Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 41
— Tratta sua eccellenza le ciurme di queste sue galere, come quello che n’ha poche, eccellentemente; dando, oltre le minestre, nei giorni ordinarj trentasei oncie di pane per cadauno, dove il signor Giovanni Andrea Doria non ne dà più di trenta; per il che il galeotto, oltre il suo bisogno, ha pane che gli avanza, il quale può vendere a chi più gli piace, e delli denari comprarsi delle altre cose; e comprano per lo più il vino, il quale in quelle parti si ha per bonissimo mercato, tanto che rari sono quelli che bevano mai acqua. Oltre questi, hanno quasi tutti essi forzati anco delli altri denari; perchè, quando non sono impediti dal navigare, fanno quasi tutti qualche mestiero, e tra gli altri calzette di riguardo, delle quali cavano ogni anno molti denari: e nell’ultima andata a Nizza di sua eccellenza non fu alcuna di quelle sue galere che non vendesse calzette alli cortigiani per centoventi o centocinquanta scudi d’oro almeno per cadauno.
«Oltre ai sessanta marinari, suole mettervi sino a ottanta o cento combattenti; e a questi fa portare due archibugi per uno, con cinquanta cariche, acconciate in modo con la polvere e palla insieme ben legate in una carta, che, subito scaricato l’archibugio, non ci è altro che fare, per caricarlo di nuovo, che mettere in una sola volta quella carta dentro la canna con prestezza incredibile, e ciò in tempo di bisogno fa fare da uno delli forzati, avvezzato a questo, per ogni banco; onde, mentre che il soldato attende a scaricar l’uno l’archibugio, il forzato gli ha già caricato e preparato l’altro, di maniera che, senza alcuna intermissione di tempo, vengono a piovere l’archibugiate con molto danno dell’inimico e utile suo...
«Sempre negozia in piedi o camminando; sta pochissimo in letto; parla poche parole, ma piene di sugo. È tutto nervo con poca carne, ed ha negli occhi ed in tutti i movimenti del corpo una grazia, che quasi eccede l’umanità; in tutte le sue azioni ha una gravità meravigliosa e grandezza, e veramente par nato a signoreggiare; parla italiano, francese, spagnuolo, tedesco e fiammingo, sì che par nato in mezzo a loro. Accetta di sua mano tutte le suppliche, volendo che la giustizia si distribuisca sì al povero che al ricco; fa grandissima professione della sua parola; invece di gentiluomini di bocca e di camera non si serve che di cavalieri di san Maurizio, per indurre i nobili ad entrarvi. A tavola si fa leggere sommarj di storie, delle quali si diletta moltissimo; poi si ritira a lavorar d’artiglierie, di modelli di fortezze, di fuochi artificiali con bravi artefici che trattiene; ha gusto di conversare con uomini dotti in qualsivoglia professione, e ragiona sempre con loro. Nella Germania è stimato tedesco per essere della casa di Sassonia; da’ Portoghesi, portoghese per sua madre; tra’ Francesi, francese per i parentadi vecchi e nuovi; ma lui è italiano, e vuole essere tenuto per tale».
[30] Il Boldù, ambasciatore veneto, scriveva il 1561: — Vi sono più cause di alterazioni e divisioni fra i sudditi di sua altezza, come l’antica causa guelfa e ghibellina che ancora in qualche parte regna; d’una delle quali è capo il signor di Racconigi, che è la guelfa; e della ghibellina il signor di Masino; dai quali due personaggi però si può dire che dipendano quasi tutti i gentiluomini di Piemonte. Nell’entrata che fece sua altezza a Mondovì furono per tagliarsi a pezzi duemila uomini delle ordinanze per questa causa».
E il Morosini: — I suoi popoli non sanno industriarsi ad altro servizio che di lavorar le terre, e lo dimostrano molto bene le case loro, nelle quali non si vede tanta roba che vaglia quattro denari: ma parlo degli uomini del contado e del popolo ancora, perciocchè neppure hanno letti sui quali dormire, ma in cambio di quelli usano certi sacconi pieni di foglie d’alberi, godendosi il mondo appunto in quel modo, nel quale lo trovarono quando ci vennero. I Piemontesi nascono buoni soldati, ma non si curano nè d’arti di commercio ad imitazione dei nobili, e lasciano che i forestieri s’arricchiscano; non hanno altro pensiero che di attendere a mangiare, a bere ed ai piaceri; e credami vostra sublimità, che non v’è artefice tanto basso che non vuol mangiare salvaticine e darsi piacere. Il duca impiega ogni opera per risvegliarli, ma con poco profitto. Li popoli che abitano la Savoja sono timidi e vili, non si danno ad alcuno esercizio, nè tampoco a quello delle armi; e fecero vedere questa poca inclinazione allorquando il signor duca ordinò una milizia per la quale avendo speso più di seimila scudi in armi, in poco tempo ritrovorno che de’ morioni e corsaletti se n’erano serviti in far delle pignatte e degli spiedi. Li nobili e feudatarj (della Savoja) sono superbi, altieri e poco migliori della plebe».
[31] Nella abolizione degli stati Emanuele Tesauro riponeva la causa delle guerre civili di Piemonte nel seicento: — Nei tempi andati quando i Sovrani di Savoja erano meno potenti, ed i popoli erano più liberi, sentendo ancora qualche odor di repubblica, signoreggiava nella Savoja e nel Piemonte un potentissimo ed ai suoi monarchi formidabilissimo tribunale chiamato la unione delli tre stati, ecclesiastico, nobile e popolare, il quale usurpando una suprema ed illimitata autorità, chiamava se stesso padre e tutore del principe, anzi principe nato a distinzione del succeduto. Questi, allora che moriva il sovrano, traeva a se medesimo tutta la sovrana potestà, ordinava la repubblica, giudicava delle tutele e delle successioni contenziose tra dimestici o stranieri pretensori del principato e ducato. Anzi facendo il pedagogo sopra il principe adulto, censurava le sue azioni, esaminava le risoluzioni della guerra e della pace, rifiutava o limitava le dimande delle contribuzioni, opponeva ragioni alle ragioni, e talvolta forza alla forza, non avendo allora il principe altro erario che la libera volontà degli Stati, nè altre armi che le armi loro. Onde non è meraviglia se in alcuni regni la baldanza degli altri Stati sia giunta a segno di mettere le mani sopra il suo re. Ma questo tribunale, dopo che i principi di Savoja sono divenuti più forti e perciò più liberi, altrettanto ha perduto di forza e di libertà, ed a poco a poco abbassato, finalmente fu estinto. Chi volesse parlare oggidì di rinnovare il tribunale dei tre stati, sarebbe reputato reo di maestà. Parlo dei tre stati formati, e non materiali, uniti in un corpo con piena e libera autorità giudiciale, e non partitamente richiesti dei loro voti, che sogliono darsi a genio del più forte». _Origine delle guerre civili del Piemonte in seguito dei campeggiamenti del principe Tommaso di Savoja, descritti dal conte e cavaliere gran croce don Emanuele Tesauro, che serve per apologia contro Henrico Spondano_. In Colonia 1673, appresso Giacomo Pindo, pag. 12-13.
[32] Il suo inviato alla credenza generale di Lanzo, nell’aumentare il prezzo del sale, ragionava: — Sua altezza non la ricerca per altro, salvo per poter rimediare alle fortificazioni, monizioni, artiglierie, ed altre cose in conservazione del Stato e suoi sudditi, e _tanto più_ che per questa via resterà meno gravato il populo, poichè vi concorrono preti, frati, signori, monache ed altri privilegiati».
[33] — Dovendosi partire sua eccellenza (Emanuele Filiberto) la mattina seguente per andare all’esercito (sotto Hesdin in Fiandra), fu veduto, nell’imbrunire della sera innanzi, uscir dal palazzo con un servitore solo, quanto incognito si poteva; onde ognuno che lo vide e intese ciò, giudicò, come giovane che egli era e a cui non spiacevano le donne, ch’egli andasse a pigliar licenza da qualche sua innamorata. Niente di manco si seppe di certo poi, che sua eccellenza andò al monastero di San Paolo, dove essendo stato tutta la notte, si confessò, e la mattina seguente, comunicato che si ebbe, e raccomandatosi a Dio, s’avviò di lungo al carico suo del generalato dell’esercito». BOLDÙ.
* E l’ambasciatore veneto, al 21 gennajo 1599, scriveva alla sua repubblica: «Il signor duca è andato nove giorni continui alla Madonna di Mondovì, trattenendosi ivi dalla mattina assai per tempo fin quasi la sera, replicandovi, com’è costume, ogni dì nove volte l’orazione efficacissimamente. La quale non si discerne se sia o per dar grazia dell’essere uscito dai passati pericoli, o se per fine abbia pur solamente la dimanda di restar salvo da’ futuri».
[34] Che nelle nozze si stipulasse che il primo figlio erediterebbe il Milanese col titolo di re di Lombardia, lo credo un sogno del Litta nelle _Famiglie celebri_. Nel capitolato per l’elezione di Leopoldo I, il duca di Savoja si fece confermare il titolo di vicario imperiale.
[35] Secondo il divisato d’allora, per l’esercito comune contro i Turchi avrebbero dovuto dare:
fanti cavalli cannoni vascelli Il papa 8000 1200 10 10 Lombardia 8000 1500 8 6 Venezia 10000 1200 10 25 Repubblica italiana 10000 1200 10 8
[36] Nel 1607 il duca di Savoja sbrigò e ottenne dall’imperatore d’andar ambasciadore straordinario a Venezia per la pace che trattavasi con Paolo V. Tre ragioni adduceva di questo desiderio: 1º perchè, se la guerra divampasse, egli sarebbe il primo a sentirne i danni; 2º perchè voleva distruggere l’opinione che godeva d’irrequieto e smanioso della guerra; 3º perchè l’imperatore, il quale parlava di sposare la sua figlia, vedesse che l’ambizione non era il suo vizio. Il Senato avea stabilito che sessanta senatori col doge andrebbero incontrarlo all’isola di San Clemente, ma il doge non uscirebbe dal bucintoro; sessanta senatori lo condurrebbero all’udienza, ma il doge lo porrebbe alla sinistra, e gli darebbe solo il titolo d’eccellenza. Per manco di denaro o perchè non soddisfatto degli onori che la repubblica gli destinava, l’ambasciata non ebbe luogo. Suo figlio Tommaso fu pure incaricato di altre che guastò colle pretensioni. Vedi VICQUEFORT, _L’ambassadeur et ses fonctions_. Colonia 1690.
[37] Vinciolo Vincioli aveva già preparato una canzone sull’impresa di Ginevra, e fu pubblicata benchè riuscisse a male.
Sola speme d’Italia e primo onore D’Europa, alto stupor del secol nostro, Saggio invitto guerrier, folgore e scoglio Di Marte, che di senno e di valore Sei dei principi altero e raro mostro, Che in verde etade hai mostro D’esser nato a domar l’antico orgoglio Del barbaro vicino, e di quegli empj Che, fuggendo il tuo scettro, ebber ardire Fabbricar nuova fede e nuova legge...
Così dic’egli a Carlo Emanuele; lo felicita d’aver vinto l’empio Bretone, il Gallo audace, l’invido Germano; e che Dio avesse «percosso di sua mano l’alto tiranno che regnava tra l’Alpe e tra Pirene», cioè Enrico IV; e così via bestemmia tutti i popoli miscredenti.
Or chi fia più che guerreggiare ardisca Teco, signor, se in tua difesa hai l’ira Di Dio, che al fondo i tuoi nemici ha messo? Credo che in ciel s’ordisca Che debban l’arme tue con breve guerra Vincer tutta la terra, La qual vinta che sia, dall’Indo a Tile Sarà solo un pastor, solo un ovile.
Intanto lo sollecita contro Ginevra:
Nè gioveralle il lago e la palude, Nè i fiumi che difendon l’alte mura: Già da lontan s’ascolta Il pianto e ’l grido dell’afflitte genti E lo strido e i lamenti, E già veder il Rodano mi pare Portar il sangue invece d’acque al mare... Fa la pace fiorir di qua dall’Alpe, Mentre di là fera discordia ogn’ora Tiene in travaglio i popoli, che sono Verso Dio divenuti aspidi e talpe.
Poi nel trattato di Bruzolo del 1610 il duca combinava una nuova lega con Enrico IV, stabilendo di ottenere il Milanese dopo conquistatolo, a patto di cedere a questo la Savoja, distruggere il forte di Monmeliano, e consegnargli due fortezze del Milanese. Protezione disinteressata!
[38] Il maresciallo di Crequi scrive a Luigi XIII: _Le duc de Savoie accuse monsieur le connétable de n’avoir pas voulu laisser prendre la ville de Gênes parce qu’il entretenait des intelligences secrètes avec les principaux magistrats. Je ne dissimulerai point à votre majesté que nous pouvions prendre Gênes, mais on n’a pas cru que le service de votre majesté le permit. Monsieur le duc de Savoie se serait mis en possession de la ville, et aurait voulu la garder pour lui. Si votre majesté veut entreprendre une guerre avantageuse en Italie, envoyez-y, sire, sous la conduite d’un de vos bons généraux, une armée nombreuse et supérieure à celle de Savoie, de manière que vous puissiez faire la loi à monsieur le duc, et qu’il ne prétende pas disposer de tout à sa fantaisie_.
Su quest’età spargono moltissima luce le lettere del D’Ossat, oscuro francese, assunto alla porpora pei proprj meriti, massime per la ribenedizione d’Enrico IV. Era stato segretario del cardinale d’Este nel 1582, poi direttore dell’ambasciata francese, infine ambasciadore a Firenze, a Venezia, a Roma, Amelot de la Houssaie, noto pubblicista, corredò quelle lettere di note, che anch’esse illustrano la condizione del nostro paese e i personaggi che vi figurarono.
D’Ossat, nemicissimo al duca di Savoja, gli suppone i disegni più ribaldi. Nella lettera CCXXXII avvisa Enrico IV de’ disegni di esso contro di lui, e soggiunge: _J’ai horreur de vous ajouter une autre chose, que gens de qualité m’ont dit qu’il attend avec plus de désir et d’espérance que tout cela; mais je ne dois et ne puis vous faire plus longuement. C’est le succès et événement des embuches et assassinats qu’il a dressés et apostés en diverses façons contre la vie de votre majesté, dont Dieu vous préservera, et le confondra lui, comme il mérite, moyennant la précaution, dont votre majesté et vos serviteurs useront. Ces choses ne se disent pas par tenans et aboutissans; mais le naturel et la façon de procéder de l’homme les rendent trop vraisemblables, et méritent que votre majesté et tous ses serviteurs y prennent garde_. E nella seguente: _Monsieur de Savoie vous a meshui fait assez connaître, qu’il n’a point de conscience, ni de crainte de Dieu, et moins soin de son honneur et réputatation, ni aucune vergogne des hommes_.
Interrogato dal papa del suo parere sulla guerra tra Francia e Savoja nel 1600, insiste perchè il papa ne levi l’occasione col far che il duca restituisca Saluzzo, paese dovuto alla Francia, e necessario all’equilibrio d’Italia, dove altrimenti rimane despota la Spagna. Divisando i caratteri de’ combattenti dice: _Monsieur de Savoie est de telle complexion qu’il veut prendre l’autrui et sur plus grands qu’il n’est, et ne veut point rendre; veut encore contracter et faire des accords, promettre, signer, confirmer et reconfirmer, et ne point tenir, ne rien exécuter, prenant pour galanterie de violer la foi... Avec tout cela il pense de se mantenir en cette façon de procéder par son bel esprit, fertil en toutes sortes d’inventions et de déguisements, et par les forces d’Espagne, et par l’autorité de votre sainteté, sachant le respect que le roi vous porte, et l’extrême désir que vous avez de conserver la paix_.
All’acquisto di Saluzzo erano contrarj tutti i principi d’Italia, e offrivano denari perchè Enrico rompesse il patto; D’Ossat lo considera sempre come un’usurpazione, e non sa darsene pace; e rammenta al re come, lasciandolo al duca, _perdrait beaucoup la réputation, qui est celle par laquelle les rois et princes se maintiennent bien plus souvent que par toutes leurs forces et moyens_. Ben sel sapeva il duca, il quale diceva: la reputazione esser la pupilla del principato».
Amelot de la Houssaie, nelle note alla lettera LVII del D’Ossat, dice di Carlo Emanuele: _Ce due était si ambitieux, si entreprenant et si déloyal, que l’on se défiait autant de lui quand il avait de bonnes intentions que lorsqu’il en avait de mauvaises. Tous les historiens de son temps ont loué hautement sa valeur militaire, son intrépidité, sa liberalité, sa pénétration, son expérience, mais ils l’ont tous accusé d’avoir été sans foi_. — Siri, nelle Memorie secrete, VII: «Principe per vastità d’ingegno e per intrepidità di cuore incapace di sgomento; de’ maggiori che habbino regnato lungo tempo avanti di lui; fregiato d’eccelse virtù e imbrattato di molti vizj, che lo resero notato nel mondo per turbolento, ambiziosissimo, infido, ecc. — Il cardinale Bentivoglio nelle _Memorie_: «Queste sì rare virtù venivano sommamente oscurate dall’ambizione, la quale regnava in lui con tal eccesso, che portandolo continuamente a torbidi, vasti, e per lo più fallaci disegni, faceva ch’egli, invece di misurarsi con la misura sua propria, usasse molto più quella dei re, alle cui prerogative non potendo soffrir di cedere, come principe di tanta eminenza anch’egli, e d’una casa tutta mista di sangue regio ancor essa; perciò cercava sempre inquietamente con tutti i mezzi di rendere alle grandezze loro, quanto più poteva, uguali le sue». — E il procuratore Battista Nani dice che questo duca «al solo interesse immobilmente indirizzò le sue azioni».
[39] Un fatto particolare mostri la natura delle relazioni internazionali. È noto che l’Inghilterra si era sottratta al papa e al cattolicismo. A Roberto Dudley, duca di Northumberland, erano stati dal re d’Inghilterra sequestrati i feudi; ed egli si volse all’imperatore, volendo ancora considerarlo come signor sovrano quale nel medioevo, e questo emanò una bolla, ove cassava la confisca. Tale bolla fu confermata dal papa, il quale al vicario generale dell’arcivescovo di Firenze commise di procedere e giudicare la causa fra il duca e il re. E il vicario sentenziò doversi il duca reintegrar nelle sue ragioni e risarcirlo con otto milioni ducentomila sterline; sentenza della quale poteasi eseguire la disposizione sopra qualunque Inglese non cattolico per via d’arresti, esecuzioni, sequestri (1626). Ma per eseguirla voleasi la forza; e Dudley non sentendosela, divisò di vendere quel titolo ad alcun potente, che se ne valesse in occasione di guerra. La offrì dunque al duca di Savoja, il quale peritossi alquanto, poi stimò più prudente informarne il re d’Inghilterra, avvertendolo tenersi in guardia, che non avvenisse come sotto Urbano VIII, quando ai sudditi inglesi fu nociuto assai con sequestri di gran valore. SCLOPIS, _Relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo britannico_. 1853.
[40] Nel 1615, 5 giugno, si fece un concordato tra il fôro ecclesiastico milanese e il secolare, diviso in quindici capi.
[41] PIETRO GRITTI, _Relazione di Spagna, letta al senato di Venezia l’ottobre_ 1620.
[42] TASSONI, nelle _Filippiche_.
[43] Il lotto, detto del Seminario, pare fosse introdotto a Genova al principio del secolo XVI: speculazione privata, che andava a usufruttare la credula avidità anche in altri paesi. I principi di Savoja lo proibirono, ma per fiscalità, anzichè per intento morale; e Carlo Emanuele II, che v’avea sin comminata la galera per cinque anni e la confisca nel 1655, nel 1674 permetteva a Cesare Chiapissone d’introdurlo ne’ suoi Stati, col solo aggravio di cinque doti da cento lire da distribuirsi a povere fanciulle. Nel 1696 appaltavasi per lire settemila cinquecento.
[44] CAVAZIO DELLA SOMAGLIA, _Alleggiamento dello Stato di Milano_. 1653.
[45] Filippo II di Spagna in dote a sua figlia, sposata al duca di Savoja, diede di percepire all’anno sessantamila ducati dalle rendite del Milanese, e ottomila da quelle di Napoli.
[46] Erano feudatarj, i Visconti a Gallarate, a Dairago, a Pontirolo, a Binasco, a Olgiate Olona, Ossona, Canonica; a Busto i Marliano; a Landriano i Taverna; gli Arconati a Dairago; i Fossati a Nerviano; i Castelli a Parabiago; i Missaglia a Seregno; i Bigli a Saronno; i Gallarati a Concesa; i Mariani a Mariano; i Pietrasanta a Galliano e Paderno; i Cusani a Chignolo; i Branda a Castiglione, ad Appiano e nel Varesotto; i Trivulzi a Settala; i Medici a Melegnano; i Biumi a Binasco; i Crivelli ad Agliate; i Sirtori a Torrevilla; i Brebbia a Barzago; gli Airoldi a Lecco; gli Sfondrati e i Dal Verme a Nibionno; i Durini a Monza; gli Archinti a Ficino; i Visconti Sforza a Caravaggio; i Monti nella Valsassina; gli Aresi a Osnago, a Meda e Barlassina; i Borromei a Valcuvia, a Brebbia, a Robecco, ad Arcisate, nell’Alessandrino, sul lago Maggiore; e così nel Pavese i Mandelli, i Beccaria, i Belgiojoso, gl’Isimbardi, i Gattinara; nel Cremonese i Melzi, i Del Mayno, gli Schinchinelli, i Rosales, gli Schizzi, gli Affaitati, i Salazar, gli Stampa; nell’Alessandrino gli Spinola, i Trotti, gli Stampa, i Bonelli, i Pallavicini di Genova; nel Tortonese i Cavalchino, i Marini, gli Spigno; nel Comasco i Gallio duchi d’Alvito, i Crivelli, gli Alberti, i Lambertenghi, i Riviera; nel Novarese i Tornielli, i Bolognini, i Caccia, i Serbelloni, i Trivulzi, i Modroni, i Somaglia, i Masserati...
[47] Gregorio Leti ha una romanzesca vita dell’Arese, e tra altre cose narra che un suo cameriere accumulò un tesoro col farsi dar dieci soldi da ciascuno che presentasse un memoriale pel presidente. Il Leti apre essa vita con queste frasi: — Ah! fia possibile che sia morto l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarti di simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata Parca, se sei sì ingorda e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, frale, arida ed arsiccia, posciachè colla tua falce non hai potuto recidere quello stelo che fa rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese... Se i caratteri non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo».
[48] Il duca di Rohan, verso il 1600, dice di Milano: _Sous cet Etat et celui de Naples, les gentilshommes ne sont point marchands, comme par tout le reste de l’Italie, et son fort somptueux en riches habillements et pour eux et pour leurs chevaux; appliquent toute leur industrie à faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont rendus excellents, chacun en leur métier, surtout ceux d’Italie; de façon que qui veut avoir de belles armes, de belle étoffe, de beaux harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan n’en fournit_.
Della cittadella dice che _c’est la plus accomplie que j’aie jamais vu, n’y manquant rien, à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas française._
[49] Varie gride. E vedi i nostri _Ragionamenti sulla storia lombarda nel secolo_ XVII.
[50] «Non avendo sua eccellenza desiderato mai cosa che la quiete e sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritarono per la loro fedeltà e divotione al servigio di sua maestà, e mostrando l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male attioni risulta, non solamente discredito a quelli che si contengono nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti gravi ed enormi, e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal esempio, negligenza, tolleranza, dissimulazione dei capitani...» Grida 4 marzo 1637.
[51] Istoria milanese in latino. All’opposto il Boccalini, nella _Pietra del Paragone politico_, loda i Milanesi «virtuosi italiani, i quali per la mirabile fecondità delli ingegni loro, nati all’invenzione di cose eleganti, da Apollo meritamente vengono chiamati _primogeniti delle lettere_».