Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 43

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Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap. CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’ suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore, che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo. Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare, deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano, come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri, come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni cosa. Or ceda il re al papa anche l’_Exequatur_, e gli doni l’autorità dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato. Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani, massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’ Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova. Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare con l’una e l’altra repubblica». _Della monarchia di Spagna_, cap. XXI.

[65] Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro, parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle, dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi, cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato varie industrie.

«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi, e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi, invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia. In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa. Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto e di complessione caldissima...

«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...

«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza, ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di piccola condizione...

«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi, che in tutto è oltre a mezzo milione.

«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari, vedendo che vien posto il più sopra il capitale...

«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola, odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa contenere ciascheduno in ufficio».

[66] Gregorio, nella _Bibliotheca aragonensis_, riferisce una _Descriptio feudorum sub rege Federico_, ove si vide di quanta potenza dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno, segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi, Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica, Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno, Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed altri, sottoposti all’amministrazione della regina.

[67] Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedere VILLABIANCA, _Sicilia nobile_, part. II. t. I.

* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona, _Archivio storico italiano_, t. XVII. p. 25 e seg.

[68] «Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene, veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi». _Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente_.

[69] Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere del cardinale d’Ossat, CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nella _Storia della guerra di Fiandra_, lib. VIII, asserisce che, all’uscir dal governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini (_Pietra del paragone politico_) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma colla _ristrettiva_ di non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori perniciosissimi senza poterli risolvere».

— Sappiate (dice il Torre nel _Ritratto di Milano_) che questo fonte navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca; nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».

[70] Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una vita Gregorio Leti.

[71] Vedi tom. X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non ammettervi stranieri. WICQUEFORT, _L’ambassadeur_, 416. Questo dice che la _République de Venise est admirable en toute sa conduite et en toutes ses maximes_.

[72] Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nel _comunicato_ 26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no, giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.

Il ragguaglio uffiziale più esteso è il _comunicato_ da detto consiglio ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo nella _Storia universale_. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier. In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero; rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna, e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima bene».

Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse: vedi _Lince d’Italia_. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere, supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri, nelle _Memorie recondite_, adduce interrogatorj e lettere relativi a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note al Daru, ma s’appoggiava a un _Sommario della famosa congiura_, che si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso. Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate, immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma vedasi meglio RANKE, _Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr_ 1618, Berlino 1832.

Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato nell’Archivio storico, tom. IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge: — Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale. Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con molti baroni, si millantò che ai Veneziani _averia messo il cervello a sesto_.

D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli, eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava mirabilmente i progressi di Alemagna».

* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice: questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata». E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto, com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia... Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio, ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano; che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo) che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il predominio e l’arbitrio di essa...»

[73] Il cardinale Bentivoglio, al 24 aprile 1619, scrive da Parigi: — Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci: e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo. Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue stravaganze.

Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.

[74] I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli (_Storia Arcana_, vol. III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».