Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 42
[52] In tempo di simile baldoria capitò ad Acerra una compagnia di commedianti, e subito fu presa a motti dai vendemmiatori; quelli risposero, ma furono sopraffatti dalle arguzie d’un Puccio d’Aniello. Laonde quei commedianti proposero a costui d’entrare nella loro banda, ed egli colle buffonerie sue traeva gran gente ai loro spettacoli. Morto, altri l’imitarono, e vuolsi da ciò cominciasse la maschera del Puciniello o Pulcinella.
[53] _Tesoro politico_, tom. I. p. 317; CONTI, _Storia de’ suoi tempi_, lib. II. 37.
[54] Dei vicerè un solo napoletano, il conte di Santa Severina; come un solo milanese governatore a Milano, il cardinale Teodoro Trivulzio. Ecco i vicerè di Napoli.
1501 Don Gonsalvo di Cordova. 7 Don Giovanni d’Aragona, conte di Ripacorsa. 9 Don Ramon di Cardona. 22 Carlo di Lannoy. 27 Don Ugo di Moncada. 28 Filiberto di Châlons, principe d’Orange. 29 Cardinale Pompeo Colonna. 32 Don Pedro Alvarez di Toledo. 53 Cardinale Pacheco. 55 Ferdinando di Toledo, duca d’Alba. 59 Don Perafan di Rivera, duca d’Alcala. 71 Cardinale Granuela. 75 Don Inigo Lopez Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar. 79 Don Giovanni di Zuniga, principe di Pietraporsia. 82 Don Pedro Giron, duca d’Ossuna. 86 Don Giovanni di Zuniga, conte di Miranda. 95 Don Enrico di Guzman, conte d’Olivarez. 99 Don Ferrante Ruiz di Castro, conte di Lemos. 1603 Don Giovanni Pimentel d’Herrera. 10 Don Pedro di Castro, conte di Lemos. 18 Don Pedro Tellez y Giron duca d’Osanna. 21 Cardinale Borgia di Candia. Cardinale Zapata. 22 Don Antonio di Toledo, duca d’Alba. 29 Don Ferrante Afan di Ribera, duca d’Alcala. 31 Don Emanuele di Guzman, marchese di Monterey. 37 Don Ramiro Guzman, duca di Medina las Torres. 44 Don Giovanni di Cabrera, ammiraglio di Castiglia. 46 Don Rodrigo Ponce di Leon, duca d’Arcos. 48 Don Inigo Velez, conte d’Ognate. 53 Don Garcia di Haro, conte di Castrillo. 59 Don Gaspare Bragamonte Guzman, conte di Pegnaranda. 64 Don Pasquale cardinale d’Aragona. 66 Don Pedro Antonio d’Aragona. 72 Don Antonio d’Alvarez, marchese d’Astorga. 75 Don Ferrante Fajardo, marchese di Los Velez. 83 Don Gaspare di Haro, marchese del Carpio. 87 Don Francesco Benavides, conte di Santo Stefano. 96 Don Luigi della Cerda, duca di Medina Cœli.
[55] È caratteristico il bando pubblicato dal vicerè in Palermo il 28 maggio 1621: — Convenendo al servizio di sua maestà cumulare et ammassare quella maggior somma di denaro che si può dal suo real patrimonio, per soccorrere et subvenire alle urgentissime necessità che soprastano, ed alla conservazione degli Stati e dominj di sua maestà e sua real corona, per esecuzione di ordine dato per sue reali e duplicate lettere a sua eccellenza dirette, colla deliberatione, voto e consiglio del tribunale del real patrimonio, ha deliberato vendere ed alienare, cossì a tutti passati, come per termino ad redimendum, ogni giurisditione di mero e misto imperio, alta e bassa, cum gladii potestate, a tutte quelle città et università e terre del regno che la vorranno comprare; nec non vendersi a tutti e qualsivoglia signori, baroni di vassalli, feudatarj e pezzi di territorj e burgensatici etiam che dette baronie, feudi, territorj e burgensatici fossero posti e siti dentro o fora di territorj e giurisditione di università; pretende sua eccellenza vendere a tutti passati tutte quelle giurisditioni di mero e misto imperio, venditi et alienati cum certa gratia redimendi, a tutti passati absque spe redimendi; e questo per quella maggiore somma e prezzo che potrà convenire, cossì de’ contanti, come ad tempus. Per tanto in virtù del presente bando si notifica a tutte e qualsivoglia persone, officiali di università, signori, padroni di stati, di terra et habitatione, baroni e feudatarj, e qualsivoglia padroni di territorj e burgensatici, che volessero attendere alla compra del mero e misto imperio in larga forma di dette università, loro territorj, e di detti stati, baronali e feudi e loro territorii e di detti stati, baronie, feudi e loro territorj, e delli sudetti burgensatici e territorj, e che sieno situate nelli territorj delle città demaniali o di altri, habbiano e debbiano comparire nel tribunale del real patrimonio con loro memoriali oblatorj, che si accetteranno le offerte proficue al servitio di sua maestà, e che il prezzo sia parte di contanti e parte ad tempus. E di più si notifica a tutti officiali di università, e signori padroni di vassalli, feudatarj et altri, che avessero comprato mero e misto imperio con certa gratia redimendi, che vedendo quella comprare con loro memoriali oblatorj, che si accetterà l’offerta che sarà parimenti proficua per il servizio di sua maestà e della forma e maniera di sopra espressate. _Promulgetur: Corsettus F. P. — Billia Attuarius_».
[56] Opera capitale è CAMILLO TUTINI, _Dell’origine e fondazione dei seggi di Napoli_. 1644.
[57] Carteggio del residente del duca d’Urbino. In una grida, spesso ripetuta con qualche varietà, leggiamo: — Essendo pervenuto a nostra notizia che, per l’avidità di alcune persone poderose ed ingordigia dei venditori, il prezzo dei grani ed orzi si è alterato dal tempo della raccolta in qua a prezzi eccessivi, in grandissimo danno e pregiudizio dei poveri di tutto il regno, ecc.... e volendo rimediar come si conviene a cosa di tanto pregiudizio del regno, ecc.».
[58] ZAZZERA, _Governo del duca d’Ossuna_. Perciò il Boccalini, nella _Pietra del Paragone politico_, dice che la Spagna «figurata da una potente reina, ha il corpo pieno di sanguisughe, per la maggior parte genovesi; e ve ne sono di quelle grosse come anguille di Comacchio».
[59] Il residente del granduca scriveva al 27 luglio 1606: — Qui si sta senza pane e senza vino, con imposizione di nuove gabelle».
5 settembre 1606: — Qui si contano li homini per quartieri e per le case; e si sta in tanta necessità, che danno cinque tornesi di pane per bocca; e chi ne vuol più, ha da comprarse lo pane fatto fare per forestieri, che è piccolissimo».
23 aprile 1607. — La carestia è per lo Regno tanto grande, che vengono le comunità insieme in Napoli, e vanno gridando per la città pane. Ed è calata tanta poveraglia, che piaccia al Signore che questa città non si appesti, perchè le genti muoiono per le strade».
10 marzo 1609. — Per beneficio di questa città si erano messe gabelle sopra ogni sorta di legno e legnami, e sopra ogni sorta di corami, con mira di vedere di poter rimediare in qualche parte tanto debito. Ma questo popolaccio di Napoli, non potendo comportare questa repentina novità, è stato per farne tumulto».
Francesco Palermo pubblicò nell’_Archivio storico italiano_ una preziosa raccolta di documenti intorno alla condizione economica del Regno dal 1522 al 1647. In lettere del residente in Napoli pel duca d’Urbino leggiamo: 31 dicembre 1611. — Il signor conte (di Lemos) ha con dolce maniera indotti i trattenuti a sottoscriversi di restar contenti di sei mesate del loro soldo, facendo dire che non forza nessuno, ma che mirerà con buon occhio quelli che lo faranno, e gli altri no; e che gli uni saranno nell’avvenire ben pagati, e gli altri male. Così tutti corrono a gara a far quello che sua eccellenza desidera, e vi è chi perde tre o quattromila ducati, che non ha altrettanto al mondo».
17 luglio 1621. — Qua la moneta è tanto scarsa, che ogni mille ducati non sono scudi quattrocento d’argento, per esser moneta piccola, tagliata e falsa: e così non potendo nè avendo modo il creditore dove investire detta moneta, s’induce a calare a sei ed a sei e mezzo per cento».
4 febbrajo 1622. — La confusione e danno incredibile che tuttavia si va augumentando in questa città e in tutto il regno per cagione di queste zanette da cinque grani, infamissime e vituperose, non si può esprimere. Basta solo a dire che è difficilissimo il poter trovare da vivere con questa sorta di moneta, e d’altre non se ne vedono: e se dura niente più, si morranno le genti di necessità, sendo la roba rincarita eccessivamente tutta, e quel che è peggio, non se ne può avere».
[60] Così dice la Relazione elzeviriana che enumera le seguenti torri del littorale:
In Terra di Lavoro 32 Nel Principato citeriore 69 Nella Basilicata 7 Nella Calabria citeriore 27 Nella Calabria ulteriore 50 In Terra d’Otranto 65 In Terra di Bari 16 Nell’Abruzzo citeriore 7 Nell’Abruzzo ulteriore 6 Nella Capitanata 22
Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma la rendita basta appena alle spese.
[61] GIULIO CESARE CAPACCIO, _Il forestiere_. Napoli 1634.
[62] GUERRA e BUCCA, _Diurnali_.
[63] Lib. XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo V, nel 1557 fece al senato veneto (_Relazione d’ambasciadori veneti_, vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova, Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento, ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici. Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente. Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione. Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo, di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati all’anno e trentasei per le tasse.
«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di valorosi soldati.
«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che pari a quelle di Sicilia...
«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per cinquecentomila ducati.
«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’ quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione alcuna.
«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’ Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’ signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato; ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra tutti per non andare ecc.».
Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al 1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli, che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia. La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’ Francesi...
«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.
«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna, si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici, e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere per le fortezze e per la campagna è impossibile...
«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’ Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna, ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze, e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti, nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura, non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.
«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».
[64] Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’_Histoire des mathématiques_, vol. IV. p. 151, asserisce che _il est difficile de ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!_