Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 40

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A sgombrare i vecchi errori operò grandemente un error nuovo, quali erano i vortici di Cartesio, venuti di moda anche nelle scuole italiane. Alfine prevalse Newton, posando la legge universale della gravitazione, e innovando meccanica, ottica, astronomia. Nessun nome noi abbiamo ad opporvi, ma vantiamo un’intera famiglia d’illustri. Gian Domenico Cassini (1625-1712) di ricca gente nizzarda, allevato dai Gesuiti, s’applicò segretamente all’astrologia, la quale lo invogliò dell’astronomia; a venticinque anni già la leggeva in Bologna, succeduto al Cavalieri, e gran lode ottenne, qualunque erroneo, il suo esame della cometa del 1652. Risolse il problema fallito a Keplero e Bouillaud, «dati due intervalli fra il luogo vero e il medio d’un pianeta, determinare geometricamente il suo apogeo e l’eccentricità»; determinò la rotazione di varj pianeti mediante le macchie, e nel 1668 diede effemeridi de’ satelliti di giove, mirabili pel tempo. Compivasi così la scoperta di Galileo; i naviganti aveano un modo di conoscere le longitudini; e lo spettacolo d’un altro sistema planetario che in piccolo rappresenta il nostro, confermava l’insegnamento di Pitagora e di Copernico, offrendo una riprova delle leggi che eransi assegnate ai movimenti della terra. Cassini migliorò le tavole di rifrazione; costruì la meridiana in San Petronio a Bologna, un de’ più grandi stromenti, mercè del quale precisare la legge degli spostamenti diurni del sole. Al quale problema applicossi il Cassini per verificare un punto fondamentale della teorica di Keplero, cioè che si rallenti la terra quand’è più discosta dal sole, e s’acceleri quando vicina; e vi riuscì. Accertò parimente la importantissima legge delle rifrazioni, indicata già da Tycho; ma mentre questi credeva cessasse dacchè l’astro saliva più di 45 gradi sopra l’orizzonte, Cassini mostrò che altezza nessuna rompeva quella legge. Così fu l’astronomia ridotta capace di misure delicatissime, e parvero un miracolo le sue tavole del sole, che alla secentista intitolò _Oracolo d’Apollo_: fece conoscere la librazione della luna: trovò o perfezionò il modo di calcolare per tutti i paesi gli eclissi solari mediante le projezioni dell’ombra della luna sul disco della terra, e di dedurne le longitudini terrestri.

Per determinare i confini tra la Toscana e lo Stato pontifizio, col Viviani studiò il corso del Po e della Chiana, le giaciture degli Appennini e le conchiglie fossili che vi si trovano. Il papa in benemerenza lo nominò ispettore delle acque; l’Accademia delle scienze francese l’ebbe corrispondente; poi chiamato da Luigi XIV, fu in Francia naturalizzato. Ivi con Picard promosse il viaggio a Cayenne per osservare la parallasse di marte e la solare, che si trovò appunto di dieci secondi, com’egli aveva congetturato.

Egli intanto meditava sulla luce zodiacale, indicata fuggevolmente da Keplero; e stabilì che il sole sia circondato d’una specie di nebulosa, prolungata nel senso del suo equatore fin di là da venere. Dacchè Huygens ebbe scoperto il primo satellite di saturno, quattro altri egli ne osservò, non accorgendosi dei due che poi ad Herschel si offersero nel 1789, e dell’ottavo scoperto nel 1848 da Lassen. E sebbene veruna capitale scoperta egli facesse, la natura delle sue ne popolarizzò il nome per modo, che molti lo tennero quasi creatore dell’astronomia in Francia, tutti per uno de’ migliori ornamenti del regno del gran Luigi.

Il genio per l’astronomia parve ereditario in sua casa; e Giacomo suo figlio (1677-1756), aggregato di diciassette anni all’Accademia delle scienze e di diciannove alla Reale di Londra, girò l’Europa, poi reduce coadjuvò il padre nel prolungare la famosa meridiana dell’Osservatorio di Parigi, cominciata da Picard nel 1669, ed ora spinta fino al Rossiglione e a Dunkerque. Più esatte misure de’ meridiani si ottennero dal viaggio ai poli; e allora Cesare Francesco Cassini corresse i lavori del padre, e recò il meridiano ad esattezza sufficiente per divenire base della grande operazione geometrica, alla quale tre generazioni di quella famiglia aveano faticato.

FINE DEL TOMO UNDECIMO

INDICE

LIBRO DECIMOQUARTO

CAPITOLO CXLIX. Quadro politico. Sisto V. Sistemazione civile ed ecclesiastica di Roma _Pag_. 1 CL. Savoja. Emanuele Filiberto. Carlo Emanuele. Genova. Congiura del Vachero » 50 CLI. Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie » 77 CLII. Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del Bedmar. Masaniello » 136 CLIII. Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il Mazarino » 190 CLIV. Toscana » 229 CLV. Condizione materiale e morale. Opinioni. Ingegni eterocliti » 257 CLVI. Belle arti » 350 CLVII. Letteratura » 384 CLVIII. Scienze morali e filosofiche. Economia. Storia » 455 CLIX. Scienze naturali e matematiche » 531

NOTE:

[1] Nel carteggio del residente veneto a Roma, sotto il 18 dicembre 1569 leggesi che il papa disse al cardinal di Gàmbara che «sa che la repubblica di Venezia è principe libero, e che non ha superiori, e che è il sustentamento della libertà e della gloria d’Italia, la quale, se non fusse il petto di quella serenissima repubblica, sarìa già molto tempo in preda delli oltramontani: e che voleva farli sapere una cosa in gran secreto, che non aveva mai più detta a niuno; che tutti gli altri principi dal maggiore al minore hanno in odio la serenità vostra e ne dicono male, e che ognuno si risente che la serenità vostra non stima niuno, e che non cerca di gratificarsi niuno. Il cardinale ha detto che non è da meravigliarsi di questo, perchè li principi non amano l’un l’altro se non quanto importa il suo conto, e che li italiani non amano la serenità vostra per invidia, e li oltramontani perchè li impedisce li suoi disegni in Italia».

[2] Secondo note del doge Matteo Senarega, esistenti nella biblioteca della Università ligure, Genova nel 1597 contava 61,131 abitanti, di cui 2319 poveri soccorsi dal pubblico, 589 preti o frati, 1278 monache, 28,740 soldati, non contando la milizia forestiera: la rendita era di lire 428,264; le spese di lire 383,172 del bilancio dello Stato; 32,000 del bilancio del Comune; 164,873 di quel delle galee; 198,595 di quel di Corsica. Negli stessi archivj è il catalogo delle sostanze delle famiglie genovesi nel 1636, in occasione che vi fu imposta la tassa dell’un per cento; ove se ne contano quattordici che aveano fra 1,012,777 lire e 3,928,333.

[3] _De principatibus Italiæ_, 1628, nella raccolta elzeviriana delle _Repubbliche_.

Nell’archivio Mediceo, fra le _Carte strozziane_, filza 320, è un manoscritto anonimo col titolo _Relazione delle entrate, spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italia_, che sembra appartenere alla prima parte del secolo XVII. Secondo quello, lo Stato pontifizio in guerra traeva

Dall’Umbria fanti 10,000 cavalli 3000 dalla Romagna » 20,000 » 4000 dalla Marca (bravi ed armigeri) » 15,000 » 2000 da Bologna e Ferrara » 25,000 » 6000 —————— ————— in tutto fanti 70,000 cavalli 15,000

e sul mare cinque galere, ma poteva armarne otto.

Nel 1675 Gregorio Leti (vol. II dell’_Italia regnante_) attribuiva allo Stato papale la rendita di tre milioni di scudi; e numerando le forze delle diverse provincie e le artiglierie delle fortezze, presentava queste cifre:

Uomini atti alle armi 400,000 Presidj, tra fanti e cavalli 4,000 Esercitati alle armi e sempre in pronto per la guerra, ma a casa e non retribuiti che di alcuni privilegi 80,000 fanti, 3500 cavalli De’ quali può armare senz’aggravio de’ sudditi e pagare in guerra, oltre i presidj 30,000 » 3000 »

Oltre le armi di questi esercitati 83,500, n’erano nelle fortezze di Ferrara, Bologna, Castel Sant’Angelo, in Vaticano, Ancona e Ravenna per 60,000 uomini, e munizioni in gran copia. Le armi si fabbricavano nello Stato, e specialmente a Tivoli. Alessandro VII aveva messa e dotata una fabbrica. In Civitavecchia, oltre munizioni molte, stavano dodici galere ben armate. «Con tutto ciò (diceva il Leti) bisogna essere buon principe, e non semplice prete, perchè dalla qualità del petto e dal valore del papa dipende la prima forza dello Stato».

Raccogliendo quanto partitamente aveva scritto dei principi d’Italia, esso Leti dava alla penisola, assai meno popolosa d’oggidì,

Uomini atti alle armi 1,972,000 In servizio e obbligo di guerra 369,000 fanti, 32,200 cavalli Guarnigione o presidj a piedi e a cavallo 27,400 Milizie che possono assoldarsi senz’aggravio de’ sudditi sulla somma di 401,700 149,500 » 16,000 »

In mare cento galere, e quattordici navi a vela ben armate.

[4] _Testamento politico_.

[5] Comuni a tutte le Corti erano i gran donativi, e ogni affare trattavasi col profonderne a tutti quelli che poteano ajutarlo. Voigt, nella _Storia di Prussia_, dice che questo paese nel XIV secolo regalava al papa quattromila ducati d’oro; al cardinale De Fargis nipote di esso, cento doppie (di 17 fr.); venti a quel d’Albano; quattrocentottantasette ducati d’oro e venticinque doppie tra varj altri famigliari; oltre quel che davasi ad avvocati, notaj, staffieri, ecc. Pertanto l’ambasciadore portava sempre gran provvigione di galanterie. Giovanni di Felde, andando a Roma nel 1391, avea seco venticinque tazze d’argento, quindici piatti simili, e moltissimi anelli. Lo stesso Voigt riferisce il dono di dodici apostoli d’oro, fatto dall’ordine Teutonico a Leone X, che poi li vendette; e dà la lista de’ regali fatti in non si sa qual anno del secolo XV per Natale. La riferiamo anche per la curiosità dei prezzi:

1. Per un velluto turchino, al papa ducati 83 2. Per un boccale dorato, al medesimo » 64 3. Per la fodera d’un mantello d’ermellino, al medesimo » 14 4. Per tredici chicchere d’argento, ai camerieri del papa » 117 5. Al protettore dell’Ordine » 110 6. Per confetti dispensati ai cardinali » 70 7. Per confetti agli auditori » 31 8. A due avvocati » 24 9. A due procuratori » 20 10. Al maestro di scuderia del papa » 3 11. Ai guarda-portoni » 30 12. Per un cavallo regalato » 30 13. Una sella per il medesimo » 1 14. Un cavallo ciascuno al protettore dell’Ordine, al cardinale di Novara, al protonotario Ermanno Dwerg; due al priore che suole introdurre le persone al papa.

[6] _Universis et singulis mercatoribus, cujuscumque nationis et professionis vel sectæ, etiam Turcæ, Judæi, vel alii infideles essent, ad civitates, terras, castra et loca Marchiæ anconitana, cum familia ac mercibus ac bonis eorum quibuscumque vel sine illis, veniendi, aut in eis standi, manendi, et negotiandi, ac ab illis pro eorum libito voluntatis abeunii et recedendi etc._ Bolla 21 febbrajo 1547. Vedi il _Viaggio_ di Montaigne, e le Relazioni d’ambasciadori e del Botero.

[7] TONDUZZI, _Storia di Faenza_, p. 605.

BALDASSINI, _Memorie storiche dell’antichissima città di Jesi_. Jesi 1774, p. 256.

SARACINELLI, _Notizie storiche della città d’Ancona_. Roma 1675, II. p. 335.

MARIOTTI, _Memorie storiche civili ed ecclesiastiche della città di Perugia e suo contado_. Perugia 1806, p. 113.

Su tutto ciò vedi RANKE, _Die Fürste und die Völker etc_.

[8] Secondo Gregorio Leti (Vita di Sisto V, part. II. 1. 4), al venire di papa Sisto quest’erano le entrate delle primarie case romane:

Dei Colonna, don Marcantonio gran connestabile del regno di Napoli, duca di Pagliano, principe di Sonnino scudi 120,000 Il duca di Zagarola, principe di Gallicano conte di Zarno » 30,000 Il principe di Palestrina cavaliere del Tosone » 25,000 Degli Orsini don Paolo Giordano, duca di Bracciano, grande di Spagna » 100,000 Don Giovan Antonio, duca di San Gemini, cavaliere del Santo Spirito » 50,000 Don Bertoldo, marchese del Monte San Sorino, conte di Pitigliano » 200,000 Don Latino, principe di Matrice » 12,000 Don Virginio, duca di Gravina, che poi sposò la pronipote di Sisto. » 18,000 Dei Savelli don Federico, principe d’Albo e del sacro romano Impero » 50,000 Il duca di Riccia » 20,000 Il duca di Sermoneta » 20,000 Il duca di Sermoneta della casa Gaetana di Spagna » 50,000 Il duca di Carpineta della casa Conti » 18,000 Don Lottarino Conti, principe di San Gregorio e duca di Palo » 12,000 Don Giorgio Cesarini, duca di Civitanova » 30,000 Il duca Sforza, duca di Segni, principe del sacro romano Impero » 40,000 Don Gregorio Buoncompagni, duca di Sora, marchese di Vignola, conte d’Arpino, nipote di Gregorio XIII » 45,000 Don Antonio Farnese, duca di Farnese » 12,000 Don Angelo Altemps, duca di Gelasi, conte di Soriano » 24,000 Don Federico Cesis, duca d’Acquasparta » 70,000

Inoltre furono trovate fin a cinquanta famiglie con una rendita ciascuna dai cinque sino ai diecimila scudi al più, e sino ai mille almeno. Trovò pure:

monasteri di regolari viventi in povertà 316 monasteri di monache sotto alla povertà 67 monasteri di regolari con rendita 128 la quale per tutti insieme era di scudi 168,300 monasteri di monache con rendita 54 che era » 66,410

[9] AMIANI, _Memorie di Fano_, pag. 609.

[10] LETI, _Vita di Sisto V_, part. II. lib. I. c. 3. Nel carteggio del residente veneto a Roma, oltre moltissimi aneddoti congeneri, si legge di un Diedi di Ravenna che, innamoratosi d’una fanciulla Rasponi, l’ebbe alle sue voglie, poi a sposa. Il fratello di questa, tenendosi ingiuriato, raccolse una sera da cento uomini, ed entrò in città scalando la mura e con fiaccole; ed assalita la casa de’ Diedi, vi trucidò gli sposi, un fratello canonico, sorella e padre del marito, e servi, e fin quello ch’eragli stato spia e guida; poi se n’andò dal regno pontifizio. Al 25 febbraio 1576.

Ivi si parla a dilungo del Piccolomini e de’ suoi: — Ultimamente si messero per forza ad abitare in un palazzo del signor Bonello per far scorta al mietere di alcune possessioni confiscate del Piccolomini; con il qual sono centottanta bravi, che si fanno strada ove lor piace. Et egli, avendosi lasciato crescere li capelli con una ciera horribile, mette gran spavento a tutti, e se ne va errando quando in una, quando in altra parte ecc.». Al 1581.

[11] Carteggio 10 settembre 1585; 16 agosto 1586.

[12] _Le langage du papa est italien sentant son ramage boulognois qui est le pire idiome d’Italie, et puis de sa nature il a la parole mal aysée. C’est un beau vieillard... le plus sain et vigoureux qu’il est possible de désirer... d’une nature douce, peu se passionnant des affaires du monde, grand bâtisseur... Il n’est nulle fille à marier, à laquelle il n’aide pour la loger... Ses réponses sont courtes et résolues, et perd-on temps de combattre sa réponse par nouveaux arguments. En ce qu’il est juste, il se croit; et pour son fil mesure, qu’il aime furieusement; il ne s’ébranle pas contre cette sienne justice. Montaigne._

[13] Vedansi gl’importantissimi dispacci veneti, pubblicati dal Mutinelli. La ciarlatanesca vita scrittane dal Leti è confutata ad ogni passo da quella seria dell’Hübner.

[14] Dispacci veneti del 16 gennajo 1584.

[15] _Bullarium romanum_, tom. II. _Constit. Sisti V_, 56.

[16] Manoscritto Chigi, citato dal RANKE, lib. IV. 2.

[17] Nei quali

la dogana di Roma figura per scudi 182,450 la dogana di Ancona » 15,500 la dogana di Civitavecchia » 1,977 le allumiere della Tolfa » 31,780 i censi di Spagna, Urbino, Ferrara, Parma, e altri feudatarj nel giorno di S. Pietro » 35,500

Fra i titoli che vendevansi erano i cavalieri Piani, del Giglio, dei santi Pietro e Paolo, dello Speron d’oro, Laterani.

In un libro di conti cogl’introiti e spese dello Stato Pontifizio nel 1585, posseduto dal Coppi, le rendite ascendono a scudi 1,318,414; gl’interessi de’ luoghi di monte, cioè del debito importavano scudi 281,968: dedotti i pesi, alla tesoreria avanzavano scudi 449,756. Un altro conto del secondo anno di Sisto V segna le entrate dello Stato papale in scudi 1,599,303.

[18] LETI, part. III. l. V, secondo il quale tali cariche, oltre l’onore, rendevano il sette, il dieci, fin il quattordici per cento. Lo stesso, part. III. l. III, dice: — Quando un papa vuole fa miracoli, e miracoli fece sempre Sisto perchè governò col capo e col petto; ond’è che di lui fu detto che aveva il capo di ferro, il cuore di Marte, il petto di bronzo, la mano d’acciajo, il piede di Mercurio. E benchè dall’Evangelio non ne tirò mai la semplicità della colomba, ne succhiò con tanto più ardore la prudenza del serpente e forse il naturale; poichè non schizzò mai veleno contro alcuno, che non fosse stato prima toccato. Non intraprese mai cosa senza prima maturare i mezzi come dovea fare per sostenerla; e da qui nasce che mai gli venne a vuoto impresa alcuna, che si può dire quasi un miracolo in lui, perchè non formava i disegni alla cieca, ma con cento occhi come Argo; e dopo formati adoprava cento braccia come Briareo per farli riuscire; di modo che con ragione dicevano gli ambasciatori: _Sisto ci dà a tutti guanciate terribili ma con una così gran forza di spirito, che bisogna dire_ Amen _senza lamenti_».

[19] I grossi debiti contratti da Urbano VIII e Innocenzo X fanno credere che quei milioni fossero consumati. Nel marzo 1793 Cacault scriveva alla Convenzione di Francia, che in Castel Sant’Angelo esisteva ancora un milione di scudi del tesoro di Sisto V.

[20] Il Fontana stesso descrisse il _Modo tenuto nel trasportare l’obelisco Vaticano_. Su quell’operazione fu consultato anche Camillo Agrippa milanese, filosofo e matematico, che stampò _Nuove invenzioni sovra il modo di navigare_, ed altre opere; e condusse l’Acqua Vergine sul monte Pincio.

Adamini di Montagnola, compaesano del Fontana, e il francese Montferrand eressero, pochi anni fa, la colonna in onore di Alessandro I a Pietroburgo, che è il maggiore monolito del mondo.

Il fusto solo di essa pesa chilogrammi 293,820 cogli apparati » 423,500 Mentre l’obelisco nudo pesava » 337,000 cogli apparati » 375,922

* Il fatto del villano è messo in dubbio da taluni, ma il Cancellieri nella _Descrizione delle funzioni della settimana santa_, pag. 195, cita ANGELO ROCCA, de Bibl. Vat., 250, _Taja_, _Descrizione del palazzo Vaticano_, 440, e CHATTARD, _Nuova descrizione del Vaticano_, tom. III, p. 20, che dicono quel fatto effigiato sopra la finestra seconda della biblioteca vaticana. Colui fu un bravo marinajo di San Remo, e i Bresca di colà conservano il privilegio di somministrare le palme alla solennità di Roma. Il privilegio dice: _Equidem nos minime latet te ex ea natum familia, ex qua vir extit, qui provido sane consilio, utilique monitu, in Vaticano obelisco efferendo multam diligentemque operam adhibuit, ac propterea a rec. mem. Xisto V prædecessore nostro præcipuum privilegium obtinuit, cujus vi ipse tantum, ejusque posteri, ceteris exclusis, perpetuum jus haberent ferendi Romam palmeos ramos pro pontificio sacello, aliisque urbis templis_. Allorchè Pio VII stava prigioniero in Savona, il dottor Giacomo Bresca, allora investito del privilegio, gli spediva le palme: e quando esso papa ritornava a Roma, il Bresca gli mosse incontro con una schiera di fanciulli, portanti bellissime palme: e il pontefice in segno di gradimento fe collocare due di queste sulla sua carrozza.

[21] Carteggio veneto al 24 novembre 1590.

[22] De Maisse, ambasciadore a Venezia, scriveva al suo re il 4 ottobre 1592: _Il ne se parle à Rome que des réformations. Le pape va en personne visiter les cellules des moines, et les va trouver jusque dans le lit. Il les veut faire comme frères égaux et en commun, et réduire trois monastères en un: chose qui leur sera difficile à supporter, étant accoutumés dans leur aises et commodités_.

[23] Nelle notizie del Nores leggesi invece che il birro fu assalito da un cane, e che Gabriele Foschetti, mastro di casa Farnese, fu preso e decapitato il mercoledì santo del 1592. Il Muratori pone il fatto al 1604.

[24] _Il Moro trasportato in Venezia, ovvero Racconti de’ costumi, riti e religione de’ popoli dell’Africa, America, Asia ed Europa_. Reggio 1672.

[25] _Conciliazione della Chiesa armena colla Chiesa romana sopra le autorità de’ padri e dottori armeni_.

[26] Secondo il cerimoniale allora prefisso, i baroni, i cavalieri e le damigelle doveano dirgli, _Monsignore mio fratello_, ed egli a loro _Bel fratello, Bella sorella_. Nelle funzioni procederebbe il fratello di mezzo passo, e se a cavallo, della lunghezza del collo del cavallo. I piatti doveano servirsegli coperti. Cavalieri e dame nel presentarsegli e nel partire doveano inclinare alquanto i ginocchi. Vedi CIBRARIO, _Origini e progresso delle istituzioni della monarchia di Savoja_. Torino 1854.

[27] Carlo III rimostrava all’imperatore Carlo V che _par trois fois que l’armée de l’empereur y a été, ce Piémont a été mangé, pillé, composé et rançonné en toute extrémité, et non point en un seul lieu, mais généralement par tout le pays_.

[28] Nel 29 maggio 1613, il cardinale Maurizio di Savoja scrive a suo padre Carlo Emanuele, che con grandissima difficoltà potè trovare cinquanta scudi; che il principe Tommaso di Carignano era senza vestiti nè altre cose più necessarie; e il 29 settembre 1614, che non si potè trovar oro per le catene da regalare agli ambasciadori svizzeri.

[29] L’ambasciator veneto Gian Francesco Morosini, in una bellissima relazione del 1570, loda le galee di Emanuele Filiberto di Savoja come delle migliori di Ponente, e soggiunge: