Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 51
[283] Da scrittori e dall’esperienza, massime di cacciatori e pastori, induce che le bestie, variando l’emissione de’ suoni, fanno quel che facciamo noi co’ suoni letterali, e ne formano di elementari di tempo determinato. A manifestare certe emozioni valgonsi del gesto, dello sguardo, del suono, del grido, della favella. Così un cane volendo scacciarne un altro da un posto ove egli vuol collocarsi, comincia a guardarlo iroso, poi fare movimenti significativi, poi ringhiare, finalmente abbajare. I vermi e simili animali inferiori possedono solo i due primi modi: alcuni pesci mandano un suono per le natatoje o per le branchie. Agl’insetti Fabrizio nega la voce, benchè esprimano i sentimenti per via di suoni; bovi, cervi ed altri quadrupedi hanno piuttosto una voce che un linguaggio; ma linguaggio vero han gatti, cani, uccelli, inferiori però all’uomo che articola più chiaro e distinto. Le bestie capiscono quel che loro diciamo: onde a ragion più forte noi dobbiamo capir loro. Delle quattro passioni di gioja, desiderio, dolore, paura, esamina Fabrizio l’espressione sopra il cane e la gallina, confessando non avere imparato gran che: ma la parola nostra è più complessa, perchè di più rapidi e numerosi elementi; oltre che avendo noi labbra e lingua più flessibili, ne nascono la varietà e complicazione che costituiscono la favella. Nessun animale potrà gareggiare coll’uomo, atteso che il principale loro strumento è la gola, che a noi serve soltanto per le vocali.
[284] È il primo destinato agli studenti di medicina. La repubblica lo fondò con decreto 31 luglio 1545, ad istanza di Francesco Buonafede padovano, e sopra disegno di Andrea Moroni da Bergamo; n’ebbe la direzione Luigi Anguillara, cui succedette Melchior Guilandino di Königsberg, pel quale nel 1564 istituì la cattedra di botanica.
[285] Anche privati ne formarono, quali il Priuli, il Molin, il Michel, Gianfrancesco Morosini lodato da Linneo, ed altri a Venezia, Giulio Moderato a Rimini, Vincenzo Montecatino a Lucca, Sinibaldo Fieschi a Genova, Vincenzo Pinelli a Napoli, Gaspare Gabrielli a Padova, Scipione Simonetta a Milano. Vedi a pag. 304, e VIVIANI, _Delle benemerenze de’ Veneti nella botanica_. Il Pignoria a’ 26 dicembre 1614 da Padova scriveva a Paolo Gualdo in Roma: — Non occorre che mi faccia gola dei fiori che si vedono costì, perchè jer sera alla cena lucullea del signor Sandelli «io mangiai degli sparagi belli, verdi e freschi; s’immagini mo il resto». Al quale Gualdo il Welser da Augusta avea scritto, a’ 10 gennajo 1610: — Se Padova e Vicenza si voltano a domandar semi e piante da queste parti, si può dire che _ipsi fontes sitiunt_. Le fritillarie di qua sono poche, e tutte venute o d’Italia o di Fiandra: vero è che quelle di Fiandra pare facciano miglior riuscita».
[286] «Tale opera dovea condurre ad una felice rivoluzione nella botanica: ma niuno allora volle seguirlo nel cammino segnato, perchè si era di troppo lasciati addietro i contemporanei. Gaspare Bauhin afferma d’aver pensato distribuire il suo _Pinax_ secondo il metodo di Cesalpino, ma confessa che non lo comprendeva abbastanza. Inoltre era costume vedere le opere di botanica adorne di figure, e Cesalpino le avea sbandite dalla sua. Torto suo più reale fu il non esporvi la concordanza della nomenclatura degli autori che l’avevano preceduto e dei suoi contemporanei; indica le piante con nomi suoi particolari, o nomi vulgari in alcuni paesi d’Italia; principalmente nella Toscana, onde fu malagevole determinare di quali parlasse, e Bauhin sovente vi s’ingannò. Per la stessa ragione non si può determinare il giusto numero delle specie, di cui fa menzione: quei che lo portano ad ottocento, non hanno contato che le principali, e ammontano a mille cinquecentoventi secondo Haller...
«Nella prefazione, piena d’osservazioni nuove e filosofiche che annunziano un ingegno superiore al secolo, in una pagina concentra i principj e pone le basi su cui stabilire i metodi ed i sistemi di botanica; tutti i vantaggi che se ne possono trarre, nel cui numero mette la conoscenza della proprietà delle piante, che si può dedurre conformemente alle loro affinità o alla somiglianza delle loro forme esterne. Malgrado i lavori posteriori su tale argomento, non si è potuto aggiunger nulla d’essenziale a tale schizzo; dimodochè se di tutte le sue opere ci fosse rimasta questa pagina sola, basterebbe ad assicurarne per sempre la gloria». DU PETIT THOUARS.
[287] Nel capitolo II del libro V della _Phyllognomica_, il Porta scrive, _contra antiquorum opinionem, plantas omnes semine donatas esse_, e vi dice: _E fungis semen perbelle collegimus exiguum et nigrum, in oblongis præsepiolis vel liris latens e pediculo ad pili circumferentiam protensis, et præcipue ex illis qui in soxis proveniunt_ (intenderebbe i licheni?), _ubi decidente semine, feracitate seritur et pullulat etc_. Pag. 367 dell’edizione di Francoforte 1591.
Il Porta prevenne Lavater e Gall insegnando che il corpo s’impronti dei moti dell’animo, e dagli umori e temperamenti derivino i costumi: persino le disposizioni possono modificarsi correggendo le conformazioni esterne; _De humana physionomia_. Eppure ancora insegna che _varii sunt plantarum bulbi qui animalium testes mentiuntur, præsertim luxuriosorum... Natura, hominum generationi satagens, hac testiculorum imagine ad vires venereas, ad conceptum, ad prolem eas valere significavit_. Lib. IV. c. 18. E cap. I. _Plantarum partes scorpionem integrum præsentantes, ad ejus morsus valere_. E lib. III. c. 51: _Fructus uterum referentes et fructuum involucra, ad secundinas valere_. E così ogni tratto.
[288] Nel febbrajo 1856 l’ingegnere Quintino Sella all’accademia delle scienze di Torino produceva un passo d’un discorso, dal dottore Domenico Guglielmini di Padova recitato nel 1688, dove riconosceva i cristalli non come giuochi della natura, ma effetto di forze molecolari, rette da leggi costanti ed invariabili; che i cristalli della medesima sostanza sono poliedri, i cui angoli diedri rimangono sempre i medesimi, sicchè non vi manca che la proporzionalità dei lati per essere poliedri simili; che ogni cristallo è un aggregato di molecole aventi la forma stessa del cristallo; che dalla forma unica prima delle molecole derivano quelle che una sostanza può rivestire, e che perciò sono definite. Se avesse pensato applicare il calcolo allo studio de’ cristalli, preveniva la gloria di Romé de l’Isle e di Haüy.
Anche Giovanni Pona fece una descrizione delle rarità di Montebaldo. L’Imperato (_Historia naturale_, 1599) sostiene che i polipi calcari non erano pietre vegetanti come teneansi generalmente.
[289] _Mundus subterraneus_; 1662.
[290] _De solido intra solidum naturaliter contento_. È anteriore di un anno all’opera dello Schiller: la _Protogea_ di Leibniz è del 1683.
[291] _De fontium mutinensium admiranda scaturigine_. Secondo Gianfrancesco Rambelli (_Lettere intorno le invenzioni e scoperte italiane_ Modena 1844), la prima memoria de’ pozzi forati in Modena sale al 1479, poichè ne’ _Ricordi di Gaspare Nardi_ si legge che Giovanni Bentivoglio cominciò a far fare una fontana in Bologna, e che andò colà «uno maestro de Regio, che forava con un trivello de capo de uno abedo, e insediva l’uno abedo de co’ de l’altro, e per questo modo andava giuso quanto voleva, in modo che andò sotto piedi centosessantadue se rompè dentro quello con che forava». Giovanni Agazzari nella cronaca inedita di Piacenza, al 1478 scrive: _Nota quod hoc anno repertus est quidam novus modus fodendi et eaciendi fontes vivos et salientes super terram per quosdam parmenses, et res mira et grandis valde, argumento cujusdam physici regini_. Ap. PEZZANA, _Storia di Parma_, IV. 23.
[292] _Aliquis intus in vescica sine plaga lapidem conterunt ferreis instrumentis_. Il Benivieni racconta che, non trovando modo d’estrarre a una donna un calcolo voluminoso, _insolitum sed tamen opportunum consilium capiens... ferramento priori parte retuso calculum ipsum percutio, donec sæpius ictus, in frusta comminuitur_. Il primo moderno che scrivesse sopra l’estrazione della pietra fu Mariano Scotto, ma tutto gonfiezze e astrologia; e per operare attende le stagioni e i congiungimenti di stelle.
[293] _De abditis nonnullis ac mirandis morborum et sanationum etc_.
[294] Ch’egli primo adoperasse il mercurio contro la sifilide non può più credersi dacchè nella _Cronaca perugina_ del Matarazzo si legge: «E perchè li Franciosi erano venuti novamente in Italia, se credevano li Italiani che fosse venuta tale malattia da Francia; e li Franciosi se credevano che fusse una malattia consueta in Italia, perchè ancora loro ne acquistaro la parte loro; e li italiani ne chiamavano lo mal francioso, e li Franciosi ne dicevano lo male italiano, del quale portaro el seme in Francia». Data la più estesa descrizione di questo morbo, indica la ricetta trovata più efficace, la cui base è già l’_ariento vivo_ oncie due. Benvenuto Cellini insulta il Berengario d’avere «con una sua unzione fatto molte migliaja di ducati da signori, che ha stroppiati e mal condotti».
[295] Ma si vuole che questo passo siasi interpolato quarant’anni dopo la sua morte. Vedemmo molte istanze della facoltà di Pavia per ottenere i cadaveri de’ giustiziati nel Milanese.
[296] Sprengel vorrebbe che Berengario negasse il trasudamento del sangue attraverso al setto; ma sebbene egli lo dica _satis notabilis substantiæ, quæ est etiam satis densa_, pure ammette i forellini di Galeno. Esso Sprengel invece vuole che Colombo supponesse tal passaggio, mentre dice evidentemente che chi ciò asserisce erra, _longa errant via_. Vedi DE RENZI, _Storia della medicina_, vol. III. p. 307.
[297] _De erroribus veterum medicorum_, 1653; _In artem medicinalem Galeni_, 1566: — _Oportet_ (scrive egli) _de scriptoribus ita sentire ut eos homines agnoscamus et non tanquam deos veneremur; nobiscum antiquam libertatem relinquamus... probationes ex nostris sensibus nostroque ingenio ducamus. Nemini credamus, sed liberi contra omnes quod putemus verum proferamus. Eorum opiniones refellamus qui in magno sunt precio, quorum auctoritas infirmis ingeniis obesse potest_.
[298] _Cefalogia fisionomica_, 1673.
[299] Nella biblioteca di Parma è un esemplare della _Zelotypia veritatis in veterum fallacias_, opera di Gianpaolo Ferrari del 1690. A quelle parole di pag. 26, _quod evenit etiam in quibusdam antiquioribus, cædentibus colaphis alumnos qui veritatem neotericam convincere videbantur_, è manoscritta questa nota: — Il signor dottore Antonio Zanella, lettore pubblico in Parma, percosse con uno schiaffo il signor Giambattista Pedana parmigiano studente nel pubblico studio, perchè con la forza degli argomenti lo costrinse a confessare la circolatione del sangue, che da esso lettore veniva acremente negata: e dopo andò a chiedergli perdono a casa ecc. l’anno scorso 1690».
[300] KIRCHER, _Da arte magnetica_, lib. III. part. 7. Basti il titolo d’un opera di Marcantonio Zamara di Galatina in terra d’Otranto, professore a Padova: — _Antrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signatarum et imaginum magicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus reconditus; cui medicamenta etiam varia chimica ex mineralibus et vegetabilibus conficiendi modus, tractatus item de rebus quæ humano corpori eximiam et venustam formam inducunt, de variis etiam metallorum et mineralium præparationibus et experimentis plurimis tractatio subjungitur: accessit motus perpetui mechanici, absque ullo quæ vel ponderis adminiculo conficiendi documentum_. Francfort 1625. _Antri magico-medici pars secunda, in qua arcana naturæ, sympathiæ et antipathiæ rerum in plantis..... omniumque corporis humani morborum, imprimis podagre, hydropis, pestis, epidemiæ et cancri exulcerati cura hermetica, specifica, characteristica et magnetica continentur: accesserunt portæ intelligentiarum... et canones hermetici de spiritu, anima et corpore majoris et minoris mundi_. Ivi 1626.
[301] Di lui è rarissima l’opera _De ratione instituendæ et gubernandæ familiæ_. Suo figlio Manfredo seppe le matematiche e molte lingue, viaggiò lontano, s’industriò a costruir macchine, principalmente microscopj e specchi ustorj, e un museo d’ogni sorta rarità naturali e d’arte, porzione del quale fu posto nella biblioteca Ambrosiana.
[302] Vedi RENZI, _Storia della medicina_, vol. III, pag. 68. Turre di Padova, col titolo _Junonis et Nerei vires in humanæ salutis obsequium traductæ_ (Padova 1668) tratta delle acque minerali.
[303] Vedi la _Vita di Camillo Porzio_, scritta da Agostino Gervasio, 1832.
[304] _De relationibus medicorum libri_ IV, _in quibus ea omnia quæ in forensibus ac publicis causis medici referre solent, plenissime traduntur_. Palermo 1602.
[305] AFFÒ, _Vita di B. Baldi_. Nell’opera _Delle macchine semoventi_, pag. 8, parla d’un Bartolomeo Campi da Pesaro, «che ardì di porsi a levare dal fondo del mare la smisurata mole del galeone di Venezia; il che sebbene non gli successe, lo scoperse però giudizioso inventore della macchina, atta per sua natura ad alzare peso maggiore». È dunque italiana l’invenzione, di cui oggi menano tanto vanto gl’Inglesi.
[306] _De subtilitate_, Basilea 1607, lib. XVIII. pag. 1074: _Serra, quæ sub quocumque nomine claudi potest_. — Cossali (_Storia critica dell’Algebra_, 1797) occupa quasi intero un volume a provare il merito del Cardano, restituendogli le scoperte che Montucla attribuiva ad altri, e massime a Vieta.
* Vedasi anche _Di alcuni materiali per la storia della facoltà matematica nell’antica Università di Bologna_ del dottor SILVESTRO GHERARDI, 1846.
[307] Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo morì l’8 gennajo 1642.
[308] Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».
[309] Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez. I. c. 23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari, collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più vicini» (Sez. II. c. 8).
[310] _Del telescopio_, pag. 486.
[311] Nel Collegio Romano esistono manoscritte (_Codice_ B, f. 15) alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario. Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle sue osservazioni:
«Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,
«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca, il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù. Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna, o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile, il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo, sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte, et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno. Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto, circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».
[312] _Nescio quo fato ductus_, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.
[313] Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per accertarle, la pubblicò con questo anagramma: _Hæc immatura a me jam frustra leguntur, o. y._ L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere stesse: _Cinthyæ figuras emulatur mater amorum._
Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.
[314] I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto, dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».
[315] Bacone conobbe le opere di Galileo. Vedi _Organon_, lib. II. afor. 39; _Sylva sylvarum_, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane di recente da Drinkwater Bethune, nell’_Introduction of the literature of Europe etc_. di Hallam, nel _Preliminary dissertation to Encyclop. britan._ di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».
[316] Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole. NELLI, _Vita di Galileo_.
[317] Dapprima vi fu chiamato con fiorini cento. Il Fabroni racconta che un malevolo denunziò Galileo al senato veneto di vivere in adulterio con Marina Gamba; e il senato rispose che, se ciò è vero, egli avrà maggiori bisogni per sostentare la propria famiglia; e in conseguenza ne crebbe il trattamento a trecentoventi fiorini. Egli ebbe infatti due figli e una figlia fuor di matrimonio. Alfine gli furono assegnati mille fiorini.
[318] Credeva inoltre che la terra col sole si movesse attorno al polo del mondo, che è incessantemente variabile. Vedi CLEMENS, _Giordano Bruno et Nicol von Cusa_; 1847, pag. 97.
[319] È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V. 1854: — Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l’opinione pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un chiarissimo sistema ed una meravigliosa costituzione del mondo, molto più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre ormai più dubitare che ripugni all’autorità della sacra Scrittura, nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si possono intendere».
[320] _Pensieri diversi_.
[321] _Systema cosmicum_, dial. II. p. 121. Poi a Keplero scriveva nel 1597: _Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici præceptoris nostri perterritus, qui licet sibi apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit_. KEPLERI Opera, tom. II. p. 69; Lipsia 1718. Ho letto nel ricchissimo archivio Rinuccini a Firenze un autografo di Galileo, degli ultimi anni di sua vita, dove, qual che ne sia la ragione, si ricrede e disdice della teoria copernicana, e mette in evidenza gli argomenti fisici che le ripugnano. Per verità erano tali, che un savio non poteva acchetarsi del tutto in quella sentenza; come sarebbe impossibile il dubitarne oggi, dopo gli argomenti d’irrecusabile evidenza che i contemporanei di Galileo ignoravano.
[322] _Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?_ fu il testo preso da un predicatore a Firenze. Un’altra applicazione felice di testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: — Le do nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch’esso i quattro pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata, _Galilee, vicisti_».