Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 44

Chapter 443,626 wordsPublic domain

[75] Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570 alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in Castelnuovo».

Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso; interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale prepotenza.

[76] Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620 «intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta la città e il regno di Napoli:

— I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.

«II. Si pratica con parecchie case il _crescite_, e anche in pubblico, con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che si apra la terra.

«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne, e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimenlese.

«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.

«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi, acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte scelleraggini.

«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e mostra ch’egli può levare la vita e la roba _impune_.

«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti, e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.

«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.

«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.

«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua maestà.

«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.

«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni cosa resta estinta e confusa.

«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo onorato e qualificato ardisce parlare con lui.

«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?

«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.

«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levar _impune_ la roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.

«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.

«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.

«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere e anco sospettare di tai cose.

«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro signore?

«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!

«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.

«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse. Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle, rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in disservizio di Dio e di sua maestà».

Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto potesse un di questi vicerè:

«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di galere, fruste e altri gastighi.

«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.

«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli, facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.

«IV. Ha inventato a molti vassalli di sua maestà molti delitti enormi; e questo perchè avessero paura che il detto duca li mandasse a giustiziare corporalmente; e con questa taccia faceva in maniera che si componevano, e pagavano molta somma di denari per liberarsi da questo travaglio: e se alcuni procuravano di mostrare la loro innocenza, e altri che non hanno avuto tanta comodità, li ha fatti morire senza processare, a modo di guerra...

«VI. Quando don Gabriel Sanchez cappellano maggiore rinunziò la cappellania, gli disse che non faria mutazione, perchè egli non avea da udir messa nè altri uffizj divini: dal che si crede per certo che non creda in Dio; così per non lo aver visto mai confessare nè comunicare.

«VII. Levò dalla chiesa dell’Annunziata la custodia del santissimo sacramento, e la tenne per sè senza averla pagata.

«VIII-XI. _Molte disonestà._

«XII. Passando per Santa Lucia entrò in una carrozza con Giovanna Maria, donna pubblica; e ambidue passeggiavano in presenza di molte persone onorate.

«XIII. Ha tenuto sempre seco un Moro, il quale aveva comunicazione con il Turco; e molte volte condusse al detto regno molte persone turche, che tenevano molta comunicazione con lui.

«XIV. Essendo una gran lite tra il principe Scilla e quel di Andria, in Santa Chiara volse per forza che si componessero, contro li termini di giustizia.

«XV. Fece eletto un Giulio Genuino, con il quale si era accordato ch’aveva da convocare il popolo contro i nobili: ed egli per questo ordine fece molte sedizioni e delitti.

«XVI. Con questo concerto andava per la città di Napoli animando il popolo che il chiamassero signore e padrone; e per riuscire con questo, andava dando denari.

«XVII. Così medesimamente andava persuadendo il popolo, che facesse uscire della città le persone che li volevano contraddire, perchè avevano da procurare che non tenessero soccorso per vendicarsi di quelli.

«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa, nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un doblone d oro che aveva nella mano.

«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse aggradimenti...

«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.

«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».

L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20 settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna, è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella, che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor cardinale avessero gusto d’attenderci».

[77] Vedi DARU, _Storia di Venezia_, libro XXXI in fine.

[78] Carteggio del residente d’Urbino, nell’_Archivio storico_.

[79] Ivi, 28 gennajo 1623.

[80] Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib. XXXV. 5, scrive: — La _vil plebe_ che vuol satollarsi, nè sapere d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra, _vedendosi mancar il pane_, cominciò a tumultuare e a _perder il rispetto_ ai ministri che presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse: — Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale sorrise, il vulgo _temerariamente_ gli disse in faccia: — Non bisogna riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir altre parole _piene di contumelie_.

Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.

[81] Nativo di Napoli. Vedi VOLPICELLA, _Della patria e famiglia di Tommaso Aniello_.

[82] È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nel LUNIG, tom. II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelle _che non fossero state vendute_. Ora tutte quante erano vendute.

[83] Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo, — Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del Turri, del De Santis, e la _Partenope liberata_ del dottor Donzelli, gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano, in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui il _Diario di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni_ 1647-1650, Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont al fine della sua opera _Die Carafa von Maddaloni_, Berlino 1851. Altri ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate, perchè allusive; fra cui citeremo _Insurrection de Naples en 1647 par le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys_, Parigi 1849. Nelle migliaja di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle metafore scientifiche.

[84] Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del coro.

[85] Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città, suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare, procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».