (_Ward Stall_), fu fabbricata da’ Longobardi sul Crostolo, e dopo una tempestosa libertà Luchino Visconti l’acquistò al Milanese, e Gianmaria la infeudò a Guido Torello nel 1406: Filippo Maria vi aggiunse il castello di Montechiarugolo nel Parmigiano presso l’Enza, dove un ramo de’ Torelli dominò, dipendendo dai Farnesi, finchè il conte Pio fu mandato al supplizio dal duca di Parma nel 1612. Da Salinguerra, costui fratello, derivarono i Torelli di Francia e i Ciolek Poniatowski, de’ quali fu l’ultimo re di Polonia. Il ramo primogenito, sovrano a Guastalla, finì nel 1522 col conte Achille, uomo di costumi perduti; e Lodovica Torello superstite, a cui era disputato dai parenti, vendè il contado a Ferdinando, figlio cadetto di Francesco II Gonzaga di Mantova (1539), allora vicerè di Sicilia; e fondate le _Angeliche_ e le _Signore della Guastalla_ a Milano, vi si ritirò a vita devota e morì nel 1569. Ferdinando suddetto fu celebre capitano, e contribuì alla vittoria di San Quintino. Cesare suo figlio sposò Camilla sorella di san Carlo Borromeo, nelle braccia del quale morì il 1577. Ferdinando II suo figlio fece erigere il contado di Guastalla in ducato dall’imperatore Ferdinando II, il 2 luglio 1621. All’estinzione della linea principale, pretese a tutto il ducato di Mantova, ma nella pace di Cherasco ottenne solo terre per la rendita di seimila scudi, che furono Dossolo, Luzzara, Suzzara, Seggiolo. Ferdinando III ebbe sol due figlie (-1678), una delle quali sposò Vincenzo Gonzaga duca di Melfi e d’Oriano, il quale ebbe quell’eredità e pretese anche tutto il Mantovano; ma quando l’imperatore tenne questo per la sua casa, al duca di Guastalla lasciò solo i principati di Bozzolo e Sabbioneta, colle terre d’Ostiano e Pomponesco, appannaggio un tempo d’altre linee finite. Vincenzo lasciò (1714) due figli che si succedettero; Antonio Ferdinando (-1729), e Giuseppe Maria (-1746), con cui finì la linea.
[96] _Memorie recondite_, III. p. 367.
[97]
Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorni In pace col vicin? Se del Sebeto Stringe e le mani tue comune oliva? Miserabile Italia! Allor ben pormi Dell’Ossuna in un punto e del Toleto Sento a laccio servil la man cattiva. Di pace intempestiva Deh non t’alletti, o figlia, il suon non vero. Sostieni e spera, e pria te stessa uccida Che giammai ti divida Dal duca alpin l’insidioso Ibero. MARINI.
Carlo, quel generoso invitto core Da cui spera soccorso Italia oppressa, A che bada, a che tarda, a che più cessa? Nostra perdita son le tue dimore... Gran cose ardisci, è ver; gran prove tenta Tuo magnanimo cor, tua destra forte; Ma non innalza i timidi la sorte, E non trionfa mai uom che paventa... Chi fia se tu non sei che rompa il laccio Onde tant’anni avvinta Esperia giace? CHIABRERA.
Chi desia di sottrarti a grave pondo Contro te non congiura; ardisci e spera. Ma non vedran del ciel gli occhi giocondi Ch’io giammai per timor la man disarmi, O che deponga i soliti ardimenti. TESTI.
[98] — E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri, chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri... Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio, abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la fortuna del più potente...
«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma consiste nel poter comandare e non obbedire...
«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.
«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».
Nel _manifesto_ e nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.
[99] La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta, moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo, concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta, come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo di questo supplizio.
Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois, che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio. Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.
Castiglione delle Stiviere fu dichiarato città dall’imperatore Mattia con diploma del 23 ottobre 1612, ed era frequentatissimo pel culto di san Luigi. Contro Ferdinando stettero lungamente ribelli i sudditi; infine egli fu cacciato dagl’Imperiali nel 1692, e quel paese occupato a vicenda da Cesarei e da Francesi; finalmente distrutto il castello e il palazzo di Castiglione, e molte memorie di san Luigi. Ferdinando morì a Venezia; suo figlio, maritato in una Anguissola, andò in Ispagna e visse povero, come i suoi figliuoli, in servigi di corte ed armi, finchè nel 1773 Luigi vendette all’Austria il principato di Castiglione, il ducato di Solferino, il marchesato di Medole per un’annua pensione primogeniale di diecimila fiorini. Questo Luigi fu anche letterato, e amò la Corilla Olimpica; e con lui finì quel ramo dei Gonzaga.
Quello di Novellara, discendente da Feltrino, cadetto di Luigi che fu capo del Mantovano nel 1328, si estinse nel 1728.
Di questa casa uscirono insigni donne: Ippolita duchessa di Mondragone (-1563), cantata da Bernardo Tasso e da altri: Lucrezia maritata in Gian Paolo Fortebraccio Manfrone (-1576), che nelle lettere ci lasciò testimonj di suo sapere e coraggio; Giulia Gonzaga di Melfi; Isabella duchessa d’Urbino, quella che il Barbarossa pirata cercò rapire (-1566); Caterina duchessa di Longueville (-1629), che a Parigi fondò le Carmelitane; Maria Luigia, moglie di Casimiro V re di Polonia (-1667), del quale sostenne il coraggio e ajutò l’abilità a ricomporre il regno.
[100] Da antico dimoravano gli Ebrei in Mantova; ma una grave persecuzione fu suscitata contro di loro in occasione delle prediche fattevi da frà Bartolomeo di Solutivo nel 1602 contro i ciuffi e le vanità. Si disse che gli Ebrei lo schernissero, onde a furia di popolo alcuni furono impiccati pei piedi; si trattò di cacciarli affatto, poi si stabilì portassero un segno al cappello, e si discorse di fare il ghetto, compito poi nel 1610.
[101] Urbano VIII diceva all’ambasciadore Lodovico d’Agliè: — Alla gloria del signor duca di Savoja, il quale si può chiamar difensore della libertà d’Italia, compie il terminare da sè solo questa differenza senza intervento di Spagna e di Francia. E quando ciò non si possa senz’opera di mezzano, farlo per la via nostra o d’altro principe che non sia straniero, e che non abbi in mira di rifabbricare la sua monarchia sopra le ruine degli altri». Lettera 26 febbrajo 1628.