Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 4
Allora vengono santificati Ignazio da Lojola e Francesco Saverio: frà Girolamo da Narni predicatore insigne dà impulso alla Congregazione allora istituita _de propaganda fide_, da cui partivano gl’intrepidi, che per tutto il mondo portavano il vangelo. Moltissimi anche de’ nostri affrontavano il martirio de’ lunghi e oscuri patimenti, se non era anche quel degli strazj e della morte. Per far solo d’alcuni memoria, dirò come i Cappuccini si volsero principalmente all’Africa, e Giovanni Bellotti da Romano bergamasco scrisse le _Apostoliche giornate, nelle quali rappresenta parte delle sue fatiche nelle missioni sostenute a benefizio delle anime de’ Negri infedeli_. Dionigi Carli piacentino, itovi con Michelangelo Guattini reggiano che colà morì, a Bologna pubblicò i suoi viaggi, con avventure non sempre serie, e con osservazioni superficiali ma schiette; e siccome di paesi incogniti, furono tradotti in tutte le lingue[24]. Giannantonio Cavazzi modenese lasciò la descrizione dei regni di Congo, Matamba, Angola. Girolamo Merolla sorrentino, per sei anni versato fra i Negri del Congo, d’ordine della Propaganda faticò, se non a togliere, a mitigare la tratta di questi infelici. Francesco Maria Maggi palermitano, cherico regolare, dopo otto anni di missioni in Siria, Persia, Mesopotamia, Georgia, portò a Roma la cognizione di quegli idiomi, e dedicò a Urbano VIII _Syntagmata linguarum orientalium_.
Le missioni della Cina sono l’epopea de’ Gesuiti, che si può dire, la scopersero; nè fu colpa loro se non venne alla nostra civiltà. Quando vi si avviò primiero Francesco Saverio, vi condusse il padre Paolo da Camerino. Il padre Matteo Ricci da Macerata, mandatovi coi due altri italiani Rogero e Pasio, vi fondò le prime missioni; e conoscendo che bisognava mostrarsi letterato, fece un mappamondo ove collocava la Cina nel mezzo, e un breve catechismo in quella lingua; insegnò chimica e matematica; e le quindici opere sue sono le prime che Europei dettassero in cinese, e alcuna è posta fra le classiche da quel popolo geloso. Avea creduto dover condiscendere ai costumi e alle opinioni dei Cinesi fin dove non cozzassero colla vera fede, onde togliere le repugnanze che un popolo eminentemente storico aveva al cristianesimo: e siffatta tolleranza fu l’accusa più violenta che poi recarono ai Gesuiti quelli che per avventura continuavano a imputare l’intolleranza cattolica. Come superiore di quelle missioni gli fu surrogato Nicola Lombardi siciliano, autore di scritti importanti su Confucio.
Il padre Giacomo Ro milanese, dopo predicato molti anni nel Scian-si, fu chiamato alla Corte perchè attendesse alla compilazione del calendario imperiale, come fece col celebre padre Schall; più di cento opere scrisse in cinese di pietà e d’astronomia; ricusò dignità e favori, sol chiedendo agevolezze pe’ Cristiani. Come astronomo e ambasciatore vi fu pure adoperato il napoletano padre Francesco Sambiasi. Frà Castiglione pittore, fattosi converso ne’ Gesuiti, e mandato a Pechino, lavorò per quella Corte anche da architetto. Martino Martini di Trento diede l’_Atlas Sinensis_ (1655), l’opera più compiuta che ancor si fosse vista sul grand’impero, e voltò in quella lingua diverse opere. Il siciliano Francesco Brancato vi pubblicò molti scritti, e specialmente il _Trattenimento degli Angeli_ (1637), catechismo rimasto classico. Luigi Buglio palermitano missionò a Goa, nel Giappone, nella Cina, e morì a Pechino il 1682, lasciando in cinese alquante opere. Giulio Aleni bresciano, professore di matematica a Macao, penetrò nell’impero, e per trentasei anni vi predicò e scrisse, ed era detto il Confucio d’Occidente. Prospero Intorcetta siciliano missionò colà col padre Martini e quindici altri Gesuiti, adoperando zelo immenso: nella persecuzione del 1664 fu condannato alla bastonatura e all’esiglio: calmata l’ira, venne a Roma per implorare nuovi operaj, che esso incoraggì fin alla nuova persecuzione del 90, quando coraggioso affrontò i tribunali: scrisse più libri in cinese e in latino, massime intorno alle dottrine di Confucio, e morì vecchissimo nel 1696. Molto stimato fu pure nella Cina il padre Paolantonio Mainardi torinese, vissuto fin al 1767.
Ippolito Desideri gesuita pistojese fu nel Tibet, e con coraggio indicibile traversò paesi ignoti e sostenne avversità. Ivi poi faticò lungamente il padre Della Penna maceratese con altri Cappuccini, ed espose la storia e i costumi di que’ paesi e singolarmente la religione, dove tante somiglianze trovava colla nostra. Più tardi il padre Percoto da Udine tradusse i libri dogmatici de’ Birmani fra cui avea predicato, e ragguagliò sul governo e la religione dei paesi di Ava e di Pegù. Il padre Giuseppe Maria Bernini di Carignano corse l’India, descrisse il Nepal, fece dialoghi in lingua indiana, e ne tradusse varie opere. Antonio Ardizzoni napoletano vi missionò col padre Francesco Manco e altri cherici regolari; dimorò otto anni a Goa, poi lungamente a Lisbona, varie cose dettando in portoghese. Costantino Beschi gesuita arrivò il 1700 a Goa, e molto lavorato nel regno di Madera, e scritte assai cose e nominatamente il _Tembavani_, poema di tremila seicentoquindici tetrastici, con commenti a ciascuno, in lode della Madonna, fece grammatiche e un dizionario tamulo-francese. Gianfilippo Marini da Genova apostolo per quattordici anni nel Tonking, e descrisse le missioni e il paese. Cristoforo Borro da Milano diede una relazione della nuova missione de’ Gesuiti alla Cocincina, e meditava una nuova strada per passare all’Oriente dalla parte occidentale. Apostolo dell’Oriente fu intitolato Alessandro Valignani imolese, che speditovi il 1573, più volte corse il Giappone e l’India.
Andrea Borromeo milanese teatino, ito il 1652 nella Mingrelia e Georgia, vi faticò undici anni, e ne lasciò una relazione. In Arabia predicò Alessandro Botto cremonese. Carlo Francesco Breno di Valcamonica, minor riformato, preparò libri pei missionarj in Oriente. Galano Clemente, teatino di Sorrento, stando dodici anni in Armenia, raccolse assai carte, atti e monumenti, che stampò poi a Roma in latino e in armeno[25], e compilò pure una grammatica di quella lingua. Colà Paolo Maria Facentino rese importanti servizj ai Cristiani, stabilì nuove missioni, scrisse pei nuovi convertiti, e tornato a Roma il 1620, fu superiore delle missioni dei Domenicani. Anche il calabrese Piromalli domenicano molti Monoteliti convertì. Fu approvato dal papa a riunire gli Armeni di Polonia e di Russia, e ad Urbano VIII presentò una grammatica e un lessico armeno, oltre lavori di controversia. Ignazio di Gesù, carmelitano scalzo, descrive i Mandaj, cristiani viventi presso Bàssora. Tommaso Obicini novarese minorita, missionando in Oriente, diede una grammatica araba lodata, e un fallace dizionario siriaco. Una grammatica della lingua georgiana e una della turca, oltre molte opere ascetiche, lasciò pure Francesco Maria Maggi palermitano teatino, ito a visitar i conventi de’ suoi fratelli in Oriente e principalmente nella Georgia, e che a Caffa stabilì una casa di Teatini. Pietro Foglia medico a Capua, fatto carmelitano col nome di Matteo di San Giuseppe, missionò nella Siria poi nell’India, facendo anche da medico, e raccogliendo molte notizie botaniche, di cui giovò i dotti. Arcangelo Lamberti teatino diede una relazione della Mingrelia. Gianandrea Carga friulano de’ Predicatori apostolò il Levante, fu vescovo di Sira, ove perì martire de’ Turchi nel 1617.
Francesco Giuseppe Bressoni, gesuita romano, predicò ai Canadesi e agli Uroni; preso dagli Irochesi, fu venduto agli Olandesi mutilo e ferito; appena guarito tornò fra gli Uroni, ove i segni del suo martirio lo rendeano più venerabile; distrutti questi, rivide l’Italia, dove si diede alla predicazione, e stese un breve ragguaglio delle missioni nella Nuova Francia. Filippo Salvatore Gilli, gesuita romano, predicò per diciott’anni sull’Orenoco, sette anni a Santa Fè di Bogota, e ne diè la descrizione. E quanto deva la geografia ai missionarj, può raccogliersi da una dissertazione del cardinale Zurla.
Pochi noi accenniamo de’ moltissimi che, senz’altra speranza che del paradiso, senz’altra ricerca che delle anime, corsero fra’ popoli selvaggi o fra’ rimbambiti: ma non ci parve dover dimenticare questi eroi della fede e della civiltà, e riposammo sui loro trofei prima di raccontare le troppe miserie della loro e nostra patria.
CAPITOLO CL.
Savoja. Emanuele Filiberto. Carlo Emanuele. Genova. Congiura del Vachero.
Il ducato di Savoja, il principato di Piemonte colla contea di Nizza, la supremazia sui marchesati di Saluzzo e di Monferrato, su Ginevra e il paese di Vaud, la Bresse, il Bugey, il paese di Gex, componevano il retaggio dei discendenti di Umberto Biancamano. I paesi oltremonti divideansi in baliati militari, ciascuno con un giudice, e spesso un ricevitore. Di qua dell’Alpi, il Canavese e val di Susa formavano un baliato, uno la val d’Aosta; gli altri paesi, di cui principali Torino, Carignano, Pinerolo, Moncalieri, Cumiana, Cavour, Vigone, Villafranca, stavano sotto al capitano del Piemonte.
Mentre le conquiste del secolo precedente aveano ridotto gli altri Stati italiani ai limiti che ormai doveano conservare, quel paese rimase frastagliato in mezzo a grosse Potenze, e i duchi attesero ad arrotondarlo coll’accorgimento e colle forze militari, ch’essi medesimi capitanavano. Dell’esser vassalli all’imperatore profittavano per ottenerne privilegi qualvolta egli avesse bisogno di loro; le alleanze o le guerricciuole de’ confinanti porgeano occasione d’incremento, come le opportune parentele. Amedeo VIII, ingrandito lo Stato (t. IX, p. 449), ottenne il titolo di duca di Savoja[26] (1416), e stabilì la successione primogenita con rappresentanza all’infinito, di modo che più il dominio non fosse diviso. Da commissarj ecclesiastici e laici, fra cui il cancelliere Giovanni di Beaufort e il segretario Nicolò Festi, avea fatto compilare statuti generali che prevalessero ad ogni statuto locale, e nel proemio avvertiva come le leggi abbiano bisogno di riformarsi a seconda dei bisogni nuovi, delle nuove milizie, della mutabilità delle cose umane.
Già v’era di pubblico obbligo il servizio militare, e Amedeo contava ventisettemila uomini abili alle armi; ma esentavansi a prezzo, e vero esercito nazionale si ebbe soltanto sotto Emanuele Filiberto verso il 1560. Il dominio di Nizza diede anche forze marittime; e navi armava il duca Lodovico verso il 1460.
Amedeo, senza togliersi del tutto agli affari, ritiratosi a Ripaglia sul lago Lemano, lasciasi eleggere antipapa (tom. VIII, pag. 196); poi per rinunziare alla tiara vuole buoni patti, fra cui il non potersi in dignità ecclesiastiche collocare verun forestiero. Suo figlio Lodovico (1440), accidioso e dissoluto, circondato di mimi, raggirato dalla moglie Anna Lusignano di Cipro, che coi denari di Savoja arricchiva sè ed i Ciprioti suoi, fu costretto ricorrere all’oneroso e disonorevole patronato di Luigi XI suo genero. I feudatarj, tenuti in briglia dai tre Amedei, allora vedendosi posposti, raffittirono trame e sollevazioni, donde supplizj, affogamenti ne’ laghi, esigli, e un esacerbarsi delle fazioni guelfa e ghibellina. Sin Filippo figlio del duca, per odio contro la parte candiota, scommosse lo Stato e uccise Giorgio di Varax.
Crebbe il disordine Lodovico, assegnando grossi appannaggi ai molti suoi figliuoli, che arrogavansi ciascuno l’arbitrio principesco fin di assolvere a denaro i delitti, dar moratorie, e altri abusi. Dopo ciò, che importa se Lodovico proteggeva le lettere, e andava talvolta coi principi ad ascoltar i professori dell’Università? Cominciò egli a mettere negli alti uffizj qualche Piemontese; come a quel di cancelliere di Savoja Giacomo Valperga di Masino, che poi dopo lunghi processi fu affogato nel lago di Ginevra e al fisco i suoi beni, indi riconosciuto innocente; Antonio di Romagnano, che a pena colla fuga si sottraesse al supplizio.
Amedeo IX succedutogli (1465), fu modello de’ mariti e correttore de’ costumi; guaj a chi bestemmiasse! scostava dal suo servizio il libertino, foss’anche il primo suo ministro; le cause de’ poveri e degli orfani volea riferite le prime nel suo consiglio; moltissimi indigenti alimentava in palazzo, comechè schifosi; la propria collana mandò alla zecca per risparmiare nuove imposte; e a chi lo avvertiva che con quel denaro avrebbe potuto procacciarsi esercito e fortezze, rispose: — Le limosine sono le migliori fortificazioni; e perchè regni l’abbondanza, vuolsi largheggiare coi poveri». Per tali virtù ottenne l’onore degli altari: ma il suo regno fu soqquadrato da incessanti discrepanze de’ fratelli e de’ nobili, scoppiate sino in guerra civile dopo ch’egli infermò e proseguite sotto la reggenza (1472) di Jolanda di Francia sua vedova, turbata anche da invasioni degli Svizzeri che le tolsero il paese di Vaud e Friburgo, de’ Borgognoni che lei chiusero in fortezza, de’ Milanesi che, a titolo di difenderla, occuparono il Vercellese (1482). Morta lei, e poco dopo il giovane figlio Filiberto, Carlo succeduto dovette colla spada recuperarsi il dominio; e ben tosto morendo (1490) dava luogo a una nuova reggenza, disputata sanguinosamente. I marchesi di Saluzzo, i conti di Bresse e de La Chambre a gara si sollevano; l’ambizione di Filippo fratello del defunto sommove il paese, finchè alla morte del fanciullo Carlo II nipote (1496), ottiene il dominio, ma dopo soli diciotto mesi muore anch’esso.
Suo figlio Filiberto II il Bello (1498) tentò svincolarsi dai nodi di Francia, rinforzati ne’ precorsi tumulti, ma per avvolgersi in quelli della moglie Margherita d’Austria; vide l’invasione de’ Francesi con Luigi XII, ed ebbe a soffrirne in sei anni d’indecoroso dominio. Suo fratello Carlo III il Buono (1504), che cinquant’anni regnò, le intere mattinate passava a sentir messe e visitar chiese; non isprovveduto d’intelligenza, ma di fortuna: ed oltre vedere i suoi paesi conturbati dall’eresia, corsi da Svizzeri, Francesi, Imperiali a vicenda, Berna invocata dai Ginevrini ch’egli stoltamente minacciava voler ridurre pari ad un villaggio di Savoja, gli tolse il Ciablese, il paese di Vaud, Ginevra e Gex, a suo dispetto piantandovi la Riforma; e Francesco I di Francia i restanti possessi perchè favorevole al cognato Carlo V, e permise che Federico II Gonzaga duca di Mantova (1533) raccogliesse in eredità il Monferrato. Vero è che il cognato imperiale gli donò la contea d’Asti e il marchesato di Ceva.
Discordie intestine straziavano intanto principalmente Mondovì, Chieri, Fossano: milizie nazionali non si aveano; nè denaro per soldarne di mercenarie; lo Stato era a brani per moltissimi appannaggi de’ cadetti ducali, aggravato da esorbitanti pensioni alle vedove, dai debiti fatti per le pretese di Amedeo VIII al papato e di Lodovico al regno di Cipro e per amicarsi gli Svizzeri, e da tanti passaggi di truppe[27]. Sua moglie Beatrice di Portogallo gli scriveva che ai figliuoli lasciavasi mancare un giorno il pane, l’altro il vino; da due anni le balie non toccavano stipendio; il pollajuolo, già creditore di mille fiorini, ricusa continuar le forniture, e così il macellajo: le sue gioje del valore di cinquantamila ducati, per diecimila erano impegnate a Genova: nè a tali difetti sapeasi riparare che alienando beni e ragioni demaniali[28]. Quando morì, Carlo non possedeva più che Nizza, Cuneo, Vercelli ed Aosta: Vercelli (1553) stessa fu allora occupata dai Francesi, e intanto i popoli, spensierati, vogliosi di godimenti, correano a brighe e a novità religiose, non per sentimento di pietà, ma per togliersi i freni.
Vi pose riparo Emanuele Filiberto Testa di ferro, che giovinetto messosi ai servigi dell’imperatore, erasi immortalato colla vittoria di San Quintino, e nella pace di Cateau Cambrésis (t. IX, p. 519) recuperò gli aviti dominj, sicchè d’allora la Savoja pesa nelle sorti italiane, e adopera a farsi indipendente dalla Francia. Per quanto a questa increscesse d’abbandonare i bei paesi cisalpini, pure, onde imbonirsi il duca che promettevale mille fanti e trecento cavalli pagati, gli cedette Torino, Chivasso, Chieri, Villanova d’Asti, poi anche Pinerolo e Savigliano, che occupava fin a che fossero posti in chiaro i diritti di Luigia di Savoja, avola d’Enrico II. Rilasciando a Berna il paese di Vaud, Emanuele Filiberto assicurossi quanto teneva a mezzodì del Lemano e del Rodano; aspirava a recuperar Ginevra, ma Berna e Soletta colla Francia ne stipularono l’indipendenza. Coll’acquisto di Tenda assicurò il passo dell’alpi Marittime traverso a genti fiere e manesche, e colla compra d’Oneglia si allungò nella riviera genovese. Procurò avere dal senato veneto le qualità di figlio di San Marco, per la quale avrebbe occupato il secondo posto nelle comparse.
Conoscendo come a paese che voglia costituirsi son necessarie buone armi, dal famoso Paciotto d’Urbino fece compiere la cittadella di Torino, già disegnata da Francesco degli Orologi, e quelli di Borgo in Bresse e di Cuneo ed una a fronte di Ginevra; e da lui, da Ferrante Vitelli perugino, dal Busca milanese fece fortificare Nizza, Villafranca, Sommariva, Susa, Mondovì, Monmeliano, mentre prima lo stato sarebbesi potuto perdere in ventiquattr’ore: dal piacentino Anton di Leva fece riordinare le milizie, sicchè ciascun Comune dovesse averne, esercitate a tempi prefissi, e allettate con privilegi; mentre i feudatarj lo fornivano di quattro compagnie di cavalli, onde ebbe in armi trentaseimila uomini, ch’egli pagava e armava, escludendo affatto i soldati forestieri. Pose una flottiglia a Villafranca; i cavalieri di san Maurizio per semplice onoranza istituiti da Amedeo VIII, unì a quelli di san Lazzaro destinati a cura degli ospedali; e ad imitazione di quelli di Malta e di santo Stefano, vi pose l’obbligo di mantenere tre galee contro i Turchi, e destinando granmaestro in perpetuo sè e i suoi successori. Fatto forte, potè intervenire a tutte le questioni d’allora, Francia l’adoprò nelle guerre di religione, Spagna per difendere il Milanese[29].
Contava appena settecentomila sudditi nel Piemonte, cinquecentomila in Savoja, e salvo Nizza, poveri, inerti, e tutta rabbia fra Guelfi e Ghibellini[30], Savojardi e Piemontesi, nobili e plebei, Protestanti e Cattolici. Le case si erano scompaginate per le spese della guerra di Francia. Delle savojarde prevalevano i signori de La Chambre, e i conti di Guier, di Rinavia, d’Antormon: delle Piemontesi le Piossasca, Luserna, Valperga, San Martino se eran le prime confederate a casa di Savoja: i signori di Collegno tenevano ventiquattro castelli con giurisdizione di sangue e trentamila scudi d’entrata. Quei che avean servito Francia la rimpiangeano: quei che Savoja, credeansi non abbastanza premiati. Ai ministri poco potea fidarsi, perchè pendeano chi per Spagna, chi per Francia, speculandovi maggior vantaggio che dal mostrarsi italiani. Volea vedersi pagate le tasse? bisognava ricorresse a capi di fazioni, quali il conte Masino o quel d’Arignano, monsignor di Racconigi o quel della Trinità. Nello scompiglio sentesi il bisogno d’un ordine, quand’anche sia a scapito della libertà.
Durava nel paese la rappresentanza degli stati, ecclesiastico, nobile, popolano. Destinati a votare i sussidj straordinarj al principe, ne prendeano occasione d’ingerirsi in altri affari, come nelle successioni, nella nomina del grancancelliere; intitolavansi _padri e tutori_ del principe, ne sindacavano le azioni e i casi di guerra e pace; insomma erano una rappresentanza nazionale, quantunque irregolare e senza garanzia.
Emanuele Filiberto, avvezzo ai comandi soldateschi, indispettiva di trovarsene or rallentato nelle sue riforme, or impedito ne’ suoi divisamenti; e avendo la Camera de’ conti di Torino ricusato interinare un contratto di lui, esso le scrisse di farlo subito, «altrimenti farem conoscere a voi e a tutti che vogliam essere obbediti, e possiamo far gastigare i nostri sudditi, di qualunque stato sieno, che osassero o tentassero menomamente resisterci, sapendo che facciam bene». Alfine tolse via questa rappresentanza[31], solo mantenendo a Carignano il senato, sul modello de’ parlamenti di Francia, col diritto di interinare le leggi e le grazie del principe. Il suo consiglio di Stato riceveva le suppliche di grazia, e poteva anche derogare le decisioni dei tribunali.
Scioltosi dai ritegni, pose moltissime gravezze, cercando vi partecipassero tutti[32]; e la rendita che sotto i predecessori giungeva appena da sessanta a settantamila scudi d’oro, portò a cinquecentomila. Per concentrarne l’amministrazione nominò generale tesoriero Negrone di Negro genovese, il quale introdusse ordine e regolarità nel maneggio del denaro pubblico, e un contrabollatore generale. Pio negli atti[33], l’educazione de’ giovani affidò a quelli che allora godeano maggior grido di virtù e dottrina, i Gesuiti: volle s’imparasse a leggere sul catechismo e sull’uffizio, non sui versi lascivi di Ovidio: la censura delle stampe affidò al senato. Dichiarò inabili a succedere i religiosi nè le fraterie ad acquistare, e ogni vent’anni pagassero il sesto del valore de’ loro beni; fondò uno studio a Mondovì, poi trasferito a Torino, ove insegnarono il giureconsulto Aimone Cravetta di Stigliano, Giovanni Argentaro capo di scuola medica, Agostino Bucci filosofo, il francese Cujaccio, il reggiano Panciroli, il pavese Menochio, il Goveano portoghese; invitò gli stampatori Torrentino e Bevilacqua, e cercò a segretario Annibal Caro e a consigliere Nicolò Balbo. Promosse il commercio marittimo; creò un magistrato sopra la mercatura, uno sopra le acque; migliorò le razze cavalline; favorì il traffico de’ panni di seta, e ordinò di piantar gelsi, fin allora quasi ignoti. Alleviando i dazj, trasse pel suo paese il transito delle merci fra Italia e Fiandra; ma fuori non potea mandare che alquanto bestiame e caci: l’industria era in fasce, e tutto tiravasi dalle fiere di Ginevra e di Parigi.
Il 30 ottobre 1561 aboliva ogni resto di servitù, taglia o manomorta, angarie e perangarie, vincolo a testare o contrattar liberamente, facendo così franchi tutti i sudditi. Vietò le armi, sino ai capi delle compagnie giojose e delle maestranze; di servire, di studiare, d’addottorarsi fuor di Stato, e le conventicole politiche, che oggi si chiamano circoli o club e allora abbazie, e l’accordarsi col fisco nelle cause politiche. Insomma governo assoluto, temperato solo dalla prudenza del principe; militare ordinamento del paese, per aver forze da servire all’alleato che le circostanze presentassero; non aderire a Spagna più che a Francia, straniere entrambe, ma a quella che meglio profittasse; invece di tenersi neutrale fra i litiganti, sposarne alcuno; non guardare agl’interessi di veruna terra o città, ma a quel dello Stato, furono le massime ch’egli introdusse, e che trasmise a’ successori suoi.
Il paese era già foggiato a monarchia, e un principe nazionale era il ben arrivato dopo gli strazj degli stranieri, tanto più ch’egli non s’abbandonò alle vendette, laonde i popoli, dapprima propensi a Francia cui tanto somigliavano per ordini civili e politici, apprezzarono quello che li redimeva dal giogo forestiero, e presero a considerarsi italiani, per quanto divisi tra la patria oltremontana, la cismontana e la nuova, che fu Nizza. Un profondo motto uscì dalla bocca di lui: — Chi riceve l’ingiuria, spesso la perdona; chi la fece, non mai».